Come lavora la Caritas in Guinea Bissau – Intervista di Padre Gheddo

Bissau, 12 dicembre 2005, P. Piero Gheddo

   Padre Alberto Zamberletti del Pime è dottore in medicina e dirige la Caritas nazionale della Guinea Bissau. Ecco come funziona la Caitas in un paese africano.

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    Alberto – La Caritas della Guinea ha quattro linee operative nel piano triennale.

     Il primo è quello dell’IDENTTA’ CRISTIANA

    Tutte le strutture della Chiesa devono appropriarsi del concetto Caritas, devono viverlo come proprio ed essenziale alla vita cristiana. Quindi sviluppare il concetto che la Caritas non è solo ricevere i containers dall’Italia e distribuire aiuti ai poveri, ma è sviluppare la propria solidarietà verso il fratello più povero.

    Questo richiede riflessione, richiede sviluppo dell’iniziativa, quello che Giovanni Paolo II ha chiamato “la nuova fantasia della cartità” (n. 50 del “Novo millennio ineuntes”), dove sottolinea che la carità non si può ridurre alla semplice elemosina, ma dev’essere un segno di solidarietà “non umiliante” per l’altro: qui in Africa dicono che bisogna dare al povero la possibilità “di mettersi in piedi”.

    Oggi ci sono molti organismi di ispirazione cristiana in Europa, che si sono laicizzati e secolarizzati. Per essere aperti a tutti pensano che sia importante togliere i simboli e i segni di ispirazione cristiana, mentre in Africa, tutte le Caritas africane (e lo so partecipando ai loro incontri), ci tengono molto all’espressione della propria identità cristiana: la nostra passione e dedizione all’altro viene dalla croce. Questo senso dell’identità cristiana nell’atto di esercitare la caritas qui è molto importante, perché vuol dire rafforzare la propria fede e la propria testimonianza.  La carità autentica viene dalla fede e deve riportarci alla fede. Gli africani usano un paragone: l’anfora in cui si mette l’acqua in casa da consumare, viene messa su un sostegno a tre piedi, se ne togli uno, l’anfora cade. Questi tre sostegni sono la fede, la speranza e la carità, solo così il cristiano vive la carità come atto di adesione e di testimonianza a Cristo.

     Anche in un paese musulmano, fra musulmani tolleranti come questi della Guinea, questa identità cristiana è ben accetta, perché vuol dire che i cristiani ci credono alla loro religione, non hanno bisogno di camuffarsi. Noi poi non imponiamo la nostra identità. Quando una comunità cristiana si sente pronta per avere la Caritas, ci chiamano e noi facciamo una serie di incontri durante la settimana, per dare una formazione allo spirito della Caritas. Se formi bene, accettano e condividono: anche loro vogliono presentarsicon la priopria identità di cristiani, non per imporre agli altri, ma per dare testimonianza della propria fede e speranza.

    Passiamo alla seconda linea, che chiamiamo “ACCESSO ALLA SALUTE”

    Noi non pretendiamo di fare la salute in Guinea, ma vogliamo permettere al popolo di accedere ai servizi della salute e operiamo in collaborazione con lo stato. Non siamo  in opposizione allo stato, ma in collaborazione. In questo quadro ci sono piccoli progetti interessanti: ad esempio la Caritas studia la medicina  naturale e la applica e questo è riconosciuto anche dall’OMS. In questo campo siamo i migliori: abbiamo un gruppo di 40 guaritori che lavorano con le Missionarie dell’Immacolata, ad esempio suor Maria Raudino di Mansoa, infermiera, che si è dedicata a questi studi ed esperienze, produrre medicine naturali con materiale del posto secondo la tradizione africana e ha ottenuto risultati notevoli. Ad esempio, il p. Maro Faccioli, aveva una tosse che non passava ed è guarito rapidamente con la medicina naturale.

     Noi abbiamo sviluppato le medicine naturali che sono utilissime soprattutto dove non arrivano le medicine europee: ad esempio la pietra nera. Non è un toccasana, ma un aiuto: è un assorbente che assorbe i germi negativi del sangue umano e ad esempio, libera dal desiderio della droga e dell’alcool. I nostri guaritori si acquistano una fama notevole. Una volta l’anno noi facciamo a Bissau un’esposizione e vengono qui gli esperti dell’OMS e i grossi organismi internazionali che s’interessano di sanità in Africa. Abbiamo avuto tanti elogi e premi.

   Il principio della medicina naturale è d’ispirazione biblica: il Creatore ha messo vicino ad ogni popolo e ad ogni uomo i rimedi naturali per le sue alattie più comuni, bisogna saperle scoprire e utilizzare. Poi è logico che nel tempo della globalizzazione, l’africano deve anche utilizzaere le scoperte scientifiche di altre parti del mondo, ma è importantissimo conservare le virtù della medicina naturale anche per dare sicurezza a questa gente, che oggi ha soprattutto bisogno di avere più fiducia in se stessa de non aspettare tutto dall’Occidente.

     In questo quadro della sanità abbiamo un programma per la mamma e il bambino, che sono le persone più a rischio. Abbiamo messo dentro anche gli orfani e i gemelli.

   La terza linea sono le urgenze,

     che possono essere la guerra, gli incendi (le capanne di paglia bruciano spesso), le indonazioni, le cavallette, il colera: quest’anno abbiamo avuto 25.000 casi con circa 400 morti, soprattutto in Bissau. Il quartiere più a rischio è quello del mercato, di Bandium (o Pandim),

    L’ultima linea è l’aumento delle opportunità di rendimento.

    E’ per le famiglie e soprattutto le donne, in cui lavora la Nicoletta dell’Alp; è fatta per le donne e anche per i giovani, che devono cogliere le opportunità di lavoro e di rendimento anche economico che si trovano sul posto. Abbiamo delle esperienze interessanti, ad esempio quella di Canjungo, una cooperativa che è partita dal niente e adesso stanno valorizzando le risorse locali in agricoltura e allevamento di animali di piccolo taglio, per le  necessità del mercato  locale che non richiede grandi spese di trasporti. Questa esperienza dimostra che i contadini africani, quando sono organizzati, stimolati e aiutati, si impegnano e hanno successo. Abbiamo incominciato facendo loro un credito e dando loro i pulcini, che prima andavano a prendere fuori: adesso se li fanno loro e li vendono bene, insomma rendono indipendente una piccola regione dall’importazione esterna di prodotti agricoli e di animali piccoli.

   Abbiamo anche altri lavori, artigianato, taglio e cucito….  Bisogna far lavorare la fantasia, trovando i lavori sul posto.

    Questo il programma della Caritas, ma poi sul piano pratico come lo attuate?

    Noi abbiamo una cinquantina in strutture parrocchiali o comunità nelle due diocesi (la Caritas è nazionale e ciascuna si esprime secondo le necessità del posto). Ad esempio, a Gabù e a Bafatà, la nostra “casa delle madri” è molto attiva e apprezzata, perché là le donne muoiono tantissime di parto. La donna che è incinta dell’ottavo mese, che è a rischio per la sua vita o per il bambino, viene ospitata in questa casa, che è un ostello. E’ una struttura molto semplice: noi diamo da mangiare a queste donne che sono assistite e stanno l’ultimo mese in calma. Se la donna ha bisogno di un parto cesareo c’è il medico che lo fa senza che venga un’ambulanza a casa sua, dove sarebbe continuamente disturbata dal marito, dalle amiche, dai bambini ed è in un ambiente igienicamente adatto. E’ tutto molto semplice, è una casa come tutte le altre, con 24 letti. C’è una suora infermiera che le assiste e se necessario chiama il medico. Con 24.000 Euro abbiamo fatto tutto. Poi bisogna convincere le donne che devono stare con noi un mese, poi quando hanno partorito vanno a casa.

     La struttura più comune che abbiamo (sono 28) si chiamano Centri di ricupero nutrizionale”: i bambini che sono denutriti, stanno sei settimane con noi e con una nutrizione appropriata ricuperano la salute. 28 centri finanziarti e guidati da noi, ma sempre in collaborazione con parrocchie, istituti religiosi femminili. Nel Pime abbiamo il progetto K085 per il ricupero nutrizionale dei bambini denutriti, che è diffuso da “Missionari del Pime” e riceviamo aiuti dai nostri amici. Nelle famiglie, il bambino è molto desiderato, ma poi non é seguito, né assistito a sufficienza. Ordinariamente, prima mangiano gli uomini, poi le donne e i bambini, se ne avanza. Il bambino muore facilmente, fin che non è autosufficiente.

    Adesso poi i bambini orfani sono tanti e inoltre bisogna tenere il bambino o il ragazzino nella società, nella famiglia e aiutarlo a crescere nel suoi ambiente. Ad esempio, l’SOS è un giardino delle meraviglie, ma tengono il bambino per anni separato dalla famiglia e dai suoi: cresce benissimo, nutrito, assistito con i cibi e le tecniche più moderne: poi improvvisamente viene rimandato nella società e si trova spaesato. Noi aiutiamo le famiglie bisognose: ogni mese diamo cibo, vestiti, medicine, assistenza medica se hanno bisogno, ma il più possibile lasciamo i bambini (specialmente i gemelli) con le famiglie, con la società e li accompagnamo almeno fino ai cinque anni. Se ne avessimo le possibilità potremmo accompagnarli anche quando vanno a scuola, in modo che crescano  nella società in un ambiente di solidarietà, che é sempre esistita in Africa, ma adesso diminuisce perché oggi c’è il problema della sopravvivenza personale: in un mare di miseria, si salvi chi può.

     Per dirti un esempio recente. Un bambino rimasto orfano di genitori a sei anni: la sorella di sua mamma morta voleva prenderlo con sé, ma il marito non l’ha voluto perché ha già i suoi figli piccoli. Una volta questo non esisteva, oggi è un fatto molto comune. Questo diventa un  “bambino di strada”, muore o diventa un ladro, un brigante o finisce in prigione. Se invece lo assisti e assicuri alla famiglia il cibo e qualcosa d’altro, lo prendono e lo salvano. Ci sono già le “bambine di strada”, quelle che vengono sfruttate, prostitute giovanissime: le chiamano “quelle che vendono le arachidi”, perché uno fa finta di comperare le arachidi e poi s’intende con lei per la prostituzione. La moglie dell’ex Presidente della Guinea ha tentato di fare qualcosa, ma poi quando il marito non è stato più presidente, tutto è finito.

Intervista di Padre Gheddo (2005)

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