I nostri antenati – Padre Gheddo su InforPime

Padre Luigi Galbusera

Nel 2011 Barlassina in provincia di Milano (circa 6.000 abitanti) celebra il centenario della nascita di tre bambini che sono diventati missionari del Pime. Una celebrazione sentita dalla gente e solennizzata da un libro, una ricca mostra fotografica dei tre missionari, alcune cerimonie religiose e una conferenza nel teatro dell’oratorio maschile, con circa 300 ascoltatori compresa la signora sindaco del paese, il parroco don Sandro Chiesa e altri tre sacerdoti. Il 15 ottobre ho tenuto la conferenza, illustrando i tre padri, che ho visto tutti e tre all’opera: Luigi Galbusera in Birmania, Luigi Pozzoli in India e Luigi Roncoroni in Brasile (negli anni ottanta è stato al Centro missionario Pime di Milano).
Ho conosciuto padre Luigi Galbusera in Birmania (nel 1993), ma soprattutto preparando il volume “Missione Birmania – I 140 anni del Pime in Myanmar” (Emi 2007) ed esaminando i documenti del nostro Archivio generale a Roma. Merita di essere ricordato. Nasce nel 1911, entra in teologia nel Pime dal seminario di Venegono, sacerdote nel 1937, nel 1938 parte per la Birmania. Dopo la guerra mondiale e il campo di concentramento in India, nel 1948 è nominato parroco di Prusò e vi rimane 40 anni, fino al 1988. Poi si è ritirato per motivi di salute nel vicino villaggio di Mosaw, dove è morto il 15 marzo 2000. Galbusera ha fatto 62 anni di Birmania, 40 dei quali parroco di Prusò. Lo chiamavano “il re di Prusò” perché aveva contribuito in modo decisivo alla crescita umana del grande villaggio e della zona circostante, con molte iniziative educative e sociali. La sua aspirazione primaria era però la conversione dei non cristiani: nel 1948 aveva trovato a Prusò 200 battezzati, che nel 1988 erano 5.000, con nuovi villaggi cattolici vicini.
Mi spiegava di avere un metodo missionario diverso da quello dei suoi confratelli. Ecco in breve:
1) In Birmania, i missionari del Pime avevano fin dall’inizio usato il metodo di visitare i villaggi pagani e cristiani della loro missione, per farsi conoscere e proporre Gesù Cristo e la conversione al cristianesimo. A quei villaggi che accettavano il missionario costruiva una scuola, mandava un catechista e le suore per evangelizzare anche le donne e curare gli ammalati.
2) Padre Galbusera usava il metodo opposto. Aveva iniziato con alcuni villaggi cristiani e soprattutto curava quelli, formando bene i catecumeni e i giovani, aiutandoli anche a crescere come istruzione, sanità ed economia. “I miei cristiani, mi diceva, cerco di formarli con spirito missionario e ci pensano loro a diffondere il Vangelo, sanno loro come fare e danno anche buona testimonianza di una vita diversa. Quando i villaggi pagani vengono a chiedermi di diventare cristiani, allora vado a trovarli e inizio in essi la formazione dei catecumeni”.

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Il suo metodo aveva prodotto buoni frutti, una trentina di villaggi cristiani vicini l’uno all’altro e quindi un compatto popolo cristiano, dal quale è nata nel 1988 la diocesi di Loikaw, capitale dello stato dei cariani (Kayah State), dove i cattolici sono circa il 25% della popolazione, mentre in tutta la Birmania solo il 2%.
Galbusera era un uomo cordiale, sorridente, paziente, con una robusta voce tenorile che quando cantava era nitida e squillante. Nel cortile della casa episcopale di Taunggyi, quella volta che ci siamo incontrati, deliziò i confratelli cantando “Oh sole mio” a voce spiegata e attirando anche non pochi curiosi e passanti. Padre Igino Mattarucco, suo compagno di missione, ha scritto: “Si alzava alle quattro e mezzo del mattino per pregare, poi,all’alba, suonava la campanella gridando con la sua voce possente: ”Venite, presto! Non dormite più!”. Alle funzioni pregava e cantava con la gente… Era famoso per la sua inesauribile e sconfinata carità per i poveri e gli ammalati . Accettò e si adattò alle innovazioni del Concilio, senza disobbedire o criticare, si lamentava solo che avessero tolto alcune feste della Madonna, alla quale era devotissimo… Naturalmente, in tanti anni ebbe molte disavventure, delusioni, Sempre tra i cariani rossi. Un record. E sempre con lo stesso entusiasmo, ardore, fervore mai diminuito. Sapeva fare di tutto. Era intagliatore, falegname, idraulico, muratore e non a vanvera, ma con perizia e senso pratico. Proprio per questo era chiamato anche da altri padri e andava da loro volentieri, senza pretendere nulla, adattandosi all’ambiente e alle necessità altrui”.
A proposito di devozione alla Madonna, padre Galbusera diceva tre Rosari al giorno, anche a Barlassina testimoniano che aveva sempre il Rosario in mano. Suor Daniela Serafin, oggi suora missionaria comboniana, ha scritto: “Rivedo ancora padre Galbusera quando era in vacanza a Barlassina, girare in bicicletta e fermarsi a salutare e chiacchierare con le persone che incontrava. Ho avuto anch’io la fortuna di incontrarlo e parlare con lui. Mi hanno colpito la sua austerità, il suo grande amore per il popolo birmano e soprattutto il suo continuo riferimento a Dio e alla Madonna, motori della sua esistenza e del suo operato. Quegli incontri mi hanno trasmesso una grande profondità e un amore infinito per la missione, per la quale ho donato tutta la mia vita. Mi viene spontaneo dire grazie per la sua lunga vita come consacrato e missionario. Questo forte senso della missione mi fa sentire un forte legame con lui”.
Nell’ottobre 1997, pochi mesi prima di morire, padre Galbusera scriveva a padre Mauro, che l’ha visitato a Prusò nel 1973, quando dirigeva l’”Ufficio aiuto alle missioni”: “La mia vita ora è preghiera e sofferenza. Dolori fisici e morali. Sento però vicini a me Gesù e Maria e offro tutto a Dio attraverso il Cuore immacolato di Maria. Concelebro seduto col parroco di qui, primo prete da me mandato in seminario da giovane. Passo ore in chiesa pregando, ma dopo pochi minuti le gambe mi fanno male e devo sedermi. E allora parlo un po’ (ad occhi chiusi) con la Madonna e con Gesù, che è realmente presente nel SS. Sacramento dell’altare”. In altra lettera a Mauro scriveva: “Voglio tanto bene alla Madonna e con la Corona del Rosario lei mi tirerà su in Paradiso”. E ad un Superiore dell’Istituto scriveva: “Insista perché i futuri missionari sappiano maneggiare la Corona del Rosario e non solo la chitarra”.
Padre Mauro racconta che Galbusera gli aveva scritto “perché voleva fornire tutti i suoi villaggi cattolici di una bella statua della Madonna. Un’impresa non facile. Alla fine ci riuscì e i suoi villaggi furono salvi dalle deportazioni forzate, per via dei ribelli, che invece colpirono altri villaggi intorno. Padre Galbusera riuscì a ricevere – sia pure dopo due anni e più di attesa – una enorme statua della Madonna che gli era stata donata in Italia. La ebbe alfine, sana e salva e senza speciali pedaggi. Un vero miracolo, considerando tutti gli ostacoli, gli intoppi doganali, le distanze!”.

Piero Gheddo

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