Cristiani perseguitati in India – Padre Gheddo a Radio Maria

Come ormai tutti sapete, cari amici di Radio Maria, da almeno dieci anni la vita della minoranza cristiana in India è diventata difficile. Oggi è in corso non una persecuzione generalizzata a tutti i cristiani, anche perché l’India è un vero continente con situazioni diverse da una capo all’altro del paese. Ma è in corso una strategia di attacchi terroristici alle minoranza religiose, che sono soprattutto i musulmani e i cristiani. La maggioranza della popolazione indiana pratica la religione indù che ha qualche millennio di vita e le altre religioni sono considerate non nazionali, quasi nemiche della cultura e tradizione dell’India.

Ecco, vorrei parlarvi di questo tema in tre momenti: primo, la situazione attuale; secondo le cause profonde di questi attacchi ai cristiani; terzo, una riflessione sull’India e il cristianesimo. Sono stato parecchie volte in India, ho scritto anche un libro sull’India e amo molto questo paese e questo popolo di grandi tradizioni religiose: sono convinto che nel continente asiatico, fra i paesi non cristiani l’India è la più vicina a Cristo e avrà un grande ruolo nella diffusione del Vangelo in Asia. Forse anche a questo è dovuta la persecuzione attuale. Il demonio è sempre presente e attivo.

  1. Assalti e violenze contro i cristiani in India

Da pochi mesi giornali e radio-televisioni occidentali hanno cominciato a dare spazio agli attacchi contro i cristiani e le istituzioni cristiane in India. Ma il fenomeno è iniziato in modo consistente da almeno una quindicina d’anni. Nel 1998, dieci anni fa, il ministro degli interni indiano contava in quell’anno 116 aggressioni ai cristiani (con una ventina di morti e molti feriti) la maggioranza nello stato del Gujarat ai confini col Pakistan nel nord India, abitato da una forte minoranza musulmana. Ma negli ultimi anni gli assalti alle chiese, alle scuole, ai cristiani sono continuati aumentando d’intensità in vari stati della federazione indiana, fino a diventare oggi la primo motivo di vergogna per l’India, la massima democrazia del mondo, che però non riesce a porre termine a queste violenze contro le minoranze religiose.

Si tratta di fatti ripetuti e gravissimi, non di episodi isolati. Siamo di fronte aun piano che si sta realizzando in varie parti dell’India: spaventare i cristiani perché tornino all’induismo o emigrino all’estero, in modo da distruggere la presenza della Chiesa cattolica e anche delle Chiese protestanti, che danno fastidio. Si parla molto di persecuzione contro i cristiani in Cina, in Vietnam e in vari paesi islamici, ma quanto succede in India negli ultimi tempi non è meno grave e dovrebbe essere più ricordato dalla stampa e televisioni dell’Occidente.

L’India è un continente con un miliardo e 50.000 abitanti. Le minoranze religiose sono soprattutto i musulmani, circa 140 milioni (13%) e i cristiani circa 35 milioni (il 3%), metà cattolici e metà protestanti. La guerra religiosa che si sta svolgendo in alcune parti dell’India è soprattutto di violenze reciproche contro i musulmani, concentrati soprattutto negli stati al confine col Pakistan, Kashmir, Punjab, Rajasthan, Gujerat, Maharashtra. I musulmani rispondono colpo su colpo, i cristiani non nutrono sentimenti di rivalsa e di vendetta e diventano facilmente il capro espiatorio dei partiti e gruppi indù estremisti.

Nel 2008 lo stillicidio degli attacchi ai cristiani dell’India è continuo e si verifica in più di metà dei 28 stati che appartengono alla Federazione indiana. Per citare un caso recente, nello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano dal 1855 (cioè da 153 anni) i missionari del Pime, il 16 agosto scorso un padre Carmelitano indiano, padre Thomas Pandippallyil di 38 anni, è stato assassinato mentre si recava in un villaggio per celebrare la messa domenicale. Il cadavere presentava diverse ferite al volto, mani e gambe spezzate e gli occhi strappati dalle orbite. L’arcivescovo di Hyderabad ha affermato che il giovane padre Thomas è un vero martire della fede e ha denunciato un crescente clima di “violenze contro i cattolici nel Paese”. E’ una violenza cieca e senza freni, spesso particolarmente crudele.

Ultimamente è venuto alla ribalta lo stato dell’Orissa nel nord-est indiano, non nuovo a violenze estremiste indù. Sono anni che l’Orissa è uno degli stati in cui i cristiani maggiormente soffrono persecuzione, anche perché i partiti dell’estremismo indù ottengono la maggioranza nelle votazioni e governano lo stato.

Nel corso del 2007 sono stati più di cento gli assalti a parrocchie e istituzioni cristiane in Orissa e anche nel 2008 i fatti di violenze contro i cristiani sono stati, fino ad agosto una media di uno ogni quattro-cinque giorni, in realtà parecchi di più perché non tutti sono segnalati.

L’Orissa è uno degli stati più arretrati e più poveri dell’India,con circa 36 milioni di abitanti, dei quali il 40% sono fuori casta o tribali, due categorie marginalizzate e discriminate dalla società indiana. Fra questi poveri lavorano le Chiese cristiane, ottenendo anche conversioni al cristianesimo. Questo spiega il motivo fondamentale dell’accanimento che gli estremisti indù manifestano contro i cristiani in Orissa.

La sera del 23 agosto 2008 il leader fondamentalista indù Swami Laxanananda Saraswati e cinque suoi seguaci sono uccisi durante una cerimonia religiosa. La polizia ha subito detto che gli autori dell’assassinio dello Swami erano i terroristi maoista, che poi hanno rivendicato l’attentato e confermato le indagini, ma gli estremisti indù hanno dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno iniziato il pogrom col grido “Uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”. Ecco un elenco sommario di queste violenze dato dall’agenzia “Asia News”.

La sera di sabato 23 agosto, appena appresa la notizia della morte del leader indù, due suore della congregazione del Preziosissimo Sangue di Gesù a Kothaguda sono fermate da un gruppo di assalitori, che le hanno fatte scendere dal veicolo al quale danno fuoco. Il conducente è  picchiato selvaggiamente; un’altra vettura che trasporta delle religiose è fermata e data alle fiamme.  

La mattina di domenica 24 agosto cominciano gli assalti a diverse chiese, peraltro poco gremite per paura di questi assalti. È il preludio all’escalation delle violenze che si registrerà lungo tutta la giornata: verso le 5,30 del pomeriggio è assaltato il centro sociale Jan Vikas, dell’arcidiocesi di Cuttack Bhubaneswar; la folla  incendia auto, moto e tutti i documenti. Alle 6 del pomeriggio la folla incendia il centro pastorale di Divya e poi attacca la parrocchia di Baliguda, nel cuore del distretto di Kandhamal, già teatro di violenze tra il 24 e il 26 dicembre del 2007. Gli assalitori danneggiano sia il convento che il centro di accoglienza adiacente. Attacchi simili si registrano verso le 6.30 dello stesso pomeriggio alla chiesa cattolica di Kanjamedi, seguita da altre tre chiese sempre nella zona. Nella notte vengono dati alle fiamme anche 12 negozi appartenenti a Dalit di fede cristiana. Violenza sessuale ai danni di una giovane suora cattolica della diocesi di Cuttack-Bhubaneswar che lavorava per i servizi sociali di Nuagaon: i fondamentalisti indù  hanno poi bruciato completamente l’edificio.

Lunedì 25 agosto: alle 7 del mattino alcuni seguaci del leader radicale indù, Laxanananda Saraswati, prendono d’assalto la chiesa cattolica di Phulbani, causando gravi danni all’edificio. Sempre la mattina del 25 agosto, si registra un assalto alla casa vescovile e alla curia di Bhubaneswar. Solo la presenza della polizia ha fatto sì che gli assalitori si allontanassero, non prima di aver lanciato pietre e oggetti contro le pareti dell’edificio, distruggendo numerose finestre.

Verso le 13 viene assalito Jamai Pariccha, direttore del Gramya Pragati, ente cattolico impegnato nel sociale e nei servizi di assistenza. La moglie, di religione indù, chiedeva pietà per il marito ma la folla non le dava retta: i fondamentalisti continuavano a picchiarlo urlando a pieni polmoni: “È un cristiano e lo uccideremo!”. L’uomo è ricoverato in un ospedale il cui nome non è stato diffuso per evidenti motivi di sicurezza. Le sue proprietà, inclusa l’auto, sono state distrutte. Un episodio simile si registra un’ora più tardi, verso le due del pomeriggio, nell’abitazione di un insegnante cattolico – Puren Nayak– a Bhudansahi, la cui casa è data alle fiamme. Si racconta di donne indù che indicavo agli uomini le abitazioni dei cristiani e offrono il kerosene per dar fuoco agli edifici.

Nel pomeriggio vengono uccisi la missionaria laica Rafani Majhi di 21 anni, arsa viva mentre cercava di salvare i bambini di un orfanotrofio della missione di Bargarh, e un uomo, anch’egli bruciato vivo a Kandhamal. Nell’attacco all’orfanotrofio è ferito in modo grave anche un prete, ricoverato in ospedale per ustioni multiple in tutto il corpo.

P. Thomas Challan, direttore del Centro per la pastorale diocesana a Kanjimendi – distante meno di un chilometro dal luogo dove lavorava la suora violentata – e una religiosa, Suor Meena, sono feriti gravemente durante l’assalto al Centro pastorale, distrutto dalle fiamme. Entrambi i feriti sono trasportati alla stazione di polizia, mentre gli agenti cercano di arrestare le gravi emorragie. La sera del 25 presa di mira anche la parrocchia di Sankrakhol, saccheggiata e data alle fiamme. Il parroco, p. Alexandar Chandi, si è salvato solo perché è riuscito a nascondersi nella vicina foresta prima che i fondamentalisti lo catturassero. P. Bernard Digal, che in quel momento si stava recando in visita all’amico prete, si è trovato dinanzi la folla inferocita e si è dato alla fuga: la sua jeep è stata distrutta. In seguito, però, padre Digal è stato nuovamente aggredito ed ora è in gravissime condizioni in ospedale. Attaccato anche il convento di S. Giuseppe, le suore si salvano facendo perdere le proprie tracce all’interno della foresta. Verso le 23.30 sono state saccheggiate 17 case di cristiani a Raikia, tutti i loro – miseri – averi sono distrutti.

Nel corso della giornata del 25 agosto si registrano diversi assalti a chiese in varie zone del distretto fra cui: la chiesa di Budamaha, la chiesa di Masadkia, la chiesa di Pisermaha, la chiesa battista e la chiesa redentorista a Mondakia, la chiesa di Mdahupanga. Una pattuglia di poliziotti è messa a guardia della chiesa di Jeypore, sotto la minaccia di attacchi imminenti: secondo fonti della sicurezza vi sarebbero oltre 200 fondamentalisti pronti ad assaltarla, mentre il parroco e un confratello hanno abbandonato la struttura trovando rifugio in casa di amici.

Nel distretto di Bargarh, una folla composta da 2mila fanatici assale e distrugge varie chiese, prendendo di mira preti e suore. A Padampur, p. Edward Sequira è picchiato in maniera barbara: al momento è vivo, ma le sue condizioni sono gravi per le numerose ferite riportate e non ha ancora ripreso conoscenza.

Da Tiangia arriva la conferma della morte di un fedele cattolico, Vikram Nayak, letteralmente fatto a pezzi da una folla inferocita. Altri due sono feriti nell’assalto, morendo nelle ore successive a causa delle gravi ferite riportate e per la mancanza di medicine. Nello stesso villaggio in cui è avvenuto il massacro, numerose case di famiglie cattoliche sono date alle fiamme, mentre gli abitanti si rifugiano nella foresta, tre persone muoiono per asfissia, mentre le loro case sono bruciate.

Martedì 26 agosto: nella mattinata, nel villaggio di Tiangia, tre persone muoiono per gli incendi appiccati alle loro abitazioni. Verso le 11.30 una folla prende di mira il villaggio di Badimunda, nel distretto di Kandhamal: la locale chiesa e cinque case sono date alle fiamme. I due missionari, un verbita e un gesuita, sequestrati lunedì 25 riescono a sfuggire dalle mani dei loro rapitori: padre Simon Laksa e padre Xavier Tirkey, denudati e picchiati, sono riusciti a mettersi in salvo. Ora si trovano al sicuro nella loro comunità.

Scusatemi cari amici di questo lungo elenco di violenze anti-cristiane, ripeto nel solo stato di Orissa in pochi giorni alla fine dell’agosto 2008. Nei primi quindici giorni dopo l’inizio delle violenze i cristiani uccisi erano 27. Ma questo elenco certamente incompleto dimostra come non si tratta di episodi isolati, ma di un vero e proprio piano per eliminare la presenza dei cristiani nello stato di Orissa.

Il governo centrale, dopo le proteste nazionali e internazionali, ha ordinato alla polizia di intervenire con maggiore fermezza per riportare la calma nella regione, imponendo il coprifuoco, con l’ordine di sparare a vista. Si registrano scontri a fuoco fra fondamentalisti indù e forze dell’ordine, nei pressi del villaggio di Barakhama: sotto i colpi muoiono altre quattro persone. Il coprifuoco è esteso da quattro a sette cittadine, ma questo non ha impedito la distruzione di centinaia di edifici e proprietà appartenenti ai cristiani, oltre al danneggiamento di numerose chiese.

II) Perché questa persecuzione anti-cristiana in India?

Per capire i motivi di questa avversione e persecuzione per i cristiani dell’India, bisogna capire l’induismo e l’organizzazione della società indiana sulla base delle caste. L’induismo è l’unica grande religione senza un fondatore, un assieme di credenze, superstizioni, mitologie, purificazioni rituali e modi di vivere formatosi in millenni di storia, che oggi si identifica con la cultura e la nazione indiana.

L’Induismo non è una religione organica come cristianesimo e islam. Accetta e assorbe tutto, come il buddhismo. Ho visitato tanti templi, sedi di associazioni religiose e monasteri indù e spesso vi ho trovato immagini di Gesù Cristo o di santi e personaggi cristiani venerati come lo sono le loro divinità: oltre a Gesù Cristo, ho visto Maria SS.ma, Papa Giovanni XXIII, Madre Teresa, San Francesco Saverio, il primo beato indiano Joseph Vaz, della congregazione di San Filippo Neri che evangelizzò lo Sri Lanka nel 1600 e altri. Gandhi diceva : “I like Christ, but not christians”, Io amo Cristo ma non i cristiani. Così si può dire degli estremisti indù oggi: Cristo lo accettano come figura carismatica, icona della vita donata per gli altri, ma i cristiani danno fastidio. Vediamo perché.

L’induismo è fondato su due basi, una religiosa, l’altra culturale-sociale:

a) La legge del “karma” e la reincarnazione delle anime. Ogni uomo è libero di fare il bene o di fare il male e quando muore sarà ricompensato o punito secondo il suo “karma”, cioè le azioni compiute nella vita precedente. Chi ha fatto il bene rinascerà in una casta superiore, fino ad essere un bramino e poi non rinasce più, quando muore si ricongiunge con Dio (Brahman); chi invece muore con un karma negativo rinasce in una casta inferiore e in un animale magari un cane o una scimmia, o un moscerino. Quindi se uno è un bramino e gode di tutti i privilegi, è giusto che sia così, perché nella sua vita anteriore aveva un karma positivo; se invece è un paria, è meglio per lui restare paria, intoccabile, schiavo, perché nella vita posteriore avrà un karma positivo. L’uguaglianza di tutti gli uomini è cosa assurda.

b) Su questa base filosofico-religiose, si fondano le caste, la rigida divisione della società indiana in caste, che hanno dato stabilità ma anche immobilità all’India. Secondo la tradizione, ogni casta aveva i suoi compiti, i suoi lavori, nobili o meno nobili, impossibile il passaggio da una casta all’altra. Questo ha creato nei secoli una società gerarchicamente ordinata, stabile, con precisi diritti e doveri per ciascuno, solidarietà profonda fra i membri della stessa casta (“uno per tutti e tutti per uno”); e ha impedito l’arrivismo sociale, lo schiavismo, il formarsi di famiglie ricchissime e altre poverissime nella stessa casta. Soprattutto, le caste hanno prodotto la pace all’interno della società. Infatti l’India non mai avuto guerre civili o rivoluzioni o guerre verso l’esterno e nemmeno ipotesi o l’aspirazione ad una “lotta di classe”. Uno studioso inglese dell’India, George Birdwood, ha scritto: “Finchè gli indiani saranno legati alla casta, l’India sarà l’India; ma quando aboliranno le caste, l’India sarà qualcosa d’altro e non più l’India tradizionale”. Il sistema delle caste spiega in gran parte la stabilità e la continuità della civiltà indiana. Però anche la sua immobilità per secoli e millenni.

Perché la persecuzione anti-cristiana in India? L’ho chiesto a un mio confratello indiano del Pime, oggi in Italia, padre Anthony Thota, che mi ha detto:

1) “Il primo motivo è di natura sociale, il cristianesimo distrugge le caste dall’interno e noi cristiani lavoriamo per migliorare le condizioni di vita dei dalit, gli intoccabili, i paria. Le scuole cattoliche educano i loro bambini e le famiglie, costruiamo ospedali, orfanotrofi, opere sociali, cooperative, tentiamo di dare ai poveri una coscienza della loro dignità e dei loro diritti e li aiutiamo a crearsi una vita migliore. Il sistema di vita indù si basa sull’immobilità delle caste e sul fatto che i dalit restino ignoranti, manodopera a buon mercato per l’agricoltura e altri lavori pesanti. Noi cristiani indiani siamo pochi e apparteniamo alle basse caste o ai paria, gli intoccabili. Quindi la discriminazione nei nostri confronti è doppia: siamo intoccabili e siamo cristiani”.

L’opera sociale dei missionari si è sempre rivolta alla promozione delle classi più povere e marginali. Fra i ”fuori casta” (o dalit, o paria, oggi sono circa 150 milioni) e i tribali (altri 80 milioni) le missioni hanno svolto un ruolo grandioso riconosciuto anche dai governi indiani: hanno dato ai poveri una coscienza della loro dignità e dei loro diritti. Chiunque visita le regioni abitate da paria o da tribali, a distanza di 20-30 e più anni, può testimoniare la profonda rivoluzione sociale realizzata senza alcuna violenza, ma solo con l’educazione delle persone. Da quasi mezzo secolo visito l’India e l’Andhra Pradesh dove lavorano i missionari italiani del Pime e ogni volta mi meraviglio dei passi giganteschi compiuti dagli stessi paria.

Lasciatemi citare un’esperienza personale. Nel 1964 un confratello mi aveva portato nel villaggio di paria di Beddipally nello stato di Andhra Pradesh, dove abbiamo amministrato 62 battesimi di convertiti, povera gente, veramente miserabili come livello di vita eppure pieni di gioia nel diventare cristiani,. Una festa per me indimenticabile. Siamo stati due giorni nel villaggio dormendo per terra nella cappella di fango e paglia e sono venuto a sapere che quel villaggio di paria faceva parte del villaggio di indiani di casta, che stavano al di là di una divisione fatta di fitti rami spinosi. Lo stesso villaggio diviso in due, ma la gente di casta, pur essendo anch’essa molto povera, aveva la scuola, il mercato, il tempio, il pozzo pubblico per l’acqua e altre piccole comodità. I paria non avevano nulla, vivevano proprio nel fango e nella miseria più assoluta, dovevano fare una lunga strada per andare a prendere acqua, i bambini non andavano a scuola, ecc.

Ho chiesto al mio confratello: “Perché questi paria non fanno qualche protesta, una manifestazione per ottenere il diritto almeno di avere l’acqua e la scuola?”. Il missionario mi dice: “Tu non capisci niente dell’India. Questi sono nati paria e morranno paria, questa è la loro sorte e sono sereni, non capiscono nemmeno che potrebbero avere molto di più. Il Vangelo aprirà le loro menti e darà loro la coscienza di essere uomini come gli altri, quindi con i loro diritti di fronte allo stato”.

Allora ho capito che il Vangelo cambia la società, non con la violenza o la rivoluzione violenta, ma educando le persone e dando ai poveri la coscienza della loro dignità di persone e dei loro diritti e aiutandoli ad elevarsi a poco a poco.

L’ultima volta che sono stato in India nel 2005, cioè 44 anni dopo la prima, ho ancora visitato le regioni evangelizzate dal Pime in Andhra Pradesh e ho visto che un nostro missionario, padre Augusto Colombo, ha fondato due università per i paria (ingegneria e medicina), perché i paria fanno ancora difficoltà a trovare un posto nelle università statali; e ho incontrato ingegneri e medici paria che vengono dalle scuole cattoliche. E’ facile capire gli interessi che stanno dietro a chi non vuole questa promozione dei fuori casta!

2) Il secondo motivo che spiega le persecuzioni ai cristiani è culturale-politico.

Alla radice degli eccessi del nazionalismo indiano c’è il problema che agita e disturba culturalmente e politicamente tutti i paesi colonizzati e influenzati profondamente dall’Occidente cristiano: la ricerca dell’identità nazionale.

E’ un problema molto sentito, che consiste in questo: la cultura e i modi di vita moderni, importati o imitati dall’Occidente, e che in fondo sono ispirati al cristianesimo, contrastano profondamente con le loro religioni, culture, tradizioni, mentalità e rischiano di distruggerle. Questo succede anche nei paesi islamici.

Dall’anno dell’indipendenza nel 1947, la vita politica in India è stata dominata dal Partito del Congresso di Gandhi e di Nehru, partito laico filo-occidentale, ma con grande rispetto e considerazione per la religione nazionale. Ma negli ultimi tempi, con lo sviluppo economico e sociale del paese, sono nati i partiti indù, in difesa dell’induismo, come identità del popolo indiano. Il programma comune di questi partiti e associazioni è questo: “Il vero indiano e l’indù, gli altri sono tollerati ma se non fanno proselitismo, se non rovinano la cultura e l’identità nazionale”.

I cristiani sono tollerati e rispettati, ma se uno si converte dall’induismo al cristianesimo subito si grida al “proselitismo”. Lo stesso Gandhi, negli anni trenta del Novecento, aveva lanciato la campagna nazionale contro le conversioni al cristianesimo. E diceva: “Ammetto le conversioni libere da una religione all’altra, non mi piace il modo di agire dei missionari cristiani, che aiutano i più poveri per convertirli”.

Gandhi sognava una società indiana moderna ma religiosamente ispirata e rispettosa dei diritti dell’uomo , definiva i paria “harijans”, cioè figli di Dio, e avrebbe voluto uno sviluppo economico che mantenesse la semplicità della vita rurale e di villaggio con la religiosità tradizionale dell’induismo. Però oggi, soprattutto nelle città, le caste a poco a poco vanno scomparendo, almeno nella vita quotidiana sui tram, i treni, i ristoranti, gli ufficie con le caste tutto un complesso di riti, purificazioni rituali, comportamenti sociali che caratterizzano l’India. L’India ha dichiarato fin dall’inizio l’abolizione del sistema delle caste, anche se questo sopravvive in concreto nella vita del popolo. Non c’è ancora assolutamente l’integrazione psicologica del popolo indiano.

Ecco perché sono nati associazioni religiose e partiti politici che si propongono di riportare l’India all’Induismo, strumentalizzando la religiosità del popolo per la conquista del potere politico e indicando nelle minoranze religiose, soprattutto nei cristiani, i principali responsabili della deriva laicista della società indiana. Ne è nata l’ideologia “hindutva”, cioè il nazionalismo religioso indiano, cioè indù.

Si possono citare diversi di questi movimenti e partiti. Il primo è il RSS (o RSSS) (Rashtriya Swayamsevak Sangh, Associazione dei volontari per il servizio della nazione) che ha lo scopo di “consolidare l’unità indù contro il proselitismo musulmano e cristiano”. L?assassino di Gandhi il 30 gennaio 1948 era un affiliato a questa associazione, che si è radicata e affermata in ogni settore della vita indiana, nella cultura e mezzi di comunicazione, nei sindacati e nelle scuole e università.

Poi vengono altri movimenti indù politicizzati, il “Jana Sangh” (fondato come partito nel 1951), nato nel 1966 che ha numerosi rappresentanti ìn Parlamento: il “Viswa Hindu Parishad”(Movimento mondiale per l’induismo), che si propone di unificare le varie sette dell’induismo e di combattere le conversioni dall’induismo al cristianesimo.

Infine bisogna citare il“Baratiya Janata Party”, il capofila dei partiti indù. Fondato nel 1980 da Artal Bihari Vajpayee, che poi è stato primo ministro dell’India, si propone di difendere l’identità nazionale dell’India valorizzando l’induismo come fondamento dell’identità indiana e combattendo i missionari cristiani e musulmani.

III) Si può essere cristiani e indu’?

In questa terza parte della nostra catechesi vorrei spiegare perché ritengo che, nonostante questa semi-persecuzione contro i cristiani che è in atto da alcuni decenni, l’India è secondo me il paese dell’Asia non cristiana che è più vicino, come cultura religiosa di fondo, a Gesù Cristo.

In sintesi si può dire che quando alla metà dell’Ottocento l’India è diventata colonia britannica e le missioni cristiane hanno cominciato ad agire sul suolo indiano, sono sorti riformatori religiosi dell’induismo, con la precisa intenzione di modernizzare la religione nazionale, per evitare che l’India perdesse la sua tradizione religiosa diventando in tutto simile all’Occidente materialista. Tra gli studiosi e le classi colte dell’India s’è formata la convinzione che “l’Oriente è spirituale e l’Occidente materialista”. Non è così, ma questa la mentalità comune anche oggi in India. Ci vedono come una civiltà sviluppata tecnicamente, ricca, evoluta, ma senz’anima.

L’induismo era rimasto immobile per migliaia di anni, nell’Ottocento e Novecento ha tentato e sta tentando di rinnovarsi in vari modi, ma sostanzialmente continuando la tradizione spiritualista della cultura indiana e purificandola da quanto era radicalmente contrario allo spirito della civiltà moderna portata dall’Occidente all’India. Ad esempio, interpretando le scritture indù al lume della ragione, introducendo nella religione tradizionale quelle forme di aiuto al prossimo più povero proprie delle missioni cristiane, tentando di organizzare la religione nazionale in un corpo unito a livello nazionale, fondando associazioni laicali di appoggio con scopi culturali e di militanza religiosa.

Questo vasto movimento religioso, che non si può riassumere in poche righe, ha trovato la sua espressione in numerose comunità religiose e guru spirituali, che ancora hanno un buon influsso sul popolo indiano.

Tutti conosciamo il Mahatma Gandhi (1869-1948), protagonista del movimento non violento per l’indipendenza dell’India, il quale diceva che la sua teoria della non violenza veniva dalla lettura del Vangelo e soprattutto dalle Beatitudini.

Ma anche Vivekananda (1863-1902) fondatore della “Ramakrishna Mission”, meno famoso di Gandhi nel mondo, che ha avvicinato l’India all’Occidente e al cristianesimo. Non era contrario a imparare dall’Occidente perché ne riconosceva le qualità. Voleva che l’India imparasse dall’Occidente la scienza e la tecnologia, insieme alla sua capacità organizzativa e al suo senso pratico ma, al tempo stesso, che conservasse inalterato il proprio elevato ideale morale e spirituale. L’egoismo degli indiani benestanti lo faceva soffrire. Li condannava per il loro egoismo, perchè cercavano solo il proprio interesse, indifferenti a ciò che capitava agli altri. Vivekananda attirava la loro attenzione sulle misere condizioni in cui versavano le masse popolari: analfabete, sempre al limite della sopravvivenza, superstiziose e vittime dell’oppressione delle caste superiori e dei ricchi proprietari terrieri. E portava l’esempio per missionari cristiani invitando ad imitarli.

Ad una comunità di monaci indù scrisse:Abbandonate i vostri misticismi che vi indeboliscono. E’ l’amore l’anima del mondo. Per questo amore il Cristo ha donato la sua vita per l’umanità. Adorate Dio nei poveri. A noi occorre una religione che ci dia fiducia in noi stessi e il rispetto degli altri. Se voi volete servire Dio, servite l’uomo”.

Alcuni riformatori dell’induismo sono stati profondamente influenzati da Gesù Cristo e dal Vangelo e anche dall’azione dei missionari cristiani per i poveri, fatto assolutamente nuovo nella storia dell’India. Quando stava nascendo il nazionalismo indiano, espresso nel 1885 dalla nascita del “Congress Party” (Il Partito del Congresso) che ha dominato la politica indiana fino a vent’anni fa, l’ispirazione della cultura indiana è stata religiosa e con molte voci di ammirazione per il cristianesimo, non atea e anti-clericale come in Europa con l’illuminismo, l’idealismo, il nazismo, il marxismo, l’anti-clericalismo. D’altra parte, la cultura indiana è dominata dallo spirito. La filosofia indiana non arriva al concetto di spirituale, ragionando a partire dalle cose materiali, come sembrerebbe logico. Per essa l’esistenza dello spirito è evidente, da questa si parte per arrivare alle cose materiali e spesso non arriva a mettere i piedi per terra, non prende contatto con la realtà!

La filosofia e la cultura indiana sono spiritualiste, il loro marchio è spirito-centrico, non solo, ma porta con sè una tendenza antica: la ricerca di Dio nella vita dell’uomo, che non conosce Dio e deve cercarlo. Un valore questo che prepara l’incontro con Cristo, com’è successo a Gandhi, Vivekananda, Vinoba Bhave e altri.

Nel 1977, in uno dei miei viaggi in India, ho visitato il monastero del monaco benedettino inglese Beda Griffith lungo il fime Kavery, uno dei fiumi sacri dell’India vicino alla città di Trichinopoly nel Tamilnadu (India del sud-est). Beda Griffith (1906 – 1992), con una lunga esperienza di incontri con i guru indiani, mi diceva: «Vedi, in Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio e questo è ateismo pratico. Crediamo di essere cristiani e di avere la fede in Dio, ma quando vieni in India ti accorgi che noi siamo atei nella vita. I guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione, cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono davvero la vita per cercare quel Dio che non conoscono. Noi cristiani, invece, che abbiamo la Rivelazione,ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica, che ci allontana dall’esperienza di Dio. Infatti, Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero ».

E aggiungeva che il suo ashram era frequentato da diversi indù, in genere persone colte, che venivano a sentire il guru cristiano. Diceva: “La cultura indiana di fondo è molto religiosa, anche le persone che sembrano più lontane da Dio dedicano qualche tempo alla ricerca di Dio e alla preghiera”.

Quando faccio queste esperienze e studio questa forte ispirazione religiosa e anche evangelica nella nascita dell’induismo moderno, mi viene la tristezza, pensando che in Italia non si sa nulla di questo, che è secondo me uno dei massimi segni di speranza per il futuro del cristianesimo in Asia.

Pochi anni fa si è svolto in India un convegno nazionale su questo tema: “Può l’India raggiungere lo sviluppo dell’America seguendo la via indicata da Gandhi?”. Gli esperti hanno concluso che Gandhi non voleva affatto che l’India raggiungesse l’America nel suo modello di sviluppo tecnocratico ed economico, anzi rifiutava positivamente uno sviluppo materialista, che comporti la perdita dei valori spirituali e morali. Gandhi aveva in mente il progresso spirituale dell’uomo e del popolo, ma era anche convinto che questo non è possibile se la società non è libera dallo sfruttamento economico e dalla miseria. S’impegnò a fondo per la liberazione dei poveri, dei paria, ma mettendo sempre alla base di tutto i valori religiosi e morali, la vita religiosa. Voleva un’India progredita ma anche spirituale, perché la religione è la forza basilare per la trasformazione dell’uomo e della società: fece leva sulla fede e i simboli dell’induismo, introducendo però una lettura nuova della religione tradizionale attraverso l’accoglienza delle Beatitudini evangeliche.

Il tempo che stiamo vivendo, anche in presenza della persecuzione anti-cristiana che va fermata, è un tempo di svolta per la missione della Chiesa nel continente India, che sta camminando a grandi passi verso lo sviluppo economico, il benessere e il mondo moderno. Quale fisionomia prenderà l’induismo, dopo il processo di demitizzazione delle sue tradizioni e i grandi cambiamenti che stanno avvenendo nella società indiana? Sono convinto che l’India e l’induismo sono più vicini a Cristo di quanto possiamo immaginare.

La sfida per le Chiese cristiane è proprio questa: di proporre Cristo in modo credibile, e la sentono fortemente anche le Chiese protestanti indiane, più presenti dei cattolici nel mondo culturale e politico. Ecco il valore del dialogo inter-religioso che la Chiesa ha intrapreso: aiutare l’induismo, con sincero rispetto e ammirazione, a conservare i suoi valori spirituali, morali, religiosi, ancorando la sua sete di “assoluto” nella problematica dell’indiano di oggi.

Una forte spinta a questo dialogo l’ha data Giovanni Paolo II nel suo viaggio in India del febbraio 1986. Con grande rispetto e ammirazione per la tradizione religiosa dell’India e i suoi guru (Gandhi primo fra tutti), il Papa ha lanciato da Goa, la città di San Francesco Saverio, il suo appello: “Lavoriamo tutti insieme per una civiltà di pace e di amore, nella quale tutti gli esseri umani saranno ispirati dal grande ideale di servire Dio e i loro simili”.

Padre Gheddo a Radio Maria (2008)

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