Cristiani perseguitati in Pakistan – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, nelle mie catechesi vorrei parlarvi sempre di fatti positivi delle giovani Chiese e delle missioni, raccontare i bei esempi dei missionari. Ma purtroppo sono costretto a parlarvi spesso di cristiani perseguitati, perchè oggi la realtà delle missioni soprattutto in Asia è questa e voi sapete che la “missione alle genti” si svolge specialmente specialmente in Asia. Nel continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e dove i cristiani sono circa il 4-5% dei quasi quattro miliardi di asiatici (tutti gli esser umani 3,6 miliardi),il problema numero uno delle giovani Chiese è la piena libertà religiosa, che esiste solo in quattro paesi: Giappone, Corea del sud, Taiwan e Filippine. Si possono aggiungere, con diversi limiti, Hong Kong, Singapore, Thailandia e basta! Nel resto dell’Asia, col regime comunista al potere (Cina, Vietnam, Corea del Nord, Laos, Birmania) o perché c’è una maggioranza musulmana o per altri motivi di nazionalismo religioso come in India e in parte Sri Lanka, la piena libertà religiosa non esiste.

Il caso del Pakistan è uno dei più gravi, perché si può dire che le Chiese cristiane sono veramente perseguitate, in modo così sistematico e organico che sembra si vogliano eliminare i cristiani dallo stato pakistano. E questo non a causa di un governo totalitario che perseguita il cristianesimo (come Cina, Vietnam, Iran e Arabia Saudita), ma perché la grande maggioranza del popolo pakistano segue l’onda dell’islam estremistico, che vede nel cristianesimo il nemico numero uno.

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Il Pakistan ha 160 milioni di abitanti per circa 800.000 kmq, quasi tre volte l’Italia. Ci sono stato tre volte e l’ho visitato bene. E’ un paese turisticamente molto bello e le montagne più alte della terra (il K2 conquistato la prima volta dagli italiani) e grandi possibilità di sviluppo per le terre e le risorse naturali di cui dispone. Ma è un paese quasi totalmente islamico e come sapete l’islam non si è ancora integrato nel mondo moderno: il Pakistan, che possiede la bomba atomica, ha ancora un 54% dei suoi abitanti che sono analfabeti e le donne più dell’80%.

Il 14 agosto 1947 l’Inghilterra concesse l’indipendenza al continente indiano. Nascevano i due stati dell’India e del Pakistan, divisi unicamente dalla diversa religione della maggioranza dei loro popoli: indù in India e musulmani in Pakistan. Il parto delle due nazioni fu particolarmente difficile e sanguinoso. Infatti era una sola India, ma la minoranza islamica temeva di andare sotto un governo indù. Sebbene Gandhi e Nehru avessero promesso e poi fondato il nuovo stato indiano con un governo laico, il Padre della Patria pakistana, Alì Jinnah non si fidava e le masse musulmane volevano avere il loro stato separato, appunto il Pakistan, anch’esso diviso in due regioni: il Pakistan occidentale ai confini con Iran e Afghanistan e quello orientale che era la parte del Bengala islamizzato: in tutto circa 100 milioni di indiani, contro i 300 circa rimasti in India.

Il 1947 è ancora ricordato come un anno incubo dalle popolazioni interessate. Infatti, appena nascono i due stati, masse di indiani indù si spostano verso l’India e masse di indiani musulmani verso il Pakistan, per trovarsi a casa loro. Si calcola che in quell’anno di pazzia collettiva, le lotte fratricide fra indù e musulmani causarono da due a tre milioni di morti, 12-15 milioni di profughi da una parte o dall’altra, oltre ai feriti e alla perdita di molti beni, case, industrie, negozi, perchè ovunque si incendiavano le case dei fuggitivi in modo che non avessero a ritornare sui loro passi.

Nei sessant’anni trascorsi da quel 1947, l’India è cresciuta come un paese democratico e negli ultimi vent’anni, da quando ha abbandonato l‘economia di tipo socialista secondo il modello dell’URSS adottando il libero mercato, ha iniziato un rapido progresso economico e sociale. Oggi l’India con più d’un miliardo di abitanti, ha 1.025 dollari di reddito medio pro capite, il Pakistan 524 e il Bangladesh 389 dollari. Queste cifre sono indicative del diverso sviluppo che ha prodotto una democrazia laica, pur aperta alle varie religioni, e un regime totalitario chiuso dall’islam di fronte al mondo moderno. D’altra parte, il Pakistan è catalogato dall’ONU al 133° posto fra i paesi del mondo come indice di sviluppo umano, non solo economico, ma di promozione dei diritti dell’uomo.

Il Pakistan ha molte risorse naturali, ma il suo sviluppo è ostacolato anzitutto dall’islam integrista e poi dalla complessità di un paese non unito, ma profondamente diviso, anzitutto in molte etnie e tribù diverse, ciascuna con la propria lingua, tradizioni, storia, territorio; poi diviso nella stessa appartenenza comune all’islam, fra sunniti e sciiti, fra estremisti e moderati che si fronteggiano in una lotta feroce. Pare che la legge sulla bestemmia non sia tanto rivolta contro i cristiani, ma contro le fazioni nemiche dell’islam. Così pure il terrorismo è rivolto anzitutto contro i governi che si mostrano sostanzialmente moderati e filo-occidentali, come l’ultimo del generale Musharraf, che proteggeva i cristiani e le altre minoranze religiose. Secondo gli analisti internazionali, il recente attacco (30 novembre) alla capitale finanziaria e industriale dell’India Mumbai (al 1995 Bombay), sarebbe stato progettato e realizzato dagli estremisti islamici pakistani per destabilizzare il nuovo governo del presidente Zardari a Islamabad e rinfocolare la guerra latente fra India e Pakistan, in modo da gettare nel caos il loro stesso paese!

Per concludere questa introduzione, bisogna dire che la radice delle dittature e guerre del Pakistan, come del mancato sviluppo economico-sociale e dell’estremismo religioso, sta nella decisione iniziale del 1947 di separarsi dall’India per avere uno stato islamico. In Pakistan, come in genere in tutti gli altri paesi islamici, la grande maggioranza della popolazione non è entrata nel mondo moderno. E’ vero, prendono della modernità molti prodotti come televisione, automobile, computer, case moderne, medicina moderna, ma con la testa e il cuore sono ancora al tempo dei califfi, i successori di Maometto che governavano il mondo islamico ed erano capi religiosi, politici e militari dell’Islam. Questo spiega perché su una trentina di paesi a maggioranza islamica, nessuno di essi è pienamente democratico rispettoso dei diritti dell’uomo e della donna, della libertà religiosa, della separazione tra fede religiosa e politica.

Parte Prima – La gravità delle persecuzioni anti-cristiane

Il Pakistan è uno dei paesi in cui l’estremismo islamico è più diffuso e organizzato e dove la sopravvivenza delle comunità cristiane è resa assai precaria da minacce e discriminazioni. I cristiani sono poco più di 3 milioni su una popolazione di 165 milioni di abitanti, ma nonostante l’esiguo 2 per cento rappresentano la minoranza religiosa più numerosa del paese. I fatti che dimostrano l’aggravarsi della situazione dei cristiani e delle altre minoranza religiose non vengono da violenze isolate, ma come sbocco di una progressiva presa di coscienza dell’identità nazionale fondata sull’islam, da cui nasce l’intolleranza verso i diversi, i non musulmani.

Non è stato sempre così: dall’indipendenza ad oggi il Pakistan ha di fatto subito una crescente “islamizzazione”. Nel 1947 Mohammad Ali Jinnah, padre fondatore del Pakistan, sancisce la parità dei diritti e dei doveri per i cittadini “senza distinzioni di razza, di casta, di sesso e di appartenenza religiosa”. Egli garantisce la “libertà di culto”, perché essa non dipende dagli “affari dello Stato”, e promulga la Costituzione del paese in cui si afferma la nascita della “Repubblica del Pakistan”. Ma qualche anno dopo, le sue direttive sono sconfessate dai leader politici e religiosi del paese. Quando il paese incontra difficoltà di qualsiasi genere, economiche, militari, di contrasti interni molto forti, il popolo si rivolta contro il governo e rinasce l’integrismo religioso, quasi come risposta ultima e suprema alle angosce popolari: la salvezza sta nel ritorno al Corano e all’islam puro e duro!

Nel 1964 il generale Ayub Khan abroga la Costituzione, proclama la legge marziale e aggiunge il prefisso “Islamica” al nome dello Stato. I legislatori ribattezzano il paese “Repubblica Islamica del Pakistan”, aggiungendo alla Costituzione precetti e direttive tratte dal Corano e dalla Sunnah (la tradizione islamica, specie gli esempi di Maometto).

Sono stato la prima volta in Pakistan nel 1964, 16 anni dopo l’indipendenza, e la situazione era ancora questa, anche se i cristiani si sentivano “cittadini di seconda categoria”, Ma in genere non c’era ancora vera discriminazione. Qualche caso singolo l’avevo registrato, ma la situazione era tranquilla e pacifica.

Tutto è cambiato a partire dal 1971 con la guerra civile per la nascita del Bangladesh. Il Pakistan orientale si ribella a quello occidentale perché il governo era a Islamabad e gli investimenti statali erano quasi tutti per la parte occidentale del paese, che imponeva addirittura la lingua “urdu” come lingua nazionale anche al Bengala Pakistano, dove si parla il bengalese, una delle lingue più musicali dell’India, in passato definita “l’italiano dell’India”; lingua antichissima con una ricca produzione letteraria. Basti ricordare il Premio Nobel per la Letteratura, il bengalese Tagore. La sanguinosissima guerra civile dura solo nove mesi dall’aprile al dicembre 1971 (anche qui i morti ammazzati sono stati dai due ai tre milioni di persone!) e finisce con l’intervento dell’esercito inglese in Bengala, a sostegno dei “mukti bahini”, i partigiani dell’indipendenza bengalese.

Nel 1972, quando il Pakistan orientale, cioè il Bengala, si separa da quello occidentale, questa sconfitta dell’orgoglio nazionale provoca la rinascita del radicalismo islamico. Nel 1973 l’islam diventa religione di Stato, alcuni precetti e le leggi coraniche vengono applicati anche ai non-musulmani. L’attuale Costituzione prevede che presidente e premier siano entrambi musulmani; anche gli alti funzionari del paese devono giurare fedeltà “all’ideologia islamica”.

L’opera di “islamizzazione” continua col dittatore Zia Ul Haq (1977-1988), che nel 1979, in collaborazione con i fondamentalisti religiosi, emana norme basate sul Corano e sulla Sunnah (cioè la tradizione islamica) per colpire i non-musulmani. Ad esempio, la separazione degli elettori e degli eletti: i musulmani votano per i politici musulmani e i non musulmani per quelli cristiani o indù, che hanno una piccola quota di rappresentanti in Parlamento. Questo provvedimento riduce i non musulmani (i “dhimmi”, non credenti) ad un ghetto politico, peggiorando la loro immagine pubblica e il loro complesso di inferiorità. Infine, i cristiani, come gli appartenenti ad altre minoranze religiose, sono discriminati nei posti di lavoro, non fanno carriera nell’esercito, nelle amministrazioni statali e in parte anche nelle ditte private. Inizia una progressiva islamizzazione di tutta la vita pakistana, scuola, università giornali, politica, radio-televisione e via dicendo. Anche se il Pakistan ha saputo mantenere una certa libertà di stampa e di televisione, non sottomesse al controllo dello stato.

Sono andato la seconda volta in Pakistan nel 1982 e mi dicevano che c’era una fortissima pressione dell’opinione pubblica, espressa dai giornali e dai partiti politici, per introdurre la legge islamica come legge di stato. Infatti nel 1986 esce la legge sulla bestemmia contro Allah, il Corano e l’Islam, che oggi è alla base delle persecuzioni contro i cristiani e nel 1991 è entrata in vigore la legge che stabilisce la Legge coranica (cioè la Shariia) come legge di stato.

Un rappresentante delle Chiese protestanti, incontrato nella casa episcopale di Rawalpindi dov’era venuto per un incontro ecumenico, mi diceva: “Noi cristiani, in una società così rigidamente e totalmente islamica, siamo un po’ come una escrescenza, una verruca su un corpo sano. Ci lasciano vivere,ma ci sentiamo sempre estranei alla vita nazionale, specie da quando governo e stampa insistono sempre sull’identità fra islam e Pakistan. Il buon pakistano è un fedele dell’islam, si ripete continuamente e si insegna nelle scuole fin dalla più tenera età. E noi chi siamo?”.

L’amico luterano temeva un peggioramento della situazione e mi faceva vedere un volume del Mawlana Mawdudi, il saggio islamico e ideologo dello stato pakistano, nel quale si legge che l’islam è ideologia dello stato, dando a questa parola non il significato negativo che ha in Occidente, ma positivamente vuol dire che “l’islam è l’ideale della nostra patria”, fondamento comune a tutti i cittadini.

Secondo Mawdudi, mi diceva sempre l’amico luterano pakistano, queste sono le norme per le minoranze religiose:

  1. I cittadini si dividono in musulmani che credono nell’ideologia di stato e altri che non ci credono. Solo i primi sono titolari di pieni diritti civili.
  2. I non musulmani possono essere chiamati a collaborare nell’amministrazione dello stato, ma non possono avere responsabilità politiche e amministrative rilevanti.
  3. Essi hanno i diritti che sono concessi loro dalla “Sharia”, la legge coranica o legge islamica.
  4. Per i non musulmani rimane sempre la porta aperta di aderire ai princìpi dell’islam e di diventare così cittadini come gli altri.

Nel 1982 l’islam era ormai l’elemento unificante della nazione pakistana e le cerimonie religiose in qualsiasi atto pubblico sono ancor oggi obbligatorie sempre e ovunque. Non solo ma i segni del dominio islamico nella società si moltiplicavano: donne velate, bambine rifiutate a scuola e ragazze all’università, tribunali islamici che giudicano fatti civili e matrimoniali secondo la legge islamica e con valore civile, cultura popolare e azionale fortemente anti-occidentale e anti-cristiana.

Seconda parte – Perché la situazione dei cristiani è peggiorata

La situazione attuale dei cristiani in Pakistan oggi è quasi di vera persecuzione. Non per volontà del governo e del parlamento nazionali, ma per la forza dell’opinione pubblica e dei gruppi estremisti islamici, fra i quali fiorisce un islam radicale, mantenuto vivo dalla predicazione nelle moschee, scuole coraniche, associazioni laicali islamiche, finanziato soprattutto dai “paesi del petrolio” (Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Emirati arabi). Le minoranze religiose sono “discriminate” e nel paese si respira “un’atmosfera di intolleranza religiosa”, mentre i leader religiosi continuano l’opera di “islamizzazione”. Lo denuncia l’annuale rapporto sulla libertà religiosa in Pakistan, da parte del governo USA, come anche molti gruppi e attivisti per i diritti umani all’interno del paese. Gli attivisti denunciano “leggi religiose discriminatorie” e “un’atmosfera di intolleranza religiosa” contro i non-musulmani; il presidente Musharraf ha condannato più volte violenze settarie, ma i rimedi presi per far cessare gli scontri sono stati inefficaci.

La svolta radicale contro la libertà religiosa in Pakistan avviene nel 1986 con l’approvazione della Legge sulla bestemmia e nel 1991 quando è entrata in vigore la Shari’ah (la legge islamica basata sui precetti del Corano).

E poi la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein in Irak (1990-1991), le due guerre in Afghanistan e in Irak (2002-2003), il continuo peggioramento dei rapporti fra israeliani e palestinesi e la presenza nel nord-ovest e nel sud-ovest pakistano di molte basi dei “talebani” afghani hanno peggiorato la situazione anche in Pakistan. Tutto questo conferma i musulmani di tutto il mondo di quanto dicono gli imam nelle moschee e nelle scuole coraniche (madrasse), che l’Occidente cristiano, e quindi i cristiani, sono il primo e vero nemico dell’islam.

Da allora sono aumentate in misura esponenziale le violenze e gli abusi dei fondamentalisti islamici verso le minoranze in Pakistan. Un solo esempio, nel 1997 oltre 20 mila estremisti islamici hanno attaccato una cittadina cristiana, Shanti Nagar (nel Punjab): hanno distrutto 1500 case, l’80% del villaggio è stato dato alle fiamme; 14 le chiese e cappelle rase al suolo.

Con l’introduzione della Shari’ah, le conversioni dall’islam ad altra religione sono punite con la pena di morte; il sistema elettorale separato (SES) in vigore fino al 2002 ha favorito la discriminazione religiosa, impedendo la formazione di una vera democrazia. I matrimoni civili non esistono; essi sono validi solo se vengono celebrati secondo un rito islamico, ma qui sorgono i contrasti nei casi di conversione. Se un maschio si converte all’Islam, il precedente matrimonio rimane valido, ma se è la donna a convertirsi, il matrimonio celebrato secondo il rito della precedente religione è privo di valore. I figli di una donna convertita all’Islam sono “illegittimi” se il marito non si converte o la donna non si separa.

Il ministero per gli affari religiosi, creato a sostegno della libertà di religione, opera secondo il principio coranico “L’Islam è la sola religione accettabile agli occhi di Dio”. Esso dice di usare il 30% del proprio budget per assistere le minoranze, ma le cifre vengono smentite dalla commissione nazionale Giustizia e Pace della conferenza dei vescovi pakistani: citando stime governative, essi affermano che il governo spende solo il 19% del budget mensile per le minoranze religiose.

Le pressioni sulla comunità cristiana si sono un po’ ridotte sotto il presidente militare generale Musharraf (colpo di stato del 1999, dimissioni nel settembre 2008), che ha emanato varie norme a difesa delle minoranze religiose, ma non si sono ridotte le minacce da parte dei circoli islamici fondamentalisti, a causa anche della cosiddetta “legge sulla bestemmia” del 1986, che col comma b prevede la prigione per chi oltraggia il Corano e col comma c la morte per chi offende il profeta Maometto. Un alto rappresentante della Chiesa cattolica dichiarava un anno fa ad un giornalista: “Lo so che a voi europei non piace che noi cristiani appoggiamo Musharraf. E’ un militare, antidemocratico, viola la Costituzione. Però ci difende ed è l’unico disposto a farlo contro il potere montante dei mullah”. Poi, nel settembre 2008 Musharraf ha dato le dimissioni e al suo posto è salito Zardari, marito della leader Benazir Bhutto, uccisa pochi mesi prima. Un governo democratico dopo uno militare, ma probabilmente vittoria anche dell’estremismo islamico, appoggiato in campo elettorale dalla maggioranza del popolo pakistano.

Nel 2004 il Parlamento ha approvato dei provvedimenti legislativi volti a ridurre la portata della “legge della blasfemia”, ma nonostante ciò continuano a verificarsi notevoli abusi nel suo utilizzo, come il ricorso strumentale per delazioni, vendette personali, atti di ritorsione contro avversari politici da parte dei musulmani integralisti. In pratica succede questo: bastano due testimoni musulmani che dicano al giudice che un cristiano ha offeso Maometto o il Corano e subito scatta il carcere, il giudizio di un tribunale e la condanna: carcere o addirittura la pena di morte. E’chiaro che con un’opinione pubblica fortemente contraria ai cristiani, è facile far condannare chiunque e usare contro i cristiani questa accusa anche per vendette e contrasti personali.

Il direttore del settimanale cattolico del Pakistan, incontrato a Jakarta pochi anni fa, mi diceva che nei loro articoli e notizie non citano mai né Allah né il Corano né Maometto e anche tra i cristiani queste sono parole proibite. I sacerdoti nella predicazione non citano mai parole che si riferiscono all’islam, possono essere interpretati male e sono guai. (lo stesso ho sentito in Indonesia e Malesia da parte dei giornali cattolici locali).

Ecco alcuni esempi raccontati da “Asia News” del 2008. Il 13 aprile un gruppo di musulmani si presentano nella casa di Sattar Masik, cattolico di 28 anni della cittadina di Kotri nella provincia del Sind, con un foglio in mano sul quale c’è la fotografia del giovane d scritte blasfeme contro Maometto, firmate da lui stesso. Sattar si difende che lui non ha mai scritto nulla del genere. Il geupo se ne va, ma il venerdì, durante la preghiera alla moschea, l’imam informa la gente che è stato trovato un foglio offensivo contro Maometto nella cassetta delle donazioni. E mostra il foglio con la foto di Sattar e il suo indirizzo. I fedeli, infuriati, marciano sulla casa del giovane per ucciderlo, ma interviene la polizia, che arresta Sattar, senza nessuna prova o mandato di arresto, e lo porta in carcere. Qui è battuto e torturato perché confessi di aver scritto quelle bestemmie. Sattar nega e allora arrestano lo zio di Sattar e suo figlio. Il primo è rimasto in carcere alcuni mesi e poi liberato, ma dato il sospetto di essere partecipe alle bestemmie del nipote, viene licenziato dal posto di lavoro.

Secondo caso. La signora Nasreen Parvez, morto il marito, con la figlia Razia di 13 anni vanno a servizio nella casa di un musulmano di Sialkot, loro vicino di casa, Muhammad Ikram. Alla fine del primo mese di lavoro Muhammad si rifiuta di pagare le due donne e, insieme a sua moglie, le sequestra strappando loro crocifissi che portano al collo. Chiedono alle due di convertirsi all’islam e davanti al loro rifiuto vengono picchiate e torturate. La notte le legano con catene per impedirne la fuga. Razia viene sfregiata al piede con un coccio di bottiglia. Poi tornano a casa e un giorno Muhammad le minaccia di uccidere i membri della loro famigliare non si convertono all’islam o se tentano di scappare. Nazreed risponde: “Potete ucciderci, ma non ci convertiremo”.

Terzo caso, Due ragazze cristiane, Saba e Anila sono state rapite da casa loro il 25 giugno scorso dal villaggio di Chowk Munda nella provincia del Punjab, e a novembre non erano ancora tornate a casa. La maggiore delle due sorelle, Saba Younas di 13 anni secondo il certificato di nascita fatto dalla parrocchia cattolica, è stata costretta a sposare un giovane musulmano e a convertirsi all’islam. Il giudice aveva ordinato una perizia medica sulla ragazza, secondo la quale avrebbe 16 o 17 anni invece dei 13 dichiarati dalla parrocchia. Quindi poteva sposarsi anche secondo la legge pakistana. In fase di dibattimento, fra l’altro, la ragazza avrebbe confermato di “avere 17 anni”, di essersi “convertita all’islam” e aver contratto matrimonio “volontariamente”. Se le speranze per la sorella maggiore sono pressoché nulle, continua invece la battaglia per riportare a casa la minore delle due, Anila di 10 anni; e un eventuale ritorno di Anila potrebbe convincere anche Saba a cambiare idea, trovandosi da sola in una famiglia che non le appartiene. Secondo Khalid Raheel, zio delle sorelle, dietro la decisione di Saba di testimoniare a favore dei rapitori in tribunale vi sarebbero “pressioni e minacce” e ribadisce di avere in mano documenti che “comprovano il fatto che ha solo 13 anni”.

Ultimo caso da citare. Il medico cattolico, Robin Saddar di 55 anni padre di sei figli, arrestato il 5 maggio scorso ad Hafizabad con l’accusa di bestemmia. Subito gruppi di estremisti musulmani hanno lanciato una campagna con altoparlanti e con discorsi alle moschee chiedendo la forca per Sardar e la sua famiglia, circondando la sua casa e minacciando di bruciarla se il dottore non si consegnava alla giustizia. La polizia è intervenuta in tempo per salvarlo dal linciaggio e metterlo in prigione. Gli estremisti musulmani avevano chiesto per lui l’impiccagione e i familiari si erano nascosti per paura di vendette.

Il medico è stato in carcere per cinque mesi e poi dichiarato innocente da un tribunale, ma deve rimanere nascosto per timore di rappresaglie da parte di estremisti musulmani. La sentenza è stata emessa dal giudice Sardar Ahmad Makan il 4 novembre 2008 ad Hafizabad. Per il reato di blasfemia è previsto l’ergastolo o la pena capitale. Era stato accusato da un suo ex-dipendente che aveva dovuto licenziare e da un suo amico che testimoniava il falso, ma non aveva potuto provare di averlo incontrato. Robin Saddar ha dichiarato ad “Asia News”: “Gesù mi ha salvato e ringrazio Dio che sono ancora vivo. Sono stato dichiarato innocente e in buona salute. Purtroppo devo vivere nascosto, cambiando residenza di tanto in tanto”. Ha aggiunto di essere grato a tutte le organizzazioni e le persone che hanno pregato per lui e lo hanno aiutato nel processo. “In prigione non ho subito alcuna tortura – ha detto – e sono rimasto in silenzio leggendo la Bibbia e pregando Dio. La Bibbia è stata la mia unica forza durante questo tempo. Gesù ha detto: non abbiate timore se vi perseguitano a causa del mio nome. Queste parole mi hanno dato coraggio e speranza”.

Dalla sua introduzione nel 1986 fino ad oggi, la legge sulla blasfemia ha prodotto circa 5.000 denunzie, delle quali 560 terminate con una condanna da un minimo di cinque anni di carcere all’impiccagione. Altre trenta sono in attesa di giudizio. Le condanne riguardano fedeli cristiani e fedeli “ahmadis”, appartenenti alla setta islamica “Ahmadiyya”. A volte i presunti colpevoli sono stati uccisi da estremisti religiosi anche sotto la custodia degli agenti di polizia, prima ancora che il tribunale li giudicasse.

Secondo il salesiano spagnolo padre Ruiz, il motivo principale per l’oppressione dei cristiani risiede nella grande povertà della popolazione, che impedisce a molti genitori di assicurare ai propri figli (generalmente numerosi) una formazione scolastica o che li porta ad affidarli alle madrasse, che in genere non sono soggette ad alcun tipo di controllo. E’ così che adolescenti di 8-13 anni sono educati in queste scuole coraniche, dove, afferma il sacerdote, “le loro passioni, energie e frustrazioni vengono incanalate verso l’odio”.

Non è tollerabile che in un paese come il Pakistan, che ha anche un’industria moderna e addirittura la bomba atomica,gli analfabeti siano ancora circa il 56-60% e le donne più dell’80%. In questa ignoranza e povertà, è facile per i predicatori radicali eccitare le grandi masse islamiche all’odio e alla violenza.

Terza parte – Una Chiesa di forte fede e speranza cristiana

In Pakistan, i cristiani rappresentano una minoranza su una popolazione di 160 milioni di abitanti, formata per la maggior parte (il 95%) da musulmani, il 20°% sciiti, il resto sunniti. I cristiani sono 3.743.075, circa il 2% dei pakistani, metà dei quali cattolici. Attualmente nelle sette diocesi del Paese ci sono 270 sacerdoti, oltre a 735 religiose e 169 religiosi. I missionari stranieri incontrano molte difficoltà nell’ottenere i visti dal governo, ma sono concessi i permessi di ingresso per sostituire missionari stranieri che si ritirano.

I cristiani si organizzano per rispondere alla crescente intolleranza religiosa, specie dopo l’attacco a chiese e istituzioni cristiane o case e negozi di singoli credenti in Cristo. C’è piena collaborazione fra Chiesa cattolica e Chiese protestanti, specie in questi organismi che lanciano appelli e denunzie per i casi di discriminazioni anti-cristiane. La “Commissione nazionale Giustizia e Pace”, la Commissione per la pace e lo sviluppo umano”, il “Centro legale di assistenza e di sistemazione”, l’”Alleanza di tutte le minoranze del Pakistan”, il “Centro di studi cristiano” e altri a livello locale. Sono organismi che hanno voce nella stampa locale, in Pakistan abbastanza libera, e nelle televisioni sottratte al monopolio statale; e naturalmente lanciano i loro appelli a livello internazionale. In Italia sono collegati con le agenzie “Fides”, “Asia News” e “Zenith”.

Il gesto clamoroso di grande impatto mediatico in tutto il mondo venne compiuto nel 1998 dal vescovo di Feisalabad, mons. John Joseph, quando si fece arrestare dalla polizia per proteste contro le discriminazioni delle minoranze religiose. Rimase in carcere alcuni giorni, certamente battuto e probabilmente torturato, fin che la polizia dichiarò che si era suicidato per protesta. Ma è difficile credere a questa versione, più probabile la sua esecuzione in carcere, tanto più che la polizia lo seppellì senza restituire il cadavere ai parenti e alla Chiesa cattolica.

Nella visita che ho fatto in Pakistan nel 1982, sono stato suo ospite nella casa episcopale di Feisalabad e mi aveva accompagnato a visitare le opere cristiane. Ricordo bene che concondava con l’analisi dei domenicani toscani che erano al suo servizio (avevano fondato la diocesi), fra i quali l’allora famoso padre Schiavone: il Pakistan si stava incamminando verso un estremismo religioso del quale le prime vittime sarebbero stati i cristiani. E John Joseph, un vescovo giovane, forte, deciso, che aveva parecchi amici in Italia, mi parlava dei “convertiti catacombali”, cioè di numerosi casi di musulmani, specialmente giovani istruiti, professionisti, che si convertivano a Cristo ma rimanevano nascosti per timore di punizioni da parte della famiglia e della comunità islamica.

In una intervista del 12 novembre 2008 all’agenzia “Zenith”, l’arcivescovo di Lahore, mons. Lawrence Saldanha, presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, ha dichiarato che la situazione delle minoranze religiose va peggiorando, ma mano che peggiora la situazione generale del paese, che ha perso un po’ della sua tranquillità con la guerra in Afghanistan, le forti tensioni e guerriglie per il Kashmir e l’instabilità politica. I fondamentalisti islamici si impongono con la violenza, il ricatto e la passività del popolo. Ma a fare le spese di questo estremismo non sono solo i cristiani ma soprattutto i musulmani.

L’arcivescovo Saldanha di Lahore ha detto: “La società pakistana è piuttosto frammentata e non avanza in maniera omogenea. Una parte va avanti più velocemente, un’altra più lentamente e un’altra ancora rimane immobile, non si muove. Si può dire che abbia fatto ingresso nella modernità solo una minoranza più istruita e con mentalità secolare; la maggioranza si trova ancora in una specie di medio evo ed è quella la parte più influenzata dal fondamentalismo islamico. In Occidente avete avuto il rinascimento, l’illuminismo, le rivoluzioni, il Concilio Vaticano II e così via. In Pakistan solo una ristrettissima minoranza di musulmani è passata attraverso questo processo, mentre il sessanta per cento della popolazione è analfabeta.

Per quanto riguarda i cristiani, – continua l’arcivescovo – la gran parte vive in condizioni di povertà. Nelle grandi città svolgono lavori molto umili, spesso nelle case dei più ricchi, e nelle campagne fanno i braccianti al servizio dei proprietari terrieri. Tuttavia, il numero dei medici, degli insegnanti, degli infermieri e degli impiegati cattolici è in continua crescita e questo è segno dei grandi passi avanti compiuti attraverso le nostre scuole”. L’aspetto peggiore delle persecuzione anti-cristiana, continua l’arcivescovo, è il fatto che vi sono madrasse (scuole coraniche) che incitano all’odio contro i cristiani e i giovani fanatici che danno l’assalto alle chiese.Oggi accade sempre più di frequente che gli estremisti spingano i cristiani a passare all’islam. Questo per noi oggi è un problema serio. Stanno facendo di tutto per convertire all’islam cristiani e hindù. In molti casi delle ragazze sono state costrette a sposare dei musulmani e a cambiare religione. Una cosa simile è accaduta a delle infermiere che prestavano servizio in ospedale. E’ un fenomeno piuttosto diffuso e che viola la libertà religiosa. Per questa ragione sempre più spesso siamo costretti a richiamare l’attenzione su questi fatti. La comunità cristiana è molto preoccupata per questa situazione. Molti vivono nel terrore”.”.

Abbiamo piena fiducia nel nuovo governo democratico – continua mons. Saldhana, – che ha promesso di proteggere le minoranze. Infatti, sempre più spesso la polizia protegge i cristiani in pericolo. Il governo non è contro i cristiani. Ci sono solo gruppi di estremisti che vogliono imporre le proprie idee. La gente ha paura di loro, poiché ricorrono alla tortura, alle minacce, arrivando persino ad uccidere. Inoltre fanno ricorso anche agli attentati suicidi con autobomba per alimentare la paura e intimorire le persone”.


I cattolici in Pakistan sono più di un milione e mezzo, quasi tutti nello stato del Punjab, il più popolato. Ma le statistiche sono molto aleatorie in quanto si nascondono le conversioni che pure avvengono, non fra i musulmani, ma fra gli indù e i tribali. La Chiesa si occupa in primo luogo dell’istruzione, nelle scuole ha un forte peso nazionale. Nella sola diocesi di Lahore (una su sette) vi sono 72 scuole; delle quali solo 10-15 sono autosufficienti perché frequentate anche da studenti di famiglie in grado di pagare una retta; le restanti accolgono i meno abbienti e sono sulle spalle della Chiesa. In tutto il paese le scuole, gli ospedali e le case di ricoveri per anziani, lebbrosi, handicappati, sono la miglior presentazione del cristianesimo.

Inoltre, l’opera più apprezzata della Chiesa sono le varie opere sociali per i più poveri e le iniziative di promozione della donna, dalle scuole di alfabetizzazione alle cooperative di lavoro che avviano le donne a piccole attività anche domestiche per produrre qualcosa che porta denaro in famiglia. Qualche ricordo personale per parlare della situazione della donna in Pakistan, come l’avevo vista nel viaggio del 1982. A Lahore, seconda città del Pakistan, mentre sto visitando il Forte costruito dagli Imperatori Moghul (XVI secolo), vedo sbucare da una porta in fondo alla sala degli specchi un giovane ben vestito, seguito dalla moglie debitamente velata e coperta fino ai piedi. Senza pensarci scatto una fotografia da lontano, per animare la fredda successione degli specchi con quelle due figurette aggraziate. Subito l’uomo mi viene vicino con sguardo minaccioso: «Lei ha fatto una foto a mia moglie senza il mio permesso», mi dice in un buon inglese. «Da noi queste cose non si fanno». Chiedo scusa, sono straniero. Infatti non succede nulla, ma ho subito un’idea di come sono trattate le donne in certe parti del mondo non persone, ma oggetti di proprietà del marito o del padre.
In un villaggio musulmano del Nord Pakistan, che ho visitato come ospite d’onore (in quel viaggio lavoravo per la Caritas italiana), chiedo al capovillaggio, che mi accoglie in piazza e mi invita al piccolo ristorante, di poter visitare la sua casa, che mi dicono molto bella. Me lo concede in segno di amicizia, ma prima manda un messo a far ritirare le donne di famiglia. Infatti, girando per stanze e cortili, non ho visto nemmeno una delle sue quattro mogli e numerose figlie, solo alcune bambine sotto i sei-sette anni.
Incontro a Rawalpindi, altra città del Pakistan, una suora domenicana infermiera, suor Eurosia Longoni, nata ad Arosio (Como), che ha dedicato tutta la sua vita alle donne pakistane. «Sono qui dal 1930 – mi diceva – quando il Pakistan faceva ancora parte dell’India inglese: avevo 23 anni, una salute di ferro e una grande fede, altrimenti non avrei resistito. Ringrazio il Signore che mi ha fatto nascere donna, perché ho potuto aiutare tante altre donne. Quand’ero giovane ho ricevuto decine di proposte di matrimonio: ma quando dicevo che ero già sposata con il Dio del cielo e della terra, allora gli uomini diventavano seri, mi rispettavano e mi ammiravano ».
Chiedo a suor Eurosia com’ è la condizione femminile in un paese musulmano.
«Oggi la situazione è molto migliorata e va cambiando ogni giorno. Ma in passato la condizione della donna era di vera schiavitù. Ancor oggi, nelle regioni rurali, le donne non si vedono, stanno nascoste in casa, non partecipano alla vita pubblica; la donna non parla in pubblico, non possiede, ci sono moschee per gli uomini e moschee per le donne. Il matrimonio è un contratto compiuto dalle famiglie: al massimo l’uomo sceglie la sua donna, che deve accettare passivamente. Ancor oggi, mentre i ragazzi vanno a scuola nella misura del 90 per cento, le bambine fanno le elementari solo per il 20-25 per cento».
«Qual è stato il suo lavoro fra le donne?». «Intanto abbiamo salvato centinaia di bambine da morte sicura o dalla schiavitù perpetua. Qualche tempo fa si è presentato al nostro convento un ricco signore che mi ha detto: “Madre Eurosia, è morta mia mamma che è stata salvata e allevata da lei. Era una donna buonissima, che ha dato un’impronta di bontà a tutta la nostra famiglia. Sono venuto a ringraziarla”. Sapessi quante volte vengono giovani donne a bussare alla nostra porta. Piangono e dicono: “Suora, salvami, mio marito mi batte e vuole uccidermi”. Quasi sempre si tratta di casi di gelosia, incredibili con donne velate che vivono tutto il giorno in casa. Allora noi andiamo dal marito e diciamo: “Ti restituiremo tua moglie quando prometterai di non batterla più”. Poi andiamo a parlare con i parenti di lei e di lui, cerchiamo di sistemare le cose. Altre volte sono donne abbandonate dal marito, oppure poverissime, che non hanno nulla da dar da mangiare ai figli; oppure donne sfruttate indegnamente… ».

Ho visitato un villaggio cristiano con circa 6.000 abitanti, Kushpur, fondato da un missionario cappuccino belga all’inizio del Novecento, nella pianura del Punjab, una campagna irrigata, con campi ben coltivati. Quando i missionari cappuccini e domenicani all’inizio del Novecento convertirono i primi villaggi e famiglie, dovettero portarli fuori dall’ambiente islamico e fondarono questo villaggio disboscando le foreste e ricavandone campi. Oggi Kushpur (che nella lingua del Punjab significa «Il villaggio della felicità») è l’unico paese cristiano nel mare dell’Islam.
La differenza con i villaggi musulmani vicini si vede subito: la pulizia delle case e delle strade; la libertà con cui le donne si fermano a parlare e si lasciano persino fotografare (altrove questo è considerato quasi un crimine); la vivacità dei ragazzi e delle ragazze a scuola, nel gioco, nella vita del paese; l’unità e la collaborazione delle famiglie al bene comune, che ha permesso la fondazione di gruppi cooperativistici per lo scavo di pozzi, la canalizzazione dell’acqua, il commercio dei prodotti locali.
Parlo con la signora Maddalena Keshwan, una mamma di cinque figli (di cui uno sacerdote), che presiede l’Associazione Santa Caterina da Siena delle donne di Kushpur. «Nei villaggi musulmani», mi dice, «ci sono tante divisioni, fazioni, clan familiari, invidie e lotte per dominare. Qui a Kushpur viviamo in buona armonia. Ma il segno più evidente dell’influsso cristiano è che noi donne abbiamo una nostra personalità e libertà, siamo riconosciute come persone, possiamo parlare, organizzarci e contare qualcosa nella vita del villaggio. La nostra Associazione ha unito le donne, ha raccolto aiuti e abbiamo realizzato varie opere pubbliche, come il deposito d’acqua per tutto il villaggio, un centro di cucito e la scuola di alfabetizzazione per gli adulti».
Maddalena mi porta in giro per Kushpur visitiamo sue collaboratrici che mi trattengono un po’ in casa, offrendomi tè da bere. Così vien fuori la cosa più interessante. La vita a Kushpur è così diversa da quella dei villaggi islamici vicini, che vengono quasi ogni giorno gruppi di uomini musulmani a vedere come vive un villaggio cristiano, soprattutto come mai le donne sono così libere e gli uomini che lavorano, mentre nei villaggi musulmani lavorano soprattutto le donne e i bambini: l’uomo che ha raggiunto i trent’anni e ha generato alcuni figli ha la vita assicurata, non lavora più seriamente. Parlo naturalmente dei villaggi rurali che vivono secondo una mentalità e cultura antica. Nelle città la situazione cambia.
È una mentalità difficile da cambiare: perché nel villaggio cristiano di Kushpur le cose vanno diversamente? Mi risponde un missionario domenicano italiano, padre Remigio Botti, in Pakistan da più di vent’anni: “Gli uomini cristiani sono continuamente richiamati al dovere di lavorare, a rispettare la moglie, a mandare bambini e bambine a scuola senza farli lavorare. La comunità cristiana è impostata in questo modo e influisce positivamente anche sui meno disposti a cambiare atteggiamento. La testimonianza di Kushpur è veramente eccezionale, vengono anche da lontano per vedere un villaggio cristiano, in cui l’uomo lavora, la donna è diventata persona e i bambini vanno tutti a scuola». 

Per concludere. Nella difficile situazione in cui vive il Pakistan, la piccola minoranza cristiana, pur lottando per la sopravvivenza, mantiene viva la speranza di un futuro migliore, dando alcune testimonianze che servono anche a noi, cristiani d’Occidente. Tre aspetti degni di essere rilevati:

1) Mantengono viva la fede e l’nnità nella Chiesa. Mons. Saldanha già citato, arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza episcopale pakistana, afferma nella sua intervista: “I nostri cristiani sono molti saldi nella fede in Cristo e ripongono la loro speranza in Lui. Ora vivono la loro fede in maniera più attiva, nutrono una maggiore devozione, sono molto più impegnati e hanno ripreso a venire in chiesa. Tutti questi fatti, di cui stiamo parlando, hanno unito i cristiani. Pregano e sperano che le cose possano migliorare un giorno. E’ questa la lezione che voi cristiani d’Occidente potete apprendere da loro.

La Chiesa pakistana chiede il nostro aiuto di preghiera e anche di sostegno delle loro opere di carità ed educative.

2) Secondo insegnamento. L’estremismo islamico e le violenze contro le minoranze hanno unito i cristiani nel dialogo di vita e nella collaborazione ad iniziative comuni. Inoltre si impegnano nel dialogo con gli ulema musulmani moderati. Ancora mons. Saldanha dice: “Nella nostra diocesi, insieme agli ulema locali, ai pastori protestanti e agli esponenti delle altre religioni, come i sikh e gli indù, abbiamo dato vita al Comitato per la Pace, dove è possibile riunirsi per discutere di problemi comuni e per celebrare le rispettive cerimonie e festività. Le nostre scuole, inoltre, sono aperte anche ai bambini musulmani. Per loro assumiamo appositamente degli ulema per l’insegnamento del Corano; per il resto, bambini cristiani e musulmani stanno insieme e seguono le stesse materie, dalla matematica alla geografia, dall’inglese all’urdu, dalla storia alla letteratura”.

3) Terzo insegnamento. La Chiesa pakistana ha celebrato il primo congresso missionario nazionale svoltosi a Karachi dal 25 al 29 novembre 2008, dal titolo: “La vita di Gesù deve essere portata in tutti gli angoli del Paese”. Pensate. Una piccola Chiesa perseguitata si propone di annunziare Cristo “in ogni angolo del paese”: invece di chiudersi, si apre alla missione! Padre Mario A. Rodrigues, direttore nazionale della Pontificie opere missionarie (Pom), racconta ad AsiaNews che i cinque giorni di lavoro a Karachi, con oltre 200 delegati, stanno già portando frutto.

Padre Khalid Rashid, direttore della commissione per i giovani di Faisalabad, considera l’incontro di Karachi un’occasione storica per la chiesa pakistana e afferma: “È stato un grande momento di formazione per i nostri giovani che vivono in un Paese dominato dai musulmani”. Le giovani generazioni sono chiamate ad un compito importante e “il Congresso ha offerto loro una nuova e ricca esperienza”. Padre Rashid è convinto che anche in un paese islamico si può annunziare Cristo e non incorrere nelle ire dei fedeli del Corano. “I giovani giocano un ruolo importante in questa missione e l’Avvento è un momento unico per prepararci a questo compito”.

Padre Gheddo su Radio Maria (2008)

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