Come il Beato Clemente educava i suoi ragazzi – Padre Gheddo a Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, nell’aprile scorso vi ho già parlato di padre Clemente Vismara che sarà beatificato il 26 giugno prossimo in Piazza Duomo a Milano (ore 10-12). Siamo a pochi giorni dalla grande festa liturgica e ritorno su questo futuro Beato, per parlarvi di un tema particolare: “Come Clemente Vismara educava i suoi orfani”. E’ uno degli aspetti della sua vita missionaria durata 65 anni in un paese difficile come la Birmania, ma credo importante anche oggi per noi cristiani d’Italia.
Voglio dirvi in breve perché importante. La Conferenza episcopale italiana CEI ha dedicato i suoi “Orientamenti pastorali” per il decennio 2011-2020, validi per tutte le diocesi e le parrocchie italiane, al tema “Educare alla vita buona secondo il Vangelo”, cioè il tema dell’educazione alla fede e alla vita cristiana.

Nella lettera pastorale dell’8 gennaio 2011, il presidente della CEI, Card. Angelo Bagnasco scrive che le generazioni adulte hanno gravi responsabilità nell’educazione dei giovani. Soprattutto ai genitori è affidato questo compito che prepara cittadini responsabili per l’Italia e fedeli coscienti e fedeli per la Chiesa. E poi continua dicendo che stiamo vivendo un tempo di confusione e di smarrimento. Non si capisce più dove sta la verità o la menzogna, il bene o il male, il lecito o l’illecito.

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“Purtroppo – continua il card. Bagnasco – la cultura contemporanea sembra non aver più nulla da dire né ai giovani né agli adulti, perché pare non credere al valore dell’uomo: la libertà è identificata col capriccio individuale, la felicità con il successo, il piacere e il denaro. L’individuo è il centro di se stesso. La vita viene presentata come il mito dell’eterna giovinezza, fatta di trionfi e soddisfazioni, dove tutto è facile e spesso dovuto, dove la fatica e il sacrificio sono banditi, dove l’essenziale è apparire, essere visti e ammirati: è l’affermazione del nulla: nulla di senso, nulla di valore, nulla di rapporti veri e costruttivi. È il nichilismo. Ma la vita non è così e se non siamo educati alla vita reale – non a quella virtuale – saranno delusioni gravi e pericolose per i singoli e per la società intera”.

Però, afferma il card. Bagnasco, il mondo giovanile ha enormi potenzialità di bene, ma dev’essere educato al vero e al bene. Ecco, cari amici di Radio Maria, un compito che spetta anzitutto ai genitori, che sono i primi maestri di umanità e, se credenti, di fede, ma spetta anche a tutti noi, adulti e anziani. Compito non facile, perché nell’Italia d’oggi l’educazione dei giovani diventa sempre più difficile. Il Beato Clemente Vismara è veramente un modello nell’educazione dei giovani.
La mia catechesi si sviluppa in tre punti:

• Dai piccoli orfani dei tribali nasce la Chiesa
• Le virtù evangeliche del buon educatore
• Amava i ragazzi senza chiedere nulla
I) – Dai piccoli orfani dei tribali nasce la Chiesa

Il servo di Dio padre Clemente Vismara, era un missionario di vita assolutamente ordinaria, ma di statura del tutto eccezionale. Non perché avesse particolari doti di leader, organizzatore, amministratore, predicatore, costruttore, studioso o qualsiasi altra qualità che può far emergere un uomo e creargli attorno una vasta fama. Anzi, la sua vita è stata quanto mai comune a quella di tanti altri missionari del Pime nella Birmania dei suoi tempi; tanto che, quando si è iniziato il cammino per la sua causa di canonizzazione (nel 1996), un suo confratello mi diceva: “Se fate beato e santo Vismara, dovete fare santi anche noi che abbiamo fatto la sua stessa vita”.

“I ragazzi sono il tesoro del missionario”

Allora, dove sta la singolarità, l’eccezionalità di Clemente, prossimo, se Dio vuole, a diventare beato? Non in quello che ha fatto, ma nel come l’ha fatto. Eccezionale è il suo spirito di santità: cioè fede, amore al prossimo specie ai più piccoli e poveri, dedizione e costanza nei suoi doveri, capacità di sacrificarsi, serenità, ottimismo, umiltà, pazienza, distacco dal denaro e fiducia assoluta nella Provvidenza; e anche profonda umanità, buon senso, equilibrio, saggezza in tutto, come ha dimostrato nei suoi 65 anni di vita birmana.

Ho già presentato il venerabile padre Clemente Vismara nella trasmissione dell’aprile scorso. Ecco in brevi cenni la sua vita, per chi non mi ha ascoltato.
Nasce ad Agrate Brianza nel 1897, quinto di sei figli. La mamma muore quanto lui ha cinque anni di parto dell’ultimo figlio; tre anni dopo muore anche il padre. Di Clemente si curano altri membri della famiglia, a 16 anni entra nel seminario minore della diocesi di Milano. Nel 1916 è chiamato alle armi e rimane nell’esercito tre anni, combattendo some semplice fante. Diventa sergente e poi sergente maggiore e termina il servizio militare nel novembre 1919 con una medaglia al valore militare.
Ma in quegli anni di odio e di violenze, capisce che tutti gli uomini hanno bisogno di Dio e decide di diventare missionario, entrando nel PIME nel 1920. Ordinato sacerdote nel 1923, tre mesi dopo parte per la Birmania dove arriva all’inizio del 1924 e vi lavora 65 anni morendo il 15 giugno 1988.

La missione di padre Clemente si è svolta per i primi 22 anni a Monglin, poi spende un anno tornando in Italia per curarsi, per fare un mese di esercizi spirituali (il “mese ignaziano”) e per incontrare amici, parenti e benefattori. Quando ritorna in Birmania il vescovo lo sposta a Mong Ping, a più di 200 chilometri da Monglin dove aveva fondato una vera cittadella cristiana e altre due parrocchie. Clemente ricomincia da capo e rimane 33 anni nella nuova missione, fonda un’altra parrocchia e muore il 15 giugno 1988 a Mong Ping. E’ sepolto accanto alla Grotta di Lourdes che lui stesso aveva costruito.

L’aspetto più interessante della vita missionaria di padre Clemente sta nel suo metodo apostolico: visitava i villaggi pagani a cavallo o a piedi, accompagnato da alcuni ragazzi e da un interprete. Piantava la sua tende vicino al villaggio e visitava prima il capo villaggio, poi le famiglie, presentandosi e aiutando in quello che poteva. A poco a poco è conosciuto come un uomo buono che aiuta e incomincia a dialogare con la gente per conoscere quali sono le loro necessità.
Fin dall’inizio capisce che, fra popoli nomadi sempre in guerra fra di loro, deve svolgere anzitutto un lavoro umanitario. Annunziare Cristo, ma anche portare la pace, stabilizzare le tribù sul territorio insegnando a coltivare la terra, costruire scuole, assicurare un minimo di assistenza sanitaria, curando con medicine in parte prodotte da lui stesso con foglie, radici e frutti di piante locali. Padre Clemente incomincia a raccogliere orfani e orfane per formare la prima generazione cristiana partendo dalla base dei più piccoli.
Nei villaggi tribali avevano tanti bambini e bambine, che spesso non sopravvivevano a quella vita nomade e durissima. Gli orfanelli erano molti e padre Clemente li prendeva per portarli alla sua missione dove le suore di Maria Bambina, con aiutanti locali, li allevavano ed educavano. All’inizio della sua vita missionaria comperava gli orfani, per avere con sè dei ragazzi. Ma poi glie li davano gratis. Non essendo capaci di mantenerli, li regalavano al padre. Oppure erano malati, deformi, oppure gemelli portatori di malocchio.

Nella società tribale di quel tempo, le donne e i bambini erano l’ultimo gradino della scala sociale. I costumi di quelle popolazioni primitive erano disumani. “Le donne ikò – scriveva Clemente1 – sono più utili dei maschi, perché le fanno lavorare come somari e senza retribuzione. Una donna non può mangiare assieme o prima di un maschio, sia pure suo figlio, ma deve mangiare ciò che avanza il sesso forte, il quale ha poca gentilezza. In una famiglia tu vedi i maschi mangiare un bel pezzo di carne e le donne mangiano il riso avanzato con un po’ di sale e di peperoni e basta. E’ cosa naturale e nessuno ci fa caso”. Altro esempio, se la vedova passava a nuove nozze, era costretta ad abbandonare i suoi figli, i bambini erano praticamente lasciati a se stessi o abbandonati in foresta e lasciati morire. Spesso la famiglia vendeva i bambini e le bambine che non potevano mantenere e padre Vismara nei primi tempi comperava questi piccoli per sottrarli alla morte o ad una vita da schiavi. Per questo molte foto di padre Clemente lo ritraggono circondato di bambini e di giovani che vivevano nella sua missione.

Nelle sue lettere, come nei suoi articoli, ci sono molte espressioni dell’affetto che il missionario nutriva per i suoi orfani: “I ragazzi sono il tesoro del missionario – scriveva in un articolo2 – e il missionario è il tesoro e la vita dei ragazzi. Se entrate nella casa del missionario, che trovate? Un prete circondato da ragazzi…. E’ così in tutte le ore del giorno, in tutti i luoghi, in tutte le occupazioni del missionario. Pregano, studiano, lavorano, mangiano sempre insieme. Questa comunanza di vita fa sì che l’uno diviene necessario agli altri e viceversa. Formano una unità indivisibile e autosufficiente, beata e felice perchè legati coll’affetto. Con questa unione succede che i ragazzi prendono la fisionomia del missionario e questi a sua volta prende la fisionomia dei ragazzi, cioè diventa come loro… selvatico”.

Da orfani e orfanelle nascevano famiglie cristiane

Nei villaggi dei tribali sulle montagne che visitava e che lo accoglievano, padre Clemente costruiva una scuola e vi mandava un maestro. Quella povera gente incominciava a prendere contatto, attraverso i loro piccoli, col mondo moderno; Il missionario li aiutava in vari modi, obbligando però le famiglie e mandarvi i loro bambini e bambine. In un articolo del 1981 scriveva3: “Non ho mai incontrato un montanaro che sapesse leggere e scrivere, che non fosse un ragazzo cattolico o protestante. Da qualche anno sono state aperte in pianura delle scuole elementari. Ma la popolazione shan della pianura non è tanto entusiasta di questa novità. Di fatto parecchie scuole sono state chiuse per mancanza di scolari”. Gli “shan” sono buddhisti, mentre nelle scuole missionarie per i tribali, Clemente faceva controllare la presenza degli alunni. L’elevazione intellettuale, economica e sociale dei tribali di Birmania è iniziata con le scuole costruite dai missionari cristiani.

Padre Clemente, in tutte le parrocchie che ha fondato, una delle prime preoccupazioni era di costruire un orfanotrofio capiente e in muratura e non più in fango, dove i ragazzi potessero ripararsi dalla pioggia, con i servizi igienici e l’acqua corrente. L’orfanotrofio viene prima della chiesa e della casa del padre.
Ad un suo grande amico e benefattore scrive4: “Ora dovrei fare un orfanotrofio capace di cinquanta ragazzi, poiché dove abitano ora i miei ragazzi è troppo malsano, sporco e indecente. Abitano una capanna come la mia e poi, poveri figlioli, devono dormire per terra. Mi vien persino fastidio alla sera quando vado a vederli. Figurati che mi sono morti ventun ragazzi in quattro anni. La colpa però non è mia, la mortalità altrove è peggiore. I miei ragazzi sono malaticci o disgraziati. Come si fa a non voler loro bene, dato che sono già stati così tanto provati dal cattivo trattamento, dalla fame, dalle percosse? Non so cosa farei per loro. A questo mondo per loro rimango solo io. Parecchi se sono in vita lo debbono a me, cioè alle medicine, iniezioni, ecc. Con loro mi sento obbligato a condividere tutto. Per me sono essi la mia famiglia e tutta la mia Italia. Anche loro mi vogliono bene. Una volta, che avevo la febbre a 40 gradi, tutti assieme mi hanno fatto bere due uova e sono guarito”.

Tutti i missionari avevano i loro orfanotrofi, ma in genere con 30-50 orfani e orfanelle. Padre Clemente prendeva tutti quelli che gli venivano portati e ad ogni visita nei villaggi tornava con nuovi piccoli ospiti ed è giunto ad averne 200-250. Negli anni settanta e ottanta, anche a causa della dittatura militare ispirata al maoismo, la Birmania era in forte crisi economica. Il vescovo di Kengtung, mons. Abramo Than, data la povertà della diocesi, raccomandava ai suoi sacerdoti di limitare il numero degli ospiti negli orfanotrofi. Padre Vismara invece continuava a prenderne tanti. Anche i suoi confratelli e le suore gli dicevano di non prenderne più, ma lui era convinto che il buon Dio li manteneva, come infatti è sempre avvenuto.
A Mong Ping, padre Clemente teneva gli orfani e le suore di Maria Bambina curavano le orfanelle. Questi piccoli tribali presi dai villaggi studiavano e imparavano un mestiere e quando giungevano all’età del matrimonio il missionario si preoccupava che sposassero ragazze cattoliche. Padre Mario Meda, direttore dell’orfanotrofio di Kengtung (fino all’espulsione dei missionari giovani nel 1966) ha testimoniato5: “Voleva che i ragazzi che aveva mandato all’orfanotrofio di Kengtung fossero da me preparati alla vita di preghiera e di animazione liturgica, per essere un giorno di aiuto alla missione. Ci teneva anche che questi ragazzi si sposassero anche presto e così sfuggissero alla tentazione di scegliere altre donne, soprattutto quando andavano in villaggi lontani a fare i catechisti”.
Suor Elisabetta Cavagna afferma che quando Vismara andava una volta l’anno a Kengtung per gli esercizi spirituali con gli altri missionari, portava con sé i suoi giovani cattolici in età di matrimonio e “alla fine della settimana essi normalmente ritornavano ai loro villaggi con la loro sposa, che avevano scelto tra le nostre ragazze durante quei giorni, mentre padre Vismara pregava. E furono sempre matrimoni riusciti. Bisogna dire che la comunità cattolica in Birmania è infinitamente piccola e quando un giovane cattolico sposa una buddhista (per non parlare di una musulmana), di solito ritorna alla religione dominante nel paese. Per questo è importante che i giovani cattolici si sposino tra loro. Il matrimonio diventa un cemento e un sostegno per la loro stessa fede”6.

Il matrimonio fra cattolici era soprattutto gradito alle ragazze formate dalle suore e il motivo lo spiega in una delle sue ultime lettere padre Clemente7: “Anche qui le donne campano più a lungo degli uomini e ciò nonostante che una donna (specie ai monti) si sacrifichi più che gli uomini. Ai monti i campi di riso cascano più gravemente sulle spalle femminili. Per solito una donna, anche se è madre, non mangia coi maschi, mangia dopo e solo di quello che avanza. Le mie numerose ragazze trovano difficile accasarsi appunto per questa consapevole conoscenza della propria dignità femminile. Nel mondo pagano il missionario, senza volerlo, è semplicemente un ragionevole rivoluzionario”.
Fra i tribali della Birmania nord-orientale evangelizzata dal Pime, la Chiesa è nata in questo modo e oggi in questa vasta regione vi sono sei diocesi (Toungoo, Lashio, Kengtung, Taunggyi, Loikaw e Pekong) con una popolazione cattolica di circa 300.000 battezzati, quasi la metà dei cattolici di tutto il paese e delle sue 14 diocesi. Una Chiesa giovane e viva che aspetta il suo primo Beato, Clemente Vismara.
II) Le virtù evangeliche dell’educatore cristiano

In passato, l’educazione dei minori era un compito largamente condiviso: famiglia, scuola, chiesa, società erano orientate a educare più o meno agli stessi valori. La cultura del nostro popolo era quella cristiana o derivata dal cristianesimo. Oggi l’educazione non è più il fatto quasi automatico di trasmettere la sapienza ereditata dai padri. Tutti conosciamo e soffriamo la decadenza della cultura cristiana nel nostro popolo, sostituita da un laicismo anti-cristiano e da una molteplicità di proposte, di stimoli, di occasioni, di pareri, che creano confusione di idee e disorientamento anche negli adulti. Si perde il senso del bene e del male.
Oggi l’educazione dei minori è sempre più una sfida impegnativa e difficile, molti si disinteressano di questo dovere prioritario della nostra società. I genitori stessi, molti genitori, sono disorientati e impotenti di fronte al malessere dei propri figli, quasi timorosi di esercitare il proprio impegno educativo. La scuola spesso si riduce a trasmettere delle nozioni utili per gli esami, ma quasi rifiuta ogni impegno educativo dell’uomo e della donna di domani; e la Chiesa, con la drastica riduzione numerica dei preti e delle suore e la forte diminuzione della pratica religiosa, sta perdendo i minorenni e gli adolescenti: dopo la prima Comunione, molti di essi non si vedono più, spariscono dall’orizzonte della parrocchia.

Ebbene, cari amici di Radio Maria, padre Clemente Vismara si è trovato in una situazione quasi del tutto simile, anzi certamente peggiore della nostra.La cultura pagana delle tribù in mezzo alle quali viveva aveva creato un sistema di vita, una mentalità, una tradizione del tutto contrarie all’insegnamento di Gesù Cristo. Eppure padre Vismara era talmente un buon educatore da riuscire a trasformare i suoi bambini e bambine, che prendeva ancora “selvaggetti” (come scriveva lui stesso), in cristiani convinti e fedeli e quindi a creare buone famiglie cristiane, che testimoniavano i comandamenti e i valori evangelici nella loro vita, attirando le conversioni dei pagani.
Perché Clemente era un buon educatore? Quali erano le virtù che viveva? La risposta a questi interrogativi dirà anche a noi come dobbiamo essere oggi per poter educare soprattutto i più giovani alla vita cristiana.
Studiando la vita del Beato Clemente, ho enucleato cinque punti ch possiamo definire: le virtù del buon educatore cristiano. Eccoli:
1) Vismara pregava molto e aveva una visione di fede della vita e dei suoi ragazzi;
2) Amava i suoi piccoli con amore totale, dando loro tutto se stesso;
3) Un amore gratuito perché fatto per amore di Dio;
4) Rispettava la personalità del minore e aveva piena fiducia in lui;
5) Dava ai suoi giovani la fede e grandi ideali di vita.

Vediamo, cari amici, queste cinque qualità del Beato Clemente, modello di educatore cristiano dei giovani.

La fede in Dio, la preghiera, una visione di fede dei suoi piccoli

Non si capisce padre Vismara se non si parte dalla sua grande fede in Cristo e nella missione della Chiesa; fede che per lui non era solo assenso intellettuale, ma sentimento appassionato che si traduceva nell’amore al prossimo più povero e abbandonato che incontrava. Come sappiamo, la fede è un dono di Dio e bisogna chiederlo pregando e amando Dio e osservando i suoi Comandamenti e, per amore di Dio, amare anche il nostro prossimo.
Clemente aveva una grande fede perché pregava molto. Nelle testimonianze al processo per la sua beatificazione molti hanno confermato questa sua caratteristica. Il padre Clemente Aphà era un sacerdote locale che è stato con Clemente fin da piccolo. Ecco cosa ha detto8: “Quando suonava per noi la campana al mattino, noi andavamo in chiesa ed entravamo in silenzio perché sapevamo che padre Vismara era già da molto tempo in preghiera. Io ero un suo ragazzo e talvolta dormivo sul ballatoio della sua casa e vedevo che andava in chiesa molto presto e stava in ginocchio vicino alla lampada del Santissimo Sacramento. Anche prima di pranzare andava in chiesa e vi tornava alle 14 e pregava per più d’un’ora. E poi tornava ancora per il Rosario. Alla sera vedevamo una luce in chiesa e sapevamo che illuminava padre Vismara in preghiera. Quando gli dicevo qualcosa mi rispondeva: “Bisogna pregare. E’ un nostro dovere che non va mai trascurato”. Questa fedeltà alla preghiera, diventava la fedeltà alla sua vita di ogni giorno. Egli era molto ordinato nella sua giornata, anche nella sua vita di sacerdote che educa alla preghiera. Celebrava la Messa con grande raccoglimento e con calma, immerso nella celebrazione. Così mi insegnò a fare”.

La fede illumina e spiega tutta la missione di Clemente Vismara: una fede incarnata nel quotidiano, che si manifestava nell’assoluta fiducia nella Provvidenza e nell’amore al prossimo più povero e abbandonato che incontrava.
Bella la testimonianza data dal suo vescovo mons. Abramo Than (9): “Padre Clemente Vismara fu un uomo di fede: vedeva le cose e gli eventi quotidiani con gli occhi della fede. La sua fede lo metteva in grado di vedere Dio in ogni creatura, specialmente nelle persone povere e abbandonate”. Il padre Angelo Campagnoli, suo compagno di missione, ha testimoniato di lui (10): “Clemente era un uomo di fede pratica, aveva una visione soprannaturale della vita, un profondo abbandono in Dio. Tutto in lui era guidato dalla fede, che era alla base della sua forza e delle sue certezze. Era la fiducia che, nonostante tutto, sarebbe riuscito qualcosa di buono. La fede gli dava la forza di perseverare, anzi di cominciare sempre da capo, anche quando le delusioni si ripetevano.
“Era un uomo entusiasta della sua vocazione e, proprio perché ci credeva con passione eccezionale, riusciva a comunicarla. E credo che la gioia sia un’altra caratteristica, una virtù singolare di padre Vismara. Certo essa era probabilmente una dote naturale e su questa si riposava la sua vita spirituale, non c’era distinzione delle due sfere in lui”.

Il vescovo di Kengtung11 mandava i giovani missionari alcuni anni con Vismara a Mong Lin per educarli alla vita missionaria. Padre Rizieri Badiali è stato con Vismara per due anni (1952 – 1954) e ha dichiarato12: “Egli sopportava tutte le prove con gioia perché diceva che se eravamo perseguitati voleva dire che tutto andava bene. Era la sua fede, una fede entusiasta, gioiosa, piena del desiderio di salvare le anime; una fede biblica, giacchè la vita cristiana era basata sui fatti, sull’essere conformi alla volontà del Signore, di quel Dio che interviene concretamente nella storia degli uomini… Questa fu la fede di padre Clemente, che lo sostenne per tutta la vita fino alla morte, con grande allegria e una grande voglia di vivere che sentiva per sé e per i ragazzi che accoglieva appena poteva”.
Padre Gianni Zimbaldi, in Birmania dal 1958 al 1966 ha dichiarato13: “Ho visto la zona in cui fu mandato nel 1924, Mong Lin, e debbo dire che solo una grande fede poté sostenerlo nell’accettare e perseverare in quella zona così difficile”.

Nei suoi tre anni di guerra (1916-1919), padre Clemente aveva acquisito una mentalità, diciamo, da militare. Era organizzato e metodico, anche la sua preghiera era regolata da orari precisi, che osservava quando era a casa, pur essendo anche un uomo libero, sempre pronto per un atto di carità. Preghiere del mattino e della sera, meditazione, S. Messa con preparazione e ringraziamento, Breviario, visita al SS. Sacramento. Diversi testimoni, ad esempio padre Mario Meda, hanno dichiarato che diceva tre Rosari al giorno.

Ancora padre Badiali testimonia: “Pregavamo anche assieme… Posso testimoniare che padre Clemente pregava molto e mi diceva: “Se non ci fosse la preghiera, come farei ad essere sempre allegro? Ad accettare tutte le fatiche dei giorni faticosi?”. Secondo le molte testimonianze sulla sua giornata, padre Clemente “aveva sempre il Rosario in mano”, “se non era al lavoro, era in chiesa a pregare”, “faceva molte cose, ma era sempre unito a Dio”.
Aveva raggiunto un tale grado di intimità con Dio, che si traduceva in una “preghiera continua”, secondo la bella espressione di San Luca (21, 36): “Vegliate e continuamente pregate”. Non passava lunghe ore in chiesa perché era molto occupato, ma era sempre intimamente unito a Dio. Un’ultima citazione di padre Badiali: “Egli pregava con tanta devozione e raccoglimento e con grande fedeltà anche quando eravamo nei villaggi pagani. Ci sosteneva molto la Parola di Dio, che era il nostro riferimento costante e il nostro cibo, ci indicava la via di ogni giorno perché il Vangelo è il manuale del missionario. Vismara sopportava tutte le fatiche, nonostante soffrisse di forti dolori alla schiena”.

Roberto Jeekham, teste che ha vissuto con padre Vismara a Mong Ping, ha testimoniato (14): “Ho trent’anni, sono nato nel 1967 e sono coniugato e un laico della parrocchia di Mong Ping. Sono venuto qua con quattro giorni di cammino, perché desidero contribuire alla canonizzazione di padre Clemente Vismara. L’ho conosciuto quando era a Mong Ping e io devo a lui la mia conversione. Infatti io ero animista ed egli mi ha condotto alla fede ed ora sono contento di essere cristiano cattolico. Per quanto io ricordo, padre Vismara era un vero maestro di fede. Ciò che mi convinse a credere in Gesù Cristo fu proprio la grande fede di padre Vismara e la sua grande carità. Egli pregava sempre e insegnava a pregare e ad avere fiducia in Dio, ricordandosi di Lui ogni giorno. Padre Vismara aveva una grande fiducia nella Provvidenza di Dio, nelle sue prediche non mancava l’invito a non perdere mai la speranza; a ricordarsi che Dio ci è vicino ogni giorno e non manca mai di darci ciò di cui abbiamo bisogno, soprattutto se cerchiamo di fare del bene agli altri, ai bisognosi e alle nostre famiglie.
“Egli era bruciato dal desiderio di salvare le anime e non era mai a riposo; era sempre in viaggio nei villaggi per sostenere la fede nei cristiani e andava nei villaggi degli animisti per annuziare il Vangelo. Lo faceva senza paura, con il sorriso sulle labbra, con il suo stile simpatico e disponibile e dare un aiuto a chiunque ne avesse bisogno, soprattutto se erano i piccoli. Io non ho mai sentito nessuno lamentarsi per aver avuto dei suggerimenti sbagliati da padre Vismara. Egli ascoltava e dava il consiglio giusto per ognuno. Era certamente ispirato da Dio, dalla fede e dalla sua preghiera”.

Suor Battistina Sironi delle suore di Maria Bambina, in Birmania dal 1939, per 14 anni con Clemente a Mong Ping, dal 1974 fino alla sua morte nel 1988, nella lunga intervista a padre Piero Gheddo il 17 febbraio 1993 a Kengtung ha detto (15): “Era sempre allegro. Quando aveva dei fastidi cantava, nella sua casa. Allora noi suore chiamavamo i bambini e li portavamo in chiesa a pregare per il padre Clemente, che aveva grane grosse”. Al processo diocesano a Kengtung suor Battistina ha testimoniato (16): “Non ho mai conosciuto un uomo con una fede così grande come padre Clemente. Fu veramente un uomo di preghiera, pieno di pietà e di carità verso tutti, specialmente i poveri e ancor più verso i piccoli. Quando non c’era niente da mangiare, lui mi diceva: ‘Lei stia qui con bambini che io vado in chiesa’. Andava in chiesa a pregare e certamente poco dopo arrivava il riso necessario. Pregava tanto. Non ha mai tralasciato la Messa e la celebrava con grande devozione”.

Non si può educare se non si ama

La sua profonda unione con Dio permetteva a padre Vismara di avere una visione di fede della vita e delle persone che incontrava. Ad esempio, i suoi bambini, presi dalla misera gente di foresta, da villaggi con capanne di fango e di paglia, erano ”selvaggetti” sudici e puzzolenti, denutriti e pieni di malattie come febbri malariche e scabbia, le loro testoline affollate di cimici e pidocchi. Clemente li amava come suoi figli, vedeva in ciascuno di essi l’uomo creato da Dio “a sua immagine e somiglianza”.
“Non si può educare se non si ama” diceva don Bosco e padre Clemente lo dimostrava con la sua stessa vita, manifestando la sua predilezione verso i più piccoli, i più poveri e abbandonati. Li amava come amano un padre e una madre, dando loro tutto se stesso. Proprio amandoli molto riusciva a capirli ed educarli, a trasmettere loro, con le parole e con la vita, i valori cristiani e poi la fede. Era un vero educatore dei giovani: vivendo con lui, anche senza volerlo i piccoli assumevano i tratti caratteristici della sua personalità: l’amore alla vita e la gioia di vivere, prorompente e straripante pur nelle situazioni più drammatiche, la bontà del cuore.

Nonostante l’abisso di età e culturale che esisteva tra il missionario e i suoi piccoli, padre Clemente si metteva sul loro stesso piano: parlava con loro, giocava con loro, pregava con loro, li informava, li interrogava. In ciascuno di essi, anche i più mal messi, vedeva “il piccolo Gesù”.
Educava partendo da questa visione di fede e di amore. Dava la vita per i suoi “orfanelli” e quindi era nella situazione migliore per amarli, per condividere i loro pensieri e sentimenti, per capirli fino in fondo. E poi, era sempre sereno, fiducioso, ottimista. Dava fiducia a tutti i suoi ragazzi, compresi i più discoli. Era sicuro che anche dagli elementi più disastrati, che a volte sembrano irrecuperabili, Dio può trarre germi di Vangelo.
Francesco Aiko, catechista che è stato trent’anni con Clemente a Mongping, ha dato questa testimonianza al processo diocesano: “Padre Vismara era un uomo veramente buono, non faceva preferenze per nessuno, per lui non c’erano i ricchi e i poveri, ma trattava tutti allo stesso modo. Sapeva fare una carità intelligente, perché chiedeva sempre qualche soldo per educare al valore delle cose, ma a chi era veramente povero e impossibilitato a dare anche quel piccolo segno di rinunzia, padre Vismara dava senza chiedere nulla e questi riceveva tutto quello di cui aveva bisogno. Tutti, anche i pagani, dicevano che padre Vismara era ‘molto buono’ e venivano a chiedermi dov’era ‘l’uomo bravissimo dalla lunga barba’. Padre Vismara accoglieva tutti senza rimandare mai nessuno, fossero anche musulmani, indù o buddhisti: tutti erano amici per lui…. Sapeva come rendere contenti i bambini e faceva di tutto per renderli contenti, perché li amava molto” (17).
Ne voleva tanti perché scriveva18: “I ragazzi per crescere bene hanno bisogno di compagni e più sono in tanti e più crescono bene, sia di anima che si corpo. I figli unici sono per lo più pappe fredde. Anche qui ne mettono al mondo tanti, ma è una tristezza, di cinque ne campa uno solo e poi sono anemici, malarici, ecc. Io mi vado sempre più convincendo che il nostro lavoro di missionari dovrebbe cominciare prima a rifare il corpo e poi a salvare l’anima. Senza il corpo, come può l’anima sussistere?”.
III) Amava i suoi ragazzi senza chiedere nulla

Ho conosciuto bene padre Vismara attraverso i suoi articoli e le lettere che ci scambiavamo, lui a Mong Ping e io direttore della stampa Pime a Milano. Ne ho conservate una cinquantina o forse più. In una sua lettera del 1979 scriveva19: “Nel 1924 il vescovo di Toungoo mons. Vittorio Emanuele Sagrada mi diceva: ‘Vismara, lavora adesso che sei giovane, se vuoi riposarti quando sarai vecchio’. Ho lavorato da giovane, ma adesso che ho 82 anni non posso riposarmi, non riesco. Ogni mattino mi alzo alle 4,30, prima che si svegli il sole, vado a vedere i miei ragazzi se dormono bene. Poi vado in chiesa aspettando che arrivino tutti i ragazzi, le ragazze, le suore. Lo sai? Siamo in 200 e tutte le mattine la quasi totalità vengono alla S. Messa e pregano anche per me, anche per te e per tutti coloro che ci aiutano a vivere”.

“Io lavoro non per me, ma solo per Dio”

Fino ai 91 anni quando è morto, padre Vismara non è mai andato in pensione, non si è mai riposato. Aveva conservato nel suo cuore l’ideale e la passione missionaria, non sveva altro scopo nella vita che continuare fino alla fine il suo impegno pastorale e di educatore dei giovani. Nel mondo pagano in cui è vissuto, la vera novità e testimonianza evangelica è stata di amare senza pretendere di essere amato, donare senza aspettarsi riconoscenza.
U Sai Lane, buddhista e grande amico del missionario a Mong Ping, ha dichiarato20: “Quando io gli dicevo: ‘Padre Vismara, tu dai da mangiare a tanti bambini, ma quando diventeranno grandi, loro non ti daranno niente’; lui rispondeva: ‘Io faccio queste cose non per me, ma solo per Dio. Io lavoro per Dio. A me basta amarli come li ama Dio. E se se ne andranno, non importa. Basta che siano brave persone, che credono in Dio, che pregano e cercano di essere buoni’” (Positio, 155).

Era affezionato ai bambini, senza chiedere nulla. Il suo metodo educativo era basato sull’amore gratuito, tenerissimo che vien fuori ad ogni momento. Si mette sullo stesso piano dei suoi piccoli; è anche lui un poveretto, un nullatenente, un orfano che non ha più nessuno. Se un bambino gli dice che ha perso papà e mamma, non ha più famiglia, lui replica: “Anch’io sono come te, non ho più nessuno. Vieni, ci vorremo bene”. Ma poi non li legava a sé in modo indebito, Era un uomo libero, lavorava per Dio e per il bene dei suoi ragazzi, non per se stesso!
Quante riflessioni e applicazioni si potrebbero fare su questo tema. Quante mamme possessive che non lasciano liberi i loro figli, quanti preti e anche parroci che tengono legate a sé le pecorelle dell’ovile e tanti altri casi facili da immaginare. Vismara, quando è uscito da Mong Lin, parrocchia che aveva fondato e coltivato per 32 anni, non ha mai più voluto ritornarci.

Dare grandi ideali ai giovani

Gli orfani di padre Vismara, come sappiamo, venivano da famiglie poverissime e disastrate e avevano sperimentato situazioni disumane di fame, abbandono, violenze fisiche. Come poteva il missionario educarli alla gioia di vivere, all’impegno nello studio, al cristianesimo? Nella sua missione aveva creato per loro un ambiente di accoglienza cordiale e di sicurezza contro i pericoli dall’esterno. Soprattutto non trattava i suoi bambini e ragazzini dall’alto della sua autorità, ma era per loro il padre col quale potevano parlare, esprimersi, giocare. E Clemente dava loro fiducia, li trattava da piccoli uomini, affidava a ciascuno un incarico, un lavoro da svolgere per il bene comune. A poco a poco prendevano coscienza di essere utili alla comunità e crescevano nell’autostima indispensabile per formare personalità adulte.

In un articolo intitolato “Gli orfanelli sono i miei migliori benefattori” Clemente racconta come funzionava il suo orfanotrofio21. Scrive: “I miei benefattori sono i miei ragazzi, mi aiutano a spendere meno, mi fan fare economia”. E spiega. “La principale loro occupazione è fare lo studente. Dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 stanno seduti in scuola a imparare a leggere, a scrivere e far di conto. La vacanza è al sabato e alla domenica. Il lavoro manuale dalle 7 alle 8,30 del mattino, dopo Messa, spesso lavorano anche alla sera, dopo cena. Tutte le mansioni sono distribuite a turno e durano una settimana, eccetto il cuoco che per perfezionare l’arte delicata dura in carica un mese”.
Segue un lungo e particolareggiato elenco di occupazioni dai ragazzini più piccoli a quelli più grandicelli, che lavorano controllati da adulti della missione: pulire ogni giorno cortile chiesa e casa, attingere per tutti l’acqua da bere e da lavarsi, portare al pascolo cavalli e vacche, lavare la biancheria di tutti, fare ogni giorno la spesa al mercato, far da mangiare per tutti, tagliare il bosco, lavorare nell’orto, fare capanne nuove e aggiustare il tetto di paglia di quelle esistenti. La descrizione si dilunga per quattro pagine di libro con tanti particolari interessanti. Vismara dice, in un altro articolo, che i ragazzi imparano facilmente a memoria il catechismo, a leggere ed a scrivere, ma il lavoro manuale è il loro punto debole, ne farebbero volentieri a meno. Ma aggiunge che insegnare lavorare è fondamentale per popolazioni il cui ideale è di poter vivere senza lavorare.
Ecco il tema educativo caro a Clemente: il problema di un educatore, e dare ai giovani grandi ideali di vita, prospettive esigenti di donazione e di sacrificio, presentare loro grandi esempi e nobili figure, non fermarsi al piccolo orizzonte che li circonda. Lui non amava i ragazzi “marmotte”, li voleva vivaci, esuberanti, animati, contro-corrente, non pecoroni che seguono la maggioranza a testa bassa….. Lui cercava di trasmettere l’ideale cristiano, quello incarnato nella sua vita: fede, gioia di vivere, donazione della vita per gli altri, spirito di preghiera e di sacrificio, fiducia nella Provvidenza, visione ottimistica dell’esistenza… E poi li lasciava liberi, rispettava la loro dignità di persone e la loro libertà. Non voleva nulla fatto per forza.
In un racconto intitolato “48 scapellotti dati con amore” (22), Clemente esprime il suo metodo educativo: dare ai ragazzi grandi ideali e grandi mete e poi lasciarli liberi di realizzarli a modo loro. Cioè, rispettava la personalità dei suoi ragazzi, però dava anche a loro grandi ideali di vita.

Nei 10 giorni di chiusura delle scuole dopo la Quaresima buddista, 12 ragazzetti complottano di andare a fare la vacanza presso parenti a Kengtung (104 km. da Mongping). Clemente proibisce ma quelli gli scappano, fanno tutta la strada a piedi e senza un soldo e ritornano puntuali per la ripresa scolastica. Clemente condanna la loro disobbedienza, ma ammira il loro coraggio: “Non sono marmotte”. Aveva promesso 4 scapellotti a ciascuno se fossero fuggiti. Glie li somministra, ma “con amore”. Poi aggiunge: “La disciplina a casa mia non fila dritto per più motivi:
1) Io stesso sono indisciplinato, guai a chiudermi in gabbia.
2) Non ho chi mi aiuti a mantenerla. Ho un giovanotto incaricato dei ragazzi, ma lo fa per mestiere e di mala voglia; mentre coi ragazzi ci vuole un cuore (bella questa osservazione! n.d.r.).
3) Non pretenderete che un uomo ultrasettantenne si metta a correre per fermare i monelli? Ed altri motivi che lascio indovinare al lettore”.
Riflessione conclusiva sulla vicenda: “Il loro ideale era raggiungere la capitale Kengtung e l’hanno realizzato. Se ci fosse stato un ideale più nobile, più alto, lo avrebbero compiuto? Io, monello, dico di sì. Tutto il difficile sta nel far entrare nella loro testa questo nobile ideale e poi lasciarli liberi”.

“Il prete che sorride sempre”

La gente e i suoi ragazzi lo chiamavano “il prete che sorride sempre”. Chi legge i suoi articoli e le sue lettere non può rimanere freddo di fronte a tanta delicatezza per coloro che erano orfani e indifesi.
Un lettore della sua biografia (“Prima del Sole”, EMI 1998), che soffriva di depressione, ha testimoniato: “Dopo la lettura di ‘Prima del sole’, il sole rinasceva anche in me. La gioia era in ogni pagina: il sacrificio, l’isolamento, le difficoltà assumevano un aspetto positivo perché visti e vissuti con una carica vitale sorprendente. Si poteva finalmente scoprire che vivere il cristianesimo non necessariamente equivale a tristezza, chiusura ad ogni aspetto terreno. La gioia è forse il carisma più avvincente di padre Clemente, gioia che scaturisce dal saper scoprire il lato positivo di ogni cosa, dal sentirsi appagati nel donarsi, dal dimenticare se stessi per vivere generosamente per gli altri, dal vivere la certezza di una fede che capovolge i valori effimeri della nostra società materialista ed egocentrica. La gioia di padre Clemente nasceva dalla sua coscienza di vivere in Dio e per Dio, sicuro della sua Provvidenza. La sua frase: ‘Clemente, con l’aiuto di Dio devi cavartela da solo’ è la chiara espressione di un ‘realismo’ provvidenziale e anche di una profonda speranza che lo sosteneva in tutta la sua missione” (23).

Un’altra suora di Maria Bambina, Patrizia Zucchini, missionaria in Birmania dal 1948 al 1966, testimonia: “Non si risparmiava mai e andava anche in foresta per raggiungere tutti i cristiani, soprattutto quando sentiva che c’era qualcuno ammalato. Era contento di poter andare ad aiutare. Non offendeva mai nessuno e cercava di portare la pace. Era un pacificatore, sempre pronto a perdonare… Colpiva il suo atteggiamento sempre gioioso, della gioia del fanciullo, capace di umorismo e barzellette. Il tempo passava veloce quando si stava con lui. Era una persona forte di amore di Dio, carico di fede e di amore, una bella personalità. Certo, anche gli altri missionari erano bravi, zelanti, pieni di fede, ma padre Vismara lo era in modo diverso dagli altri: era eccezionale” (24).

Un papà poetico, “monello” e “discolo”

Grande educatore, padre Clemente, perché poetico, geniale, “monello” o “discolo”, come lui stesso si definiva. Se la intendeva bene con bambini e ragazzini perché la visione che egli aveva della vita, a parte la luce della fede, era molto vicina a quella dei suoi piccoli. Non era invecchiato né si era lasciato indurire dalle difficoltà dell’esistenza, come capita un po’ a tutti noi; si commuoveva, rideva e piangeva come un ragazzo, sempre pronto alla battuta, allo scherzo. Parlando con lui emergeva questa sua qualità, che lo distingueva da tutti gli altri: quando si parlava seriamente e si discuteva, allora era serio, non evitava il dibattito, sapeva ascoltare e ragionare, dimostrava una saggezza profonda di giudizio; ma nella vita quotidiana e nei rapporti con gli altri, aveva mantenuto lo spirito allegro, giocoso di un ragazzo, di un bambino. Quante volte, in quei pochi giorni che sono stato con lui, e leggendo suoi articoli e lettere, mi è venuta alla mente la parola di Gesù: “Se non saprete farvi come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Matteo, 18, 3).

Era un poeta, un solitario, un sognatore, potremmo dire uno spirito libero e contemplativo. Ecco come descrive il suo risveglio al mattino (25): “Come incomincio la mia giornata? Inizio il giorno da poeta. E non esagero. Se sono in casa, appena mi sveglio apro le finestre e alle volte mi capita di stare alla finestra ad attendere i comodi del signor Sole. Com’è bello! Quando vedo quel bel faccione sorridente, forte, rosso più del fuoco che fa capolino dalla montagna, oltre il fiume Mekong, lo fisso in viso come fosse mio fratello, lo saluto. E’ giorno, all’opera!… Rinnovato dalla notte, baciato dal sole, accarezzato da un vento lieve e soave, in procinto di rinnovare il Sacrificio divino, come non gioire, come tacere? Mi vien da cantare! Qualsiasi arietta, anche profana, basta che sia canto, sia rumore, sia sfogo. I ragazzi che passano sotto la finestra per andare a lavarsi, guardano in su, sorridono e magari cantano anche loro fuggendo via veloci”.
La signora Anna Sterpin Migone, moglie di Pietro grande amico e benefatore di Clemente di cui ha conservato tante lettere, ha scritto: “Ciò che colpiva mio marito (e me con lui) era il suo entusiasmo per salvare tante anime, per aiutare i più bisognosi senza risparmiarsi, senza temere disagi e viaggi (in quelle terre così scomode), per raggiungere tutti quanti poteva. E questo lo fece fino agli ultimi giorni di vita… Tutte le lettere di padre Vismara trasudavano fede, fiducia, ottimismo, anche quando descrivevano situazioni difficili e pericolose… Mi colpì sempre la gioia che lo caratterizzava nel suo stare in quell’ambiente così duro” (26).

Quante volte, leggendo questi racconti di Vismara mi scopro a pensare: pensa come sarebbe bello il mondo, se tutti i bambini e le bambine avessero un papà come Clemente! Se tutti avessero delle mamme come le suore di Maria Bambina che lavoravano con Clemente! Cos’è che rendeva formidabili genitori ed educatori padre Vismara e le sue suore? L’intelligenza? NO! L’abbondanza dei beni materiali? NO! La conoscenza della psicologia e della pedagogia? NO, nemmeno per sogno!

Era la fede e la vita secondo il Vangelo. Non avevano altro da donare a quegli infelici orfanelli e orfanelli che questa ricchezza spirituale, che però era tutto e valeva più di tanti altri doni. Chissà se i genitori del nostro paese “cristiano” questo lo capiscono, chissà se insegnanti ed educatori ci pensano qualche volta al fatto che il più grande dono da fare ai loro piccoli è la fede e la vita

Quando uno dei suoi ragazzi gli taglia i capelli con la forbice dice a Clemente: “Sì, adesso sei bello!”, lui ci pensa un po’, sorride contento e intanto pensa: “Ma noi la bellezza l’abbiamo di dentro!” (27). Clemente è l’autentico missionario a servizio dei più poveri, impegnato in campo educativo e sociale, capace di donare la vita per gli altri, ma anche, e prima ancora, testimone e annunziatore di Gesù Cristo con la sua stessa vita. Nessuno l’ha mai preso come un operatore sociale, un organizzatore di consenso politico, un propagandista di qualsiasi ideologia. Per tutti era un prete, un uomo di Dio.

Qui c’è un uomo, un eroe della prima guerra mondiale che, fattosi prete e missionario, ha realizzato il comandamento dell’amore datoci da Gesù e quello che lui definiva l’ideale del missionario: “E’ una creatura fatta non per essere felice, ma per rendere felici gli infelici” (28).
In una lettera appassionata scritta per i ragazzi e i giovani che frequentano il “Congressino missionario” del Pime a Milano nel settembre di ogni anno, li invita a seguirlo e scrive: “Io vi attendo, ragazzi, a braccia protese; andremo pel mondo a rendere felici gli infelici. Raccoglieremo tutti senza chiedere il nome, senza chiedere la fede, nulla chiederemo: a noi basta lenire il dolore, fugare la miseria, donare la speranza, la vita” (29) .

Padre Gheddo a Radio Maria (2011)

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