Fatti misteriosi alla morte di papà Giovanni in Russia (1942) – Testimonianza di Mario Gheddo

Piero – Chiedo a Mario di raccontarmi come abbiamo saputo che papà era morto il 17 febbraio 1942 in Russia.

   Mario – Quando sono arrivati dalla Russia i militari della sua divisione, la Cosseria, è venuto a trovarci a Tronzano Mino Pretti, giovane avvocato, che qualche anno dopo è stato sindaco di Vercelli. E’ venuto a Tronzano durante la guerra e ha raccontato che il 17 dicembre 1942 il Papà, che era il suo capitano, ha voluto restare con i feriti intrasportabili ed ha mandato via lui con i militari sani: così hanno potuto salvarsi, mentre papà è stato preso dai russi. Pretti avrebbe dovuto restare  lui, ma papà gli ha detto: tu sei giovane, salvati, rimango io.

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    La zia Adelaide ha chiesto a Pretti: in che data è successo questo? E Pretti ha risposto: il 17 dicembre 1942, cioè la stessa notte in cui la nonna Anna ha sentito la voce di papà che la chiamava.

    Piero – Raccontami com’è andata.

    Mario – La notte del 17 dicembre la nonna ha sentito chiaramente la voce di papà: “Mamma, mamma, sto morendo…”. Si è svegliata, si è messa a sedere sul letto ed ha risposto: “Giuanin, Giuanin…”. E papà ha risposto: “Mamma, mi moiru, mi moiru”… sto morendo… La nonna ha svegliato la zia Gina che le dormiva accanto, ma la voce di papà era scomparsa.

    Anche Franco, che era a casa in vacanza dal Collegio a Vercelli, si ricordava benissimo questo fatto. La zia Adelaide diceva alla nonna: “Hai sognato, mamma, hai sognato”. E la nonna rispondeva: “No, mi sono svegliata e mi son messa a sedere sul letto”. Francesco ricordava con me che la nonna, quando raccontava questo fatto, piangeva.

    Un evidente caso di telepatia. La zia Adelaide si era segnata la data, questo lo ricordo bene. Poi abbiamo saputo che il 14 dicembre era incominciata la sacca che aveva accerchiato le divisioni italiane, quando i russi hanno scagliato l’offensiva e il 17 dicembre i russi erano vicinissimi. Allora il papà ha ordinato a Pretti e agli altri di ritirarsi e lui è rimasto con i feriti e i cannoni. E loro sono riusciti a fuggire dalla sacca e sono tornati in Italia.

    Piero – Tu sai qual’è la storia mia, no?- Ricordo benissimo che ero nel salotto che c’era appena entrati in casa nostra a sinistra. dove avevamo il tavolo del pingpong e giocavamo spesso a ping pong. Era un pomeriggio ed ero solo, stavo leggendo qualche libro della zia Adelaide, che aveva là il suo scaffale di libri. A me piaceva curiosare fra quei testi. E sento forte e chiara la voce di papà: “Piero, Piero!”. Io grido: “Papà! Papà!”… Mi sono alzato di scatto e sono scappato verso la cucina, attraversando di corsa l’entrata e la sala da pranzo. Ho fatto a tempo a sentire: “Piero, ma perchè scappi?”. Mi vengono ancora i brividi a raccontarlo.

    Non riesco a ricordare se era inverno o estate. Ma probabilmente era estate, perchè d’inverno eravamo in seminario e non ci mandavano a casa per Natale. A meno che in quell’inverno 1942 fossi tornato a casa perchè non stavo bene. Soffrivo di bronchite già da ragazzo. Nel 1942 avevo 13 anni.

    Mario – Secondo me era estate, l’estate 1943. La nonna ricordava che papà le aveva detto dov’era, il nome di una città russa, ma la nonna diceva: “Non ricordo quel nome che non avevo mai sentito e che non finiva come le parole italiane; le parole italiane non finiscono così…”. Forse non finiva con una vocale ma con una consonante. Da una lettera di papà, spedita poco prima della fine, la zia aveva capito che lui era dove il 17° parallelo taglia il fiume Don: mettendo assieme le iniziali dei vari paragrafi della lettera, scritte in maiuscolo e sottolineate, si capiva questo.

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