Eucarestia e missione – Padre Gheddo su Sacerdos

Quando parlo dell’Eucarestia dico sempre che la cultura del nostro mondo materialista ci porta ad apprezzare solo o quasi le cose che si vedono e si toccano. Ma la vita spirituale è su un piano soprannaturale, e non è facile passare dal piano materiale a quello spirituale. Dobbiamo pregare con la giaculatoria che diceva spesso il Servo di Dio Marcello Candia: “Signore, aumenta la mia fede”.

Scopo dell’Eucarestia: innamorarci di Gesù

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L’Eucarestia è il Sacramento dell’amore. Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha voluto rimanere con noi per dimostrarci il suo amore (“Non vi lascerò soli, sarò sempre con voi fino alla fine dei secoli”). Al termine della prima Eucarestia nell’Ultima Cena ha detto agli Apostoli: “Fate questo in memoria di me”. Noi sacerdoti continuiamo in questa celebrazione della Messa da duemila anni. L’Eucarestia è ciò che rende (deve rendere) entusiasmante la nostra vita: è un problema di fede e di amore.
Il Giovedì Santo 2004 Giovanni Paolo II ha pubblicato l’enciclica “Ecclesia de Eucharestia” dove leggiamo (n. 22): “Fine dell’Eucarestia è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo”. La Messa è una sorgente straordinaria di luce e di bellezza, un incontro contagioso di amore, che ci purifica a poco a poco. Nella Comunione noi sperimentiamo la gioia dell’intimità col Signore Gesù, che vuol trasmettere il suo amore all’uomo e cerca una risposta di amore: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”. Quale fuoco? Il fuoco dell’amore di Dio, che noi abbiamo ricevuto col Battesimo e si fortifica in noi con l’Eucarestia. Signore, duemila anni dopo che sei venuto al mondo, dov’è questo fuoco e dov’è questo Amore?
Bisogna personalizzare la fede, che è incontro personale con Cristo. Su Gesù io posso fare tutti i ragionamenti teologici e le esegesi bibliche che voglio, ma sostanzialmente sono chiamato, nella mia piccolezza, ad innamorarmi di lui. Questa è la chiave di volta della vita, che dà senso e gioia all’esistenza, che riempie i giorni e le notti di un sentimento inesprimibile di pienezza, serenità, pace del cuore, dolcezza, tenerezza, ottimismo, forza, coraggio, gaudio, festosità, giovinezza…
Il Papa scrive: “Per vivere dell’Eucarestia occorre intrattenersi a lungo in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, esperienza che io stesso faccio ogni giorno, traendone forza, consolazione e sostegno” (Ecclesia de Eucharestia, 25). Il nostro atteggiamento davanti all’Eucarestia è l’adorazione e il ringraziamento. Quarant’anni fa ho visitato in India il padre Giorgio Bonazzoli a Benares tra i monaci indù: insegnava la lingua sacra dell’induismo (il sanscrito) ed era là per iniziare il dialogo con i monaci indù. Conduceva una vita povera, isolato dalla comunità cristiana più vicina: cibo rigorosamente vegetariano, dormiva su una tavola di legno con un coperta e per cuscino un tondino di legno (“Anche loro dormono così”). Gli ho chiesto come faceva a resistere. Nella sua piccola cella, sopra il lavandino c’era un armadietto. Invece dell’occorrente per la barba, una scatoletta di metallo. La indica e mi dice: “Vedi, qui c’è Gesù”, con un tono così commosso che mi sono emozionato anch’io. La fede nel Signore presente nell’Eucarestia deve diventare una presenza viva, che ci sostiene nelle prove quotidiane. L’unica cosa che conta nella vita cristiana è di innamorarci di Gesù Cristo. Questo vale per tutti i cristiani, tanto più per noi sacerdoti.

Dall’Eucarestia nasce la missione

“Non è possibile che si formi una comunità cristiana, se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucarestia” (”Ecclesia de Eucharestia”, 33). Nel messaggio per la Giornata missionaria del 2004 Giovanni Paolo II dice che noi tutti siamo chiamati ad essere incendiari dell’amore di Cristo: alla radice della missione c’è l’amore e la passione per Cristo, un’esperienza di vita che si comunica ad altri. La missione della Chiesa non è di insegnare una dottrina, un codice morale; non è ricerca di proseliti per sentirci forti, ma far incontrare gli uomini con Gesù. Se non si vive di Cristo, come si può comunicarlo? La missione parte dalla convinzione di fede che tutti gli uomini hanno bisogno di Gesù, anche quelli che non lo conoscono o non lo sanno o non vogliono accettare questa verità. Nelle missioni noi vediamo che la scoperta di Dio attraverso l’Eucarestia suscita entusiasmo per la fede. Dobbiamo riscoprire e vivere le grandi verità che stanno alla base del nostro essere cristiani. Forse siamo diventati insensibili a forza di sentirle e di parlarne.
Papua Nuova Guinea. Nella capitale Port Moresby le suore di padre De Foucauld vivono in una casupola di legno su palafitte collegata con una passerella ad altre, in un villaggio di pescatori costruito sull’acqua. Tre suore che visitano i poveri, gli ammalati, aiutano le donne in difficoltà. Entrando nella loro capanna, ti trovi subito nella cappella con il tabernacolo al centro e un lumino acceso. Mi dicono: la porta è sempre aperta, la gente entra e si siede sul pavimento. Abbiamo spiegato che nel Tabernacolo c’è Dio sempre con noi. Entrano e pregano: non sanno ancora niente di catechismo, ma l’idea stessa che noi abbiamo con noi il nostro Dio, in forma misteriosa ma reale, li riempie di stupore. Vengono a vederci pregare, chiedono informazioni, pregano assieme a noi: l’Eucarestia attrae, è il segno più bello, proprio perché misterioso e commovente, della nostra fede.
L’Eucarestia ci invita a prestare attenzione ai bisogni dell’uomo, ma tenendo presente che nel cuore di ogni uomo c’è un’esigenza di infinito che solo Dio e l’amore di Dio possono soddisfare. Un giorno si presentò a Madre Teresa un giovane medico indiano chiedendole di entrare nella sua congregazione. La Madre gli chiede: “Perché lei vuole entrare da noi?”. “Per curare i malati e i lebbrosi” risponde il giovane pieno di fervore. La Madre gli dice: “Guardi, lei deve purificare la sua intenzione: viene da noi per imparare ad amare veramente Gesù Cristo e quindi tutto il prossimo, specie i più poveri. Poi aiuterà i malati e i lebbrosi, però il primo scopo non è quello, ma di amare davvero Gesù”.
Al primo Congresso missionario delle Chiese d’Asia (Cheng Mai, Thailandia, 19-22 ottobre 2006), promosso dalla Fabc (Federazione delle Conferenze episcopali d’Asia) si è discusso del tema: “Raccontare la storia di Gesù: andate e ditelo a tutti”. Il metodo missionario delle Chiese asiatiche oggi, secondo la mentalità pragmatica di molti popoli, è questo: raccontare la propria esperienza di fede, testimoniandola con la carità e la gioia, nel dialogo con tutti. Un vescovo filippino ha detto: “Non è necessario essere dotati intellettualmente: non si tratta di ‘dimostrare’, ma di ‘proclamare’ con la vita che Gesù è l’unico Salvatore. Ciascun battezzato deve raccontare la storia del proprio incontro con Gesù, mettendo l’accento non tanto sui concetti, ma sui fatti verificabili, come ha fatto il Signore: ‘Vieni e vedi’”.
Per questo Giovanni Paolo II ha scritto: “Il culto eucaristico costituisce l’anima di tutta la vita cristiana”, perché essere cristiani significa partecipare alla vita di Dio. La vocazione missionaria nasce da questa esperienza di amore, che poi diventa annunzio di Cristo con la vita e con la parola.
Il più bel ricordo che ho delle mie Messe è legato al primo viaggio in Cina nel 1973, come membro di una delegazione della Montedison, che aveva fabbriche di fertilizzanti in Cina. Erano gli anni tragici della “rivoluzione culturale” di Mao, quando la Cina era chiusa in se stessa e attraversata da bande di giovani fanatici (le “guardie rosse della rivoluzione”) che, sventolando il “libretto rosso”, distruggevano ogni forma di vita religiosa, accusavano e processavano i “nemici del popolo”: odio, violenze, oppressione del popolo inquadrato come in una caserma, si respiravano con l’aria. Noi, invitati dal governo, non avevamo nulla da temere, ma io ero entrato come tecnico, non sacerdote né giornalista: il capo delegazione mi aveva avvisato: se ti scoprono, andiamo tutti nei pasticci. Ebbene, alle due di notte, in albergo, mi svegliavo e celebravo la Messa sul tavolino. Mi ero portato una bottiglietta di vino, un po’ di ostie e alcuni foglietti con le parti mobili della celebrazione. Quelle Messe notturne mi commuovevano sempre fino alle lacrime: le offrivo per i fratelli nella fede nelle carceri e nei campi di lavoro forzato, per tutto il popolo cinese. Pensavo che l’Eucarestia è “la fonte e il culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbiterorum Ordinis, 5) e che Dio evangelizza i cuori “attraverso vie misteriose che Lui solo conosce” (Ad Gentes, 7). Quale atto di missione più valido ed efficiente potevo compiere, di quelle Messe segrete che solo Dio vedeva? Il mio essere missionario si misura non solo dalle azioni apostoliche che compio, ma anzitutto dal come celebro la S. Messa e visito Gesù presente nell’Eucarestia.

Padre Gheddo – Sacerdos, Gennaio 2007

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