Il Vangelo delle 7.18 (capitolo 1 – libro Piero Gheddo)

CAPITOLO 1

L’anno della siccità nel Burkina Faso
«Perché voi italiani non pregate? »
Una notte in Africa tra animali selvatici
Il «tempio dei bambini non nati» a Kamakura in Giappone
Tre suore italiane fra i baraccati a San Paolo del Brasile
La guerra privata di un missionario italiano contro la droga in Thailandia
Come un docente universitario giapponese s’è convertito
Lo sceicco Habdi di Somalia: anche l’Islam ha i suoi santi
Il geometra milanese che porta i giovani in Africa
Madre Carolina, sessant’anni fra i lebbrosi della Somalia

 

L’anno della siccità nel Burkina Faso

Ieri, iniziando questo mio ciclo di conversazioni, mi sono presentato come missionario e giornalista e vi ho promesso di raccontarvi ogni giorno un episodio della mia vita, che mi ha particolarmente colpito e fatto riflettere. Dobbiamo sempre imparare da quanto ci succede, perché è Dio che si rivela nella realtà quotidiana, che ci provoca e ci chiama.
Tre anni fa mi trovavo in Burkina Faso, paese africano appena a sud del deserto del Sahara, che un tempo si chiamava Alto Volta. Forse qualcuno ricorda che qui Fausto Coppi, venuto in vacanza nel 1960 per una partita di caccia grossa, contrasse la malaria che lo portò rapidamente alla tomba. Il Burkina è oggi uno scatolone di polvere e sabbia, con le stentate foreste della zona pre-desertica. 111985 era l’anno della grande siccità, non aveva piovuto per otto mesi di seguito: ho visto villaggi abbandonati e invasi dalla sabbia, terreni bruciati dal sole, alberi senza foglie e pozzi senz’acqua. Migliaia di persone che avevano perso tutto. E poi tanta gente morire di sete e di fame. Pare impossibile che a poche ore d’aereo dall’Italia vi siano situazioni così drammatiche: da noi troppa abbondanza, in certe parti dell’Africa troppa miseria. Ambedue situazioni disumane.
Un mattino presto, alla missione di Nanorò, vedo giungere due uomini e una donna anziana con un bambino in braccio. Sono della tribù dei Mossi, fieri pastori e coltivatori di miglio. Hanno camminato per otto ore nella notte e nel primo chiarore dell’alba, quando il sole non è ancora scottante: di giorno si arriva a 45-48 gradi all’ombra. La donna dice: «Questo mio nipotino di tre mesi sta morendo di fame e di sete. Sua madre è morta pochi giorni fa, l’abbiamo portato alla missione. Aiutateci”.
Le suore accolgono la nonna, il bambino, i due uomini. Danno da mangiare agli adulti e suor Maria, con un cucchiaino, cerca di far bere un po’ d’acqua e latte a quel bambino ridotto a pelle e ossa. Non ci riesce. Allora la nonna dà il suo seno avvizzito da succhiare al bambino e la suora introduce nella piccola bocca un po’ di acqua e latte con una siringa di plastica senza l’ago.
Il bambino purtroppo muore nel pomeriggio. Mentre lo osservo dibattersi nell’agonia senza poterlo aiutare, povero ragnetto nudo, penso: «Perché io ho ricevuto da Dio tanti doni, salute, intelligenza, cibo, istruzione, vestiti, casa, assistenza sanitaria, mentre questo bambino non ha ricevuto nulla? Non siamo tutti e due figli di Dio allo stesso modo? Non ci vuole Dio bene allo stesso modo? Perché a me tutto e a lui niente?”
È l’interrogativo che dobbiamo porci tante volte nella vita, incontrando persone ammalate, handicappate, sfortunate, provate dalla vita, piene di dolori e di sventure.
La risposta è facile e viene dal Vangelo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso”, dice Gesù (Luc. 10, 27). Questo è il «comandamento nuovo” in base al quale saremo giudicati, perché «questa è tutta la Legge e i Profeti” (Matt. 7, 12).
In altre parole, tutto quello che ho ricevuto dalla vita, da Dio, dai genitori, dalla fortuna di nascere in Italia, non è mio, mi è dato solo in uso, ma appartiene a tutti gli uomini. lo ho ricevuto tanto, perché possa aiutare chi ha ricevuto di meno. Certo, noi dobbiamo vivere anzitutto la nostra vita, pensare alla nostra famiglia, ma anche aprire il cuore alle necessità di tutti. L’egoista non è mai felice e la mia felicità sta nel far felici gli altri.
Lo dico a tutti i genitori: se volete che i vostri figli siano felici, non insegnate loro a essere prepotenti, a occupare i primi posti, a fare carriera, a guadagnare molti soldi. Insegnategli a essere buoni. Perché «Dio è con l’uomo buono» (2 Cr. 19, 11).

«Perché voi italiani non pregate? »

Sapete dov’è la seconda diga del mondo? La prima è nella Tennessee Valley in California. La seconda a Tarbela in Pakistan, sul fiume Indo, che ha creato un lago lungo 96 chilometri. Ebbene, la diga di Tarbela è frutto del lavoro italiano: dal 1968 al 1985 sono vissuti a Tarbela 3000 tecnici e operai italiani con le loro famiglie, aiutati da circa 15000 operai pakistani. Un’impresa davvero colossale.
Sono stato a Tarbela nel 1982, quando la diga era ormai quasi finita, ma vi erano ancora 1000 italiani nella bella città costruita sulle colline accanto alla diga dall’Impregilo: palazzi moderni di abitazione, mercati, campi sportivi, cinema (ogni settimana arrivavano via aerea due film dall’ Italia e le video-cassette degli avvenimenti nazionali e del campionato di calcio). Al centro della città un modernissimo ospedale e una grande chiesa circolare.
Il primario dell’ospedale è un chirurgo pakistano, il prof. K. D. Raja, che ha operato migliaia di italiani, perché venivano anche dall’Italia per farsi operare da lui e dalla sua équipe. Mi porta a visitare l’ospedale: «Voi italiani », dice, «siete un popolo meraviglioso, cordiale, che si adatta a tutto, pieno di vita e di capacità di lavoro. Qui in Pakistan vi siete fatti una grande fama, più di tutti gli altri stranieri».
Poi mi invita a bere un caffè nel suo ufficio e, una volta entrato in confidenza, mi dice: «Mi scusi, padre, ma di voi italiani non ho capito una cosa. Perché non pregate mai?»
«Vede», aggiunge, «io sono musulmano e prego cinque volte al giorno. Anche qui nel mio ufficio ho un piccolo tappeto rivolto alla Mecca, sul quale mi inginocchio durante la giornata per pregare. Non mi sarebbe possibile vivere senza pregare. Ma qui a Tarbela c’erano 3000 italiani con le famiglie, hanno costruito per loro una bella chiesa, che era quasi sempre vuota. Vi sono andato anche alla domenica: non c’erano più di qualche centinaio di persone. Mi dica: perché voi italiani non pregate? Come fate a vivere senza pregare? »
Cosa avreste risposto a quell’amico pakistano? Ho cercato di fare alcuni ragionamenti sulla secolarizzazione della vita in Italia, come in tutto l’Occidente. Ma in fondo ho dovuto dargli ragione: i musulmani pregano più di noi cristiani, come d’altronde tutti i popoli dell’Oriente e gli africani.
Perché l’uomo deve pregare? Per mettersi in contatto intimo con Dio, per manifestargli il proprio amore, per sentire la sua presenza nella vita, la sua protezione, il suo perdono. Non è Dio che ha bisogno della nostra preghiera, siamo noi che abbiamo bisogno di Dio: se perdiamo la coscienza e l’esperienza viva che Dio ci vuole bene, tutta la nostra esistenza ne viene impoverita. Quando l’uomo perde il contatto con Dio, diventa meno uomo.
Charles de Foucauld diceva: «Senza Dio e senza l’esperienza del suo amore, io sono come un pellegrino che cammina in una notte oscura senza lampada accesa».
Dobbiamo ripetere anche noi come gli Apostoli a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Luc. 11, 1). Saper pregare è una grazia che viene da Dio e bisogna chiederla; è un’arte che s’impara col tempo, con l’umiltà della vita di fronte al mistero di Dio.
Termino leggendovi la preghiera del mattino che ho sentito recitare in lingua urdu dai musulmani del Pakistan e che mi ha tradotto l’amico chirurgo di cui ho detto:

Dio del cielo, unico Dio,
a Te tutte le cose debbono l’esistenza e la vita.
Come lo splendore del sole mattutino
scaccia l’oscurità della notte,
Così Tu, invisibile Dio, riveli le Tue opere.
lo Ti ringrazio perché mi hai concesso un buon sonno
e mi hai risvegliato ancora una volta questa mattina.
Non abbandonarmi nella mia giornata,
sii sempre accanto a me
E aiutami sempre.
Dio grande e infinito, Tu sia lodato nel mio cuore.

Una notte in Africa tra animali selvatici

Nella mia famiglia non sono il solo missionario. Ho anche una cugina, figlia del fratello di mio padre e della sorella di mia madre, che è missionaria in Zaire dal 1964: Rosetta Gheddo, laica consacrata Afi (Ausiliarie Femminili Internazionali). È come se fosse mia sorella. Nel 1969, essendo andato in Uganda con Paolo VI, volevo visitarla, ma da Kampala a Goma (700 chilometri) non c’erano mezzi di trasporto diretti. Così ho affittato una grossa auto inglese (una Bentley solida e comoda), col guidatore africano, un giovanotto forte e intelligente di nome Casimiro, e ci siamo messi in viaggio. Allora la benzina costava poco e non c’erano ancora guerre né rivoluzioni a tagliare le strade.
Abbiamo impiegato tre giorni nell’andata e due nel ritorno. A volte la strada era solo un sentiero in terra battuta nella foresta o sulle pendici del monte Ruwenzori. Ero giovane, mi piaceva l’avventura, Casimiro parlava un po’ d’inglese e mi dava fiducia. E poi avevamo la macchina piena di cibo, di acqua e di taniche di benzina.
Al secondo giorno di viaggio, nel sud dell’Uganda ai confini col Ruanda, giungiamo a un fiumiciattolo con un ponte in mattoni, su cui un camion carico di tegole era scivolato e si era messo di traverso impedendo il passaggio. Stavano scaricando il camion ed erano in attesa di una gru che doveva giungere da Kabale, a circa 70 chilometri di distanza. In Africa, quando succedono queste cose, bisogna rassegnarsi e starsene tranquilli anche per due-tre giorni.
Ma io avevo fretta. Mi dicono che a venti chilometri più a sud c’è un punto del fiume in cui è possibile passare con l’auto a guado. Vi andiamo per un sentiero nei campi di granoturco e di canna da zucchero. I chilometri non sono venti ma più di trenta e gli ultimi dieci in piena foresta. Troviamo il passaggio, l’acqua è bassa, la Bentley passa facilmente.
Ma dall’altra parte una brutta sorpresa. La macchina, molto pesante, affonda nella sabbia a poca distanza dall’acqua. Cerchiamo di disincagliarla, ma tutto è inutile. Casimiro mi dice: ({ Tu stai qui, chiuditi dentro, io vado a piedi a cercare aiuto in qualche villaggio». Parte di corsa. Per un giovane africano, 10-15 chilometri non sono una gran distanza. Ma è già pomeriggio avanzato e io attendo invano il suo ritorno. Tornerà solo il mattino seguente, quasi a mezzogiorno, con un camion carico di uomini, che riusciranno a disincagliare la Bentley sollevandola ritmicamente assieme.
Beh, amici, ho fatto anche questa esperienza: una notte chiuso nell’auto, vicino all’acqua del fiume, con la luna piena che illuminava la foresta e una continua fila di animali che venivano ad abbeverarsi al crepuscolo e anche nella notte: zebre, giraffe, gazzelle, iene e scimmie, anche pantere e leoni. Pensate, io chiuso nell’auto, con gli animali che mi giravano attorno, annusando e strofinandosi contro quello strano animale immobile in mezzo al sentiero.
Credo di non aver mai pregato con tale intensità in vita mia. Se fossero venuti anche degli elefanti, pensava, potevano schiacciarmi dentro l’auto solo mettendo una loro mastodontica zampa sul cofano o sul tetto… A ripensarci oggi è un’avventura che racconto volentieri, ma allora ne ero rimasto terrorizzato. Almeno all’inizio, perché poi ho cominciato a pensare: vuoi che Dio non sia qui vicino a me a proteggermi? Perché debbo aver paura? Ho finito per addormentarmi sul comodo sedile posteriore pensando: «Signore, pensaci tu ». Che bello fidarsi di Dio!
Non vi pare che ci troviamo tutti, a volte almeno, in situazioni simili? Quanti pericoli nella nostra giornata, quanta solitudine nella vita, quante volte ci pare di essere circondati da bestie feroci pronte a sbranarci. Amici, Dio non ci abbandona mai, non ci perde d’occhio un istante: è sempre qui accanto a me e a ciascuno di voi, in auto, in ufficio, in famiglia, a scuola, in fabbrica, per la strada. lo vi auguro di sentirvelo vicino, come l’ho sentito io quella notte in Africa, al chiaro di luna, solo e chiuso in auto nella foresta equatoriale.

Il «tempio dei bambini non nati» a Kamakura in Giappone

(Se andate in Giappone, una delle visite più interessanti, dal punto di vista religioso, è quella ai numerosi «templi dei bambini non nati», che sorgono in genere in luoghi appartati, in boschetti o sulle montagne. Ne ho visitato uno a Kamakura, non lontano da Tokyo, dedicato alla dea buddhista Kannon, la dea della misericordia che i cristiani vedono come una prefigurazione della Madonna.
Sulla collina, attorno al tempio, in numerosi vialetti e sentieri nel bosco, ci sono migliaia e migliaia di statuette del Buddha. Le donne che fanno un aborto offrono al tempio una statua del Buddha, simbolo del loro bambino, che vestono come avrebbero vestito il bambino e chiamano col nome del bambino stesso, mettendo gli in mano un giocattolo, un segno di riconoscimento, una targhetta col nome e la data.
Ho visto donne giovani, mariti e mogli portare queste statuette e sistemarle lungo i viali, poi entrare nel tempio, offrire preghiere, candele e incenso alla dea Kannon. Ogni tanto visitano di nuovo il tempio, curando la statua del loro bambino.
Questa usanza religiosa mi ha commosso: non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta.
«L’aborto », mi dice il sardo padre Luigi Soletta, missionario del Pime in Giappone da trent’anni, che si è dedicato al dialogo con i buddhisti, l’aborto è sentito dalla gente come una colpa grave e.i non cristiani, che non conoscono il Dio della bontà e della misericordia, sono spesso oppressi da questo senso di colpa da cui non riescono a liberarsi. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per i campi e le città, in attesa di reincarnarsi. Con la preghiera e l’offerta di una statua al Buddha, i genitori cercano di dar loro pace. Ma non si liberano mai dal pensiero della colpa: se sono anime sensibili, ne rimangono sempre angosciate. Capita a volte che vengano da me mamme e papà non cristiani, i quali mi dicono che hanno fatto l’aborto e mi chiedono di parlare loro del perdono di Dio, del Dio che non conoscono. Credo che in Oriente le malattie nervose sono più abituali che in Occidente, proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio e della religione, dove non c’è perdono. Solo Gesù Cristo ci libera dalla tristezza dei nostri peccati ».
Cari amici, tutti facciamo l’esperienza del peccato. Guai a chi è sempre pronto a gettare la colpa sugli altri, guai a chi non riconosce mai di aver sbagliato. La superbia è il peggior nemico dell’uomo, che più avanza nella vita e più si riconosce debole e peccatore.
È saggio riconoscere i nostri errori, ma è anche saggio non lasciarcene scoraggiare, abbattere, diventare pessimisti e amareggiati. Noi sappiamo che Dio ci perdona tutte le volte che umilmente riconosciamo il nostro sbaglio e facciamo il proposito di non commetterlo più. Può capitare che ci ricadiamo, ma l’importante davanti a Dio è la sincerità del pentimento e del proposito.
Quando Gesù ha davanti a sé la donna sorpresa in adulterio, che tutti volevano lapidare com’era usanza a quel tempo, le dice: «Donna io non ti condanno: va in pace e d’ora innanzi non peccare più» (Giov. 8, 11).
E a Pietro che gli chiedeva: «Signore, se mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli?
Fino a sette volte?» Gesù risponde: «Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette »: cioè un numero di volte praticamente infinito (Matt. 18, 21).
Credo che l’esperienza di essere perdonati da Dio sia una delle più profonde nella vita spirituale: perché ci rivela tutto l’amore, la tenerezza del Padre. Ci dà pace al cuore, ottimismo, gioia, sicurezza di essere amati e protetti. Cosa c’è di più bello che l’esperienza dell’amore?
Quando abbiamo coscienza di aver fatto del male, diciamo a Dio con sincerità: «Pietà di me, o Dio, nella tua grande misericordia. Perdonami, contro di Te ho peccato» (Salmo 50).

Tre suore italiane fra i baraccati a San Paolo del Brasile

Sono stato parecchie volte a San Paolo, la maggior metropoli industriale dell’America Latina: 12 milioni di abitanti, con una forza lavoro di 7 milioni di cui il 12 per cento disoccupati (840000) e il 18 per cento semioccupati (1 200000), che lavorano come manovali a giornata. In San Paolo, secondo dati ufficiali di qualche anno fa, c’erano 880000 baraccati, ma in realtà sono molti di più: circa un milione e mezzo vivono nella favelas, quartieri abusivi su terreni demaniali, che sarebbero riservati a parchi, campi da gioco.
Ho visitato diverse favelas, sterminate distese di baracche fatte di lamiera, legno, tela cerata, cartone, qualche muretto, spesso fra torrenti limacciosi di fogna che scorrono a cielo aperto. Qui giungono a ondate da tutto il Brasile e dai paesi vicini (specie Paraguay, Bolivia e Peni): sono i poveri, gli ultimi, i senza terra, le vittime della siccità e dello sfruttamento, che cercano rifugio nell’anonima periferia della metropoli, adattandosi a fare di tutto pur di sopravvivere. Secondo un’inchiesta del grande. giornale brasiliano «Manchete» di qualche anno fa, in San Paolo c’erano 600000 minori abbandonati, senza famiglia, che vivono per la strada o a gruppi in baracche.
Qualcuno potrebbe dirmi: beh, cosa c’entro io con tutto questo? lo lavoro, ho la mia famiglia e i miei problemi, le mie difficoltà. Cosa posso farci?
Il mio non è un discorso per colpevolizzare qualcuno o per chiedere qualcosa. Ma semplicemente per far riflettere. Una riflessione di carattere religioso, evangelico, che pone interrogativi alla mia vita cristiana, umana. Non posso essere cristiano, se chiudo gli occhi e il cuore a queste tragiche realtà che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Forse posso far poco, ma l’amore a Dio deve portarmi ad un interesse profondo a tutte queste sofferenze e situazioni disumane di tanti fratelli. «Chi infatti non ama il suo fratello che vede», si chiede San Giovanni (1 Giov. 4, 20), «come può amare quel Dio che non vede?»
Sono stato a visitare una favela con tre italiane missionarie dell’Immacolata, Giannina, Raffaella e Anna Maria. La favela si chiama «Burraco do Sapo» (il buco del rospo), un labirinto di baracche sui fianchi di due ripide colline, senz’acqua, senza luce, senza scuole né assistenza sanitaria, con sentierini tortuosi fra baracca e baracca: quando piove qui scendono torrenti di melma; se piove un po’ forte, il fango travolge le fragili baracche, in cui vivono 7000 esseri umani abbandonati da tutti. Qui infatti non ci sono negozi né locali pubblici e per le autorità e la polizia questa favela semplicemente non esiste, è abusiva. Poiché vi sono anche le favelas riconosciute come tali, che ricevono qualche aiuto.
Giannina, Raffaella e Anna Maria, tre giovani donne italiane che vivono qui da sei-dieci anni, vengono al «buco del rospo» tutti i giorni, facendo due chilometri a piedi: vengono al mattino e tornano a casa la sera, visitano i malati ed i bambini abbandonati, gli anziani, le famiglie che non hanno nulla; distribuiscono aiuti, medicine. Ma soprattutto, dopo aver fatto amicizia con le famiglie, svolgono un’opera «di coscientizzazione»; cioè fanno prendere coscienza alla gente della loro dignità umana e del dovere di unirsi per migliorare le loro condizioni di vita.
« La gente qui è abbrutita dalla miseria e fatalista al cento per cento», mi dice suor Anna Maria, «vengono da regioni diverse, rimangono inattivi e chiuso ciascuno nei suoi problemi. Ma se qualcuno li anima, allora collaborano con entusiasmo. Noi siamo aiutate da catechisti e catechiste laici della parrocchia e, insegnando la fede cristiana, abbiamo formato gruppi di famiglie che si riuniscono per la preghiera, ma anche per discutere i loro problemi e concordare azioni comunitarie ».
La liberazione dei poveri comincia sempre con l’educazione dell’uomo e la formazione delle comunità. La Chiesa non è esperta di tecniche dello sviluppo né svolge azione politica, ma educa l’uomo. Mao Tze Tung diceva: «La vera rivoluzione è dare una coscienza ai poveri». Non avete mai pensato che la Chiesa, con i suoi missionari, partecipa alla liberazione dei poveri?

La guerra privata di un missionario italiano contro la droga in Thailandia

Questa mattina voglio raccontarvi come un missionario italiano in Thailandia, padre Gianni Zimbaldi di Monza, sta combattendo la sua battaglia contro la droga con un buon successo. Egli vive nel «Triangolo d’Oro », esteso territorio montagnoso e forestale fra tre stati asiatici, Thailandia, Birmania e Laos, dove si produce il 40 per cento dell’eroina consumata nel mondo intero. Mezzo milione di gente delle tribù dei monti (Lahu, Ikò, Lishò, Meo) coltivano l’oppio e ne producono 850 tonnellate l’anno, da cui ricavano 40-50 quintali di eroina purissima. Un fatturato di dieci e più miliardi di dollari americani, di cui i tribali vedono pochi spiccioli, mentre raffinatori, commercianti e spacciatori si arricchiscono.
Il governo thailandese conduce da due anni una lotta spietata contro la produzione di oppio e il commercio della droga. Ogni tanto giungono sui monti degli elicotteri che esplorano la foresta, sbarcano truppe d’assalto e bruciano i campi di oppio. Chi è preso in Thailandia anche con pochi grammi di droga, rischia l’ergastolo. Ma produzione e commercio continuano perché le richieste dal mondo intero sono tante e i guadagni altissimi.
Sono stato varie volte in Thailandia e padre Zimbaldi è amico di antica data, abbiamo studiato assieme nel seminario del Pime per dieci anni. Vive fra le tribù dei Lahu dal 1956, prima in Birmania poi, dal 1973, in Thailandia, ma conosce anche diverse altre tribù che coltivano l’oppio. Con lui ho fatto vari viaggi sulle montagne: ore e ore a piedi, con lo zaino in spalla, per visitare i villaggi sepolti nella foresta, dove padre Gianni porta, col Vangelo, la liberazione dall’oppio e da ogni altra droga.
«La droga», dice padre Gianni, «riduce questa gente in schiavitù. Coltivano l’oppio perché rende più del riso, lo fumano per liberarsi dai dolori di denti, di ventre, di testa. Poi non possono più smettere e pensano solo all’oppio. Le famiglie che fumano l’oppio si autodistruggono. lo dico chiaramente che i villaggi che vogliono il Vangelo e l’aiuto del missionario debbono smettere di coltivare e di consumare oppio. Se ci sono cristiani che ci cascano ancora, li scomunico».
Nel villaggio centrale di Fang, dove abita, padre Gianni ha fondato una scuola per i Lahu e per gli Ikò: dopo le scuolette di villaggio, i ragazzi e ragazze più meritevoli li porta con sé a Fang. Alcuni poi li manda in città a studiare. Cerca di dare a queste tribù un’istruzione e un’identità culturale: ha alfabetizzato le loro lingue (che erano solo parlate) e stampa a Fang i Vangeli e altri testi sacri in varie lingue tribali.
Il governo stesso della Thailandia riconosce che gli unici risultati positivi e definitivi nella guerra contro la droga li ottengono i missionari, che educano la gente, l’assistono nel cammino verso lo sviluppo e danno forti motivazioni religiose per smettere di produrre e consumare Oppio.
«Però», aggiunge padre Zimbaldi, «le missioni cristiane, cattoliche e protestanti, riescono a influire su un terzo circa dei tribali del Triangolo d’Oro. Gli altri ci sfuggono o perché troppo isolati o perché non ci accettano a priori, conoscendo il nostro atteggiamento di decisa condanna dell’oppio. Ma la nostra opera è esemplare anche per i governi: noi indichiamo la via giusta da percorrere, l’educazione morale e religiosa dell’uomo, delle famiglie, dei villaggi, unita all’aiuto concreto in campo economico e sociale. Il governo thailandese sta mettendosi su questa strada. Non basta infatti bruciare i campi d’oppio e dare pesanti condanne a chi viene scoperto: bisogna dare alla gente ideali diversi di vita e aiuti concreti allo sviluppo».
Credo che lo stesso si possa dire per il consumo della droga in Italia: ci vuole la repressione di chi sbaglia, ma ancor più è necessaria l’educazione morale e religiosa per sfuggire al fascino dei paradisi artificali promessi dall’oppio e dai suoi derivati. Avete timore della droga per i vostri figli? Ecco il consiglio giusto: date ai vostri ragazzi ideali per i quali vale la pena di vivere, un’educazione religiosa e morale che li rendano forti contro la tentazione. Insomma, cari amici, bisogna tornare a Dio: educhiamo noi stessi e i nostri figli ai grandi ideali della fede e dell’amore.

Come un docente universitario giapponese s’è convertito

Questà storia me l’ha raccontata un missionario del Pime, padre Nazareno Rocchi, marchigiano di Macerata, da quasi quarant’anni missionario in Giappone. Sono andato a trovarlo a Enzai, piccola cittadina sulle pendici del monte Fuji a circa 100 chilometri da Tokyo. Enzai conta 40 000 abitanti, i cattolici di padre Nazareno non sono più di 100.
«I giapponesi leggono molto il Vangelo», mi dice padre Rocchi, « ma si convertono difficilmente. Però quando si convertono sono cristiani esemplari. Prendono tutto molto sul serio, anche la fede e la conversione a Cristo ».
Mi racconta questo fatto. Un giovane professore universitario aveva chiesto a padre Rocchi se poteva andare alla sera a trovarlo per discutere con lui su temi religiosi e del Vangelo. Per più d’un anno, una o due volte la settimana andava da padre Rocchi, esponendo i suoi dubbi, i suoi problemi religiosi e chiedendo spiegazioni sul Vangelo, sulla Chiesa, sulla morale di Cristo.
Dopo un anno, quell’uomo intelligente e volitivo sarebbe stato pronto alla conversione. Così almeno pensava padre Rocchi. Ma a una sua precisa domanda, se intendeva chiedere il Battesimo ed entrare nella Chiesa, il professore rispose con un gentile rifiuto. Poi non si fece più vedere.
«Dieci mesi dopo», racconta padre Nazareno, « quando mi ero persino dimenticato di quelle conversazioni, quel professore viene di nuovo a trovarmi e mi dice: “Padre, mi hai convinto. Sono pronto a ricevere il Battesimo e ho preparato anche mia moglie e i miei due figli” ».
Cos’era successo? Lo spiegò il professore stesso a padre Rocchi. « In tutti questi mesi », gli disse « senza farmene accorgere ho voluto vedere come tu vivi. Mi avevi detto che tutte le mattine celebri la Messa da solo in chiesa, alle sette. Ebbene, quella è l’ora in cui io vado a prendere il treno per andare a Tokyo a insegnare. Così spesso passavo vicino alla tua cappella, e mi fermavo un momento a guardare dentro dalle finestre, senza che tu ti accorgessi di me. Ho visto che infallibilmente tu eri in cappella a pregare, quasi sempre da solo, e alle sette celebravi la Messa con molta devozione. Poi mi sono informato di tanti altri aspetti della tua vita. Beh, ho visto che tu ci credi davvero a quel che mi hai detto. Se ci credi tu, debbo crederci anch’io. Intellettualmente ero già convinto della verità del Vangelo, ma volevo vedere se almeno tu lo vivi davvero ».
Non è difficile predicare il Vangelo, difficile è viverlo, pur nei limiti e nelle debolezze della nostra natura umana.
Credo che questo valga per tutti e non solo per i missionari del Giappone. La prima testimonianza della nostra fede è quella della vita. Lo dico soprattutto ai genitori, agli educatori, a tutti coloro che hanno responsabilità nei confronti dei giovani. Ci sono genitori che dicono ai figli di andare in chiesa, ma poi essi non ci vanno mai; che dicono ai figli di essere buoni, ma poi danno esempi di egoismo, sono duri di cuore, non disponibili alle necessità del prossimo. Come può un figlio crescere bene in una famiglia divisa? In cui i genitori non danno esempio di amore vicendevole, di sopportazione, di perdono?
Una delle grazie più grandi, di cui ringrazio sempre il Signore, è quella di avermi fatto nascere in una famiglia unita, in cui ci si voleva e ci si vuole bene, nella quale non ricordo un solo esempio di inimicizia, di rancore. Quanto ricordo volentieri i buoni esempi dei miei genitori, di mio padre e di mia madre, della nonna Anna e della zia Adelaide che hanno educato me e i miei fratelli! A Tronzano vercellese, quaranta e più anni dopo, ci sono ancora persone che ricordano gli esempi di queste sante persone. Di mia zia Adelaide, ad esempio, insegnante elementare e per un certo periodo direttrice didattica della scuola elementare di Tronzano: c’è ancora chi ricorda che anche in anni difficili di guerra, di indigenza nella nostra famiglia, mai aveva accettato da ricchi agricoltori dei doni in natura (polli, riso, uova), per non essere poi obbligata a sdebitarsi promuovendo i loro figli, che magari faticavano negli studi. Chissà se anche noi lasceremo esempi da ricordare quaranta o cinquant’anni dopo!

Lo sceicco Habdi di Somalia: anche l’Islam ha i suoi santi

Nel sud della Somalia, ex colonia italiana, scorre il fiume Giuba, placido e solenne fra bananeti e foreste di eucaliptus. È la regione più fertile della Somalia, ma la gente è ancora molto povera. Verso la foce del fiume, presso la città di Chisimaio, c’è l’isola di Gelib dove ancor oggi, ma soprattutto in passato, vengono portati i lebbrosi, che vivono in villaggi coltivando la terra, allevando capre e maiali, ma isolati dal resto della popolazione, in modo da non rappresentare un contagio per la gente sana. Sono situazioni che ho visto ovunque nel mondo povero.
Una quarantina di anni fa, un ({ santo» musulmano, Sheik Nuur, era stato colpito dalla lebbra ed era venuto spontaneamente a vivere nell’isola con la sua famiglia, costruendovi una moschea. Anche la religione islamica ha i suoi santi, uomini di Dio che fanno una vita normale come tutti, si sposano, coltivano la terra, ma danno esempio di preghiera, di mortificazione, di carità. Dio si rivela a tutti quelli che lo cercano con cuore sincero.
Sheik Nuur era lebbroso e quasi cieco, viveva quasi sempre coricato su una stuoia, ma era continuamente visitato da pellegrini che venivano da ogni parte della Somalia. Aveva un ascendente fortissimo sulla gente, diceva a tutti una parola di pace, di fede in Dio, di amore al prossimo. E dava lui stesso esempio di carità.
Con le offerte che riceveva aveva creato, nel villaggio nato attorno alla sua moschea, una serie di capanne in cui erano ospitati lebbrosi, ciechi, handicappati, pazzi, che la gente gli portava e che egli manteneva e curava con molti volontari che si erano messi al suo servizio. Li chiamava «i figli prediletti di Allah» e diceva a tutti quelli che andavano a trovarlo: «Amate i poveri e i piccoli, se volete avere la benedizione di Allah».
Lo sceicco Nuur morì nel 1975, pochi anni prima che io andassi in Somalia, ma al suo posto trovai il figlio Sheik Habdi, anche lui ritenuto un santo. La tomba di Sheik Nuur è meta di pellegrinaggi e la gente si racconta i fatti meravigliosi della sua vita: a lui infatti sono attribuiti miracoli, guarigioni di malati, profezie, di aver portato la pace fra famiglie o clan in guerra.
Sono andato anch’io da Sheik Habdi, in compagnia d’un francescano italiano, il padre Pietro Turati, parroco a Chisimaio. Ci ha ricevuti nel suo haarish, una lunga capanna in paglia intonacata in creta rossa, fresca nell’infuocato pomeriggio. Ci offre da bere acqua di pozzo e tè, poi mi dice: «Ho visto quando tu sei venuto in Somalia. Sei qui solo da pochi giorni e sapevo che saresti venuto a visitarmi. Noi musulmani e voi cristiani siamo uniti nella fede e nella preghiera all’unico Dio e aiutiamo i poveri che sono i prediletti di Dio».
Abbiamo parlato per una buona mezz’ora, mentre fuori c’era tanta gente che attendeva di entrare: ha chiesto notizie dell’Italia e del Papa e mi ha detto di salutare il Papa. Poi ha aggiunto: «Dobbiamo pregare gli uni per gli altri. lo quando prego non escludo nessuno dalla mia preghiera: a volte mi sveglio di notte e prego per i più lontani. Adesso che siete venuti a trovarmi, pregherò anche per voi».
Infine ha alzato le mani sulla nostra testa e ha detto solennemente: «Allah vi benedica. Il vostro cammino sia sicuro e senza ostacoli. Nessun leone vi attraversi la strada, nessun elefante vi faccia paura, nessun serpente vi morsicherà, nessun uomo alzerà su di voi la sua mano. Tornate alle vostre case, amate i poveri e Allah sia sempre con voi».
Nella mia vita ho dato e ricevuto tante benedizioni: ma mai con parole come queste, forse tratte da un rituale antico dell’Islam somalo.. Vorrei ripeterle su di voi questa mattina mentre vi recate al lavoro, a scuola: nessun leone vi attraversi la strada, nessun elefante vi faccia paura, nessun serpente vi morsicherà… Ma soprattutto: amate i poveri e il Signore sia sempre con voi. La benedizione d’un vecchio santo musulmano ci richiama la misericordia di Dio verso tutti gli uomini e la fraternità universale di tutte le creature di Dio.

Il geometra milanese che porta i giovani in Africa

A dieci giorni dall’inizio di queste mie conversazioni religiose, incomincio a ricevere telefonate e lettere da amici e da ascoltatori. Ringrazio tutti: non so se riuscirò a rispondere personalmente a ciascuno di voi. Un amico di Firenze mi scrive: «Quanto tu racconti è interessante, ma mi pare evasivo rispetto ai gravi problemi che oggi tormentano noi genitori: siamo angosciati per i nostri due ragazzi e una bambina, per la possibilità di amicizie cattive, per la droga… »
Rispondo: non credo si risolva il problema della droga solo parlandone e informando. Credo invece che si debba soprattutto dare ai giovani dei grandi ideali di vita, motivazioni forti d’impegno per cui vale la pena di vivere, una grande fede in Dio che illumina e riscalda la vita. La nostra società, e non solo i giovani, ha bisogno di eroi positivi che suscitino ammirazione, entusiasmo, sentimenti di bontà, per contrastare i troppi eroi negativi esaltati dalla stampa, dalla televisione, dalle mode correnti.
È quanto io cerco di fare, proponendo ogni giorno una «buona notizia» incarnata in un episodio di vita oppure un modello a cui i giovani possono ispirarsi. Più che protestare o denunziare il male, bisogna proporre il bene, ideali e modelli concreti di bene.
Oggi voglio parlarvi di un geometra milanese, Adriano Zanini, 63 anni, da poco tempo in pensione: ha lavorato come supervisore nei cantieri dell’Ene!. Adriano è un appassionato dell’Africa e ha dedicato la sua vita ad aiutare i giovani che vogliono andare in Africa a fare un’esperienza di lavoro e di vita con gli africani. «Non sapevo nulla delle missioni », racconta, «avevo solo la passione per i viaggi. A più di quarant’anni sono andato in Burundi con un gruppo di giovani che andavano a costruire scuole per i missionari. Due mesi estivi, dopo aver già girato l’Europa. L’impatto con l’Africa è stato entusiasmante e ho pensato che molti giovani, mettendosi a servizio delle missioni e degli africani, avrebbero trovato un ideale e fatto un’esperienza forte che sara utile per tutta la vita».
Così, Adriano Zanini, nei tempi liberi dal suo lavoro, negli anni settanta ha messo in piedi con alcuni amici «Africa oggi», un organismo di volontariato internazionale che in estate manda un centinaio di giovani in vari paesi africani, per campi di lavoro autofinanziati: durante l’anno questi giovani si preparano con incontri di studio e di preghiera, fanno qualche lavoretto per pagarsi il viaggio, raccolgono carta e stracci per finanziare almeno in parte le opere che vanno a costruire.
«Abbiamo però capito che la condivisione vale più del lavoro. Quel che conta è educare i giovani all’incontro con gli africani, a sperimentare le loro condizioni di vita, a capire che dobbiamo metterci a servizio del prossimo più povero anche quando torniamo in Italia: semplicemente perché siamo tutti fratelli e loro hanno ricevuto tanto meno di noi ».
«Africa oggi» si appoggia alle missioni cattoliche e richiede dai giovani anche una motivazione di carattere spirituale, che viene approfondita durante l’anno negli incontri mensili di formazione: questi si svolgono a Milano e a Napoli. Ai giovani si uniscono anche persone adulte o addirittura anziani, pensionati, che mettono la loro esperienza a servizio dell’organizzazione.
Adriano è soddisfatto della sua vita: a 63 anni si sente giovane e pieno di impegni, utile a molti giovani e non giovani. Si è donato a questo ideale missionario, ha voluto mantenersi libero per dedicarsi meglio all’ideale della sua vita: far conoscere ai giovani la vita africana, seminare nei cuori il tormento di un mondo piùunito, più fraterno.
Noi forse non andremo mai in Africa, ma il Vangelo vale per tutti. Dice Gesù: « Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Matt. 10, 39). Se abbiamo possibilità di fare un’opera di bene, di impegnarci in un servizio al prossimo, buttiamoci dentro con generosità e con disinteresse: al termine della vita ritroveremo solo quel che abbiamo donato agli altri.

Madre Carolina, sessant’anni fra i lebbrosi della Somalia

Giorni fa vi ho raccontato la visita fatta all’isola di Gelib in Somalia, sul basso corso del fiume Giuba. Fin dai tempi della colonia italiana era l’isola dei lebbrosi, in cui venivano portati tutti i lebbrosi scoperti nei villaggi, per salvare la gente comune dal contagio. In quell’isola vivono circa 15000 persone, in gran parte lebbrosi, in poveri villaggi in cui non c’è nulla di moderno: né acqua corrente, né elettricità, né strada, né assistenza sanitaria… Il governo somalo ha impiantato nell’isola una fattoria agricola sperimentale, ma per il resto la vita si svolge ancora lenta e povera come in passato.
Sull’isola vivevano nel 1978 quattro suore missionarie della Consolata, piemontesi, che curano i lebbrosi e tengono un dispensario medico e una scuola per i bambini dei lebbrosi. Vivono anch’esse in povertà e mi dicono che per alcuni mesi dell’anno sono del tutto isolate dal resto del paese: quando infatti è la stagione delle piogge, da tutti attesa perché porta raccolti abbondanti, il fiume Giuba si gonfia di acque e diventa impossibile traghettarlo; di ponti infatti è assurdo parlare, c’è solo un barcone che fa la spola fra l’isola e la terraferma, ma che appunto si ferma nella stagione piovosa. Sull’isola vive una suora piemontese, suor Carolina, la cui vita mi ha commosso. Pensate, è giunta in Somalia nel 1928, quando aveva 24 anni, infermiera diplomata, e in tutti questi sessant’anni ha curato i lebbrosi e i malati somali. Una donna dagli occhi azzurri, la giovane era certo bellissima, perché ancor oggi ha un volto perfetto e uno sguardo affascinante.
Mi diceva: «Quando siamo arrivate qui, padre, non c’era nulla, non avevamo nulla, c’era poco anche da mangiare e nessuna comodità. Abbiamo resistito solo perché il buon Dio ci ha aiutate. Adesso è quasi un paradiso, abbiamo il frigorifero, qualche ora di luce elettrica alla sera, la possibilità di avere la posta una volta al mese…»
Le dico: «Madre Carolina, io tra quindici giorni torno in Italia. Venga con me, la porto a casa sua a Torino, fa un po’ di vacanza in montagna, fa le cure necessarie e poi torna qui in Somalia”. Pensavo di farIe una proposta ragionevole e a lei gradita.
Mi risponde: «Se torno in Italia, forse non mi lascia no più venire indietro. lo qui sto così bene! Sono chiamata “la mamma dell’isola”, “la mamma dei lebbrosi”. Tutti mi conoscono e non potrei fare a meno di loro. Vivrei male lontano dai miei lebbrosi».
Mi sono commosso: dopo tre giorni di vita nell’isola, fra il caldo soffocante, la mancanza di comodità, la visione di tante miserie, l’odore di marcio che si sente nei villaggi e nelle capanne… beh, io non aspettavo altro che di andarmene,in città, a Mogadiscio, e poi tornare in Italia. Madre Carolina, missionaria della Consolata, mi ha insegnato che anche in un poverissimo villaggio d’Africa, fra i lebbrosi e il caldo che giunge sui 45 gradi all’ombra, si può trovare la perfetta felicità e la pace del cuore. Quando si ha la grazia di Dio e quando si dedica la vita al bene dei fratelli.
Amici, queste storie non si riferiscono a mitici santi di un lontano passato, ma ad una donna italiana del nostro tempo. E quante missionarie e missionari come lei ho incontrato, con il sorriso sul volto e la pace nel cuore. La felicità non viene dal possesso di tanti beni materiali, ma dal realizzare nella nostra vita il progetto di Dio, la volontà di Dio. Madre Carolina ha seguito la chiamata del Signore, ha saputo affrontare una vita difficile, piena di sofferenze, per amore di Dio e del prossimo. Ha trovato, come dice il Vangelo, «il centupIo e avrà in sorte la vita eterna» (Matt. 19, 29).
Auguro anche a voi di chiedervi ogni tanto, come S. Paolo sulla via di Damasco: «Signore, cosa vuoi che io faccia?» (Att. 22, 10). E vi auguro di ascoltare sempre la sua voce.

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