Haiti – Il paese più povero delle Americhe – Conferenza a Radio Maria di Padre Gheddo

Appunti per catechesi su Radio Maria – 18 gennaio 2010

Padre Piero Gheddo, missionario del Pime

UN AIUTO PER INIZIATIVE MISSIONARIE: il tuo 5 per 1000 può fare molto per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi parlo del paese più povero delle Americhe, Haiti. Il 12 gennaio (ore 16,53 locali, 22,52 italiane) un apocalittico terremoto ha devastato e quasi azzerato la capitale Port-au-Prince. Tutti abbiamo visto alla televisione le file di cadaveri allineati sulle strade e nelle piazze, i cumuli di macerie dai quali spuntano mani che invocano soccorso, le migliaia di persone sedute per terra in attesa di un aiuto, inebetite da una disgrazia più grande di loro.

Quando alla televisione mi capita di assistere quasi in diretta a queste calamità epocali, il mio animo si rivolge a Dio in preghiera, ma poi debbo chiedermi cosa io, che vivo a 8.000 chilometri di distanza, posso fare per quei fratelli e sorelle, oltre alla preghiera che è sempre il primo aiuto. Non posso essere solo spettatore come per un film dell’orrore, ma debbo coinvolgermi spiritualmente, e con l’aiuto materiale alla tragedia di quelle persone che non conosco, ma sono figli e figlie dello stesso Padre che sta nei Cieli. Nulla di quanto succede nel mondo mi è estraneo, perché noi siamo cattolici, cioè universali, devoti e seguaci di Gesù Cristo, che è nato, morto e risorto per tutti gli uomini, anche i più lontani e sconosciuti.

Un fatto consolante di questi giorni sono i molti volontari italiani partiti per Haiti e le migliaia di famiglie italiane che hanno chiesto di poter adottare un bambino o una bambina orfani. E’ stata una corsa di solidarietà che è il segno di come nel popolo italiano rimane un forte spirito cristiano di amore al prossimo più piccolo e povero. D’altra parte, lo sappiamo, l’Italia è molto migliore dell’immagine negativa che ne danno, in genere, stampa e televisione italiani.

L’ecatombe di 50 o 100.000 morti in pochi giorni verificatasi ad Haiti ci fa riflettere sulla precarietà della vita umana e sulla diversità delle situazioni che gli uomini vivono in paesi diversi, senza loro scelta o colpa alcuna. Quando a volte dico che noi siamo i privilegiati dell’umanità non esagero. Gli abitanti di Haiti sono nati in un paese soggetto a terremoti e cicloni tropicali particolarmente distruttivi e negli ultimi secoli hanno avuto una storia che non ha favorito lo sviluppo politico-economico-sociale e di fede e vita cristiana. Haiti è venuto alla ribalta dell’attenzione mondiale e vale la pena di conoscerlo meglio, anche per farci un’idea più precisa, più realistica di come si vive in altre parti del mondo dei poveri.

La mia catechesi questa sera si divide in tre parti:

1) La storia di Haiti fino all’indipendenza (1492-1804)

2) Il tempo dell’indipendenza e la situazione prima del terremoto (1804-2010)

3) La giovane Chiesa che deve rinascere col nostro aiuto.

I) Parte Prima – Una tormentata storia coloniale (1492-1804)

Perché vi parlo della storia di Haiti in giorni in cui il paese rischia di affondare nel caos? Perché non è possibile capire bene il momento attuale di un paese, se non si risale alla sua storia. Siamo tutti figli di una storia nazionale. Per portare un esempio. Anche il Giappone è paese di grandi terremoti e un terremoto come quello di Haiti che ha raggiunto un picco del 7,3 della scala Richter (a Perugia era del 6) in Giappone è abbastanza abituale quasi tutti gli anni in una parte o nell’altra del paese, ma non ha mai causato disastri simili a quelli di Port-au-Prince.

Semplicemente perché il Giappone è da sempre uno stato unito, con un’unica razza, un’unica lingua, un Imperatore simbolo dell’unità e della storia della nazione. Non è mai stato colonizzato e fin dalla meta dell’Ottocento è entrato rapidamente nel mondo moderno, adottando tutte le misure necessarie per limitare i danni del terremoto. Haiti ha avuto una storia del tutto diversa, che adesso voglio brevemente raccontarvi e per vari motivi si può dire che non è ancora entrato pienamente nel mondo moderno è questo ha conseguenze negative sia sul piano politico che economico-sociale.

La brutale colonizzazione e la schiavitù dei neri (1492-1804)

L’isola di Hispaniola, la prima del continente americano scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492, era all’inizio una colonia, ma molto trascurata dai “conquistadores” spagnoli, che avevano occupato tutta quella che oggi è l’America Latina (eccetto il Brasile), dalla California, dal Messico e dalla Florida fino alla Terra del Fuoco. I coloni ridussero in schiavitù la popolazione locale, ridotta in condizioni di vita molto precarie, il che portò ad una drammatica diminuzione della popolazione nel secolo XVI, il 1500. La Spagna incominciò a portare nell’isola Hispaniola schiavi africani, impiegati nei lavori pesanti e soprattutto nella ricerca dell’oro. Agli inizi dei Seicento si scoprirono immense riserve di oro e argento in Messico e in Perù e Hispaniola venne quasi abbandonata.

Il 1600 è il secolo dei pirati inglesi, francesi e olandesi che, spesso in accordo con i propri governi, assaltavano le navi spagnole per il trasporto di minerali pregiati in Spagna, conquistando diversi porti e regioni nel Mare dei Caraibi e anche l’isola Hispaniola; tanto che, nel 1606 il governatore spagnolo dell’isola ordina a tutti i coloni di portarsi vicino alla capitale dell’isola, la città di Santo Domingo, oggi capitale dello stato omonimo. Questo permise ai pirati francesi e olandesi di stabilirsi lungo le coste settentrionali e occidentali dell’isola. Nel 1625 la Francia incominciò a colonizzare la parte orientale di Hispaniola e nel 1664 ne rivendicò il possesso, che venne riconosciuto dalla Spagna. Nascono così i due stati di Haiti e di Santo Domingo, il primo francese, il secondo spagnolo.

La Francia si impegnò a colonizzare la sua parte dell’isola Hispaniola, importando anche lei schiavi dall’Africa e coltivando canna da zucchero, caffè, cacao, banane e altra frutta tropicale. Haiti divenne “la perla dei Caraibi”, la più ricca delle colonie dell’emisfero occidentale, grazie, soprattutto, alle notevoli esportazioni di zucchero e cacao. Però questa ricchezza era concentrata nelle mani dei coloni francesi e andava a finire in Francia. La massa degli schiavi neri non ne avevano alcun beneficio. Lavoravano dall’alba al tramonto in condizioni di vita spaventose, che oggi non riusciamo nemmeno ad immaginare. Erano sottomessi in tutto al dispotismo e a volte alla crudeltà dei coloni. I molti che morivano venivano rimpiazzati da altri schiavi di provenienza africana. La persona umana non contava nulla, già allora come oggi contavano gli affari, i soldi.

Noi non dobbiamo dimenticare, cari amici di Radio Maria, i secoli della schiavitù (dal 1500 al 1800 circa), quando in Europa le società di importazione degli schiavi nelle colonie americane davano interessi altissimi a chi investiva nei loro immondi traffici i suoi capitali. Voltaire, uno dei più famosi illuministi francesi del 1700, che tuonava contro la Chiesa e l’Inquisizione, investiva i suoi guadagni nel traffico degli schiavi. L’Europa moderna è nata anche da questi crimini legalizzati.

Nel 1790 la popolazione di Haiti era composta da tre gruppi etnici: gli europei (circa 32.000) che detenevano il controllo politico ed economico; i sangue-misto meticci o mulatti 28.000, liberi ma di stato sociale inferiore; infine, circa mezzo milione di schiavi africani, in buona parte nati in Africa e non ad Haiti: le brutali condizioni di vita, spesso, impedivano la naturale crescita della popolazione. Questo ha impedito l’ambientazione degli africani nella loro nuova patria. Erano costretti a vivere fisicamente ad Haiti, ma con la testa e il cuore erano ancora nei loro paesi e tribù africani, con le loro credenze, abitudini, tradizioni, parentele e tribalismi: un forte ostacolo alla formazione di un popolo unito, di una cultura nazionale. Questa condizione culturale è ancor oggi il maggior ostacolo allo sviluppo di Haiti.

II) Parte Seconda – Indipendenza, colpi di stato e dittature (1804-2010)

Alla fine del 1700, sull’onda della Rivoluzione francese, si verifica anche ad Haiti una rivolta di popolo, non più, come a Parigi contro i re e i nobili, sebbene la rivolta dei neri contro i bianchi francesi. Non una rivolta improvvisa e travolgente, ma un seguito di ribellioni e di concessioni da parte del governatore francese e poi anche, dopo la Rivoluzione francese del 1791, la concessione dei diritti politici a tutti i mulatti e i meticci nati liberi da parte del governo di Parigi.

Nell’agosto 1791 gli schiavi, che non avevano ottenuto niente, si ribellano in varie parti del paese e sotto il comando di Toussaint Louverture conquistano l’indipendenza lottando contro l’esercito coloniale. Il tentativo di Napoleone Bonaparte nel 1802 di mandare un nuovo esercito per riconquistare la colonia non ebbe successo perché i neri temevano la reintroduzione della schiavitù. L’esercito francese venne sconfitto da un’epidemia di febbre gialla fra i militari.

Il 1 gennaio1804 Haiti dichiara la sua indipendenza, divenendo così il secondo paese del continente americano, dopo gli Stati Uniti, a dichiararsi indipendente. Ma mentre gli Stati Uniti (la cui nascita ufficiale è del 1798) conobbero un rapido sviluppo politico-economico, per Haiti l’indipendenza formale dalla Francia segna l’inizio di due secoli di guerre civili e dittature. Nel 1800 Haiti è guidata da una serie di presidenti, la maggioranza dei quali rimane in carica solo per un breve periodo.

Questa instabilità politica ebbe molte cause. Politicamente, la Francia non riconobbe l’indipendenza della sua colonia che nel 1860, più di mezzo secolo dopo l’indipendenza reale, dopo che Haiti dovette pagare una grande somma per compensare le perdite dei proprietari terrieri francesi in seguito alla distribuzione delle loro terre. Un duro colpo per la povera economia dell’isola.

Ma soprattutto, la popolazione di Haiti era divisa in tante etnie e fazioni: bianchi, mulatti e neri che a loro volta si dividevano secondo il luogo e la lingua d’origine. Dopo varie dittature, colpi di stato e periodi di caos, nel 1915 gli Stati Uniti intervengono e occupano Haiti pacificando l’isola, alla quale impongono una Costituzione come quella americana e un governo amico. L’occupazione statunitense dura fino al 1934 ed ha avuto effetti positivi modernizzando il paese e costruendo ospedali, scuole e strade, lanciando una campagna che cancellò la febbre gialla dall’isola. L’occupazione tuttavia, sviluppa le città e le élites bianche e mulatte, determinando un forte processo di centralizzazione del potere politico ed economico, con un forte esodo verso la capitale e tentativi di rivolta da parte dei contadini. Nasce la “Guardia Nazionale”, cioè l’Armée d’Haiti (esercito di Haiti, che col tempo si macchiò di molte atrocità, diventando oppressiva della popolazione civile.

Nel 1934 gli U.S.A. lasciano Haiti nelle mani della minoranza mulatta con una Costituzione e un sistema di governo democratici. Ma il popolo non era ancora integrato in una mentalità di bene pubblico e si ricreano le divisioni e le lotte che da più di due secoli tormentano questo sfortunato paese.

Nel 1957, nelle prime elezioni a suffragio universale, viene eletto Presidente François Duvalier (“Papa Doc”), che all’inizio sembra onesto e dedicato al bene del suo popolo. Ma in pochi anni tutto cambia e Papà Doc si rivela per quello che è, corrotto e violento contro gli oppositori. Nel 1964 si autoproclama Presidente a vita e mantiene il controllo della popolazione attraverso la sua polizia segreta, i “Volontari per la Sicurezza Nazionale”, soprannominati Tonton Macoutes (“gli uomini spettro”), dal nome di una figura della tradizione locale, l’uomo nero.

Alla sua morte nel 1971, a Duvalier padre succede il figlio diciannovenne Jean-Claude Duvalier (soprannominato “Baby Doc”) come nuovo Presidente a vita. Il regime di Duvalier figlio, che nel 1986 deve fuggire all’estero lasciando il potere ai miklitari, in seguito ad un lungo periodo di agitazioni.

La fine del regime dei Duvalier, padre e figlio, è dovuta ad un movimento popolare promosso dalla Chiesa cattolica e rafforzato dalla visita di Giovanni Paolo II nel 1983 il quale, prima di salire sull’aereo, pronuncia un discorso dai toni accesi con una ripetuta esclamazione molto decisa: “Qui le cose devono cambiare!”. Nel 1984, si diffondono in tutta la nazione rivolte contro il governo, mentre la Conferenza episcopale di Haiti vara un programma di alfabetizzazione volto a preparare il popolo haitiano ad una più consapevole partecipazione al processo elettorale.

Il tentativo fallito del Presidente Aristide (1991-2004)

Alla fine degli anni Ottanta appare sulla scena haitiana un giovane sacerdote cattolico, membro della congregazione dei Salesiani di don Bosco, che ha un forte carisma di capo popolo e partecipa attivamente al movimento locale di teologia della liberazione (“Ti Legliz”, chiesa popolare): padre Jean-Bertrand Aristide. Era nato nel 1953 nella cittadina Port-Salut ed educato in scuole di buon livello, entra nei Salesiani e compie studi universitari di filosofia, psicologia e Sacra Scrittura in Haiti, Italia ed Israele, tornando in patria nel 1983 per l’ordinazione sacerdotale. Parroco in una piccola parrocchia di Port-au-Prince, negli anni Ottanta si guadagna una vasta fama parlando alla radio cattolica nazionale (Radio Soleil) con un tono popolare e profetico, che suscita grandi speranze nel popolo in Haiti ma anche in tutto l’Occidente. Ma nel 1988 è espulso dai Salesiani, con l’accusa di “eccitare (con la sua predicazione) le masse popolari all’odio e alla violenza”.

In seguito Aristide entra in politica (poi sposa un’americana dalla quale ha avuto due figlie) e nella campagna per le elezioni del 1990 in sole sei settimane, con la sua oratoria affascinante, è votato Presidente col 67% dei voti e crea il partito politico “Lavalas”, che in criolo significa “alluvione, diluvio”. E’ il primo Presidente di Haiti eletto con voto popolare, ma la sua Presidenza dura dal febbraio al settembre 1991 ed è sbalzato dal potere da un colpo di stato militare. Nel 1994 il Presidente Bill Clinton lo aiuta a tornare al potere, che mantiene fino al 1996.

Per la terza volta Aristide è Presidente di Haiti nel 2001 e poco dopo scioglie l’esercito nazionale per evitare nuovi colpi di stato, ma delude le aspettative del popolo haitiano e incomincia a governare con le “Chimere”, bande paramilitari simili a quelle (Tonton Macoutes) che avevano seminato il terrore durante gli anni di Duvalier. Il paese è incancrenito da violenza e corruzione e dipende totalmente dagli aiuti internazionali, importando anche buona parte del cibo base che consuma (riso, mais), che si potrebbe comodamente produrre in un paese ricco di terre e di acque. 


Nel febbraio 2004 l’Onu manda in Haiti una “Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione di Haiti”, che non è stata efficace perché il Presidente Aristide è deposto da un gruppo di ribelli armati. Quando Aristide lascia il paese (esule a Pretoria in Sud Africa con la moglie e le figlie), intervengono i marines americani a Port-au-Prince, che preparano le nuove elezioni del febbraio 2006, quando René Préval è eletto presidente ed è ancor oggi al potere. Negli ultimi due-tre anni gli indici economici dell’isola hanno cominciato a salire grazie alla stabilità politica e agli investimenti di capitali stranieri.

L’esperienza di Aristide è stata fallimentare, certamente per i motivi di fondo di cui parlo più avanti, ma anche perché ha perso il favore del popolo, pur avendo anche realizzato diverse opere di pubblica utilità e avendo stilato un programma di promozione dei più poveri veramente coraggioso. Ma le accuse che gli venivano fatte dalle opposizioni, confermate da organismi internazionali (Amnesty International, Human Rights Watch e altri), hanno creato attorno a lui sfiducia e rabbia: privato arricchimento suo e dei suoi parenti, molte violenze contro gli oppositori da parte dei paramilitari del suo partito, traffico di droga con implicati membri della sua famiglia, costruzione di una villa personale su una collina sopra un quartiere di baraccati.

Prima del terremoto di una settimana fa, la situazione economica e il livello di vita in Haiti erano a livello di paese sottosviluppato. La Repubblica ha otto milioni di abitanti ed è estesa 27.700 kmq., poco più della Sicilia (25.700) che è la più vasta regione italiana. Secondo l’Onu, Haiti, come “indice di sviluppo umano”, è al 148° posto (su 177). Il Pil annuale per abitante è di 630 dollari americani (l’Italia 35.872), ma più del 60% degli haitiani vivono con meno di due dollari al giorno (cioè un Euro e mezzo). La popolazione è analfabeta per il 50%, il sistema sanitario accessibile solo a 3 haitiani su dieci e c’è un letto d’ospedale ogni 1.600 persone. Il 65% degli haitiani hanno meno di 25 anni, la disoccupazione è più del 50%.

Pare impossibile poiché Haiti è indipendente da più di due secoli, dal 1804. Perché non si è sviluppata? Tre le cause fondamentali:

1) Il popolo haitiano non è omogeneo, ma diviso in varie etnie e fazioni. Le statistiche ufficiali dicono che vi sono il 94% di neri discendenti dagli schiavi africani, il 4% di mulatti (nati da matrimoni fra un bianco e una nera o viceversa) e 1% di “altri”, cioè bianchi, meticci (bianco con donna india) o asiatici. Il problema è che i neri appartengono ad etnie e lingue diverse poichè i loro antenati vennero importati da varie parti dell’Africa. Non costituiscono un popolo unito per il bene pubblico del paese. Come in genere nell’Africa nera, il senso dello stato esiste in modo precario. C’è l’orgoglio nazionale (ad esempio, per la nazionale di calcio), ma non ancora il senso del bene comune. In Haiti manca lo Stato. Nel 1992 sono stato ad Haiti per pochi giorni. Venendo da Santo Domingo, paese povero ma ordinato, l’impressione più forte che ho avuto è questa: qui manca lo Stato.

  1. Mancano le scuole per almeno la metà dei bambini haitiani e quelle che ci

sono in gran parte valgono poco. Nelle città vi sono anche scuole di buon livello, ma sono per i figli delle famiglie ricche o benestanti. La popolazione cresce nell’ignoranza ed è preoccupata quasi esclusivamente della propria sussistenza. Lo Stato potrebbe fare di più per l’educazione, perché non manca di risorse, specie per i molti aiuti internazionali che riceve, ma la corruzione di politici e funzionari statali è altissima. Molti emigrano verso paesi più evoluti per poter studiare e lavorare.

3) Gli unici due elementi di unità nazionale sono le due lingue, il francese e il criolo, e le due religioni, il cattolicesimo e il “voodoo” (vudu), religione locale importata dall’Africa. Ne parlo nella terza parte.

III) Terza parte – Le due religioni nazionali in Haiti

La fede religiosa in un popolo povero come quello di Haiti ha un ruolo molto importante. Il cattolicesimo è la religione di stato, professata dalla maggioranza della popolazione. Si stima, tuttavia, che il 20% degli haitiani sia protestante, ma, oltre alle Chiesa storiche: anglicani e luterani, si suddividono in molte denominazioni fra cui: l’Assemblea di Dio, la Convenzione Battista di Haiti, gli Avventisti, la Chiesa di Dio, la Chiesa del Nazareno, gli Episcopaliani, la Missione Evangelica Battista del Sud di Haiti, e poi i Testimoni di Geova e tante altre sette che vengono dal protestantesimo.

Molti haitiani praticano, spesso assieme alla religione cristiana, il vudù (meglio noto come voodoo), derivante dalla commistione tra le religioni tradizionali africane e il cattolicesimo. Il Vudù (dal termine africano vodu, che letteralmente significa “spirito”, “divinità”, o ancor più letteralmente “segno del profondo”), è in Haiti una realtà forte e determinante. La religione vuduista attuale combina elementi ancestrali estrapolati dall’animismo tradizionale africano che veniva praticato in Africa e specialmente nel Benin prima del colonialismo, con concetti tratti dal cattolicesimo. Il vudù ha recentemente acquisito il privilegio di essere ufficialmente riconosciuto come religione di Haiti, dove è praticato da gran parte della popolazione, contemporaneamente alla religione cattolica o protestante.

I vuduisti credono nelle divinità chiamate Loa e negli spiriti degli antenati, che rappresentano il tramite fra l’Essere Creatore e gli uomini. I Loa hanno il compito di dedicarsi all’umanità, alle loro esigenze, dalle più materiali alle più spirituali. Sono tipiche nelle cerimonie voodoo di Haiti le possessioni in cui i Loa dominano il choual (il corpo) che ospita lo spirito loa durante il rituale. La divinità annuncia predizioni e diffonde consigli in un rituale suggestivo e folcloristico, con tipiche danze tribali e sacrifici di animali. A volte si mischiano la stregoneria con le usanze afro-caraibiche. Lo scopo dei rituali voodoo è di stabilire un contatto con gli spiriti Loa al fine di guadagnare i loro favori e offrendo doni che in genere sono cibo, ortaggi, tuberi, alcool, dolci, eccetera, altre volte sacrifici animali.

Nell’isola più povera e sfortunata dei Caraibi la comunità cattolica conta 7 milioni di fedeli su 8 milioni di haitiani e ha sempre avuto forti connotati popolari.

Il cattolicesimo è entrato nell’isola con i colonizzatori spagnoli nel 1482, i pochi missionari itineranti visitavano i villaggi e le famiglie diffondendo le devozioni a Gesù, a Maria e ai santi, dando il battesimo a quanti lo chiedevano. Gli indios e poi i neri dall’Africa, si facevano battezzare per entrare nella società dei bianchi, ma conservavano anche le loro credenze, riti e superstizioni tradizionali. Non esistevano parrocchie e catechismi. Da questa mescolanza di fedi è nato il vudù e altre invocazioni agli spiriti, ma la fede in Cristo è rimasta nei cuori e nei costumi, tanto che oggi il cattolicesimo è la religione di stato. Questa è una delle meraviglie della grazia divina, che anche nei tempi moderni i missionari possono testimoniare.

Nei secoli 1600 e 1700, il dominio francese in Haiti fu negativo per la Chiesa cattolica. I religiosi spagnoli vennero espulsi e sostituiti da sacerdoti francesi. Ma i funzionari della colonia ostacolavano i missionari che annunciavano il Vangelo agli schiavi. In Haiti non esisteva nemmeno una diocesi e, dopo l’espulsione dei Gesuiti dall’isola nel 1763, la Chiesa era rappresentata solo da pochi sacerdoti dispersi e attenti più ai coloni e militari francesi che alla missione a indios e africani.

La Chiesa rimane quindi bloccata per più di due secoli, fin che il Concordato fra la Santa Sede e il governo haitiano indipendente del 28 marzo1860, permette di fondare alcune diocesi e di inviare missionari. Nascono le prime diocesi, però il primo seminario il clero locale è fondato solo nel 1920. Nel 1957, quando viene eletto Presidente François Duvalier, tutti i vescovi haitiani, eccetto uno, avevano ancora un passaporto straniero. Papà Doc, autoproclamatosi presidente a vita, inizia ben presto ad osteggiare la Chiesa cattolica, a espellere i religiosi, a confinare nelle loro residenze i vescovi più ostili alla sua politica. Nel 1966 un nuovo accordo tra la Santa Sede ed il governo haitiano mette fine a questo stato di cose.

Negli anni Ottanta, la Chiesa cattolica fu la sola che criticò e alzò la voce contro gli abusi perpetrati dal governo di Jean-Claude Duvalier, incoraggiata dallo stesso Papa Giovanni Paolo II nella sua visita pastorale del 9 marzo 1983. Protagonista di questa opposizione il giovane vescovo mons. Sergio Miot, che diventò uno dei personaggi più autorevoli della Chiesa d’Haiti. Nel marzo 2008 fu nominato arcivescovo della capitale ed è morto nel terremoto di martedì scorso nel crollo della sua Cattedrale. Sotto la sua guida il cattolicesimo creolo stava imparando a non confondere la croce con il machete ed a combattere l’ingiustizia senza cadere nell’odio. «Abbiamo bisogno di credenti che sappiano testimoniare l’autentica missione della Chiesa» era la preoccupazione di padre Miot, inflessibile con le dittature sanguinarie ma anche con le rivoluzioni violente. Per questo aveva combattuto la “Teologia della Liberazione” locale che ha diviso la Chiesa, teorizzando una rivolta di popolo per ottenere lo sviluppo e i diritti dell’uomo.

Oggi la Chiesa di Haiti è organizzata in due arcidiocesi (Port-au-Prince e Cap-Haitien) e otto diocesi suffraganee ma, nonostante l’arrivo di non pochi missionari dai paesi europei, soffre di una grave scarsezza di clero. Nel 2002 in Haiti c’erano in tutto 653 sacerdoti cattolici per circa otto milioni di haitiani, cioè in media un prete ogni 11.000 battezzati e 13.000 haitiani (in Italia uno ogni 1.500). Fuori della capitale (due milioni di abitanti), l’80% dell’educazione e della sanità sono fondate e gestite della Chiesa cattolica e dai protestanti. Anche in Haiti, come in altri paesi del Sud del mondo, se non ci fossero le Chiese cristiane per il popolo più povero non ci sarebbe quasi nulla di sanità ed educazione.

Non possiamo dimenticare i missionari italiani presenti in Haiti: Salesiani e suore di Maria Ausiliatrice, Camilliani e suore Camilliane, Gesuiti, Oblati di Maria Immacolata, Scalabriniani e forse altri che non conosco. E poi non solo i volontari che sono andati ad operare in Haiti in questi giorni, ma gli altri volontari e volontarie che vivono e lavorano in quell’isola lontana a volte da molti anni, per un servizio a quel popolo. Missionari e volontari sono i migliori rappresentanti del nostro popolo e della nostra Chiesa, in Haiti e in tutti i paesi del Sud del mondo.

Ad Haiti c’era una Chiesa che, quattro secoli dopo il suo inizio, stava incominciando a crescere ed a maturare ed è precipitata, come tutto il popolo e la nazione, in un baratro che sembra senza fondo. Molti dei sopravvissuti, dicono i giornalisti presenti sul posto, vorrebbero emigrare nel vicino Santo Domingo, in Africa, negli Stati Uniti. E si temono violenze per accaparrarsi acqua e cibo.

Il Nunzio apostolico ad Haiti, mons. Bernardino Auza, intervistato da Gianni Cardinale dichiara ad “Avvenire” (14 gennaio) che nessuno ha dati precisi, lui può dire solo quello che ha visto: “Tutte le grandi chiese e i seminari sono ridotti in macerie. Decine di sacerdoti e seminaristi sotto le macerie. Tutti i ministeri governativi, eccetto quello della cultura, sono distrutti, Ridotti al nulla il Parlamento, le scuole con bambini, i supermercati. Anche il quartiere generale della “Minustah”, la Missione Onu per l’aiuto ad Haiti, è ridotto ad un cumulo di macerie, con decine di persone rimaste intrappolate, tra queste il capo delegazione Hedi Annabi. L’Istituto di studio per i religiosi e le religiose è crollato con gli studenti dentro che partecipavano ad una conferenza”. Mons. Auza riferisce che il rettore del seminario si è salvato, “ma – aggiunge – dove c’era il seminario, ovunque si sentivano urla sotto le macerie… Noi della nunziatura siamo accampati fuori perché la terra continua a tremare”.

Di fronte ad una tragedia dove nessuna struttura umana sembra salvarsi, il nostro primo pensiero è la preghiera. Noi possiamo fare poco o nulla, ma Dio può tutto e questo pensiero deve darci la speranza che Haiti risorgerà, anche col nostro aiuto spirituale ed economico. La scena più commovente dei telegiornali con filmati su Haiti è stata, per me, quella bambina di due-tre anni tirata fuori dalle macerie dopo due giorni dal terremoto. Vi ricordate? Prima che l’uomo che l’ha salvata l’abbracciasse, la prendesse in braccio e le desse da bere, la piccina è apparsa in tutta la sua piccola umanità ricoperta solo di polvere. Non piangeva, non gridava, era inebetita dal dolore e dal non capire nulla di quel che le era successo. L’abbiamo rivista due giorni dopo ed era o sembrava una bambina normale della sua età: giocava con altri bambini in un orfanotrofio.

Ecco, mi pare che quella piccola sia l’immagine del popolo di Haiti, che esce spogliato di tutto da una tragedia di proporzioni apocalittiche, ma che rinascerà. A noi rimane l’impegno della preghiera e dell’aiuto economico per questo popolo, il più povero e sfortunato dell’America Latina.

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