I fioretti di padre Clemente, i bottoni e i bonzi – Padre Gheddo sul “Bollettino di P.Clemente”

Rainbow coloured buttons“Come fa lei a scrivere per ogni fascicolo di ‘Padre Clemente racconta ‘ un articolo sul nostro grande missionario agratese? Ogni volta che arriva il bollettino penso: chissà se padre Gheddo avrà ancora qualcosa da dire…”. Caro amico, ho compiuto in marzo 74 anni e spero che il Signore mi conceda di viverne almeno altri venti (non mettiamo limiti alla Provvidenza): il materiale raccolto su Clemente è così vasto, che temo di non aver il tempo di esaurirlo! In questi giorni sto preparando un libro intitolato “I fioretti di padre Clemente”. Che meraviglia di uomo e di prete noi abbiamo nel “grande missionario agratese”! Il problema non è di cosa mettere, ma di cosa scartare.

Ecco la testimonianza di padre Valentino Rusconi, già compagno di Clemente a Kengtung e oggi missionario in Brasile (che mi ha raccontato il 16 aprile 1999). Quando Clemente arrivò in Birmania nel 1924 con altri due giovani missionari, il vescovo di Toungoo, mons. Emanuele Sagrada, li chiama per sentire cosa sanno fare e mandarli al posto giusto. Entra da lui il primo, tutto spirituale, che alla domanda del vescovo: “Cosa sai fare?”, risponde: “Io so fare solo peccati”. “Ho capito, dice il vescovo, ti metto a fare il padre spirituale in seminario”. Entra il secondo che dice: “Io sono quasi ingegnere, so costruire case e chiese, scuole e conventi”. Il vescovo lo mette e capo delle costruzioni.

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Arriva Clemente che dice:

– Io so attaccare i bottoni.

– Ma questo lo sanno fare tutti!

– Però non con la mia abilità!

– Spiegati meglio.

– Io attacco i bottoni col filo rosso, col filo nero e col filo bianco.

– Ho capito, tu sei un originale. Ti mando a Kengtung.

 

Questa invece la testimonianza di mons. Abramo Than, a quel tempo vescovo di Kengtung, resa al processo diocesano di canonizzazione.

“Un giorno, padre Clemente incontra un gruppo di giovani aspiranti bonzi che vanno in giro a chiedere cibo. Li saluta e si ferma a parlare con loro, chiedendo chi sono e cosa fanno. I giovani rispondono:

– Noi siamo giovani aspiranti bonzi e andiamo in giro a raccogliere cibo per il nostro monastero.

– Voi sapete dove andate dopo la morte? chiede loro Vismara.

– No, non lo sappiamo.

– Se voi non sapete dove andate dopo la morte, è inutile fare i bonzi. Io invece so dove vado.

– E dove vai?

– Vado in cielo, ritorno a Dio che ha creato me e voi. Volete anche voi venire con me?

– Sì, io voglio venire, risponde uno di essi, Sai Num.

Qualche giorno dopo, Sai Num abbandona il monastero e la sua veste gialla e viene da padre Vismara: studia il Catechismo ed è battezzato. Sai Num aveva padre, madre, tre fratelli e tre sorelle, tutti shan buddhisti. Quando diventa cattolico, i suoi genitori, fratelli e sorelle non lo approvano; ma Sai Num non si cura della loro approvazione: in tutta la sua vita e fino alla morte mostra ai genitori, ai fratelli e sorelle, come si comporta un buon cattolico. Sai Num muore il 9 luglio 1996 a Tachileik. Era un uomo molto buono, sincero e fedele amico di padre Clemente Vismara. Ora tutti e due sono in cielo e Sai Num deve essere veramente riconoscente a p. Vismara, per averlo portato con lui in Paradiso”.

Come faceva Clemente ad essere sempre nuovo, originale, pieno di umanità e di gioia? Aveva certamente un gran bel carattere e molti doni naturali. Ma la radice di tutto sta in questo: viveva unito a Dio. La mia nonna Anna, madre di 11 figli, semi-analfabeta (II elementare) ma di grandissima saggezza umana e cristiana, mi diceva spesso: “Ricordati, Piero, che se tu stai col Signore, il Signore sta con te e tutto ti andrà bene”. Fino a 74 anni posso dire che aveva proprio ragione.

Padre Piero Gheddo – giugno 2003
Bollettino di Padre Clemente

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