Il sacerdote uomo per gli altri – Padre Gheddo su Sacerdos

Mi piace la definizione che un testimone e compagno di missione in Amazzonia ha dato della santità di mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia e poi superiore generale del Pime: “Era un uomo tutto di Dio ma anche tutto per gli altri”; e Adalucio Calado, il lebbroso presidente del lebbrosario di Marituba dove Pirovano ha vissuto negli ultimi anni della sua vita, ha dichiarato: “Lo ricordiamo con ammirazione e affetto perché non solo ha costruito e manteneva tante opere sanitarie, di educazione e di carità, ma soprattutto perché ci portava Dio: la sua presenza fra noi ci richiamava la paternità e la bontà di Dio”.

    Da 14 anni sono direttore dell’Ufficio storico del Pime e ho scritto una dozzina di biografie di missionari non solo del mio Istituto (ad esempio, del servo di Dio Marcello Candia e di mons. Marcello Zago, OMI). Mi sono reso conto che la prima virtù del missionario, la più apprezzata anche dai pagani, è la carità, il sorriso, il senso di paternità che ci rende disponibili ad interessarci degli altri. In una lettera agli abitanti della sua città natale di Erba (Como), mons. Pirovano (di cui ho scritto la biografia: “ll vescovo partigiano”, EMI 2007) lanciava un appello da Marituba per ricevere aiuti economici e ringraziava per quelli che già aveva ricevuto; ma poi aggiungeva: “Credetemi i soldi sono importanti specie in questo luogo, ma è molto più importante il calore umano e cristiano. Gli stessi miei  lebbrosi contano più sulla mia amicizia, sul mio sorriso, (mi chiamano il vescovo del sorriso!), che non sul mio portafoglio. Non è bello? Questo vale i piccoli sacrifici che si devono affrontare ogni giorno. Vale la pena di vivere così!”.

UN AIUTO PER INIZIATIVE MISSIONARIE: il tuo 5 per 1000 può fare molto per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

    La carità è la prima testimonianza cristiana che i nostri contemporanei apprezzano, virtù di cui il sacerdote deve essere testimone in sommo grado. Perché noi preti dobbiamo rappresentare Cristo, essere “alter Christus” e Gesù è venuto al mondo appunto per portarci l’immagine concreta della paternità e dell’amore di Dio per l’uomo. Ma l’amore è multiforme e comprende: accoglienza, sorriso, aiuto a chi ha bisogno, distacco dal denaro, misericordia, cordialità, bontà, consolazione dei malati, disponibilità ad ascoltare gli altri e alla direzione spirituale, ecc. Il sacerdote deve essere “un uomo per gli altri” come Gesù: preoccuparsi più degli altri che di se stesso. Dobbiamo esaminarci su questo: se io non fossi contento della mia vita sacerdotale, vuol dire che non sono abbastanza “uomo per gli altri”!

      Per parlare della carità del sacerdote occorre ripartire da Gesù “Buon Pastore”, che conosceva e amava le sue pecore una ad una, inseguiva quelle che uscivano dal gregge, le amava tutte e per esse ha dato la vita. E’ sempre vero, in ogni tempo e luogo, quel che Giovanni Paolo II ha scritto ella “Redemptoris Missio”, l’enciclica missionaria del 1990 (25 anni dopo l’Ad Gentes): “L’amore resta il movente della missione ed è anche l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. E’ il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere” (n. 60).

     Paolo VI nel 1975 aveva scritto una “lettera apostolica” intitolata (se ben ricordo) “L’apostolato del sorriso”, breve ma molto bella, nella quale diceva che oggi, nel nostro mondo evoluto, tecnicizzato, ricco, non si sa più sorridere, non si sa più dire grazie, si è perso il senso della compassione cioè il patire-con espressa da Gesù quando vide le folle e “sentiva compassione perché sono come pecore sbandate senza pastore”. La carità cristiana comprende anche il sorriso, l’ottimismo, la virtù della speranza.

     Se Dio vuole, prossimamente dovrebbe essere beatificato padre Clemente Vismara, missionario del Pime in Birmania (1897-1988). Suor Giuseppina Manzoni, delle Suore di Maria Bambina, vissuta per lunghi anni con lui a Mongping, ha dato sotto giuramento questa testimonianza semplice e commovente:  “Padre Clemente pregava tutto il giorno, dava fiducia a tutti, soprattutto ai poveri. Anche agli ammalati comunicava speranza e li richiamava all’importanza della fede nella sofferenza; così li confortava, li rincuorava e li rendeva sereni anche nel dolore. Nella carità era grandissimo, un uomo buono con tutti, aiutava tutti, dava via tutto, specialmente ai più poveri… Tutti lo sapevano, anche i buddhisti e i pagani, e per questo andavano da lui.… Accoglieva i bambini orfani che gli venivano portati, non rimandava mai nessuno. E se noi suore dicevamo che erano troppi e non c’era da mangiare per tutti, lui rispondeva: “Non preoccupatevi: il Signore provvederà”. Su questo punto era esigente: non bisognava mai rifiutare  nessuno. Anzi, era lui, padre Vismara, che spesso andava a cercare gli orfani e i più poveri senza nulla, diceva loro di venire alla missione e avrebbero trovato da mangiare e, se ne avevano bisogno, anche del denaro. Già allora, quand’era ancora vivo, la gente diceva che era un santo. Noi suore dicevamo: ‘Come Vismara non c’è nessuno’. E poi era sempre allegro, comunicava la sua gioia, metteva in pratica il comandamento di Gesù, che occorre dare con gioia. Da quando è morto tanti si sentono come orfani. Dopo la sua morte, in questo popolo semplice sorgevano favole, leggende su di lui. Spesso venivano persone a dirci che lo avevano visto in giro con la sua jeep: non era morto, ma continuava ad aiutare la gente povera”.

     Padre Angelo Campagnoli, suo compagno di missione, ha testimoniato: “Una volta andai a trovarlo a Mongping.  Mentre eravamo in cortile a chiacchierare, arriva un uomo tutto stracciato, puzzolente, miserabile. Il Vismara gli va incontro, incomincia a fargli festa e quasi lo abbraccia, gli chiede da dove viene e dove va. Poi lo affida ad una suora perché gli dia da mangiare. Gli chiedo chi è quel tale e da quanto tempo lo conosce. Risponde: ‘Non l’ho mai visto, ma ho capito che da un po’ di tempo non mangiava. Ho voluto farlo sentire a casa sua, così mangia più volentieri’…. Clemente era distaccato dal denaro, dato che scriveva molte lettere e articoli, ne riceveva tanto. Lo spendeva senza fare conti o preventivi o bilanci, diceva sempre che spendeva prima di ricevere, sicuro che poi quanto era necessario gli sarebbe arrivato. Aiutava anche i confratelli e ipreti locali più poveri di lui. ‘Non ho tempo di tenere registri e fare i conti’, diceva. Semplicemente si fidava della Provvidenza”.

       La vera novità e testimonianza evangelica di padre Vismara, nel mondo pagano in cui è vissuto, è stata di amare senza pretendere di essere amato, donare senza aspettarsi riconoscenza. U Sai Lane, testimone buddhista al suo processo di canonizzazione e per trent’anni grande amico di padre Vismara, ha dichiarato: “Quando io gli dicevo: ‘Padre Vismara, tu dai da mangiare a tanti bambini, ma quando diventeranno grandi, loro non ti daranno niente’; lui rispondeva: ‘Io faccio queste cose non per me, ma solo per Dio. Io lavoro per Dio. A me basta amarli come li ama Dio. E se se ne andranno, non importa. Basta che siano brave persone, che credono in Dio, che pregano e cercano di essere buoni’”.

Padre Gheddo su Sacerdos (2008)

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE! con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo. Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*