I miracoli della carita’ cristiana in camerun – Padre Gheddo su L’eco di Bergamo

Nel Nord del Camerun, in una regione di foresta e steppa lontana più di 1.000 km. dal mare, il padre Danilo Fenaroli, missionario bergamasco del Pime ha fondato la cittadella della carità di Betlemme, che ospita e cura handicappati motori e psichici, sordomuti, orfani, vedove abbandonate e altri portatori di malattie o emarginati dai villaggi. Sono stato in Camerun nel dicembre 2007 e ho passato tre giorni con Danilo, che racconta: “Sono in Camerun dal 1991 e fino al 1997 ero parroco a Zouzoui fra l’etnia dei “giziga”. Ho visto scene terribili: persone incatenate, tenute nascoste per vergogna, abbandonate a causa della loro minorazione fisica o mentale, bambini condannati a morire perché creduti posseduti dal demonio. Bisognava fare qualcosa. Mi hanno portato una bambina piccolissima, la mamma era morta, l’ho affidata ad una coppia di italiani volontari, ma poi sono tornati in Italia. Intanto avevo preso alcuni handicappati ed ero aiutato da alcune famiglie africane”.

Nel 1997 padre Fenaroli si fa dare nel villaggio di Mouda un vasto terreno, si trasferisce lui stesso con i suoi collaboratori. Nasce Betlemme, Danilo non voleva fare un ospedale, ma una grande famiglia che si prenda cura dei più infelici. Dieci anni dopo, ecco il miracolo della carità cristiana. A Mouda, Betlemme ospita circa 200 persone bisognose di cura e di affetto. Vivono non tutti assieme ma in case-famiglia di persone che li hanno adottati e che lavorano al Centro: 110 dipendenti e un certo numero di volontari e ogni giorno vengono centinaia di studenti e lavoratori. I più stretti collaboratori di padre Danilo sono il fratello Joseph del Pime, bengalese, e quattro “Silenziosi Operai della Croce”, un uomo e tre donne, fondati da mons. Luigi Novarese con i “Centri dei Volontari per la Sofferenza”. Il principio di Betlemme è di curare e aiutare gli ultimi nelle loro stesse famiglie. Prendono quelli che nessuno vuole.

Danilo mi dice che, quando Betlemme è a pieno ritmo, ci sono 600 persone che mangiano in casa a mezzogiorno. Per mantenere operativa il villaggio, spende circa 230-240.100 Euro all’anno! Dove trova questi soldi? Non sa nemmeno lui, ma dice: “Ho una grandissima fiducia nella Provvidenza, prego e faccio pregare, cerco di aiutare quelli che hanno bisogno. Mi preoccupo di trovare dei benefattori, di scrivere per ringraziarli. Ma quando celebro la Messa dico al buon Dio: Guarda che questi piccoli e questi poveri non sono miei, sono tuoi. O ci pensi tu o si trovano ancora sulla strada”. Un 35-40% di questa somma viene dalla gente del Camerun che quando possono aiutano volentieri. Sono i miracoli della Provvidenza!

Betlemme si propone anche di educare i giovani ai lavori moderni, per dar loro un mestiere e fissarli sul territorio. Il governo ha dato 30 ettari, dove sorgono vari edifici in muratura al centro e poi ci sono i campi coltivati nella fattoria di Betlemme, con stalle e allevamento animali domestici. Danilo dice: “I contadini vengono dai loro villaggi e sono nostri dipendenti. Il nostro settore agricolo serve anche per impegnare nel lavoro i nostri ospiti. Vogliamo redimere attraverso il lavoro, quel lavoro che possono fare”. Poi c’è la struttura sanitaria di Betlemme, il dispensario, l’ospedaletto dove si fanno le analisi e si opera. Per gli interventi ortopedici vengono da Firenze ogni anno alcuni chirughi, medici, infermiere. Hanno rimesso in piedi decine di bambini e adulti che non camminavano. A Betlemme c’è un laboratorio di analisi audiometriche, da Milano vengono specialisti di audiofonia per restituire l’udito ai sordomuti, quando è possibile.

A raccontare tutte le meraviglie di Betlemme non si finirebbe più. C’è la scuola elementare per handicappati e sordomuti, ma anche per i bambini dei villaggi vicini. E poi i laboratori, nei quali vengono più di cento giovani a imparare un mestiere e si esercitano gli ospiti del villaggio della carità: falegnameria, meccanica, elettrotecnica, lavorare il cuoio e il ferro, scultura in legno, pirografia su legno, cucito-ricamo, pittura, tintura-batik, muratura, saldatura, riparazione motori, costruzione di pompe per l’acqua. C’è un piccolo mulino che lavora il miglio per i villaggi vicini con una macchina che in Italia non si usa più. Il Nunzio apostolico in Camerun visitato a Yaoundé, mons. Eliseo Attioli (anche lui bergamasco), mi diceva che parlando col Ministro degli Interni gli ha detto: “Se avessimo molti centri educativi come quello di Mouda, potremmo creare lavoro nelle campagne e frenare le migrazioni nelle città”. Infatti la Fondazione Betlemme ha ottenuto dal governo il riconoscimento di “Ente di pubblica utilità”, dato dal presidente del Camerun Paul Biya.

Livio Ambrosino dei Silenziosi Operai della Croce racconta: “Sono un tecnico aeronautico e non avevo mai pensato di venire in Africa. Il Signore mi ha aperto questa strada e sono contento di questo lavoro. Qui rinunzi a un po’ di comodità, ma vivi una vita più elementare e piena di cordialità. Le soddisfazioni sono tante, il Signore ti ricompensa dei sacrifici che fai tutti i giorni”. Livio è diventato un tecnico dello scavo di pozzi, l’acqua si trova a 50-70 metri. Il personale è tutto africano. Padre Danilo aggiunge: “Ricupero le macchine che in Italia non servono più, mentre qui non si sono mai viste. Mio cognato a Predore (Bergamo) prende ogni tipo di macchine, le mettono a posto e le mandano per container. Con i nostri tecnici e operai lavoriamo per l’esterno scavando pozzi e costruendo scuole nei villaggi. L’aiuto dei Silenziosi Operai della Croce è prezioso perchè offre personale già dedicato agli ultimi della società, discuto con loro i miei progetti e la gestione dell’opera”.

Padre Antonio Michielan del Pime in Camerun dice: “Danilo è un uomo semplice, non si pone molti problemi intellettuali, Dio l’ha chiamato a dare una testimonianza di carità verso gli ultimi della società e lo aiuta, perché lui è un uomo di Dio, prega e fa tutto per amore di Cristo”. Livio Ambrosino aggiunge: “Chiede a molti di aiutare Betlemme e quando accettano li prova, poi affida loro un settore, una responsabilità e si fida. Non è il capo che vuol sapere tutto, controllare tutto. Controlla, ma lascia fare. Non considera Betlemme come cosa sua, ma come un’opera di Dio, in cui c’è posto per tutti, purchè animati dallo stesso spirito di fede, di carità e di amore agli ultimi fra i poveri”.

Padre Gheddo su L’eco di Bergamo (2008)

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