Formazione dei preti e vocazione – Padre Gheddo su Sacerdos

In Italia mancano i preti. E’ un dato di fatto avvertito da tutti, non ovunque in misura uguale, ma la situazione in genere non è rosea. Ho partecipato come “esperto” dell’Ad Gentes all’Assemblea generale della CEI in Vaticano (21-25 maggio 2007). Un vescovo del centro Italia diceva che nella sua diocesi più della metà dei preti residenti non sono nati in diocesi. Un altro che, se non avesse trovato a Roma un po’ di preti polacchi, indiani e africani, la sua diocesi dovrebbe dichiarare fallimento, perché negli ultimi 15 anni non hanno avuto nessun nuovo prete nato in diocesi; non solo ma dei cinque ordini religiosi che avevano parrocchie, tre hanno abbandonato e sono rimasti solo cappuccini e salesiani! Il PIME è nato nel 1850. Hanno calcolato che allora i preti in Italia erano circa 110.000 per 22 milioni di abitanti, oggi siamo meno di 50.000 fra diocesani e religiosi, ma con quasi 60 milioni di italiani! Allora, forse, erano persino troppi, oggi decisamente siamo pochi.

Nel 1953 sono stato ordinato sacerdote dal Beato card. Ildefonso Schuster nel Duomo di Milano eravamo 120 nuovi sacerdoti, di cui 95 diocesani! Il card. C.M. Martini, quando ha abbandonato Milano nel 2002 confidava il suo principale “magone” dopo 23 anni di episcopato: era entrato in diocesi nel 1979 e aveva circa 60 nuovi preti diocesani all’anno; e adesso che lasciava erano solo una media di 30-35 (Milano ha circa 5,5 milioni di abitanti!). Oggi siamo a 22-24 l’anno! Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma sono cose che tutti sappiamo e lamentiamo. Su questo problema si sono fatti mille studi, indagini, inchieste, congressi, dibattiti; si sono presi tanti provvedimenti, iniziative, scritte tante lettere pastorali. Tutto bene, senza dimenticare che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe” (Matt. 9, 37; Luc. 10, 2). La preghiera è il primo motore che possiamo e dobbiamo accendere per suscitare “tante e sante vocazioni”.

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Nel 2000 ricorreva il 150° anniversario di fondazione del PIME a Saronno (Milano). Il superiore generale padre Franco Cagnasso (oggi tornato come missionario in Bangladesh) ha organizzato un anno di preghiere per le vocazioni e “per la nostra fedeltà alla grazia della santa vocazione”: preghiera da recitare assieme tutti i giorni, ora di adorazione settimanale, S. Messa comunitaria mensile in tutte le comunità e missioni del Pime, ecc. Ci credete? Nei due-tre anni seguenti l’Istituto ha avuto un aumento imprevisto di vocazioni italiane e anche di preti diocesani entrati nel Pime (sei o sette)!

Ma, dopo la preghiera, c’è la testimonianza di noi sacerdoti che attira o respinge. Insegno nel seminario filosofico del Pime a Roma (la teologia è a Monza). Ai nuovi alunni che entrano chiedo sempre chi o cosa li ha spinti a voler diventare sacerdoti. La maggioranza risponde che hanno conosciuto un buon prete, contento della sua vita ed entusiasta del suo lavoro apostolico che li ha orientati. Cari confratelli, ciascuno di noi deve chiedersi: io sono un uomo realizzato, felice? Sono contento della mia vita di prete e del mio lavoro? Diffondo attorno a me ottimismo o pessimismo sulla Chiesa oppure sono di quelli che si lamentano sempre? Dico a volte a qualche giovane o ragazza se non hanno mai pensato che potrebbero consacrarsi al Signore, diventando prete o suora? Quand’ero ragazzo, era comune che il prete della parrocchia o dell’oratorio o un laico dell’Azione cattolica ti dicesse: non hai mai pensato di diventare sacerdote? Adesso forse non abbiamo più il coraggio di fare una proposta precisa, rispettosa ma convinta.

La secolarizzazione ci travolge tutti! I giovani e i bambini oggi mi fanno pena, perché anche loro entrano in un mondo secolarizzato, dove non si parla mai di Dio e delle realtà soprannaturali. Sono convinto che si debbono fare discorsi seri anche ai ragazzini e bambini. Magari non capiscono ancora ma quella è l’età in cui il piccolo si guarda attorno e incomincia a porsi dei problemi, delle prospettive: se manca assolutamente la proposta di consacrazione totale al Signore, il settore più importante della vita rischia di non comparire più o arriva troppo tardi. Abbiamo abolito i seminari minori ed è giusto che sia così. Ma il germe della vocazione sacerdotale Dio lo mette nei cuori a 10-12 anni e anche prima, non in tutti ma in quakcuno sì. Noi preti della mia età spesso a 12 anni avevamo già deciso. I miei parenti mi dicevano che fin da piccolo (7-8 anni?) quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande io rispondevo deciso: il prete! Evidentemente perché qualche suggerimento mi era venuto, da Dio certamente, ma anche da persone più adulte di me. Certo, in queste cose ci vuole molta prudenza, a volte si può fare anche solo una battuta scherzosa. Dio si serve di tutto per raggiungere i suoi disegni.

C’è un altro motivo di riflessione. In Italia (e anche altrove) veniamo da un lunghissimo tempo di ”clericalismo”, nel quale tutto nella Chiesa, nella parrocchia era concentrato nel prete. C’era abbondanza di sacerdoti e il prete faceva tutto, i laici erano abituati ad essere “cattolici passivi”. Oggi dobbiamo tutti cambiare mentalità. In parole povere si può dire: il prete faccia il prete, il laico faccia il laico. Concetto semplice e chiaro, non facile da realizzare. Visitando le missioni, vedo però la differenza. Nel dicembre 2007 sono stato 21 giorni in Camerun, in visita ai miei confratelli del Pime. Nel Nord del paese, in una regione primitiva appena sotto il deserto del Sahara, a 1.000 chilometri dal mare, il padre Danilo Fenaroli ha fondato e costruito una vera cittadella della carità cristiana, Betlemme, che ospita circa 150 handicappati, sordomuti, orfani, vedove sole, persone mandate via dai villaggi. A mezzogiorno, fra dipendenti, assistiti e lavoratori nella fattoria, nelle scuole, assistenza sanitaria e laboratori di lavoro sono più di 600 persone che mangiano a suo carico!

Visitando quel villaggio della carità mi chiedo come ha fatto padre Danilo a realizzare quest’opera meravigliosa? Mi risponde Livio Ambrosino, un tecnico aeronautico di Susa (Torino) che appartiene all’associazione “I silenziosi operai della Croce”; da due anni è con padre Danilo e dirige lo scavo dei pozzi nei villaggi e l’officina meccanica. Risponde: “Danilo chiede a molti di andare ad aiutare a Betlemme e quando arrivano li prova, poi affida loro un settore, una responsabilità e si fida. Non è il capo che vuol sapere tutto, controllare tutto, fare tutto secondo la sua mentalità. Controlla, ma lascia fare, anima e incoraggia sempre tutti quelli che lavorano con lui. Non considera Betlemme come cosa sua, ma come un’opera di Dio, in cui c’è posto per tutti, purchè animati dallo stesso spirito di fede, di carità e di amore agli ultimi della società”.

Chiedo a padre Danilo: dove trovi tanti soldi, dato che ogni anno per far andare avanti la baracca spendi più di 200.000 Euro, un quinto dei quali circa vengono dal Camerun, il resto dall’Italia? Risponde: “Ho una grandissima fiducia nella Provvidenza. Prego e faccio pregare, cerco di aiutare quelli che hanno bisogno. Mi preoccupo di trovare dei benefattori, di scrivere per ringraziarli. Ma quando celebro la Messa dico al buon Dio: Guarda che questi piccoli e questi poveri non sono miei, sono tuoi. O ci pensi tu o si trovano ancora sulla strada. E poi dormo tranquillo. Se tu lavori per il Signore, la Provvidenza arriva sempre”.

Dopo tanto pregare e parlare di crisi delle vocazioni sacerdotali, continuiamo pure a fare tutto questo, ma chiediamoci anche: non sarà forse che il buon Dio ci dà, a noi preti ma anche, anzi soprattutto ai nostri fedeli laici “praticanti”, un fortissimo segno che dobbiamo cambiare molte cose nella nostra tradizionale esperienza pastorale? Veniamo tutti da una lunga stagione del prete factotum e quasi proprietario della parrocchia. Oggi è indispensabile creare, in noi e nel nostro popolo cristiano, un’altra convinzione e mentalità. La parrocchia, l’opera religiosa che facciamo è di tutti, ciascuno con il suo carisma e il suo compito istituzionale. Se non riusciamo a dare questa immagine al nostro popolo, rimaniamo soli!

Padre Gheddo su Sacerdos (2008)

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