I miei sessant’anni di sacerdozio – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, il 28 giugno prossimo celebro i miei 60 anni di sacerdozio, Sono stato ordinato sacerdote nel Duomo di Milano dal Beato card. Ildefonso Schuster, allora arcivescovo di Milano: eravamo 120 giovani e nuovi sacerdoti. Questa sera voglio condividere con voi, che mi ascoltate in Radio Maria, la gioia che provo in questi giorni, le riflessioni e i sentimenti che mi portano a ringraziare il Signore per questo grande dono che mi ha fatto di chiamarmi a seguirlo come prete e missionario dei non cristiani, e poi per avermi amato, aiutato, protetto, perdonato, custodito in tutti questi anni anche attraverso molte sofferenze, fallimenti, obbedienze che mi sono costate molto. Ma sopra le nubi è sempre brillato il sole di Dio, al fondo delle tenebre ho sempre visto brillare la luce:

Ieri, domenica 16 giugno, sono stato nel mio paese natale di Tronzano vercellese per una Messa solenne in cui abbiamo ringraziato il Signore con le coppie di sposi che hanno celebrato i 60 anni, 50, 40, 25 anni di matrimonio, circondate da figli e nipoti e pronipoti e dall’affetto e ammirazione di tutto il paese. Il matrimonio è la loro missione che dura da tanti anni e li rende felici. Per me la chiamata di Dio è stata il sacerdozio e anch’io sono contento di come ho speso la mia piccola vita.

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La mia catechesi si sviluppa in tre punti:

  1. – Chi è il sacerdote della Chiesa cattolica.

2 – E’ Dio che chiama i suoi sacerdoti.

3 – Il prete uomo per gli altri, la missione universale.

I) Chi è il sacerdote della Chiesa cattolica

Partiamo dalla commovente immagine di Gesù Buon Pastore. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura umana per liberare, attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione, gli uomini dal peccato e rimetterli nella Grazia e dell’amicizia con Dio. E’ un cosa sola con il Padre ed ha un rapporto personale di amore con tutti noi, che siamo le sue pecore, per le quali ha dato la vita. Gesù ci rivela il volto di Dio che è amore (Deus caritas est!) e chiede a tutti gli uomini di ricambiare l’amore a Dio, con la preghiera e nel rispetto della Legge data da Dio per il bene dell’uomo. Questa la missione di Gesù, che continua ancor oggi attraverso la Chiesa.

Il prete mediatore fra Dio e gli uomini

Gesù Cristo, per continuare la sua missione nella storia dell’umanità, ha fondato la Chiesa e il sacerdozio. Chi è il sacerdote? Lo definisce la Lettera agli Ebrei (V,1) parlando del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, ma tutto questo si riferisce anche ai sacerdoti del Nuovo Testamento che rappresentano Cristo, partecipando all’unico sacerdozio di Cristo: “Ogni sommo sacerdote, proveniente dagli uomini, è costituito per servire Dio a vantaggio degli uomini, per i loro rapporti con Dio, allo scopo di offrire oblazioni e sacrifici per i loro peccati. Egli è in grado di sentire compassione per quelli che sono nell’ignoranza e commettono errori, perchè anche lui è un uomo debole. Proprio a causa della sua debolezza, egli deve offrire sacrifici non solo per i per i peccati del popolo, ma anche per i suoi. Nessuno può pretendere per sé l’onore di sommo sacerdote. Lo riceve solo chi è chiamato da Dio, come nel caso di Aronne”.

Il sacerdote è “alter Christus”, un altro Cristo, consacrato dalla Chiesa come mediatore fra Dio e gli uomini, partecipa del sacerdozio di Cristo: celebra l’Eucarestia e la distribuisce in cibo ai fedeli, perdona i peccati, presiede l’Assemblea eucaristica e la comunità cristiana (parrocchia), insegna e trasmette la Parola di Dio. E’ collegato a Cristo attraverso il suo Vescovo e il Papa, successore di Pietro, Vicario di Cristo. Senza sacerdoti non vi sarebbe la Chiesa di Cristo.

L’errore più funesto per un prete è di avere un mediocre concetto della sua dignità e missione, di considerarsi un funzionario, un impiegato, un lavoratore a servizio della Chiesa, della parrocchia. Non è così. Gesù ha detto agli Apostoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Giov. 15, 16). Io sono sacerdote perchè mi ha scelto Cristo e ho risposto positivamente alla sua chiamata. Questa coscienza di essere stati scelti da Gesù per diventare suoi sacerdoti, è fondamentale per poter nutrire in noi la riconoscenza a Dio e alla Divina Provvidenza; come pure una fede vivissima nelle realtà soprannaturali e nella missione sacerdotale per la salvezza eterna di molte anime.

Io sacerdote, come tutti i sacerdoti, debbo avere un’altissima stima della mia dignità e dell’importanza che ho nella Chiesa e nella società. Stima non di me stesso, Piero Gheddo, che sono un pover’uomo come gli altri; non per quello che faccio o posso fare in campo pastorale e ministeriale, ma per quello che il Sacramento dell’Ordine imprime nel prete: un marchio indelebile, un sigillo spirituale che consacra l’uomo a Cristo. La consacrazione sacerdotale è un segno incancellabile: io sono sacerdote in eterno, tutti noi preti lo siamo!

Lasciatemi ricordare mia nonna Anna, morta nel 1949 a 84 anni. Una santa donna che aveva allevato ed educato dieci figli e noi tre nipoti. Aveva fatto solo la prima elementare eppure aveva una saggezza evangelica che la rendeva gradita a tutti. La chiamavano quando c’era un ammalato o un morto per andare a pregare, a consolare, a dire una buona parola a tutti. In quell’estate 1949 sono andato in vacanza dal Pime a Tronzano vercellese e la nonna era già a letto ed è morta poco dopo. Mi sono seduto vicino a lei, abbiamo recitato il Rosario e poi mi ha chiesto:

  • Piero, quanti anni ti mancano per diventare prete?
  • Sto incominciano gli studi della teologia e finirò tra quattro anni.
  • Mi sarebbe tanto piaciuto esserci quel giorno della tua prima Messa qui a Tronzano. Io non ci sarò più, ma ricordati che quel giorno tu sarai diventato più grande e più importante di De Gasperi e di Togliatti, di Truman e di Stalin, perché dirai le parole della consacrazione e chiamerai il Signore sull’altare e Lui verrà. Avrai Gesù nelle tue mani e potrai darlo a tutti. Non c’è nulla di più importante in questo mondo”.

Quando celebro la S.Messa, chiedo sempre al Signore la grazia di avere la fede della nonna Anna e di commuovermi quando consacro l’ostia e il vino e mi nutro del Corpo e Sangue di Cristo. Chiedo il dono delle lacrime perché la nostra conversione a Cristo viene anche dalla commozione del cuore.

Il sacerdote è “un altro Cristo”

Chi è il sacerdote? Una volta si diceva: “Sacerdos, alter Christus”, il sacerdote è un altro Gesù Cristo. Un Padre della Chiesa, san Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo dopo Cristo, ha lasciato nei suoi scritti questa frase molto espressiva: “Quod est Christus, nos erimus, christiani”, quello che è Cristo lo diventeremo anche noi, cristiani. E più ancora si può ripetere dei sacerdoti. La nostra vita di preti ha questa meta, questo traguardo: di assomigliare sempre più a Cristo, un cammino di lotta contro noi stessi e le nostre tendenze cattive, il nostro egoismo. Un cammino che dura tutta la vita e ci dà la giovinezza dello Spirito e l’entusiasmo di entrare sempre più in comunione intima con Gesù.

Tutta la tradizione cristiana ha considerato il sacerdote una persona unita a Cristo, quasi una cosa sola con Cristo, per due motivi:

  1. per i poteri sacerdotali che il prete riceve nell’ordinazione sacerdotale con il Sacramento dell’Ordine. Il sacerdote è l’intermediario tra Dio e gli uomini, il distributore dei doni divini di Grazia e di perdono dei peccati, di cui tutti hanno bisogno (sacerdos= sacra dans). E’ talmente grande l’identificazione del prete con l’unico ed eterno sacerdote Cristo, che il celebrante della Messa non dice: “Questo è il Corpo… è il Sangue di Cristo”, ma “Questo è il mio Corpo… il mio Sangue”! In quel momento io sacerdote agisco nella persona di Cristo, cioè non solo rappresento Cristo, ma sono Cristo.
  2. Il secondo motivo per cui il sacerdote è una persona sola con Cristo è che egli deve tendere continuamente alla santità, cioè all’imitazione di Cristo, in modo che i fedeli vedano in me un altro Cristo. Certo sempre uomo piccolo e debole, anche lui tentato e a volte soccombente alle tentazioni del demonio, ma comunque orientato fermamente alla “Imitatio Christi”, all’imitazione di Cristo. Questo significa partecipare alla vita divina attraverso l’amore e l’imitazione di Gesù.

Lasciatemi dire che a volte, avvicinando uomini e donne che sono considerati dei santi, vedendo la loro vita e il loro eroismo nel seguire Cristo, nel portare la loro Croce con gioia (e penso in questo momento a Marcello Candia), mi chiedo: “Ma è possibile che essi, che sono laici, amino Cristo più di me che sono un prete?”.

Il Beato padre Paolo Manna, superiore generale del Pime (1924-1934), ha lasciato le sue “Lettere ai missionari del Pime” che abbiamo raccolto nel volume “Virtù Apostoliche”, che ha avuto quattro edizioni (l’ultima dalla Emi nel 1997) in cui c’è una lettera intitolata: “Preti mediocri non ci servono” (pagg. 145-156).

Avendo egli stesso visitato tutte le missioni del Pime di quel tempo, padre Manna loda lo spirito apostolico dei suoi missionari: “Ho constatato dappertutto nelle nostre missioni un meraviglioso spirito apostolico. Non so se si possano dare zelo, dedizione, povertà superiori a quelli che ho ammirato nella generalità dei nostri missionari… i quali, per salvare le anime, abbracciano sacrifici e privazioni senza numero e si accostano agli umili, ai piccoli, ai miseri, con una abnegazione, una bontà quali solo si attingono nel Cuore divino di N.S. Gesù Cristo”.

Poi aggiunge: “Quello che ci deve soprattutto importare è la nostra personale santificazione. Solo se i missionari saranno santi, potranno santificare gli altri. Ogni apostolato fondato su altra base è puro spreco di energie. Per questo prego tutti voi, amatissimi confratelli, di coltivare seriamente la nostra vita interiore, unica sorgente e vero fondamento dello zelo apostolico e della fruttuosità del nostro lavoro missionario”.

Padre Manna si rivolge poi ai formatori dei seminari del Pime: “Dopo questo viaggio di visita alle missioni del Pime, ho la viva immagine di quello che è e deve essere la vita del missionario. Preti mediocri non ci servono. Abbiamo bisogno di una schiera di uomini ripieni dello Spirito di Dio, capaci di fondare e organizzare nuove cristianità e Chiese, capaci anche di molto soffrire… Pastori di anime, che sappiano dare alle anime Gesù Cristo dalla sovrabbondanza del loro tesoro di gtrazia e di virtù”.

Il sacerdote è chiamato alla santità

La missione del sacerdote è di portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio; è mediatore fra Dio e gli uomini; è ”un altro Cristo”, quindi deve identificarsi il più possibile con il Signore Gesù, che è l’unico e vero sacerdote. Ci sono due passaggi per identificarsi con Cristo:

  1. Con l’ordinazione sacerdotale, il prete riceve i poteri di Gesù Cristo, consacra l’Eucarestia, celebra la Santa Mesasaa, perdona i peccati gli uomini, presiede alla comunità cristiana, annunzia il Vangelo e la Parola di Dio, distribuisce i doni della Grazia attraverso la celebrazione dei Sacramenti e le benedizioni.
  2. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, così pure il sacerdote porta in sé un elemento divino e un elemento umano. Ogni sacerdote è chiamato a far prevalere nella sua vita l’elemento divino sulle miserie dell’uomo che è peccatore. Ecco la chiamata alla santità, cioè all’imitazione di Cristo.

, Quando era sulla terra. Gesù nascondeva la sua divinità sotto il velo della sua natura umana. Per i suoi compaesani era “il figlio del fabbro” (o del falegname): “Nonne hic est fabri filius?” si chiedevano i nazareni: “Non è forse costui il figlio del fabbro?”. Per il Sinedrio del popolo ebraico e per i romani Gesù era “un malfattore” dannoso per la società, un ribelle che minacciava la solidità della società erbaica. Ecco perché lo condannano alla flagellazione e alla morte in Croce.

Il sacerdote si presenta al mondo come un uomo soggetto alle miserie umane, ma nasconde in sé l’invisibile grandezza della sua dignità sacerdotale. Noi preti dobbiamo essere coscienti di rappresentare Cristo, di avere i poteri del Figlio di Dio, di poter dire: “Nel nome di Cristo e della Chiesa, io ti perdono da tutti i tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Va in pace e non peccare più!”.

Se io prete voglio essere davvero un altro Cristo, non solo nei poteri sacramentali, ma nella somiglianza della mia vita a quella di Cristo come ci è raccontata nel Vangelo, debbo tendere verso la perfezione, la santità. E quanto più mi avvicino a Cristo con la mia vita, i miei pensieri e le mie azioni, tanto meglio compio la mia missione di sacerdote.

Il motivo umano è facile da capire. Il prete santo è richiesto dal popolo cristiano, che esige da noi la lezione dell’esempio: non possiamo predicare la Legge di Dio e il Vangelo, se poi con la nostra vita dimostriamo di non crederci, perché facciamo tutto il contrario!

San Tommaso d’Aquino ha scritto nella sua “Summa Teologica” (II, II, q.184, a.8): “Chi riceve l’Ordine sacerdotale viene abilitato ad esercitare le funzioni più nobili…Innalzato a così sublime ministero, il sacerdote non può accontentarsi di una bontà morale qualunque, ma si esige da lui una virtù eminente”.

Paolo VI ha scritto (Evangelii Nuntiandi, n. 41): “L’uomo contempporameo acolta iù volentieri i testimoni che i maestri e se asclta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Il mondo moderno è sempre più complesso e l’uomo d’oggi, bombardato da mille notizie, messaggi, proposte, immagini televisive, non presta quasi più attenzione alle parole: se ne sentono e se ne leggono a milioni tutti i giorni. La stessa Parola di Dio, se non è incarnata nel quotidiano, non basta più. Ciò che convince e fa riflettere è la santità della vita, cioè il Vangelo vissuto oggi nella normalità di tutti i giorni.

Cari amici di Radio Maria, il cammino verso l’imitazione di Cristo è lungo e difficile, non finisce mai, perché la vera e perfetta imitazione di Cristo la realizzeremo soltanto, è la nostra speranza, nel Regno di Dio, in Paradiso. E’ un bel pensiero che consola e vivacizza la nostra ricerca di Dio e di Cristo, nonostante le nostre miserie, i nostri peccati. L’importante è che il prete si innamori davvero del Signore Gesù, perché l’amore fa compiere passi da gigante verso l’ideale del prete.

Termino questa prima parte chiedendo a tutti una preghiera per la santità dei sacerdoti. Pregate per i vostri preti. Ho nominato la nonna Anna, una santa donna. A Tronzano negli anni trenta c’erano tre sacerdoti per 3.500 anime, il parroco e due giovani viceparroci. Uno di questi due suscitava parecchie critiche. Una volta viene in casa nostra un’amica di famiglia che si ferma a parlare con la nonna e ha incominciato a riferire le voci che giravano su quel Don non esemplare. La nonna l‘ha fermata e ha detto: “In casa mia non si parla male dei preti. Preghiamo per loro e rispettiamoli perché ci perdonano i peccati e ci danno Gesù nell’Eucarestia”.

II) E’ Dio che chiama i suoi sacerdoti

In Italia e nell’Occidente cattolico, mancano i preti. Tutti lo sappiamo, l’abbiamo sperimentato, ma la realtà sta nelle cifre. Ecco le statistiche sommarie e impietose:

  • Nel 1900 circa 100.000 sacerdoti diocesani per 25 milioni di italiani;
  • Nel 1960 65.000 per 50 milioni;
  • Nel 1978 43.000 per 55 milioni;
  • Nel 2011 32.000 per 60 milioni.

In sintesi, nel 1900 c’era in Italia un prete ogni 250 italiani, oggi un prete ogni 2000! Senza i sacerdoti, la Chiesa non può esercitare la sua duplice missione: assicurare l’assistenza religiosa ai cattolici e annunziare in modo credibile ed efficace Gesù Cristo ai non cristiani e ai popoli cristiani e cattolici che hanno abbandonato o stanno abbandonando la fede e la vita cristiana. Ci vogliono anche i laici che collaborano e svolgono compiti non sacerdotali nella parrocchia, ma senza il prete non esiste l’Eucarestia che è l’anima di tutta la vita cristiana.

Nel 2010 sono stato in Francia e mi dicevano che le parrocchie con 2000 o meno abitanti senza il prete residente, e con una sola Messa alla domenica, sono tante, forse la maggioranza. Il risultato è che la fede si indebolisce, vacilla, a poco a poco svanisce, rimane certamente in molte coscienze, ma non c’è più comunità cristiana.

Pregare per avere tanti e santi sacerdoti

Cari amici di Radio Maria, ci lamentiamo che in Italia la fede va diminuendo, le famiglie si sfasciano, il popolo italiano e soprattutto i giovani sono in crisi di fede e di speranza. Ma la radice di tutto questo è proprio la scarsezza numerica di sacerdoti e anche lo scarso zelo apostolico di un certo numero di preti(senza voler giudicare nessuno).

Cosa fare? È la domanda che tormenta quelli che hanno responsabilità diretta della Chiesa italiana ed è superfluo, in questa sede, inseguire le molte ipotesi e proposte che si fanno e si potrebbero fare. Qui desidero solo dirvi che ogni battezzato è responsabile di questa situazione: non è un problema del Papa e dei vescovi e nemmeno solo dei sacerdoti, ma di ogni credente, soprattutto di voi che ascoltate Radio Maria.

Tutti possiamo dare un contributo al rilancio della Nuova evangelizzazione in Italia, che parte dai sacerdoti: avere sacerdoti santi e in numero sufficiente per le necessità religiose del nostro popolo. Come sapete, ho celebrato i 60 anni di sacerdozio e gli 84 di vita e potrei anche pensare che ho fatto molto, ho dato il mio contributo. Ma non mi sogno nemmeno di mettermi in pensione,anzi, ringrazi oil Signore che mi tiene così super-occupato. Sono responsabile anch’io di questa situazione che riguarda tutti, siamo responsabili tutti.

Il primo impegno di tutti è di pregare affinchè il Signore ci dia sacerdoti santi e sufficienti per le necessità del nostro popolo. L’ha detto Gesù: “La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe” (Mat 9, 37). Dobbiamo credere nel valore della preghiera. Ciascuno di noi si interroghi: prego perché il Signore ci mandi tanti e santi sacerdoti? Non basta qualche preghierina ogni tanto. Facciamo qualche ora di adorazione, qualche Comunione e visite a Gesù nell’Eucarestia, diciamo dei Rosari per questo scopo. Nelle diocesi e nelle parrocchie si dovrebbero organizzare preghiere pubbliche per la fedeltà dei sacerdoti alla loro missione e l’aumento delle vocazioni sacerdotali.

Voi capite quanto è grande la dignità e la responsabilità del prete. A volte, noi preti siamo presi da un senso di trepidazione e quasi di sgomento di fronte alle molte mansioni del nostro ministero. Diciamo con Geremia (Ger 1, 6): “Signore, io sono giovane, non so parlare, come potrò predicare la tua Parola ai sapienti, agli scienziati, ai grandi di questa terra?”. Oppure con San Paolo (2 Cor 4,7): “Signore, io porto in me stesso questo tesoro come in un vaso di creta, perché sia chiaro che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”.

Ecco perché dico a tutti: “Pregate per noi preti, aiutateci a rimanere fedeli a Cristo con la vostra comprensione, affetto e consiglio. Non lasciateci soli”.

Perché è importante la preghiera per le vocazioni e la santità dei sacerdoti? Perché il protagonista della missione della Chiesa è lo Spirito Santo (Capitolo IV della Redemptoris Missio). La preghiera, sincera e prolungata, conferma a Dio la nostra fede e rende tutti più disponibili all’ascolto delle ispirazioni che lo Spirito soffia nella nostra mente e nel nostro cuore. Questa la fede: fidarsi di Dio e chiedere a Dio le grazie di cui sentiamo la necessità. Il popolo di Dio deve reagire a questa diminuzione di preti, anzitutto attraverso la preghiera.

Nel Pime abbiamo fatto questa esperienza. Nell’anno 2000, quando l’Istituto celebrava i suoi 150 anni di fondazione (siamo nati nel 1850), il nostro superiore generale, padre Franco Cagnasso (oggi in Bangladesh) ha promosso un anno di preghiere per la santità dei missionari del Pime e le vocazioni missionarie. Ogni comunità dell’Istituto celebrava Messe per questo scopo, faceva un’ora di adorazione settimanale, ecc. Ebbene, abbiamo avuto una ventata nuova di spirito missionario e un aumento di vocazioni fuori del normale che si è prolungato per alcuni anni; e sono entrati nel Pime diversi sacerdoti diocesani per il lavoro nelle missioni.

Sensibilizzare le famiglie e i giovani

Un altro compito che spetta a tutti i credenti in Cristo è di parlare della scarsezza di sacerdoti, che è un danno per tutto il popolo italiano. Nessuna persona è così aperta ad aiutare tutti come il sacerdote (e la suora), a consolare, visitare, ascoltare, consigliare. Ho letto che in Italia ci sono 112 comunità di ricupero per i drogati, 96 delle quali fondate e ancora dirette da sacerdoti o suore, da istituti religiosi. E questo si può ripetere per altri campi di intervento per i poveri, i disabili, gli ex-carcerati, le donne in pericolo: ricordate don Benzi? Le minorenni arrestate dalla polizia, in genere vengono inviate in comunità di ricupero tenute da suore.

Il prete, la suora svolgono nella società un ruolo importante, perché portano Dio agli uomini e gli uomini a Dio e sono animati da quello spirito evangelico di bontà, di misericordia, di comprensione di cui c’è assoluto bisogno. E quando manca la figura religiosa ad esempio negli ospedali con le suore, la cura dei malati diventa un fatto tecnico, professionale, perde lo spirito umanitario di curare il malato come se fosse Gesù Cristo, un nostro fratello o sorella in Cristo che è morto in Croce per tutti. La motivazione religiosa è importante, crea un’atmosfera di fraternità, di amore.

Il prete è l’uomo che porta Dio alle persone tentate dalla disperazione. Negli anni settanta sono stato per 7-8 anni aiutante del Cappellano delle Carceri di San Vittore a Milano don Cesare Curioni, andavo in carcere sabato e domenica per la Messa, le confessioni e per parlare con i carcerati che chiedevano l’incontro con il prete, il missionario. Erano gli anni delle Brigate rosse e Brigate nere (in raggi lontani gli uni dagli altri), poveri giovani caricati come molle dall’odio e da ideologie di violenza, spesso chiedevano il prete quasi solo per poter scaricare su un amico disposto ad ascoltarli il pieno del loro cuore che li tormentava. Quando uscivo dal carcere, ringraziavo sempre il Signore di avermi dato una famiglia religiosa!

Altra esperienza che mi ha arricchito è quando sono andato tutti i giorni per 34 anni (1960-1994) a celebrare la Messa nell’ospedale delle Suore cabriniane (la Clinica Columbus, 120 posti letto) a Milano. Ho confessato molto e ho visto il valore della fede e del sacerdote per quanti soffrono. Negli ani ottanta si facevano le prime operazioni al cuore e la Columbus era all’avanguardia in questo. Il chirurgo del cuore mi diceva: “E’ più facile operare una persona che crede e che prega, di una che non crede, perché la prima è più tranquilla, più serena, più fiduciosa”.

La domenica 22 aprile 2012 sono stato a La Spezia per la “Festa della Famiglia” e mi hanno detto che negli ultimi anni, i seminaristi studenti di teologia sono aumentati da 6 a 15, con sei studenti di filosofia che li seguono. Non sono grandi cifre ma La Spezia è una piccola e non facile diocesi: 220.000 abitanti, 187 parrocchie, 107 preti diocesani, 47 religiosi in diocesi e 125 suore.

     Perchè questo aumento? Ho parlato con preti, suore, seminaristi e laici. Il vescovo mons. Francesco Moraglia (oggi Patriarca di Venezia), nel 2008 ha varato varie iniziative, centrando l’attenzione della diocesi sulle vocazioni sacerdotali. Ad esempio, i pellegrinaggi ai santuari mariani o chiese dedicate a Maria in diocesi. “Si va in pullman, almeno tre pullman e poi ci sono parecchie auto –  mi dice il rettore del seminario don Franco Pagano. – Il primo sabato di ogni mese ci si ritrova in una località vicina ad un santuario mariano della nostra diocesi, poi si va a piedi recitando il Rosario e facendo la consacrazione a Maria per le vocazioni sacerdotali religiose. Nlel santuari osi celebra la Messa e si confessa. Vengono sempre tanti sacerdoti, ci siamo trovati anche in 12 a confessare. E’ un momento di grazia straordinaria, molti si confessano. Poi un momento di fraternità. La parrocchia ospite offre la colazione e si sta assieme fin verso le 11. Partecipano anche i seminaristi. Poi si torna a casa”.

     “Il vescovo Moraglia ha istituito l’adorazione perpetua per le vocazioni sacerdotali e religiose in diocesi. Nella cappella del Crocifisso della parrocchia di Santa Maria Assunta a La Spezia c’è l’Adorazione continua (24 ore) e c’è sempre gente. Si sono fatti i turni, ci sono i responsabili dei turni. Sono iniziative ben preparate, mobilitando la buona gente che viene in chiesa e anche altri fedeli… Un laico mi ha detto: “Prima ci lamentavamo che mancano i preti, oggi sappiamo che è superfluo lamentarsi, ciascuno deve fare la sua parte”.

Oltre alla preghiera, occorre sensibilizzare le famiglie cristiane a questo tema, poiché sono loro che debbono produrre preti e suore, assistendo (non scoraggiando) quei ragazzi e ragazze che sentono una certa attrattiva alla vita consacrata. La fede viene trasmessa in famiglia e le famiglie sono responsabili di far maturare nei loro figli e nipoti la chiamata di Dio. Don Franco Pagano, rettore del seminario di La Spezia, mi dice: “Mons. Moraglia aveva dichiarato più volte che la preghiera e le attività per le vocazioni sono il compito primario della diocesi, soprattutto convincendo i preti, le suore e i catechisti a parlarne, perché c’è anche chi è scoraggiato e quasi non parla più della chiamata di Dio alla vita consacrata. Oltre alla festa delle famiglie, ai pellegrinaggi, all’adorazione eucaristica e alle preghiere per le vocazioni, abbiamo fatto le normali attività vocazionali e giovanili, curando molto i chierichetti con speciali incontri. Nell’educazione al sacerdozio noi abbiamo il principio della fedeltà assoluta al magistero del Papa e del vescovo.

     “Questa piccola ripresa delle vocazioni è un segno di speranza. I giovani che vengono con noi si trovano bene e questo fa ben sperare. Negli ultimi 10 anni 15 preti nuovi, e ora, se Dio vuole, almeno uno all’anno in media. Abbiamo sperimentato che se ai credenti si offrono occasioni di fare qualcosa e sono stimolati in modo concreto, reagiscono bene e si impegnano”.

Gesù stesso sceglie i suoi sacerdoti

Dopo aver risposto nella prima parte alla domanda: “Chi è il prete?”, chiediamoci:

Come nasce la vocazione sacerdotale?”.Il sacerdozio è una missione così alta e sublime, che Dio stesso sceglie i suoi preti. Gesù ha detto ai suoi Apostoli e a tutti i sacerdoti: “Non voi avete è scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16). Una chiamata misteriosa che tocca il cuore del giovane chiamato e rimane un ricordo indelebile nella sua memoria. Gesù ha visto i suoi Apostoli all’opera nella loro vita quotidiana e ha detto ad alcuni di loro: “Seguimi, ti farò pescatore di uomini” (Mt 4, 19; Mc 1,17). Non ha scelto i migliori, per carità! Gli Apostoli non erano i migliori uomini che c’erano al tempo di Gesù. Ne esistevano altri, molto meglio di quei poveracci che il Maestro chiamava. “Chiamò a sé quelli che egli volle” (Mc 3,13). Anche la vocazione al sacerdozio e alla missione è uno dei tanti misteri che si incontrano nella nostra fede in Cristo. Ogni prete potrebbe raccontare la sua storia. Ciascuno è stato chiamato in modo diverso, in età diversa, in situazioni diverse.

Per fare il prete occorre la chiamata di Dio. Il sacerdozio non è una comune professione, una scelta personale. Uno può dire: voglio fare il medico, l’insegnante, il falegname. Ma non può dire: voglio fare il prete. E vi assicuro che la chiamata di Gesù è un qualcosa che ti riempie di cuore di calore, di gioia e di dolcezza.

Almeno così è capitato a me. I miei parenti mi dicevano, quando poi sono stato ordinato sacerdote nel 1953, che fin da picciolo quando frequentavo a Tronzano le scuole elementari, se qualcuno mi chiedeva: “Pierino, cosa farai da grande?”. Io rispondevo deciso: “Il prete!”. E non una volta sola, per caso. Ma sempre. Infatti non ho mai sognato o desiderato altro nella mia vita che fare il prete e finite le elementari sono entrato a fare il ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. E poi, durante i cinque anni di ginnasio, leggendo le riviste missionarie e incontrando i missionari che ci visitavano in seminario, mi sono sentito chiamato ad essere missionario anch’io. E nel settembre 1945 ho fatto il grande salto di andare da Moncrivello e da Tronzano nella grande Milano per continuare gli studi nei seminari del Pime.

Ma il mio era un caso eccezionale perché i miei genitori, Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, che come sapete sono Servi di Dio, quando si sono sposati nel 1928 avevano a chiesto a Dio due grazie: di avere molti figli e che almeno uno si facesse prete e una suora. Poi la mamma ha avuto tre figli, due aborti spontanei ed è morta di parto con i due gemellini prematuri nel 1934, erano un maschietto e una femminuccia, che incontrerò in Paradiso.

Chi ha l’autorità di discernere la vocazione sacerdotale (il vescovo o il sacerdote che conosce il soggetto o il rettore del seminaro), giudica se è Dio che chiama il giovane oppure è una fantasia, una illusione. I criteri di giudizio sono tre:

  • La retta intenzione, cioè il desiderio sincero di consacrare la propria vita a Cristo e alla Chiesa, per la causa del Vangelo e la salvezza degli uomini, accettando di obbedire al vescovo e di affrontare con l’aiuto di Dio le fatiche, incomprensioni, sofferenze che richiede la sequela di Gesù crocifisso e risorto.
  • La libera decisione che si manifesta nell’offerta spontanea, senza alcuna pressione da parte di altri. Decisione presa nella ferma convinzione, maturata nella preghiera e nell’impegno di lottare contro le proprie tendenze cattive, di essere chiamato da Dio e conoscendo le rinunzie che questa decisione comporta (ad esempio, il celibato, l’obbedienza al vescovo, ecc.).
  • L’idoneità, le qualità e le virtù necessarie per diventare sacerdote di Cristo. Che non possono esserci all’inizio del cammino per prepararsi al sacerdozio, ma sono acquisite a poco a poco negli anni di studio e di formazione spirituale. A coronamento di tutto c’è il senso di gioia e di pienezza di vita che l’aspirante matura con la preghiera e l’amore a Gesù Cristo, il quale, col sacerdozio, diventa l’unico amore e scopo della vita.

III) Il prete uomo per gli altri, la missione universale

La grande missione del prete è di avere Cristo nel cuore e di darlo agli uomini. ”Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13) ha detto Gesù agli Apostoli e lo ripete a noi sacerdoti ancor oggi. Io sono un semplice strumento nelle mani di Dio, che attraverso me può compiere le meraviglie dello Spirito. L’importante è che io rimanga unito a Gesù. Ma se il sale diventa scipito non serve più a nulla; se il prete lascia svanire il suo zelo, il suo fervore sacerdotale, a poco a poco diminuisce anche il suo influsso sulle anime. E allora va in crisi, prima come prete e poi come uomo.

San Tommaso ha scritto che il sacerdote si santifica per mezzo della “carità pastorale”, cioè imitando il Buon Pastore che è Cristo, curando e pascendo le pecore dell’ovile di Cristo che è la Chiesa e andando alla ricerca delle pecorelle sperdute. Chi, in seguito ad una chiamata divina, si prepara al sacerdozio, e naturalmente anche dopo l’ordinazione sacerdotale, deve capire bene che il sacerdote è, come Gesù Buon Pastore, un “uomo per gli altri”: quindi, non avere nella vita altro amore, altro hobby, altra aspirazione, altra meta che di essere innamorato di Gesù e del popolo che gli è affidato dalla Chiesa perché sia condotto a Cristo, a Dio.

Era tutto di Dio e tutto degli uomini”

Essere uomo per gli altri vuol dire uscire da stesso per amare il prossimo ed evangelizzare. Il card. Giorgio Mario Bergoglio, poco prima di essere eletto Papa (il 13 marzo scorso), ha parlato ai cardinali su come si deve riformare Chiesa. E’ voce comune che quelle due paginette di appunti intitolate “Evangelizzare le periferie” sono state determinanti per la sua elezione a 267° Vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa universale. Bergoglio diceva che la Chiesa da di sé al mondo due immagini:

  1. Una Chiesa nata per evangelizzare, cioè deve uscire da se stessa e andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mi­stero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e del­l’assenza di fede, quelle del pensiero e di ogni forma di miseria.
  2. Una Chiesa chiusa in se stessa, rivolta verso l’interno, autoreferenziale, che vive in sé, da sé, per sé, chiusa nel suo narcisismo teologico e formalismo giuridico. Allora diventa una Chiesa mondana che cerca il successo, l’applauso del mondo e tradisce il mandato di Cristo. Ha detto: “Gesù sta alla porta e bussa per entrare. Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire. Questa immagine, ha concluso, deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare”.

Noi sacerdoti siamo chiamati a realizzare fra i popoli “La Chiesa che esce da se stessa per evangelizzare”, cioè essere uomini per gli altri sia in senso umano con la carità, che spirituale con l’esempio della nostra vita. Di un grande missionario del Pime, mons. Aristide Pirovano, fondatore e vescovo di Macapà in Amazzonia, un suo confratello di missione mi ha detto: “Era tutto di Dio e tutto degli uomini”. In una lettera agli abitanti della sua città natale di Erba (Como), mons. Pirovano (di cui ho scritto la biografia: “ll vescovo partigiano”, EMI 2007) lanciava un appello dal lebbrosario di Marituba per ricevere aiuti economici e ringraziava per quelli che già aveva ricevuto; ma poi aggiungeva: “Credetemi i soldi sono importanti specie in questo luogo, ma è molto più importante il calore umano e cristiano. Gli stessi miei lebbrosi contano più sulla mia amicizia, sul mio sorriso, (mi chiamano il vescovo del sorriso!), che non sul mio portafoglio. Questo vale i piccoli sacrifici che si devono affrontare ogni giorno. Vale la pena di vivere così!”.

Il prete è il Buon Pastore come Gesù (Gv 1-21): “Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo condurre e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge e un solo pastore”.

Tre le caratteristiche del Buon Pastore

1) Gesù parlava con autorità perché era mandato dal Padre. Quando parla si riferisce sempre al Padre, dice cosa il Padre gli ha detto di dire, rispetta la volontà del Padre, obbedisce in tutto al Padre. La sua autorità veniva da Dio: era unito a Dio, faceva la volontà di Dio, parlava con l’autorità di Dio.

Ecco il primo elemento della “carità pastorale” di noi preti: vivere nella grazia di Dio, pienamente disponibili alla volontà di Dio. Siamo mandati dalla Chiesa, non predichiamo le nostre idee, ma quelle della Chiesa che Gesù ha fondato per trasmettere a tutti i popoli la sua Parola e la Grazia di Dio attraverso i Sacramenti. A volte anche noi preti dimentichiamo che lo Spirito Santo è il “protagonista della missione della Chiesa” (Cap. III della R.M.). La missione non è nostra ma dello Spirito; la conversione delle anime non viene da noi ma dallo Spirito. Ecco perchè a noi è richiesta la preghiera e la docilità allo Spirito Santo: siamo solo suoi strumenti; e anche l’umiltà e flessibilità di non pretendere di far tutto noi, ma lasciar spazio ai laici e aver fiducia nello Spirito anche quando vediamo poco i frutti sperati.

Nel nostro tempo, caratterizzato da una grande confusione di idee e varietà di opinioni dall’ideologia del “relativismo” (cioè non esiste alcuna verità assoluta”), non è sempre facile per tutti noi, ma specialmente per i sacerdoti, essere fedeli alla Chiesa. Il prete, che ha giurato obbedienza e fedeltà al Papa e al vescovo, va in crisi quando, seguendo l’opinione pubblica, incomincia a pensare che il Vescovo o il Papa sbagliano e diffonde questa sua contrarietà. Prima o poi si disaffeziona del Papa e del vescovo e si allontana, col pensiero e col cuore, dalla Chiesa. E non parlo di cose transitorie o secondarie, ma aspetti fondamentali dell’insegnamento ecclesiale. In Buon Pastore parlava in nome del Padre, noi parliamo in nome della Chiesa e dobbiamo trasmettere la linea che la Chiesa ha scelto su un dato tema.

Un esempio fra tanti. Quando nei due referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981),i vescovi italiani avevano detto ai credenti di votare NO a quelle due leggi, ricordo bene che un certo numero di sacerdoti diffondevano invece la scelta contraria, sostenendo che erano due diritti della donna e della coppia di sposi. Era la moda corrente del Sessantotto: i supposti “diritti” dei singoli prevalevano sui diritti dei bambini e della famiglia, sia nell’aborto che nel divorzio. Oggi in Italia è chiaro a tutti che i vescovi avevano ragione! Infatti la società lamenta che gli italiani diminuiscono di più di 100.000 persone all’anno (tanti quanti sono gli aborti legali registrati ogni anno); e che le famiglie si sono sfasciate e quando si distrugge la famiglia, si distrugge la società, lo stato, la nazione, la Chiesa!

2) Gesù ama le sue pecore, le segue una per una, le cura, le protegge, le difende, è pronto dare la vita per loro. Quando moltiplica i pani e i pesci, vedendo la folla che lo segue dice: “Ho compassione di questa folla; sono già tre giorni che stanno con me e non hanno da mangiare…” (Marco 8, 3). Anche noi dobbiamo avere un cuore pieno di amore per le anime, per la gente, per quelli che dipendono da noi o si rivolgono a noi e chiedono qualcosa.

Conserviamo la capacità di commuoverci alla vista delle miserie degli altri. La nostra vita è consacrata a Dio e anche al prossimo. Gesù guardava con amore e tenerezza le folle che lo seguivano, “che erano come pecore senza pastore”! Oggi i Pastori delle pecore siamo noi preti. I fedeli e gli infedeli sono la nostra vita, la nostra missione: dobbiamo amare le persone a noi affidate, rinunziando a tante cose per essere autentici Pastori come Gesù.

Gesù era cercato e richiesto da tutti. Il Vangelo dice che era così tanta la folla che lo premeva, che “non avevano neppure più il tempo di mangiare”… Gesù si ritira a pregare e i discepoli lo rincorrono dicendogli: “Tutti ti cercano!” (Mc 1,37; Lc 4,42) La folla era così tanta che per portargli un malato scoperchiano il tetto della casa e lo calano giù… Che bella questa espressione: “Tutti ti cercano!”. Gesù parlava con autorità ma anche con amore alla gente e tutti lo cercavano. I farisei avevano autorità, ma non amore: nessuno li cercava. Io prete sono cercato dalla gente o evitato?

     La carità è la prima testimonianza cristiana che tutti apprezzano. Noi preti rappresentiamo Cristo e Gesù è venuto al mondo per portare l’immagine della paternità e dell’amore di Dio per l’uomo. Ma l’amore è multiforme e comprende: accoglienza, sorriso, aiuto a chi ha bisogno, distacco dal denaro, misericordia, capacità di perdonare e di dimenticare le offese ricevute, cordialità, bontà, disponibilità per i poveri e gli ammalati, per ascoltare gli altri e per le confessioni e la direzione spirituale. Il sacerdote deve essere “un uomo per gli altri” come Gesù: preoccuparsi più degli altri che di se stesso. Dobbiamo esaminarci su questo. Se io non sono contento della mia vita sacerdotale, vuol dire che non sono abbastanza “uomo per gli altri”, ma troppo chiuso in me stesso!

Il prete, “uomo per gli altri”, deve esprimere la carica di umanizzazione che viene dalla fede e dall’amore di Cristo, attraverso le varie forme di carità verso gli uomini, soprattutto i più poveri, i più sofferenti, i più abbandonati, i più oppressi degli uomini. Ma la carità che viene dal mistero di Dio è in grado di vedere in profondità le sofferenze umane e di dare ai programmi degli uomini, delle associazioni, dei governi, l’orizzonte, la direzione, la riserva di energie, la contestazione critica, quando necessaria. Ecco perché la Chiesa, e il sacerdote, non debbono impegnarsi in politica. Per mantenersi liberi di indicare alla società la via giusta, secondo la volontà di Dio (che conosce meglio di noi i bisogni degli uomini), per realizzare una società più giusta e più fraterna. Ecco importanza di conoscere la cosiddetta “Dottrina sociale della Chiesa”, naturalmente sempre in evoluzione perché il mondo cambia rapidamente.

Un esempio ancora attuale. L’enciclica “Caritas in Veritate” (la carità nella verità) di Benedetto XVI (2009) è la miglior sintesi della Dottrina sociale della Chiesa sui problemi attuali che l’umanità pone al prete, alla Chiesa: perchè il matrimonio è solo tra uomo e donna, i temi di bioetica, l’origine e la fine della vita umana, la giustizia sociale e internazionale, il rapporto col Creato, ecc. Mi è piaciuta molto perchè scritta nello stile di Benedetto XVI, semplice, chiaro, profondo ma comprensibile. Eppure, non l’ho vista diffusa, letta e citata dai cattolici impegnati in politica e tra i preti.

Il sacerdote che oggi è attivo nel campo ministeriale e pastorale non può ignorare la “Caritas in Veritate”, e specialmente i numeri 28, 44, 75 che spiegano come mai, per i Papi e i vescovi, la questione antropologica” è oggi a pieno titolo “questione sociale”. Altrimenti, leggendo quasi solo la stampa laica e guardando la televisione, si finisce per seguire la corrente del pensiero “politicamente corretto”, che non capisce come mai i Papi e i vescovi, di fronte alle guerre, alle gravi ingiustizie internazionale nazionali e alle tragiche situazioni di popoli che soffrono la fame, la sete, la dittatura, insistono tanto sulla difesa della vita e del matrimonio. Questa della Chiesa, come tante altre nella storia anche recente, sono voci profetiche che soprattutto noi preti dobbiamo diffondere e difendere.

3) La missione universale della Chiesa e del sacerdote è l’espressione massima dell’essere per gli altri. Oltre alla vocazione sacerdotale, Dio mi ha ispirato la vocazione missionaria. Gesù è nato per tutti gli uomini e tutti i popoli hanno bisogno di Lui. Quando uno vive e sperimenta con spirito missionario questa universalità della Chiesa e dei popoli, vede bene le meraviglie dello Spirito dove nasce la Chiesa.

Papa Francesco, che viene da un Chiesa fondata dai missionari, ha portato a Roma e nel mondo cattolico lo stile di vita cristiana che può risollevare le nostre comunità dalla crisi di fede e di vita cristiana che tanto ci rattrista.

Nel 2004 ho visitato la Malesia e il Borneo, perchè alcuni vescovi chiedevano i missionari del Pime. Ho visitato quattro delle sei diocesi di quella isola: Kota Kinabalu, Brunei, Keningau e Kuching. Molte conversioni dei dayak (“tagliatori di teste”), ma pochi preti. Trent’anni fa, con i missionari stranieri, c’era un prete ogni 3.000 battezzati, adesso uno ogni 8.000. Lagiovane Chiesa del Borneo, ricca di conversioni ma povera di preti, è letteralmente fondata sui laici ed è di esempio alla nostra Chiesa italiana.

La grande isola di Labuan (da cui si va in barca nell’isoletta di Mompracem, ricordate Salgari e Sandokan?), dopo l’espulsione dei missionari inglesi più giovani di Mill Hill nel 1972, non ha avuto un prete residente fino al 2001: 29 anni senza sacerdote, ne veniva uno da Kota Kinabalu ogni 15 giorni per celebrare la Messa. Oggi (nel 2004) la parrocchia di Labuan ha un solo prete di 78 anni per 5.000 cattolici e 200 battesimi di adulti l’anno: don Aloysius Tung, che alla domenica celebra cinque Messe in inglese, malese e cinese; inoltre nell’isola vi sono circa 12.000 lavoratori filippini cattolici, quasi privi di assistenza religiosa.

“I battezzati – dice don Tung – sono entusiasti della fede, si prestano volentieri per servire la Chiesa, accettano ministeri e compiti organizzati. Dare parte del proprio denaro e del proprio tempo alla parrocchia è entrato nella vita cristiana come un’abitudine a cui non si può rinunciare”.

Chiedo a mons. William Sebang, vicario generale di Kuching, cosa i cristiani del Borneo possono insegnare alle Chiese d’Europa. Risponde: “I nostri battezzati si organizzano e aiutano la parrocchia: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, liturgia, assistenza ai malati e agli anziani, animazione di bambini e giovani, attività culturali e missionarie, tutto è fatto da laici: portano la parola di Dio ovunque, parlano di Gesù Cristo, invitano a venire alla Chiesa, ecc. Ogni parrocchia ha centinaia di battesimi di adulti l’anno, per iniziative dei credenti non del prete.

“Quando studiavo in Italia – continua mons. Sebang – mi stupivo di come i sacerdoti di parrocchia fanno molte cose che i laici farebbero anche più e meglio di loro; i fedeli si lamentano della Chiesa ma fanno poco per evangelizzare, non prendono iniziative, sono abituati a ricevere tutto dal parroco e dal vescovo. I cristiani del Borneo, di recente conversione, non sono istruiti come i vostri, non hanno corsi, ritiri, studi, libri, ecc. Però sentono la diversità fra vivere con Cristo e vivere senza Cristo. Questo li rende entusiasti e pronti a fare grandi sacrifici per servire la Chiesa e il Vangelo. Il nostro è un popolo povero che ha il problema di provvedere non al superfluo, ma ai bisogni primari della famiglia”.

Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti e cari ascoltatori di Radio Maria. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Oggi la fede in senso intellettuale non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo. Dobbiamo avere, noi sacerdoti, la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati a grandi imprese e avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario.

La passione missionaria della nostra vita sacerdotale nasce dall’interno e dal “fuoco della missione” che lo Spirito accende nel nostro cuore, quando con sincerità e generosità ci doniamo totalmente a Lui perché trasformi il nostro cuore, attualizzando in noi l’avvenimento storico di Cristo, rendendolo attuale e visibile e disponibile a tutti coloro con i quali veniamo in contatto.

Padre Gheddo su Radio Maria (2013)

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