Cristiani perseguitati in India – Padre Gheddo su “Asianews”

  1. orissa_IndiaR375_26ago08I) Perché la persecuzione anti-cristiana in India?

     L’induismo è l’unica grande religione senza un fondatore, un assieme di credenze, superstizioni, mitologie, purificazioni rituali e modi di vivere formatosi in millenni di storia, che oggi si identifica con la cultura e la nazione indiana. Non è una religione organica come cristianesimo e islam. Accetta e assorbe tutto. Ho visitato tanti templi e monasteri indù e vi ho trovato immagini di Gesù Cristo, di santi e personaggi cristiani venerati come le loro divinità: Maria SS.ma, Giovanni XXIII, Madre Teresa, San Francesco Saverio, il primo beato indiano Joseph Vaz che evangelizzò lo Sri Lanka nel 1600. Gandhi diceva : “I like Christ, but not christians”, Io amo Cristo  ma non i cristiani. Così gli estremisti indù: Cristo lo accettano come figura carismatica, icona della vita donata per gli altri, ma i cristiani danno fastidio. Vediamo perché.

 

L’induismo è fondato su due basi, una religiosa, l’altra culturale-sociale:

  1. a) La legge del “karma” e la reincarnazione delle anime. Ogni uomo è libero di fare il bene o il male e quando muore sarà ricompensato o punito secondo il suo “karma”, cioè le azioni compiute nella vita precedente. Chi ha fatto il bene rinascerà in una casta superiore, fino ad essere un bramino e poi non rinasce più, quando muore si ricongiunge con Dio (Brahman); chi invece muore con un karma negativo rinasce in una casta inferiore e in un animale, magari un cane o una scimmia. Se uno è un bramino e gode di tutti i privilegi, è giusto che sia così, perché nella sua vita anteriore aveva un karma positivo; se invece è un paria, è meglio per lui restare paria, schiavo, perché nella vita seguente avrà un karma positivo. L’uguaglianza di tutti gli uomini è assurda.
  2. b) Su questa base filosofico-religiosa, si fonda la rigida divisione della società indiana in caste. In passato, ogni casta aveva i suoi compiti, i suoi lavori, nobili o meno nobili, impossibile il passaggio da una casta all’altra. Questo ha creato nei secoli una società gerarchicamente ordinata, stabile, con precisi diritti e doveri per ciascuno, solidarietà profonda fra i membri della stessa casta (“uno per tutti e tutti per uno”); e ha impedito l’arrivismo sociale, lo schiavismo, il formarsi di famiglie ricchissime e altre poverissime nella stessa casta. Soprattutto, le caste hanno prodotto la pace all’interno della società. Infatti l’India non mai avuto guerre civili o rivoluzioni e nemmeno ipotesi di una “lotta di classe”. Il sistema delle caste spiega in gran parte la stabilità e la continuità della civiltà indiana. Però anche la sua immobilità nei millenni.

 

Perché la persecuzione anti-cristiana in India? L’indiano padre Anthony Thota del Pime mi dice:

1) “Il primo motivo è di natura sociale, il cristianesimo distrugge le caste e noi cristiani lavoriamo per migliorare le condizioni di vita dei dalit, gli intoccabili, i paria. Le scuole cattoliche educano i loro bambini, costruiamo ospedali, orfanotrofi, opere sociali, cooperative, tentiamo di dare ai poveri una coscienza della loro dignità e dei loro diritti e li aiutiamo a crearsi una vita migliore. Il sistema  di vita indù si basa sull’immobilità delle caste e sul fatto che i dalit restino ignoranti, manodopera a buon mercato per i lavori pesanti. Noi cristiani indiani siamo pochi e apparteniamo alle basse caste o ai paria, la discriminazione nei nostri confronti è doppia: siamo intoccabili e siamo cristiani”.

L’opera sociale dei missionari si è sempre rivolta alla promozione delle classi più povere e marginali. Fra i ”fuori casta” (o dalit, o paria, oggi sono circa 150 milioni) e i tribali (altri 80 milioni) le missioni hanno svolto un ruolo grandioso riconosciuto anche dai governi indiani: hanno dato ai poveri una coscienza della loro dignità e dei loro diritti. Chiunque visita le regioni abitate da paria o da tribali, a distanza di 20-30 e più anni, può testimoniare la profonda rivoluzione sociale realizzata senza alcuna violenza, ma solo con l’educazione delle persone. Da quasi mezzo secolo visito l’India e l’Andhra Pradesh dove lavorano i missionari italiani del Pime (dal 1855) e ogni volta mi meraviglio dei passi giganteschi compiuti dai paria.

Nel 1964  un confratello mi ha portato nel villaggio paria di Beddipally nello stato di Andhra Pradesh, dove abbiamo amministrato 62 battesimi di convertiti, povera gente, veramente miserabili come livello di vita eppure pieni di gioia nel diventare cristiani. Una festa per me indimenticabile. Due giorni nel villaggio dormendo per terra nella cappella di fango e paglia e sono venuto a sapere che quel villaggio di paria faceva parte del villaggio di casta, che stavano al di là di una divisione fatta di fitti rami spinosi. Lo stesso villaggio diviso in due, ma la gente di casta, pur essendo anch’essa molto povera, aveva scuola, mercato, tempio, pozzo pubblico per l’acqua. I paria non avevano nulla, vivevano nel fango e nella miseria più assoluta, una lunga strada per andare a prendere acqua, i bambini non andavano a scuola, ecc. Ho chiesto al mio confratello: “Perché questi paria non protestano per ottenere il diritto almeno di avere l’acqua e la scuola?”. Il missionario mi dice: “Questi sono nati paria e morranno paria, questa è la loro sorte e non capiscono nemmeno che potrebbero avere molto di più. Il Vangelo aprirà le loro menti e darà loro la coscienza di essere uomini come gli altri”. Allora ho capito che il Vangelo cambia la società non con la violenza o la rivoluzione violenta, ma educando le persone e dando ai poveri la coscienza della loro dignità e dei loro diritti e aiutandoli ad elevarsi.

     Nel 2005 ho ancora visitato l’Andhra Pradesh, padre Augusto Colombo ha fondato due università per i paria (ingegneria e medicina), perché i paria fanno ancora difficoltà a trovare un posto nelle università statali. E’ facile capire gli interessi che stanno dietro a chi non vuole questa promozione dei fuori casta!

 

2) Il secondo motivo che spiega le persecuzioni ai cristiani è culturale-politico.

Alla radice degli eccessi del nazionalismo indiano c’è il problema che agita e disturba tutti i paesi colonizzati e influenzati profondamente dall’Occidente cristiano: la ricerca dell’identità nazionale. La cultura e i modi di vita moderni, importati dall’Occidente e ispirati dal cristianesimo, contrastano con le loro religioni, culture, tradizioni, mentalità e rischiano di distruggerle.

Dall’anno dell’indipendenza nel 1947, la vita politica in India è stata dominata dal Partito del Congresso di Gandhi e di Nehru, partito laico filo-occidentale, ma con grande rispetto e considerazione per la religione nazionale. Ma negli ultimi tempi sono nati i partiti in difesa dell’induismo, con questo programma: “Il vero indiano e l’indù, gli altri sono tollerati se non fanno proselitismo, se non rovinano la cultura e l’identità nazionale”. I cristiani sono tollerati, ma se uno si converte al cristianesimo subito si grida al “proselitismo”.

Gandhi sognava una società indiana moderna ma religiosamente ispirata e  rispettosa dei diritti dell’uomo, definiva i paria “harijans”, cioè figli di Dio, e avrebbe voluto uno sviluppo economico che mantenesse la semplicità della vita rurale e di villaggio con la religiosità tradizionale dell’induismo. Però oggi, soprattutto nelle città, le caste a poco a poco vanno scomparendo almeno nella vita quotidiana e con le caste tutto un complesso di riti, purificazioni, comportamenti sociali che caratterizzano l’India. La Costituzione dichiara l’abolizione delle caste, che sopravvivono nella vita del popolo. Ecco perché associazioni religiose e partiti politici si propongono di riportare l’India all’Induismo, indicando nelle minoranze religiose, cristiani e musulmani, i principali responsabili della deriva laicista della società indiana. Ne è nata l’ideologia “hindutva”, cioè il nazionalismo religioso indiano, cioè indù.

 

Si possono citare diversi movimenti e partiti. Il primo è il RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh, Associazione volontari per il servizio della nazione) che vuole “consolidare l’unità indù contro il proselitismo musulmano e cristiano”, radicato in ogni settore della vita indiana. Poi vengono altri movimenti indù politicizzati, il “Jana Sangh” nato nel 1966 che ha numerosi rappresentanti ìn Parlamento: il “Viswa Hindu Parishad” (Movimento mondiale per l’induismo), che vuole unificare le varie sette dell’induismo e combattere il “proselitismo” dei cristiani. Infine bisogna citare il “Baratiya Janata Party”, il capofila dei partiti indù. Fondato nel 1980 da Artal Bihari Vajpayee, che poi è stato primo ministro dell’India, si propone di difendere l’identità nazionale dell’India valorizzando l’induismo come fondamento dell’identità indiana e combattendo i missionari cristiani e musulmani.

 

  1. II)  L’India speranza del Vangelo in Asia?

      In questa seconda parte vorrei spiegare perché ritengo che l’India è secondo me il paese dell’Asia non cristiana più vicino, come cultura nazionale, a Gesù Cristo. Quando alla metà dell’Ottocento l’India è diventata colonia britannica e le missioni cristiane hanno cominciato ad agire, sono sorti riformatori religiosi, con l’intenzione di modernizzare la religione nazionale, per evitare che l’India perdesse la sua tradizione diventando simile all’Occidente materialista. Tra gli studiosi e le classi colte dell’India s’è formata la convinzione che “l’Oriente è spirituale e l’Occidente materialista”. Non è così, ma questa la mentalità comune anche oggi in India. Ci vedono come una civiltà sviluppata, ricca, ma senz’anima.

L’induismo era rimasto immobile per migliaia di anni. Nell’Ottocento e Novecento ha tentato e sta tentando di rinnovarsi in vari modi, sostanzialmente continuando la tradizione spiritualista della cultura indiana e purificandola da quanto è radicalmente contrario allo spirito della civiltà moderna portata dall’Occidente. Ad esempio, interpretando le scritture indù al lume della ragione, introducendo nella tradizione l’aiuto al prossimo più povero, tentando di organizzare la religione nazionale a livello nazionale, fondando associazioni laicali di appoggio con scopi culturali e di militanza religiosa. Questo movimento ha trovato la sua espressione in numerose comunità religiose e guru spirituali, che ancora hanno un forte influsso sul popolo indiano.

 Tutti conosciamo il Mahatma Gandhi (1869-1948), protagonista del movimento non violento per l’indipendenza dell’India, il quale diceva che la sua teoria della non violenza veniva dalla lettura del Vangelo e soprattutto dalle Beatitudini. Ma anche Vivekananda (1863-1902) fondatore della “Ramakrishna Mission”, meno famoso di Gandhi nel mondo, che ha avvicinato l’India all’Occidente e al cristianesimo. Voleva che l’India imparasse dall’Occidente la scienza e la tecnologia, ma che conservasse inalterato il proprio elevato ideale morale e spirituale. L’egoismo degli indiani benestanti lo faceva soffrire. Li condannava per il  loro egoismo, perchè cercavano solo il proprio interesse, indifferenti a ciò che capitava agli altri. Vivekananda attirava la loro attenzione sulle misere condizioni di vita delle masse popolari e portava l’esempio dei missionari cristiani invitando ad imitarli.

Ad una comunità di monaci indù scrisse:Abbandonate i vostri misticismi che vi indeboliscono. E’ l’amore l’anima del mondo. Per questo amore il Cristo ha donato la sua vita per l’umanità. Adorate Dio  nei poveri. Se volete servire Dio, servite l’uomo”.

 

Quando stava nascendo il nazionalismo indiano, espresso nel 1885 dalla nascita del “Congress Party” (Il Partito del Congresso) che ha dominato la politica indiana fino a vent’anni fa, l’ispirazione della cultura indiana è stata religiosa e con molte voci di ammirazione per il cristianesimo, non atea e anti-clericale come in Europa con la massoneria, l’illuminismo, l’idealismo, il nazismo, il marxismo, l’ateismo, l’anti-clericalismo. La filosofia indiana è spiritualista, non arriva al concetto di spirituale, ragionando a partire dalle cose materiali, come sembrerebbe logico. Per essa l’esistenza dello spirito è evidente, da questa si parte per arrivare alle cose materiali e spesso non arriva a mettere i piedi per terra, non prende contatto con la realtà!

La filosofia e la cultura indiana sono spiritualiste, il loro marchio è spirito-centrico, non solo, ma porta con sè una tendenza antica: la ricerca di Dio nella vita dell’uomo, che non conosce Dio e deve cercarlo. Un valore questo che prepara l’incontro con Cristo, com’è successo a Gandhi, Vivekananda, Vinoba Bhave e altri.

Nel 1977 ho visitato il monastero del monaco benedettino inglese Beda Griffith lungo il fiume sacro Kavery, vicino alla città di Trichinopoly nel Tamilnadu (India del sud-est). Beda Griffith (1906 – 1992) mi diceva: «Vedi, in Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio. Crediamo di essere cristiani e di avere la fede in Dio, ma quando vieni in India ti accorgi che noi siamo atei nella vita. I guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono la vita per cercare quel Dio che non conoscono. Noi cristiani, invece, che abbiamo la Rivelazione, ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica, ma Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero ». E aggiungeva che il suo ashram era frequentato da diversi indù, in genere persone colte, che venivano a  sentire il guru cristiano. Diceva: “La cultura indiana è molto religiosa, anche le persone che sembrano più lontane da Dio dedicano qualche tempo alla ricerca di Dio e alla preghiera”.

    Il tempo che stiamo vivendo, è un tempo di svolta per la missione della Chiesa nel continente India, che sta camminando a grandi passi verso lo sviluppo economico, il  benessere e il mondo moderno. Quale fisionomia prenderà l’induismo, dopo il processo di demitizzazione delle sue tradizioni e i grandi cambiamenti che stanno avvenendo nella società indiana? Sono convinto che l’India e l’induismo sono più vicini a Cristo di quanto possiamo immaginare. Ecco il valore del dialogo inter-religioso: aiutare l’induismo a conservare i suoi valori spirituali, morali, religiosi. Una forte spinta al dialogo l’ha data Giovanni Paolo II in India nel febbraio 1986, quando ha lanciato da Goa il suo appello: “Lavoriamo tutti insieme per una civiltà di pace e di amore, nella quale tutti gli esseri umani saranno ispirati dal grande ideale di servire Dio e i loro simili”.
Piero Gheddo
Asianews
settembre 2008

 

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