Il missionario che non fa notizia – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

newsI giornalisti dicono: “il male fa notizia, il bene no”: i telegiornali sono in gran parte occupati da furti, rapine, omicidi, processi, incidenti stradali, disastri naturali, guerre, terrorismi e crisi economiche. Non si diffondono le “buone notizie”, ma quelle negative: poi ci lamentiamo perchè siamo pessimisti, manchiamo di speranza, non nascono più bambini. Ma la realtà non è solo quella che vediamo in Tv e sui giornali. I missionari italiani sono ricordati solo se vengono uccisi o se protestano contro il governo. Eppure ci sono tanti bei tipi con cose interessanti da raccontare. Ma “non fanno notizia”. La gente comune ne sarebbe interessata, giornali e telegiornali no.

Incontro padre Gianni Zimbaldi, confratello del Pime ordinato con me sacerdote il 28 giugno 1953 nel Duomo di Milano: ha lavorato fra la tribù dei Lahu, prima in Birmania e poi, espulso dai militari nel 1966, nel 1972 è andato a fondare la missione del Pime in Thailandia, dove ancora ha incontrato i Lahu, di cui è forse l’unico occidentale che parla la lingua. Interessante il fatto (ecco la “notizia”) che, fondando la Chiesa fra i Lahu e poi anche gli Akhà, padre Gianni ha svolto un’opera sociale importante anche per noi: convince i tribali a non coltivare l’oppio.

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Oggi, mi dice, la Thailandia non produce più oppio, ma è ancora via di commercio, soprattutto attraverso Bangkok, per l’oppio, l’eroina e le anfetamine prodotte in Birmania. Trent’anni fa i tribali thailandesi (e quelli birmani che fuggivano “il socialismo birmano alla buddhista” attraversando la frontiera) campavano producendo oppio e alcune colture di sussistenza. Fondando il distretto missionario di Fang, padre Gianni ha incominciato ad educare i tribali, soprattutto attraverso maestri e catechisti nei villaggi e accogliendo nel suo ostello a Fang ragazzi e ragazze per mandarli alla scuola pubblica. Anche il governo fa piccole scuole nei villaggi tribali, ma non funzionano: i ragazzi non vanno regolarmente a scuola, i genitori non si preoccupano, gli insegnanti thai non sono interessati, ecc.

Trent’anni dopo, la missione di Fang, con due sacerdoti residenti (p. Zimbaldi e p. Sandro Bordignon) e quattro suore, ha 35 cappelle di villaggio da visitare e due ostelli, uno a Fang e uno a Ban Theut (100 km. distante) con circa duecento alunni e alunne che frequentano le elementari e (non tutti) le medie statali. I migliori tra gli alunni degli ostelli p. Gianni li manda a Bangkok ed a Chieng Mai per continuare gli studi a spese della missione: ne escono meccanici, falegnami, elettricisti, agronomi, infermiere, insegnanti, sarte, ecc. Ci sono già due sacerdoti Lahu: si sta formando la classe dirigente moderna dei Lahu e degli Akhà.

La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie. Padre Gianni ha realizzato le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok; e padre Sandro ha creato, più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione e l’allevamento animali.

“Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini vanno a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la sala comunitaria, mantenere le strade aperte), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno”.

Oggi i tribali cattolici di Fang sono circa 1.700 e poco meno i catecumeni: 3.000 Lahu e Akhà entrati nell’area evangelica. Le regole per ricevere il battesimo sono severe. Ci vogliono tre-quattro anni di catecumenato, non si ammettono al battesimo i drogati. Ci sono ormai diversi villaggi cristiani e il loro esempio è contagioso. Siamo alle frontiere estreme della Chiesa. Non sarebbero questi gli esempi da raccontare anche sui mass media, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e dei missionari alle genti?

Piero Gheddo

Mondo e Missione – novembre 2003

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