Il prete è un altro Cristo – Padre Gheddo su Sacerdos

Una bella notizia agli amici lettori. L’8 gennaio 2008 la commissione cardinalizia della Congregazione dei Santi ha approvato la conclusione a cui era giunta la commissione teologica: padre Clemente Vismara (1897-1988) ha vissuto eroicamente la sua vocazione di sacerdote e di missionario. La beatificazione di questo grande missionario è vicina. Beato perché? Perché era un prete che dava un’immagine viva e commovente di quel Gesù che lui amava tanto e cercava di imitare. L’hanno testimoniato quelli che l’hanno conosciuto sia in Italia che in Birmania, dove ha speso gli ultimi 65 anni della sua vita. Io stesos ho visto ancora nel 2002, nella sua diocesi di Kengtung 14 anni dopo la sua morte, parlando con preti e laici locali, quanta commozione suscitava chiedere a loro cosa rticordavano di padre Clemente.

Un altro fatto mi ha colpito. Quando Clemente è morto, il vescovo di Kengtung, mons. Abramo Than, ha subito chiesto di iniziare la sua causa di beatificazione e lo stesso pensavano i suoi compaesani di Agrate Brianza. Ma debbo dire che i suoi confratelli vissuti con lui in Birmania dicevano: “Sì, era un sant’uomo, ma se fanno santo lui dovrebbero fare santi anche noi che abbiamo vissuto la sua stessa vita”. Chi era vicino a lui non l’ha riconosciuto, forse perché aveva un’immagine di santo che non è giusta: un uomo tutto chiesa, umiltà e nascondimento, mentre Vismara era un pioniere, un combattente, un sergente della prima guerra mondiale che aveva meritato sul campo tre medaglie al valor militare. Aveva la sua personalità e diceva quel che pensava, ma la santità c’era e la Chiesa la sta riconoscendo.

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Quando sono andato in Birmania nel febbraio 1993 con due padri del Pime che erano stati a Kengtung come missionari e poi mandati via dal governo militar-comunista di Myanmar, abbiamo chiesto al vescovo: “Come mai lei vuole beato padre Clemente, mentre il Pime qui nella sua diocesi ha avuto altri missionari santi almeno come lui?”. E glie ne ricordavano tre che aveva conosciuto. Risposta: “Sì, anche quelli erano bravi e forse santi, ma per Clemente si è verificato un fatto nuovo che non ho mai visto. Al suo funerale c’era una grande folla, con molti buddhisti e musulmani. La gente ha incominciato a pregarlo e mi segnalano grazie ricevute e cinque anni dopo la sua morte la tomba a Mongping è sempre frequentata dai suoi devoti e piena di fiori e di lumini”. Nell’ultimo viaggio che ho fatto nel 1992 in Birmania, lo stesso vescovo Than mi ha portato nella regione di Mong-Lar dove Cristo era ancora quasi sconosciuto. Adesso ci sono conversioni e diceva: “Le attribuisco all’intercessione di padre Clemente, qui molti lo pregano sebbene in questa regione non sia mai venuto”,

Perché dico tutto questo, cari amici sacerdoti? Perché mi convinco sempre più di quello di cui tutti siamo convinti: il prete dev’essere un “alter Christus”, cioè il prete è il primo evangelizzatore che dà (o dovrebbe dare!) l’immagine più significativa di Cristo e della Chiesa. Se noi non diamo, per quanto è possibile nella nostra piccolezza e debolezza, questa immagine positiva e commovente, tutto il resto che noi facciamo, anche con sacrificio, vale poco.

Ma c’è un’altra riflessione da fare. Molti pensano che di santi e beati ce ne sono tanti e se ne fanno fin troppi! Sbagliano! Non capiscono, o meglio non sperimentano, che ogni nuovo beato o santo è uno stimolo nuovo e diverso (i santi dono diversi l’uno dall’altro!) che evangelizza, stimola alla vita secondo il Vangelo. E’ po’ come le apparizioni di Maria: ce ne sono a migliaia in tutto il mondo, ciascuna ha un suo significato ed è importante per un dato luogo. Sono il postulatore della causa di beatificazione di padre Clemente e ho sperimentato che lo stesso inizio di raccolta dei documenti e del processo diocesano di esame dei testimoni della sua vita è un atto molto bello e forte di evangelizzazione. Ogni nuova causa di beatificazione ripropone ai distratti uomini del nostro tempo un nuovo modello di Vangelo vissuto oggi. Anche chi conosce bene il Vangelo (e a maggior ragione chi non lo conosce), ha bisogno di modelli attuali, di santi appunto che hanno vissuto la sua stessa vita e si sono comportati in un certo modo, secondo l’esempio di Gesù.

Ecco perché Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno semplificato molto le cause dei santi e moltiplicato beati e santi in un modo impensabile. Nei suoi 26 anni di pontificato, Giovanni Paolo II ha beatificato e santificato più santi e beati di quanti ne abbiano fatto tutti i Papi dal 1588 (cioè dall’anno del decreto di Urbano VIII sulla santità riconosciuta dalla Chiesa) al 1978! Oggi, ogni vita dell’uomo trova una sua attualizzazione evangelica in qualche santo: padri e madri di famiglia, giovani e ragazze, vedove e anziani, preti e suore, professionisti e contadini, re e uomini politici, medici e industriali, artigiani e studenti, giornalisti e avvocati, ecc. La Chiesa moltiplica i riconoscimenti di santità proprio per offrire sempre nuovi modelli di cosa diceva e di come viveva Gesù, nelle più diverse situazioni umane.

La devozione ai santi ha un grande valore di evangelizzazione e va promossa. Posso raccontare una mia esperienza personale? Nel 1994 avevo 65 anni e dopo 41 anni di vita nel giornalismo e nell’animazione missionaria a Milano, quando avevo raggiunto il massimo a cui potevo aspirare, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi dice di andare a Roma per prendere in mano l’Ufficio storico, fermo da molti anni: si stava avvicinando il 2000, cioè i 150 anni di vita del Pime, e non si riusciva a produrre una storia dell’istituto e delle sua missioni. Ho avuto giorni di ribellione, perché abbandonavo un lavoro in cui rappresentavo l’ideale missionario nel giornalismo italiano anche laico, per chiudermi in un archivio e scrivere la storia! Mi sembrava un’idea pazzesca, assurda e molti amici giornalisti anche importanti mi dicevano di non andare. La tentazione era fortissima, nel giornalismo e nelle radio e televisioni ero affermato e cominciare a esplorare gli archivi e scrivere la storia, a 65 anni, mi pareva buttarmi in un buco nero.

Ma in quel tempo stavo leggendo e schedando le lettere di padre Vismara (ne abbiamo raccolte più di 2.000!). Ne trovo alcune nelle quali raccontava il suo travaglio: nel 1955, aveva 58 anni, il vescovo mons. Guercilena gli diceva di spostarsi da Mongping, dove aveva fondato una grande missione e un villaggio cristiano, a Monglin, per ricominciare da capo e quasi da zero. Una situazione simile alla mia! La cosa mi ha interessato e sono andato avanti a leggere. Alle fine scrive con chiarezza: “Penso che la decisione del vescovo sia sbagliata, ma capisco anche che, se faccio di testa mia, sbaglio!”. Certo il buon Dio mi ha messo sotto gli occhi quella lettera di cinquant’anni prima, che è stata per me come ricevere un mattone lanciato con forza sulla mia testa! Quell’uomo che amavo e aveva una bella e forte personalità, ma era anche un santo, si comportava così: non condivideva, ma obbediva! E sapevo anche che il Signore l’aveva poi premiato rinnovandogli la vita, permettendogli di ripartire a 59 anni e dandogli altri trent’anni di lavoro intenso e fruttuoso.

Qualcuno potrebbe dirmi: ma come, una lettera di Vismara ti convince e l’obbedienza di Gesù al Padre no? Ma è chiaro, l’obbedienza di Cristo era lontana, sfumata, non mi è venuta nemmeno in mente. Quella di Clemente era lì, davanti a me come un fatto attuale! E questo dimostra, appunto, che i santi sono oggi come Cristo duemila anni fa, in situazioni a volte simili alla nostra. Ecco perché ogni sacerdote (come tutti i cristiani, ma noi preti in modo particolare) deve essere “un altro Cristo”: per lanciare con la propria vita (e non solo con la parola e lo scritto!) dei messaggi di Cristo nel mondo d’oggi.

Ogni nuova causa di beatificazione ripropone ai distratti uomini del nostro tempo un nuovo modello di Vangelo vissuto, perché i santi sono diversi l’uno dall’altro, ma tutti uniti nel dare un’immagine di Gesù e nell’apparire uomini realizzati nella pienezza dei doni ricevuti da Dio. La perfezione dell’uomo, anche umanamente parlando, è la santità, cioè l’imitazione del modello di uomo-Dio che è Gesù Cristo.

Oggi, grazie a Dio, oltre alla storia del Pime e delle missioni in cui ha lavorato, faccio anche biografie di missionari e cause per la beatificazione di alcuni di essi. Un lavoro che vivo con passione, entusiamo, spesso pregando e meditando le vicende che sto scoprendo, vissute dai miei confratelli. Credo di essermi formato un’idea dei santi un po’ diversa da quella che avevo prima e che in genere, ha la gente comune. I santi danno l’immagine dell’uomo pienamente realizzato secondo il disegno di Dio e nella pienezza dei doni ricevuti. La perfezione dell’uomo, anche umanamente parlando, è la santità, cioè l’imitazione del modello di uomo-Dio che è Gesù Cristo.

Concludo con una citazione di Paolo VI, che spiega perché la Chiesa promuove tante cause di beatificazione e di canonizzazione (Udienza generale del 3 luglio 1968): “Una generazione pervasa dallo spirito di santità dovrebbe caratterizzare il nostro tempo. Dovrebbe scomparire il cristiano inadempiente ai doveri della sua elevazione a figlio di Dio e fratello di Cristo, a membro della Chiesa. La mediocrità, l’infedeltà, l’incoerenza, l’ipocrisia dovrebbero essere tolte dalla tipologia del credente moderno. Non solo andremo alla ricerca del santo singolare ed eccezionale, ma dovremo promuovere una santità di popolo, proprio come, fin dai primi albori del cristianesimo, voleva San Pietro scrivendo le celebri parole: “Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo redento… Voi che un tempo non eravate popolo, ma ora siete popolo di Dio”. Insomma, Paolo VI dice specialmente a noi preti: ciascuno di voi deve aspirare alla santità, all’unione con Dio. Dovete sempre avere grandi aspirazioni di bene nella vostra vita. E’ il dovere di ogni cristiano e soprattutto di ogni prete.

Padre Gheddo su Sacerdos (2008)

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