Da lebbrosario a Villaggio della felicità – Padre Gheddo a Lecco (2010)

Il padre Cesare Colombo ha realizzato nella sua vita un primato unico e difficilmente eguagliabile: è morto due volte. Le due date sono: il 13 ottobre 1980 quando morì fisicamente qui a Lecco nella casa del Pime; e l’altra data è il 31 dicembre 1966 quando a Kengtung avvenne quella che lui seriamente definiva “la mia prima morte”. Quello era l’ultimo giorno valido per poter uscire dalla Birmania, se rimaneva nel paese un giorno in più finiva in prigione. Lui era uno dei 18 missionari del Pime espulsi dai militari nel 1966. L’ordine di espulsione di tutti gli stranieri entrati in Birmania dopo l’indipendenza del 1948 non ammetteva eccezioni, anche se p. Cesare aveva sperato fino all’ultimo, che come gli avevano promesso ministri e personalità politiche e militari, facessero uno strappo almeno per lui, conosciuto in tutta la Birmania come “il liberatore dei lebbrosi”.

Quel 31 dicembre c’erano due voli da Kengtung alla capitale Rangoon, uno al mattino e l’altro al pomeriggio. Il vescovo mons. Guercilena consiglia padre Cesare di partire quasi di nascosto al mattino, per evitare una manifestazione di affetto nei suoi riguardi da parte di lebbrosi e non lebbrosi di Kengtung. Il missionario fissa il posto sull’aereo alle nove del mattino. Alle sette sale sulla jeep che lo conduce all’aeroporto. In quella chiara mattinata di dicembre, giungendo all’aeroporto padre Cesare capisce che l’ora della sua partenza era stata conosciuta. Bandiere, fiori, grida di saluto, tanta gente che correva verso di lui per avere l’onore di toccarlo, di dirgli grazie prima che se ne andasse per sempre. C’erano più di mille persone quasi tutti lebbrosi, ma anche gente di Kengtung, venuti a dargli l’ultimo saluto!

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Per salutare il loro padre e benefattore, non si erano preoccupati delle disposizioni governative che proibiscono ai lebbrosi la libera circolazione e neppure avevano badato ai loro piedi piagati, che avrebbero fatto volentieri a meno di percorrere i chilometri che separano il lebbrosario dall’aeroporto: lo avevano voluto salutare per l’ultima volta, a tutti i costi! Erano lì, attorno a lui stringendolo in una morsa affettuosa fatta di grida, di pianti e di carezze, di abbracci e di preghiere. In quella confusione, il p. Colombo non fu più padrone di sé. C’erano parecchie autorità, ma non poté più salutare nessuno. Anche gli ultimi istanti in cui è rimasto sui monti di Kengtung, ai confini con Cina e Laos, li ha spesi per i suoi amici prediletti, i lebbrosi, quelli che facevano paura a tutti ma non a lui che aveva consacrato a loro la sua stessa vita.

Il Lebbroso “uomo come gli altri”

Questa è stata la prima morte di uno dei più grandi missionari del Pime nei tempi moderni: il distacco dai lebbrosi e dal lebbrosario di Kengtung. La seconda la morte, quella autentica, è avvenuta il 13 ottobre 1980 per un male altrettanto terribile della lebbra: il cancro. Lui che aveva curato e guarito migliaia di lebbrosi, non ha trovato nessuno capace di guarirlo. La lebbra è un male che perdona, il cancro no!

Le tre tappe storiche nella cura del lebbroso

La grandezza di questo missionario lombardo (era nato ad Acquate nel 1910) viene da due cause: la sua fede e bontà eccezionali e poi il fatto che proprio lui ha inventato un nuovo metodo di cura della lebbra che è stato adottato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e da altri organismi internazionali dell’O.N.U. L’hanno chiamato “il padre Damiano del nostro secolo”, il ricordo del più famoso p. Damiano da Veuster (ora santo), che alla fine dell’Ottocento morì in un lebbrosario nelle isole Hawai, lasciando un segno profondo nella storia della lotta contro la lebbra. Ricordiamo che un venti-trenta anni fa i lebbrosi nel mondo erano circa 15 milioni!

1) Prima di p. Damiano i lebbrosi erano trattati come criminali nocivi alla società e spesso uccisi o per lo meno rifiutati da ogni società, da ogni villaggio. Dopo di lui si è incominciato a vedere anche nel lebbroso l’uomo bisognoso di cure e di aiuto. Si sono così creati i lebbrosari e i lebbrosi sono passati dalla condizione di condannati a morte a quelli condannati all’ergastolo a vita: rinchiusi in questi “luoghi di pena” dietro al filo spinato, sorvegliati dalla polizia perché non uscissero, abbandonati dalla famiglia, dimenticati dalla società inutili a se stessi e agli altri.

2) Con p. Damiano (1840-1889) è iniziata l’epopea di missionari e missionarie (cattolici e protestanti) che hanno dedicato la loro vita ai lebbrosi, a volte anche contraendo la lebbra e comunque vivendo in continuità nel lebbrosari senza quasi poterne uscire considerati anch’essi delle leggi e dell’opinione pubblica come lebbrosi. Ancora oggi nel mondo, la maggioranza dei volontari che, essendo sani, si dedicano alla cura dei lebbrosi sono missionari cristiani e questa è. come ha detto Madre Teresa di Calcutta “la più grandiosa, la più incisiva testimonianza di carità che i discepoli di Cristo possono dare al mondo pagano”. Secondo statistiche governative dell’India, nel 1960 circa l’80% dei lebbrosari e centri di cura della lebbra in India erano tenuti da missionari cristiani, cattolici o protestanti!

3)Il p. Cesare Colombo, medico e missionario del PIME, ha aperto una nuova via nella cura dei lebbrosi, una via rivoluzionaria, non più il lebbroso considerato un uomo bisognoso di cure e di segregazioni, ma “il lebbroso uomo come gli altri, con una “Malattia come le altre”, non quindi da fuggire ma da viverci assieme come qualsiasi ammalato.

Ma prima di raccontarvi la storia di questa rivoluzione, dobbiamo fare un passo indietro, a quando padre Cesare era arrivato in Birmania nel 1936, giovane missionario: il suo primo amore furono subito i lebbrosi. Una volta gli ho chiesto perché si era messo fin dall’inizio a prendere i lebbrosi: “Perché erano i più abbandonati, nessuno li voleva” mi rispose. Ed infatti a quel tempo gli ammalati di lebbra non avevano nessun luogo preciso in cui essere curati, venivano semplicemente scacciati dai villaggi e andavano a vivere isolati o a piccoli gruppi nelle foreste, coltivando l’oppio per fare un po’ di soldi. La lebbra, non curata, si diffondeva facilmente nonostante tutte le durezze contro i lebbrosi, (alcuni venivano anche uccisi!). Il fatto è che la lebbra ha una lunghissima incubazione (6 e più anni) ed un lebbroso può nascondere di essere tale anche per diversi anni se ha cura di coprirsi bene e di non far vedere le macchie biancastre che appaiono sul corpo. Così quando questi infelici venivano “scoperti” come lebbrosi avevano già contagiati i familiari e i vicini

Le cinque rivoluzioni di p. Cesare

P. Cesare era l’uomo adatto a questa assistenza, col suo carattere ottimista e la sua forte carica di umanità. Aveva capito che il problema dei lebbrosi è anzitutto psicologico e sociale, prima che fisico e medico. Così si era proposto fin dall’inizio, raccogliendo nel 1936 nella missione di Kengtung i lebbrosi sbandati e disperati, di costruire per essi quella che verrà poi chiamata nel celebre film di un regista americano William Deneen “La Città Felice “ ( o il “Villaggio della felicità”), la città in cui la gente si vuole bene e perciò è felice nonostante la lebbra.

La fondazione del lebbrosario avviene nel 1946, alla fine della guerra, quando padre Colombo ritorna dai campi di prigionia inglesi in India, dove era stato internato con gli altri missionari italiani. La linea che segue è “rivoluzionaria” tanto che il lebbrosario di Kengtung diventa famoso negli anni seguenti fra gli specialisti della lebbra in tutto il mondo e vanno a visitarlo dall’America, dall’Asia, dall’Australia, dall’Europa e da altri continenti.

Il p. Colombo parte dall’idea, che in lui è diventata profonda convinzione che il terrore della lebbra è in gran parte superstizioso: dato che la lebbra si trasmette per contatto diretto con un lebbroso, attraverso le mucose o ferite del corpo, basta curare l’igiene del corpo e la lebbra non si prende. Lui stesso, infatti, il padre Cesare, è ben vissuto 30 anni con i lebbrosi operando e curando le loro piaghe, quindi a diretto contatto con il male, ma senza contrarlo. D’altronde, come noto, i figli dei genitori lebbrosi nascono senza lebbra . Ecco quindi i 5 punti della rivoluzione operata dal lebbrosario di Kengtung nella cura della lebbra:

1) Non più lebbrosario chiuso con filo spinato per custodire i malati ma libertà di entrare e uscire sia per i malati che per parenti ed amici.

2) Non più i lebbrosi lontani dalla loro famiglia, ma tutta la famiglia del lebbroso ospitata nel lebbrosario, anche i bambini che vanno a scuola nell’interno del villaggio dei lebbrosi. Non più quindi un campo di prigionia ma un vero villaggio con terre coltivate e negozi, feste popolari, sport , scuola. Un villaggio come gli altri, insomma, le cui famiglie hanno qualche membro colpito dalla lebbra.

3) Non più il ricovero di tutti i colpiti dalla lebbra ma di solo di quelli che sono incurabili nei loro villaggi,e il lebbrosario si impegna a visitare e curare i lebbrosi in seno delle loro famiglie, nei loro villaggi, per abituare la gente a convivere pacificamente con questi ammalati. I più gravi, invece vengono ospitati nel “villaggio della felicità”. Nel momento in cui lascia la Birmania (1966) p. Cesare cura a Kengtung circa 1.500 lebbrosi, ma nei villaggi anche più lontani altri 4 mila.

4) Non più il lebbroso passivo in attesa solo del cibo e della medicina, con un profondo senso di inutilità della vita, ma la cura attraverso il lavoro: ecco quindi che nel lebbrosario di Kengtung lavorano, anche quelli senza mani e senza piedi. Lavorano i campi, il legno e il bambù, fanno mille lavoretti di cui hanno bisogno la comunità e le loro famiglie e producono anche per la vendita all’esterno.

5) Infine, ultima rivoluzione, la più grande di tutte, non più i lebbrosi costretti ad abbandonare la moglie o a non sposarsi, ma il matrimonio anche per loro, anche per le donne lebbrose, dato che i figli dei lebbrosi restano immuni: la possono contrarre dopo, ma a Kengtung le norme igieniche sono ferree e p. Cesare ricordava spesso che nessuno dei bambini nati nel lebbrosario è mai diventato lebbroso.!

Oggi questi principi nella cura della lebbra sono comuni a molti lebbrosari e ufficialmente raccomandati dall’O.M.S., ma p. Cesare Colombo è stato il primo o fra i primissimi a “scoprirli” e soprattutto ad applicarli integralmente nel lebbrosario di Kengtung, con risultati che hanno stupito gli esperti che andavano a visitare “la Città Felice” sui monti della Birmania.

Il Tocco della sua mano”

Un altro degli aspetti veramente rivoluzionari del suo lebbrosario era la responsabilizzazione dei lebbrosi, che padre Cesare sapeva suscitare e apprezzare. Lui era il capo, la guida, il sacerdote, il medico e chirurgo, il finanziatore, il padre di tutti: ma non prendeva mai una decisione importante senza farla discutere prima dai capi-famiglia. Come quando venivano al lebbrosario nuovi lebbrosi o famiglie e c’era difficoltà ad accoglierli per mancanza di spazio e anche di riso. P. Colombo convocava il consiglio dei lebbrosi, esponeva il caso e poi diceva: “Decidete voi ma se prendiamo queste nuove famiglie ci sarà un po’ meno da mangiare per tutti” e sapeva già in anticipo che, anche se in gran parte pagani, quegli uomini avrebbero deciso di accogliere anche questi nuovi sventurati. Non si poteva vivere accanto a padre Cesare e non capire la grande lezione della carità che tutta la sua vita insegnava!

Il lebbrosario di Kengtung viveva le sue giornate tranquille, quando nel marzo 1966 scoppia imprevista la bufera: tutti gli stranieri entrati in Birmania dopo l’indipendenza (1948) debbono tornare ai loro paesi d’origine. L’ordine valeva per tutti gli stranieri ed era stato dato per risolvere il problema dei molti cinesi e indiani presenti in Birmania, ma finiva per danneggiare anche i missionari. Il padre Cesare era entrato in Birmania nel 1936, ma poi era tornato in Italia nel 1953 e negli anni seguenti si era laureato in medicina e aveva fatto la specializzazione in chirurgia (il suo principali lavoro in lebbrosario era amputare gli arti ormai in cancrena! ). così risultava agli occhi della burocrazia governativa, come un giovane immigrato!

Ma era troppo famoso in Birmania per poter essere espulso senza suscitare reazioni: a Rangoon, la capitale, si mossero in suo favore ministri e militari, si raccolsero firme fra la gente, (in grandissima maggioranza non cristiani), persino i bonzi buddisti mandarono una delegazione al presidente perché il missionario amico dei lebbrosi potesse restare, ma tutto fu inutile: il governo temeva che, facendo un’eccezione per lui, cinesi e indiani con i rispettivi governi avrebbero trovato un appiglio per proteste diplomatiche e minacce militari: soprattutto si temeva la Cina, a quei tempi aggressiva nei confronti della Birmania, con l’appoggio dato alle bande irregolari di guerriglieri comunisti o separatisti. Però fu detto a padre Colombo, da parte di alti funzionari governativi, che qualche tempo dopo, se avesse voluto o dovuto tornare per il lebbrosario, l’avrebbero riammesso. Ma era una bugia pietosa.

Così il p. Cesare tornò in Italia e da allora si può dire che ha continuato a vivere per i suoi lebbrosi, pur svolgendo una grande attività anche nel nostro paese: quando parlava di Kengtung immancabilmente si commuoveva e suscitava commozione in tutti quelli che l’ascoltavano. Scriveva lettere ai lebbrosi informandosi di tutti, mandava aiuti, faceva studiare i figli dei lebbrosi, girava l’Italia e gli Stati Uniti per predicazioni e conferenze sempre parlando della sua esperienza di medico-missionario sui monti della Birmania. Aveva inventato diverse forme per aiutare le migliaia di lebbrosi che continuavano a dipendere da lui: soprattutto proponeva a famiglie italiane ad adottare un giovane o una ragazza birmane per farli studiare. Scriveva centinaia di lettere in Birmania e a tutte le famiglie che avevano adottato i suoi ragazzi, ne aveva anche in America, in Irlanda, in Australia, in Inghilterra, in Canadà….

I lebbrosi erano rimasti, naturalmente, la sua passione, dato che ne aveva scoperti anche in Italia all’ospedale S. Martino di Genova, dove c’è un reparto per i colpiti della lebbra: li conosceva uno ad uno ed andava spesso a visitarli. Da Lecco poi, dove aveva stabilito la sua sede nella casa di riposo dei Missionari del PIME, continuava ad aiutare il lebbrosario ed i suoi due successori alla direzione, Camnasio e Filippazzi del PIME, costruendo nuovi padiglioni e un centro di riabilitazione per i lebbrosi guariti.

I due Films girati da W.Deneen a Kentung all’inizio degli anni 60, “La lebbrosa” e “la Città felice”, che hanno vinto due premi internazionali sono tutt’ora in circolazione in diversi paesi. Un episodio della visita di questo regista di documentari americano. Arrivato nel lebbrosario con un sacro terrore della lebbra si interessò subito di chi faceva la cucina. Visto che erano donne lebbrose, nel mese e mezzo che rimase a Kengtung non volle mangiare altro che uova, banane, insomma cibi “chiusi e non toccati dai lebbrosi”: Diminuì di 15 chili e scrisse poi a p. Cesare ringraziandolo della cura dimagrante gratuita.

Una bontà che veniva da Dio

Quello che colpiva in p. Cesare e che gli ha procurato migliaia di amici in tutto il mondo, era la sua profonda bontà, la sua carica di umanità, di comprensione dell’ altro. Prendeva tutti per il proprio verso, la sua stanza a Lecco era visitata da tante persone che andavano da lui per sfogarsi, per raccontare i loro problemi anche per confessarsi o sentire una parola buona, un consiglio evangelico. Anche di fronte ai problemi più gravi non perdeva mai la calma. La sua bontà veniva da Dio, non è spiegabile altrimenti quell’essere disponibile a tutti sempre col sorriso sulle labbra, cordiale, paterno, umile, capace di ascoltare i più piccoli. In America gli hanno dato premi e riconoscimenti per il suo lavoro fra i lebbrosi, in Italia ha avuto il “Premio della bontà Notte di Natale 1967”. Uno dei pochi ricordi diretti che ho di padre Cesare è che mi faceva vedere la pergamena con le motivazioni di un premio ricevuto in America e i diceva: “Dicono tante di quelle corbellerie!”.

Una scrittrice americana ha scritto su di lui un bel libro intitolato “The Touch of his hand” (Il tocco della sua mano) ma non voleva venisse tradotto in italiano perché diceva: “Questo libro mi fa un eroe, mentre io sono uno dei tanti missionari”. Ora che è morto, speriamo che qualche editore voglia pubblicarlo anche in Italia.

Un ricordo bellissimo della sua vita in Birmania era l’ultima Messa celebrata al lebbrosario di Kengtung quando i lebbrosi, in gran parte pagani, composero una preghiera che diceva: “Noi ringraziamo Dio che ci ha fatti lebbrosi , perché attraverso la lebbra abbiamo conosciuto te, p. Cesare , e attraverso te abbiamo conosciuto Dio”.

Per terminare voglio esprimere un augurio alla città e alla provincia di Lecco, come a tutte le parrocchie. Il lecchese ha dato tanti missionari e missionarie alla chiesa e al mondo intero. E’ una tradizione di cui dovete andare fieri e trasmettere le storie di questi “eroi positivi” della vostra terra ai vostri figli, nipoti, alunni, nelle famiglie e nelle scuole soprattutto. I nostri giovani mancano di ideali perché la cultura corrente (ad esempio la televisione) trasmette quasi solo notizie, fiction, modelli di vita ed eroi negativi.

Mi chiedo come mai, per combattere questa deriva che per forza di cose crea nei nostri giovani un atteggiamento negativo e pessimista, la società civile, la scuola e la Chiesa non trasmettano di più le storie e gli eroismi di tanti lecchesi che hanno dato la vita per gli altri. E auguro che il Signore susciti ancora tra i vostri giovani e ragazze tante e sante vocazioni alla missione della Chiesa, che portando il Vangelo tra contribuisce ad umanizzare i popoli ed a creare un mondo migliore e più fraterno, più solidale per tutti.

Padre Gheddo a Lecco (2010)

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