Il mio “si’” alla vocazione missionaria – Padre Gheddo nel libro Il tuo SI’ al Signore

Arrivato al traguardo dei 70 anni, mi volto indietro e mi ritrovo ragazzo in un piccolo paese della provincia di Vercelli, quando il Signore Gesù mi chiamò a seguirlo e io gli dissi di sì. Quando avvenne questo? Non lo ricordo. I miei parenti mi hanno detto che fin da ragazzo, a chi mi poneva la domanda: “Cosa farai da grande?”, rispondevo: “Sarò sacerdote e missionario”. Quando nel 1953 ho celebrato la prima Messa a Tronzano, nel suo discorso il mio vecchio parroco mi ha detto: “Oggi il Signore ha esaudito la preghiera che tuo papà e tua mamma hanno fatto qui davanti a me, quando li ho sposati nel 1928 (l’anno dopo nascevo io): hanno pregato assieme chiedendo al Signore che almeno uno dei loro figli o figlie consacrasse la sua vita a Dio”. In quel momento ho capito perché ho sempre desiderato diventare quello che sono e ancor oggi ringrazio papà e mamma per avermi ottenuto la grazia della vocazione.

Aver detto di sì al Signore mi ha dato una vita serena, piena di entusiasmo e di gioia. Tanto che oggi, a 70 anni suonati, non cesso di ringraziare Dio per questa grande grazia che ho ricevuto senza alcun mio merito. Felice perché? Perché la mia vita ha avuto un senso forte, uno scopo ben preciso: amare Gesù Cristo e farlo conoscere e amare. Questo mi ha dato la felicità, non per motivi umani, ma per un motivo di fede: io so che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”. Anche quello che a volte, a prima vista, può sembrarmi negativo, se lo prendo con fede e amore a Cristo, si rivela poi positivo .

UN AIUTO PER INIZIATIVE MISSIONARIE: il tuo 5 per 1000 può fare molto per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Potrei portare tanti fatti concreti della mia vita, che dimostrano questo. Ho perso la mamma a cinque anni e il papà a undici: con i miei due fratelli, Franco e Mario, potevamo sembrare bambini sfortunati e umanamente lo eravamo davvero. Invece abbiamo avuto, dalla nostra grande famiglia, tutto l’affetto, l’assistenza, l’aiuto necessari a farci crescere bene: anzi il ricordo e la protezione dal Cielo di mamma e papà (ancor oggi ricordati come santi nel nostro paese), ha rappresentato per noi un richiamo continuo alla fede e al Vangelo.

Quando sono diventato sacerdote nel Pime, volevo andare in missione: era il mio sogno fin da ragazzo. Invece i superiori mi hanno trattenuto in Italia per la stampa dell’Istituto. Ho sofferto molto in quegli anni (chi non è missionario questo forse non lo capisce), anche perché, anno dopo anno, mi dicevano: “Adesso no, ma l’anno venturo vedrai che ti manderemo…”. Nel 1965, dodici anni dopo l’ordinazione sacerdotale, è eletto superiore generale mons. Aristide Pirovano, vescovo dell’Amazzonia, col quale avevo una certa confidenza. Gli ho chiesto di destinarmi alle missioni. Giorni dopo mi dice: “Tu vai bene dove sei, non chiedermi più di andare in missione, quando sarà il momento te lo dirò io”. Ho messo il cuore in pace ed ho capito che il Signore mi chiamava ad essere missionario nel giornalismo. Oggi vedo il piano di Dio e lo ringrazio.

In Vietnam, nel 1973, mi sono rotto una spalla. Eravamo sui monti del centro Vietnam, in mezzo alla guerra. Prima di raggiungere l’ospedale francese a Saigon sono passati sei giorni e avevo dolori fortissimi che mi impedivano quasi di dormire (i muscoli erano lacerati). Continuavo a dire: Signore, perché mi hai fatto questo? Tornato in Italia, sono stato obbligato a sei mesi di rieducazione della spalla e dei muscoli. Tutti i giorni in ospedale, sotto la guida di un fisiatra e di una brava fisioterapista, ho imparato molte cose: il dovere di curare il proprio corpo, la ginnastica quotidiana, mangiare di meno e abolire i cibi pesanti, digiunare la sera, ecc. Ho riacquistato salute e vitalità: se non avessi rotto la spalla cadendo dalla jeep, fisicamente sarei molto peggio di quel che sono (infatti, a 40 anni avevo più mali di quanti ne ho oggi a 70). Quando è successo non lo sapevo, ma rompermi la spalla è stato un colpo di fortuna.

Nel 1994, dopo 41 anni di servizio alla stampa dell’Istituto a Milano, un altro superiore generale, p. Franco Cagnasso, che era stato mio redattore a “Mondo e Missione” 25 anni prima, mi dice: “Lascia il giornalismo e vieni a Roma a fare la storia del Pime”. Dirigevo due riviste e un’agenzia, parlavo tutte le settimane alla televisione, avevo inviti continui per conferenze, viaggiavo in tutto il mondo per vari giornali con decine di articoli e libri: lasciare tutto e andare a Roma a seppellirmi in un archivio mi pareva pazzia… Il Signore mi ha quasi costretto a dire di “SI’” e pochi mesi dopo ho capito che la decisione del superiore era stata saggia: mi ha aperto un campo nuovo d’azione, nuovi orizzonti, mi ha stimolato a rinnovarmi in tanti sensi, a realizzare un compito di cui il Pime aveva assoluta urgenza.Oggi ringrazio il Signore di aver detto di sì (mi è costato tanta sofferenza), mentre ero fortemente tentato di dire di no!

In questi anni ho capito una cosa: il “SI’” al Signore non basta dirlo una volta sola, dobbiamo ripeterlo ogni giorno e soprattutto ogni volta che la vita ci porta ad un bivio: da una parte c’è un sentiero in salita che corrisponde alla volontà di Dio, dall’altra una bella autostrada che va in discesa e porta dove Dio non vuole. Credo che proprio questa tensione di fede e di amore a capire dove Dio ci chiama ed a rispondere sempre di “SI’” alla sua volontà ci mantiene giovani, vivaci, scattanti, ci fa cominciare da capo ogni giorno senza scoraggiarci per le nostre infedeltà: sappiamo che Gesù è sempre pronto a perdonarci, se siamo umili e sinceri nel pentimento e pronti a ricominciare di nuovo l’appassionante avventura di dire di “SI” al Signore.

Che bello ricominciare da capo ogni giorno! Se leggiamo la vita con gli occhi di Dio, al mattino ci ritroviamo felici di incominciare una nuova giornata, rinnovati e pieni di entusiasmo, di coraggio e di gioia. A volte, quando vedo sui giornali la pubblicità di nuove medicine o lozioni o pillole “per restare sempre giovani”, mi viene in mente la figura di padre Clemente Vismara (1897-1988), morto in Birmania dopo 65 anni di vita missionaria piena di fatiche, sofferenze, guerre, circondato da un popolo poverissimo, per il quale ha donato tutto se stesso, fondando dal nulla due missioni, salvando ed educando migliaia di orfani e orfane. La sua gente lo definiva “Il prete che ride e scherza sempre” e le suore che vivevano con lui dicevano: “Quando sentiamo che padre Clemente si mette a cantare, vuol dire che ha delle grane grosse”. Dopo la sua morte i confratelli hanno detto: “E’ morto a 91 anni, senza mai essere invecchiato”. Di padre Clemente, invocato “protettore dei bambini e degli anziani”, è in corso la causa di canonizzazione: fra due o tre anni, con l’aiuto di Dio, sarà proclamato Beato!

Ecco, se avessi un po’ di soldi vorrei fare sui giornali un’altra pubblicità per gridare a tutti: “Guardate che, se volete restare giovani anche a 90-100 anni, l’unica e autentica medicina è questa: dite sempre di SI’ al Signore quando vi ispira e vi chiama”.

Padre Gheddo nel libro Il tuo SI’ al Signore edito da Carla Zichetti, Genova

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE! con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo. Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*