Il Vangelo delle 7.18 (capitolo 4 – libro Piero Gheddo)

CAPITOLO 4

Dormire con un serpente sulla testa in Amazzonia
Un guru dell’India: crediamo in Dio o siamo atei?
Alì, cammelliere d’Egitto innamorato di Maria
L’affascinante avventura di imparare la lingua giapponese
A cavallo alla ricerca degli indios Chamula in Messico
Perché i coreani mangiano meno di noi e lavorano di più?
La raffinata cucina cinese e l’uso dei bastoncini
Un volo avventuroso sulla foresta amazzonica
«I nostri amici lebbrosi» da Udine a tutto il mondo
Padre Vismara di Birmania: la vecchiaia incomincia quando non sei più utile a nessuno

Dormire con un serpente sulla testa in Amazzonia

Forse in nessun’altra regione del mondo l’uomo si sente così piccolo come in Amazzonia, troppo piccolo per la sterminata foresta che lo circonda: sommerso, annientato, ridicolizzato dalle acque, dall’immensità degli spazi vergini che gli si aprono dinnanzi. Percorrendo la foresta amazzonica (il mato virgen, come dicono i brasiliani: mato vuol dire foresta) in barca o sorvolandola in aereo (gli unici due mezzi possibili perché non esistono strade), si ha l’impressione di essere tornati indietro nella storia fino ai tempi della creazione, quando «Dio creò il cielo e la terra e separò la terra dalle acque », come dice il Genesi. Qui in Amazzonia la separazione non è ancora netta, poiché acqua e foresta si intersecano continuamente: il Rio delle Amazzoni (il Rio-Mar, fiume-mare, come lo chiamano gli indios) trascina con sé intere isole galleggianti, mentre la foresta è spesso allagata per la piena delle acque. In questo ambiente da diluvio universale, vivono indios e caboclos: i primi nell’interno delle foreste e nelle regioni inesplorate, isolate; i secondi, in parte già venuti in contatto col mondo moderno, in villaggi e cittadine lungo i fiumi.
Vi racconto cosa m’è capitato nel lontano 1966 quando sono andato a visitare la missione di Barreirinha, su un affluente del Rio delle Amazzoni. L’abitazione del missionario, padre Amadio Bortolotto, è tutta in legno su palafitte: sei stanze con veranda davanti, sistemate l’una dopo l’altra lungo il fiume. Siamo in piena Amazzonia, con clima continentale, caldo umido: di giorno 35-38 gradi, di notte 28-30. Un vero forno per uno che viene dall’Italia.
Durante la giornata visitiamo alcuni villaggi presso Barreirinha, col barcone a motore della missione; di notte torniamo a dormire nella casa in legno su palafitte. Prendo la stanza accanto a quella di padre Amadio e, dopo una giornata faticosissima, mi butto sul letto sotto la zanzariera, spengo la lampada a petrolio e cerco di dormire. Ma nel silenzio assoluto, avverto, prima piano e poi più forte, un ansimare profondo certamente non prodotto dall’uomo; mi alzo a sedere sul letto e ascolto, terrificante, un raspare nervoso sul legno del pavimento, nella mia stanza! Come se un animale grosso si rigirasse sul pavimento, ronfando e grattando il legno. Non riesco a capire cosa può essere, ma certamente il rumore è nella mia stanzaccia molto grande e certamente non può essere altro che un grosso animale rinchiuso con me nel buio, forse entrato dentro durante la giornata e ora svegliato dalla mia lampada a petrolio.
Il cuore mi balza letteralmente in gola. Sono seduto sul letto e non so davvero cosa fare. Aspettare il mattino no, come faccio a dormire? E se l’animale mi salta addosso? Dev’essere una onça (leopardo dell’Amazzonia) o qualcosa del genere. Accendere la lampada nemmeno. Cosa fare? Mi metto bene in ascolto e mi pare che lo strisciare sul legno e l’ansimare vengano da un angolo della stanza, opposto a quello della porta. So di non aver chiuso la porta a chiave. Calcolo bene la distanza dal letto alla porta, scosto pian piano la zanzariera, faccio un balzo, sbatto la testa contro la parete, cerco disperatamente la maniglia della porta, la spalanco, esco fuori, chiudo la porta e comincio a gridare: «Aiuto! Aiuto! Un animale nella mia stanza! »…
In pochi secondi, il padre Amadio Bortolotto esce dalla sua stanza con la lampada accesa in mano. Gli spiego in toni concitati la mia disavventura dicendo gli di andare a prendere il fucile da caccia. Mi guarda con sorriso di compassione e mi dice: «Ma non sai che qui in Amazzonia abbiamo tutti un serpente Jiboia sul tetto delle case? Di giorno dorme, di notte si sveglia e va a caccia di topi, pipistrelli e altri animaletti che penetrano in casa dalla foresta». Ebbene, era proprio così: nell’intercapedine del tetto, molto grande, mettono un serpentone lungo 5-6 metri, che si nutre di topi e pipistrelli tenendo la casa pulita. Gli portano acqua e qualche topo catturato con le trappole. Insomma, un cane da caccia domestico che, strisciando sul legno e ansimando, mi aveva procurato una paura da infarto!
Non sempre nella vita i pericoli che affrontiamo sono così fasulli, ma in tutte le situazioni difficili, due le cose da fare: mantenere la calma e raccomandarsi a Dio con la preghiera.

 

Un guru dell’India: crediamo in Dio o siamo atei?

Tutte le volte che vado in India cerco di avvicinare qualche guru, il maestro dello spirito che indica la via per mettersi in comunicazione con Dio. Ne ho trovati in tutta l’India, nei boschi, in riva ai fiumi, nei monasteri e nei templi, uomini che vivono poveramente, di elemosina, consacrando la loro vita alla ricerca di quel Dio cosmico che gli indiani non conoscono per rivelazione diretta. Forse proprio per questo lo ricercano con tanta passione e sacrificio.
Chiedo sempre a questi guru qual è la loro vita e la loro esperienza personale di Dio e quale via indicano ai loro discepoli per mettersi in comunicazione con Dio. Mi è rimasta impressa la risposta che mi ha dato un monaco incontrato al Belur Math, la sede centrale della Ramakrishna Mission a Calcutta: «Dio è come un oceano sconfinato nel quale ci avventuriamo senza bussola per orientarci. Sono più di cinquant’anni che percorro questo oceano, con la preghiera, la mortificazione, la contemplazione della natura, le tecniche di controllo del corpo e della mente, la lettura dei testi sacri, e ancora non vedo la terra da nessuna parte. Solo Dio può rivelarsi, manifestarsi a me e a chi lo cerca con cuore sincero. Un giorno, spero, mi verrà incontro e mi accoglierà nella sua pace ».
Quel monaco di Calcutta mi aveva poi chiesto come noi cristiani immaginiamo Dio, cosa conosciamo di Dio, come lo preghiamo, che esperienza profonda facciamo di Lui nella vita.
Un monaco cattolico inglese, che vive in India da quarant’anni, Beda Griffith, con una lunga esperienza di incontri con i guru indiani, mi diceva: «Vedi, in Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio e questo è ateismo pratico. Crediamo di essere cristiani e di avere la fede in Dio, ma quando vieni in India ti accorgi che noi siamo atei nella vita. I guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione, cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono davvero la vita per cercare quel Dio che non conoscono. Noi cristiani, invece, che abbiamo la Rivelazione, ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica, che ci allontana dall’esperienza di Dio. Infatti, Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero ».
San Paolo così sintetizza la sua esperienza di vita spirituale: «Per amore di Cristo ho rinunziato a tutte le cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil. 3, 8); e giunge a dire: «Per me vivere èCristo» (Fil. 1, 21).
Questa mattina mi chiedo: io, cristiano battezzato, io, sacerdote, credo in Dio o no? Sono credente o ateo? La risposta viene dalla parola di Gesù: «Dov’è il tuo tesoro là è anche il tuo cuore» (Matt. 6, 21; Luc. 12,34).
Debbo chiedermi, con sincerità, dov’è il mio cuore, a cosa aspiro più di ogni altra cosa: se a Dio o ad altri beni infinitamente meno grandi e nobili.
Dobbiamo coltivare nel nostro cuore la «nostalgia di Dio », il desiderio di cercare e conoscere Dio, che è la nostra somma felicità. La conoscenza di Dio si raggiunge con l’amore, che cambia la vita in profondità, non è un qualcosa di superficiale.
Un grande maestro indiano di vita spirituale, il guru Sadhu Singh, ha scritto: «Sono seduto sulla riva di un ruscello e osservo un sasso rotondo immerso nell’ acqua. Da quanti anni il sasso è bagnato dall’acqua? Forse da dieci, forse da cento? Ma l’acqua non è riuscita a penetrare nel sasso. Se spacco quella pietra, dentro è asciutta. Così è di noi che viviamo immersi in Dio e non ce ne lasciamo penetrare: Dio rimane alla superficie della nostra vita, non ci trasforma perché non siamo disposti a lasciarci penetrare e trasformare dall’amore di Dio. Siamo come un sasso nel ruscello che nel suo interno rimane asciutto ». «lo sono la vite e voi i tralci», dice Gesù (Giov. 15,5). «Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto. Senza di me voi non potete fare nulla».

 

Alì, cammelliere d’Egitto innamorato di Maria

Nel 1982 ho partecipato a Lahore, seconda città del Pakistan, a un incontro di dialogo fra cristiani e musulmani che si svolgeva nella locale università islamica. lo ero solo ospite, ma ho potuto in due giorni fraternizzare con autorevoli esponenti dell’lslam: docenti universitari, mullah, capi di sette e di moschee importanti. Una cosa mi ha colpito: si discuteva sulla possibilità di un corso sulla Bibbia all’università islamica di Lahore, ma la proposta non poté essere attuata. Però rimasi impressionato dal fatto che per loro il cristianesimo è essenzialmente Gesù figlio di Maria. Gesù è il profeta, Maria la Donna per eccellenza, la Madre, la Vergine mandata da Dio per essere intermediaria fra Dio e tutti gli uomini, non solo i cristiani.
Nel mondo musulmano la Madonna è la Sayyida, cioè la Signora del Cielo. Su Gesù Cristo possono discutere, avere dei dubbi, temere che possa oscurare Maometto, ma sulla Madonna c’è un accordo pieno fra noi e loro. Nessuna donna ha dignità pari alla sua, perfino la moglie prediletta di Maometto (Aisha) le è inferiore. Essa infatti, elencando i propri privilegi, dice: «Io sono stata innalzata al di sopra di tutte le donne, prescindendo dai privilegi concessi a Maria, madre di Gesù».
Il Corano, com’è noto, proibisce ogni specie di immagine sacra o di statua religiosa e ancor oggi le moschee sono ornate solo con scritte dal Corano o disegni grafici: questo per evitare l’idolatria. Ma nelle case dei musulmani l’unica eccezione è l’immagine di Maria, venerata come «la madre di Gesù », l’ultimo profeta prima di Maometto.
La devozione a Maria è così forte presso i seguaci dell’Islam, che secondo i missionari che lavorano nei paesi islamici i convertiti a Gesù attraverso Maria sono più numerosi di quanto si possa pensare; nel cuore almeno, perché è difficile abbandonare l’Islam che esercita una forte pressione sociale.
Un missionario italiano in Alto Egitto mi ha raccontato questo fatto capitato a lui. Un giorno si presenta alla sua chiesetta un cammelliere, Alì, e gli chiede: «Fayna Maryam?» (dov’è Maria?). Il padre lo conduce in chiesa e gli indica la statua della Madonna, davanti alla quale Alì stende il suo tappetino della preghiera, si inginocchia e comincia a cantare una specie di cantilena, le cui uniche parole erano: «Maryam! Maryam!» Poi se ne va, ma siccome guidava cammelli e passava una o due volte la settimana davanti alla chiesa cristiana, ogni volta si fermava, si inginocchiava davanti a Maria e ripeteva la sua semplice ma fervorosa preghiera. Questo per più d’un anno.
«Anni dopo», racconta padre Luigi, «vengo chiamato all’ospedale della città e trovo Alì morente di cancro. Non lo vedevo più da lungo tempo. Mi dice: “Padre, io muoio, ma voglio andare con la-Grande Signora. Dimmi tu come faccio: lei mi vuole bene e mi accoglierà di certo”. Ero commosso da tanta fede e devozione. Sono tornato a visitare Alì per un mese di seguito e alla fine l’ho battezzato perché me l’ha chiesto lui.
Era pienamente cosciente e gioioso di poter andare con Maria».
Il mondo moderno in cui viviamo tende a rendere la fede insignificante per la vita: un pio sentimento personale, un sentimentalismo commovente in alcune circostanze, senza influsso sui fatti quotidiani e sulle scelte che siamo chiamati a fare. Ma la fede è ben altro: è vivere come Dio vuole.
La Madonna ci fa riscoprire Gesù Cristo, ci apre la via a Cristo, Maria ha creduto per prima in Gesù, tutta la sua vita è stata a servizio del Figlio di Dio e dell’umanità che cerca Dio.
In Corea del Sud, secondo una recente inchiesta, la Chiesa cattolica è definita dai sudcoreani come «la religione della Madre di Dio». Infatti ho visto che molte chiese del paese, dalle più grandi alle più piccole, hanno davanti all’entrata una statua della Madonna a grandezza naturale, che apre le braccia e indica la porta d’entrata. Molti coreani si convertono, portati a Gesù da Maria. Anche noi abbiamo bisogno di convertirci, siamo chiamati tutti i giorni alla conversione: la via più sicura è quella che passa dalla devozione a Maria.

 

L’affascinante avventura di imparare la lingua giapponese

Se per caso volete visitare il Giappone, vi consiglio di andare con un giro turistico organizzato e accompagnato da una guida che sia giapponese o sappia bene il giapponese. Ho girato quasi tutti i paesi del mondo, ma dove ho incontrato maggiori difficoltà è proprio in Giappone, a causa della lingua giapponese, più difficile del cinese per un occidentale: il cinese infatti, nonostante la difficoltà dei toni (ogni monosillabo può essere pronunziato in sette-otto modi diversi e naturalmente cambia significato), ha una struttura logica. Mentre il giapponese è, per noi europei abituati a una certa logica cartesiana, una lingua illogica.
Parlo con padre Pietro Pisoni, giovane missionario milanese del Pime che da un anno studia a Tokyo la lingua giapponese in una scuola specializzata. «Questo studio è un’avventura intellettuale affascinante», mi dice, « ma ti obbliga a una vita da cani. Cinque ore di lezione al giorno, più altre cinque di studio, un solo giorno libero alla settimana. Se per qualsiasi motivo perdi una odue lezioni, ti senti subito indietro e devi ricuperare. Dopo un anno, incomincio a capirei qualcosa, ma ti assicuro che ho vissuto mesi da disperato: è come mandare a memoria l’elenco telefonico di Milano, tutto sembra assurdo. Uno studioso americano afferma che lo studio del giapponese impegna una parte del cervello che noi in Occidente non usiamo mai. Si sa che l’uomo usa solo un 15-20 per cento delle possibilità del suo cervello”.
I missionari che vanno in Giappone passano due anni alla scuola di Tokyo, poi altri due-tre anni come assistenti di un missionario più sperimentato, continuando a studiare: dopo cinque anni di permanenza e di studio in Giappone, sono pronti per assumere responsabilità pastorali, possono parlare in pubblico senza timore di rendersi ridicoli.
Per imparare bene il giapponese, dicono, occorre avere grande sensibilità, orecchio musicale, e non ragionare troppo. La psicologia giapponese si basa sull’intuizione e l’affettività, non su una logica come la nostra. Ad esempio, c’è un linguaggio per gli uomini e uno per le donne, uno per i bambini e uno per gli adulti, uno per i superiori e uno per gli inferiori. Guai a confondere i linguaggi, i vocaboli, i tipi diversi di costruzione della frase. Si fa ridere.
«Il discorso giapponese”, dice ancora padre Pisoni, «è sempre fluttuante, impreciso, lascia molto all’intuizione di chi ascolta. Il verbo ad esempio si mette alla fine: il giapponese, mentre parla, può cambiare il senso della frase, vedendo le tue reazioni. Si usa pochissimo il tu o il lei. Al mattino, incontrandoti, non posso dire: “Hai dormito bene?” Sarebbe una frase troppo forte, forse offensiva. Debbo dire: “L’onorevole signor Gheddo ha dormito bene?” L’atteggiamento del giapponese di fronte al prossimo è sempre delicato, sfumato, pieno di inchini, di sottintesi, di sorrisi. Due giapponesi si incontrano dopo anni o per la prima volta. Uno dice all’altro: “Mi scuso perché l’altro giorno sono stato scortese con lei”. L’altro risponde: “No, sono stato io il primo ad essere scortese. Voglia scusarmi”. In realtà fra i due non c’è stato nulla di sgarbato, anzi non si sono mai visti. E solo un modo per mettersi in atteggiamento di reciproca gentilezza e umiltà. Per penetrare in questo tipo di cultura e di mentalità non basta una vita! Soprattutto, per capire bisogna amare”.
Perché cari amici questa mattina vi racconto queste curiosità della vita giapponese? Perché il mondo sta sempre più diventando un piccolo villaggio e dobbiamo renderci conto della varietà delle lingue, culture, mentalità, costumi, senza giudicare gli altri a partire da noi stessi. Dobbiamo essere uomini universali, superando il nostro nazionalismo, guardando agli altri popoli e agli altri uomini con occhio di fraternità, con cuore aperto e disposto ad accogliere tutti.
Forse non andremo mai in Giappone, ma il comando di Gesù: «Ama il prossimo tuo come te stesso” (Luc. W, 27; Matt. 19, 19) è una norma morale che va'”” le soprattutto oggi, quando il mio prossimo stanno diventando tutti i popoli e gli uomini del mondo.

 

A cavallo alla ricerca degli indios Chamula in Messico

Fra i viaggi a cavallo della mia vita di missionariogiornalista, in vari paesi e continenti, quello che ricordo con più nostalgia avvenne in Messico nell’estate 1970, dalla cittadina di San Cristobal de las Casas al villaggio degli indios Chamula, nello stato messicano di Chiapas, ai confini col Guatemala. Com’è noto, il Messico, che ormai conta più di 70 milioni di abitanti, ha una popolazione india numerosa e fiera della sua identità culturale. Gli indios Chamula sono più di 50000, di cui 30000 nella diocesi di San Cristobal de las Casas: quasi tutti battezzati, ma, come mi diceva il vescovo monsignor Samuel Ruiz, «la loro religione è ancora un misto di cristianesimo e di superstizioni pagane. Vanno in chiesa, ma vanno anche dal brujo, lo stregone, e dal curandero, che cura le malattie interpretandone le cause non fisiche, ma spirituali».
Nell’estate 1970, il sacerdote messicano inviato dal vescovo fra gli indios aveva dovuto ritirarsi perché inconsciamente aveva violato un tabù della tribù ed era stato minacciato di morte. I Chamula erano senza sacerdote: io ero andato a visitarli con un sacerdote messicano, missionario comboniano, padre Agustin Pelayo, e una guida-interprete dataci dal vescovo.
Siamo partiti a cavallo da San Cristobal de las Casas e siamo giunti tra i Chamula in una giornata di cammino, in un paesaggio da film western americano: lo stato di Chiapas si stende per 75 000 chilometri quadrati (più o meno come l’Italia settentrionale), ma con solo due milioni e mezzo di abitanti, su un altopiano tra i 1000 e i 2500 metri, ricoperto di fitte foreste, con poche strade (almeno a quel tempo). Bisognava per forza usare il cavallo su sentieri montagnosi e praterie verdeggianti di incomparabile bellezza.
Giungiamo nel villaggio centrale dei Chamula al tardo pomeriggio e l’accoglienza non è buona. La gente, saputo che due di noi sono sacerdoti cattolici, ci guarda con sospetto e rancore. Noi sorridiamo amichevoli e cerchiamo di spiegare, attraverso l’interprete, che non vogliamo in nessun modo disturbare le loro credenze, né veniamo per rioccupare la chiesa. Il capo tribù ci permette di dormire nel villaggio e ci assegna una stanza in una casupola dal tetto di paglia.
Il mattino dopo andiamo a visitare la chiesa, accompagnati dal capo. È proibito prendere foto all’interno, perché vi abita Dio e il fare foto potrebbe disturbarlo; posso solo fotografare l’esterno. Dentro, hanno tolto tutti i banchi e sparso della paglia sul pavimento di cemento, per poterci star seduti senza sentir freddo. La chiesa è ridotta a un luogo di culto misto, un po’ cristiano un po’ secondo le usanze tradizionali. Molte candele accese davanti all’altare, offerte di cibo e di bevande a Dio e poi, in un angolo accanto alla porta d’ingresso, otto o dieci statue di santi in legno, con le orecchie e il naso tagliati, per punirli di non aver spento un incendio in chiesa e di non aver impedito il contrasto col sacerdote e col vescovo. I Chamula li hanno spogliati delle loro ricche vesti e hanno tagliato loro naso e orecchie affinché di notte non scappino dalla chiesa!
Il vescovo in seguito mi dice: ({ Gli indios sono un problema per noi o noi lo siamo per loro? Noi pensiamo di doverli integrare per forza nella cultura nazionale, nel modo moderno di vita, ma io non credo che questa sia la via giusta. Ogni popolo ha la sua cultura, la sua storia, i suoi valori: bisogna rispettare anche nei popoli la dignità dell’uomo e dare a ciascuno di essi la possibilità di evolversi nei modi che loro stessi decideranno, senza far loro violenza».
Penso al problema degli zingari che abbiamo oggi in Italia e a quello, numericamente ben più consistente, dei lavoratori che vengono dai paesi poveri in Italia. A Milano ce ne sono circa 60 000 che fanno tutti i lavori più umili, dalle persone di servizio ai guardiani notturni dei garage e ai lavapiatti nei ristoranti. Essi rappresentano nella nostra società evoluta quello che i nostri emigranti italiani rappresentavano in passato negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio. Pongono a noi tutti un interrogativo, una provocazione: siamo disposti ad accoglierli così come sono, nella loro identità culturale, rispettandoli e volendo loro bene come fratelli?

 

Perché i coreani mangiano meno di noi e lavorano di più?

Visitando due anni fa la Corea del Sud e fermandomi spesso a pranzo in famiglie coreane, mi sono chiesto più volte se per caso noi in Italia non mangiamo almeno il doppio di quanto sarebbe necessario. Non sempre per ingordigia, ma per una nostra errata tradizione, perché siamo abituati ad abbuffarci fin dalla piùtenera età. La stessa domanda me la sono fatta spesso in Giappone, in Vietnam, in Cina: sono popoli che lavorano più di noi e mangiano sì e no la metà del cibo che noi ingurgitiamo.
Qualcuno potrebbe pensare che quanto sto dicendo non c’entra con il pensiero spirituale del mattino. E invece no, c’entra e come! Gli antichi precetti della Chiesa, che consigliavano il digiuno, il magro, la mortificazione nel prendere cibo, avevano un profondo significato non solo di salvaguardia della salute fisica, ma anche per la vita spirituale. Forse dovremmo riscoprirli nella nostra vita e tornare all’austerità, al cibo povero: per star meglio, ma anche per essere uomini più spirituali. Come dice Gandhi: ({ Per me il digiuno è un aiuto indispensabile alla preghiera».
Ma torniamo alla Corea. Ecco cosa si mangia normalmente in una famiglia coreana. Al mattino, quando si alzano, bevono il tè verde senza zucchero, in grande quantità: dicono che fa bene, purifica il fegato e lava l’intestino. Sta diffondendosi l’uso del caffé, ma il tè costa molto meno ed è preferito, come bevanda nazionale. Ignorano il latte, non avendo allevamenti di animali da latte. A mezzogiorno, nell’interruzione del lavoro, mangiano una scodella di noodles (spaghetti molli bolliti con erbe) o di riso e kimchi, il piatto nazionale coreano fatto di riso bollito al vapore e di erbe bollite e fermentate con alghe, pesce e peperoncino rosso. Alla sera la famiglia si riunisce per la cena e mangiano ancora riso con verdure o pesce e la salsa di kimchi, ricca di proteine vegetali, di sali marini, di fosforo, ma dal gusto all’inizio un po’ ripugnante, anche se poi finisce per piacere.
Chi è stato in Corea per una visita turistica o per le Olimpiadi e ha mangiato in alberghi e ristoranti per stranieri, forse non si è reso conto della povertà del cibo coreano, che ignora burro, olio, fritti, grassi, salumi, formaggi, prosciutto, sughi e intingoli e quasi del tutto la carne. Confesso che stando in Corea un mese e volendo mangiare solo quello che c’era nelle famiglie (non sono mai andato in alberghi o ristoranti per stranieri) ho sofferto un po’, mi sono trovato dimagrito di tre chili, ma ho anche fatto l’esperienza di sentirmi più leggero, agile, non appesantito.
Mi sono chiesto come fanno i coreani a lavorare 10 – 12 ore al giorno con quel cibo così misero e privo di varietà. Invece è proprio un cibo povero di grassi, di fritti, di zuccheri, di salse gustose, che dà più energia e una vita più sana e più lunga.
Sono andato a visitare, a Seoul, un professore universitario che avevo conosciuto a Milano anni fa, quando era studente all’Università Cattolica. Abbiamo parlato anche del cibo, che va inquadrato nella visione confuciana della vita, fatta di impegno, di austerità, di sacrificio e non di abbandoni al piacere inutile e dannoso, com’è quello del bere e del mangiare. Mi diceva questo amico: «Ormai la Corea è un paese ricco ed evoluto, potremmo assumere certe abitudini alimentari dell’Occidente, molto più gustose-. lo personalmente, pur avendole gustate, le ho rifiutate perché ritengo che a lungo andare siano meno sane delle nostre».
Ho citato Gandhi sul digiuno. Voglio terminare citando un santo a me molto caro, San Francesco di Sales, protettore dei giornalisti: «Se vuoi avvicinarti a Dio, devi saperti imporre una regola precisa di mortificazione, di rinunzia. Non si va a Dio se non svuotandosi giorno per giorno di se stessi. Non è possibile vivere la vita di Dio, puro spirito, se siamo appesantiti dai piaceri sensibili e dal troppo cibo».

 

La raffinata cucina cinese e l’uso dei bastoncini

Ho parlato ieri del cibo coreano, povero e poco gustoso per noi europei. Lo stesso si può dire del cibo giapponese. Mentre i cinesi (come i vietnamiti) hanno una cucina molto ricca, varia e gustosissima, ma estremamente leggera, poiché anch’essi ignorano quasi del tutto i grassi animali, i fritti, i sughi e le salse pesanti. La prima volta che sono andato in Cina, nel 1973, era ancora il tempo di Mao e della rivoluzione culturale: non ho potuto entrare né come giornalista, né come turista, né tanto meno come missionario. Vi sono andato con rappresentanti di una grande ditta italiana, che aveva commerci con la Cina fin dagli anni cinquanta e vi aveva impiantato alcuni stabilimenti per la produzione di fertilizzanti. A Canton (Guangzhou), dove c’era un’ esposizione internazionale dei prodotti cinesi, abbiamo avuto un pranzo di gala offertoci dal Ministero cinese del commercio con l’estero. Ricordo lo spavento che provai quando mi dissero che ii pranzo aveva 17 portate: pensavo che, anche mangiando poco, rischiavo un’indigestione solenne. Non sono affatto un mangione, in genere mi accontento di un solo piatto, anzi mi sono abituato alla sera a mangiare solo una mela, con un bicchiere d’acqua. Non per virtù, ma perché ho constatato che, dopo i 50 anni, meno mangio e meglio sto.
Invece, quel pranzo cinese fu leggerissimo e digeribilissimo, nonostante la grande quantità di cibo ingurgitato. Ma erano portate soprattutto di verdura e pesce, o anche carne ma arrostita alla brace: gamberetti, germogli di bambù, funghi, riso bollito al vapore, alghe marine, verdure bollite, zuppa di pesce e poi varie specialità cinesi come le pinne di pescecane e i nidi di rondine, cibi gelatinosi con gusto agro-dolce molto delicato. Si beve tè e non vino, non si mangia pane.
Il simbolo più caratteristico del pranzo cinese sono le due bacchettine che sostituiscono le nostre posate. Con esse si porta il cibo alla bocca, ma si è anche invitati alla moderazione e al degustare il cibo, non a ingozzarsi. Le bacchettine sono in genere di legno o bambù, lunghe circa 30 centimetri: si tengono nella mano destra e si è obbligati a portare alla bocca un pezzetto di cibo per volta, mentre per i cibi acquosi si usa un corto cucchiaio di ceramica, che pure invita alla moderazione.
I bastoncini cinesi hanno un significato preciso: si mangia poco e lentamente, masticando bene il cibo e dando spazio alla conversazione. Le nostre posate, specie coltello e forchetta, che possono prendere dal piatto grandi quantità di cibo, invitano alla voracità, al mangiare in fretta, danneggiando anche la digestione: Nel pranzo cinese c’è un altro elemento che favorisce la moderazione e l’attenzione all’altro: il cibo non è distribuito nel piatto di ciascuno, ma messo in centro alla tavola già preparato per essere preso senza servirsi del coltello, cioè tagliato a piccoli pezzetti. Di modo che si mangia prendendo un po’ di cibo con i bastoncini e mettendolo nella propria ciotola in cui c’è già il riso; poi se ne prende altro, ma quando tutti si sono serviti. Così bisogna mangiare con un ritmo comune, facendo attenzione agli altri, conversando e masticando adagio.
Ricordo un anziano missionario francese che aveva trascorso quasi cinquant’anni in Vietnam, il quale mi diceva: «Non c’è dubbio che noi europei abbiamo sviluppato una civiltà che può insegnare molto all’Oriente, sul piano della tecnica, della produzione industriale, della ricerca scientifica. Ma è altrettanto indubbio che l’Oriente ha una civiltà ben più raffinata della nostra, più rispettosa della natura e dell’armonia che l’uomo deve mantenere con il cosmo e con i suoi simili ».
Qualcuno può forse pensare che queste sono anche belle idee, ma che in pratica ogni popolo mangia quel che gli piace e come gli piace. Non c’è dubbio, ma è anche vero che, in un mondo che va unificandosi, dobbiamo imparare da tutti qualcosa. E anche il cibo ha la sua importanza. Parafrasando un antico proverbio possiamo dire: «Dimmi cosa mangi, quanto mangi e come mangi e ti dirò chi sei». Noi riveliamo la nostra personalità anche e forse soprattutto a tavola. Ed è difficile se non impossibile essere uomini spirituali, se non sappiamo vincere l’ingordigia di cibo, se non mortifichiamo la naturale tendenza a concederci tutto quello che più ci piace.
Gandhi dice: «Se vuoi progredire nella via delle cose spirituali, devi imparare a digiunare e a mangiare solo lo stretto necessario ».

 

Un volo avventuroso sulla foresta amazzonica

I mezzi di trasporto nell’Amazzonia brasiliana, estesa una dozzina di volte la nostra Italia, sono solo la barca o l’aereo: non ci sono treni né strade. Qualche strada oggi l’hanno costruita, ma quando visitai la prima volta i territori amazzonici praticamente non ne esistevano. In genere i viaggi si facevano in barca: canoa a remi per le brevi distanze, barcone a motore per i lunghi tratti; oppure in aereo, soprattutto i piccoli aerei di cui erano fornite le varie diocesi. A Macapà, nel Territorio dell’Amapà, i missionari del Pime avevano un aereo Cessna a quattro posti che faceva servizio fra le missioni più distanti, guidato da un giovane volontario americano, bravo pilota anche se troppo spericolato per i miei gusti. Il coraggio infatti non si dimostra buttandosi nel pericolo o rischiando incidenti mortali: e quando si vola con un piccolo aereo senza radio e senza grande autonomia di volo su una foresta compatta per centinaia di chilometri, trovando la direzione solo a occhio nudo, i rischi sono sempre mortali.
Un bel giorno dovevamo tornare da Oiapoque, all’estremo nord dell’Amapá, ai confini con la Guyana francese, a Macapà, la capitale del Territorio amazzonico: 450 chilometri in linea d’aria che si percorrono normalmente in due ore volando a poche decine di metri sulla foresta e sui fiumi. Prudenza vuole che questi voli si facciano solo di mattino e solo con cielo assolutamente sereno: se ci sono nubi, diventa pericoloso volare perché si rischia di non trovare più la direzione giusta.
Ma Robert, il volontario americano, quel giorno volle partire nel primo pomeriggio. Eravamo, con lui, tre sacerdoti: padre Giorgio Basile (in Amazzonia da quasi vent’anni), don Natale Soffientini della televisione italiana e il sottoscritto. Il cielo, partendo, era sereno, ma dopo un’ora di volo cominciò a essere nuvoloso; per di più tirava un forte vento contrario alla nostra direzione, che rallentava il nostro volo, facendoci perdere tempo prezioso. Padre Giorgio e Robert discutono animatamente: il primo dice che bisogna tornare indietro ad Oiapoque, il secondo è deciso a proseguire, a rischio di arrivare su Macapà quando è già buio. Macapá è proprio sulla linea dell’Equatore, dove il sole tramonta invariabilmente alle 18 e dopo pochi minuti è già notte.
Io non avverto il pericolo a cui andiamo incontro e mi godo la veduta della foresta, che dall’aereo appare come una massa granulosa e compatta di verde cupo, chiazzata qua e là di giallo sporco per la caduta di qualche albero gigante abbattuto dalla folgore, solcata dai nastri grigiastri dei fiumi dalle mille giravolte: uno sterminato tappeto, morbido all’apparenza, che segue tutte le ondulazioni del terreno. Sulle rive dei fiumi, che seguiamo come unici segni di orientamento, ogni tanto compare un gruppo di capanne: la gente esce e agita fazzoletti e braccia all’aereo della missione, che tutti conoscono perché quando è necessario va a prendere i malati gravi atterrando nei campi da gioco dei villaggi più importanti, ottenuti disboscando la foresta.
Come padre Giorgio aveva previsto, il vento contrario ritarda il nostro volo: giungiamo su Macapá che è già buio, con bassi nuvoloni neri carichi di pioggia. Oggi Macapa ha un grande e moderno aeroporto, capace di accogliere anche aerei intercontinentali. Ma trent’anni fa l’aeroporto era solo una pista di terra battuta senza alcuna illuminazione, usata due volte la settimana per i due aerei di linea che giungevano da Belem. Sul piccolo Cessna che arranca consumando gli ultimi litri di carburante, nessuno ha voglia di parlare: ciascuno prega in silenzio. Robert passa a volo radente sulla cittadina suonando il clakson dell’aereo: tre-quattro giri con quel suono petulante che è un grido di aiuto. Dall’alto vediamo le luci della città, ma assolutamente non si vede nulla della striscia di atterraggio. Allora, in pochi minuti, auto e camion escono nella notte e vanno a porsi lungo la pista, uno di fronte all’altro, con le luci accese. Ora si vede bene dove atterrare: il Cessna, saltellando sul terreno non ben spianato, chiude felicemente il viaggio posandosi sulla solida e amica terra.
Da soli non ce l’avremmo mai fatta ad atterrare. Nella vita possiamo sempre aver bisogno degli altri e dobbiamo essere disposti a dare una mano a chi è in necessità.

 

«I nostri amici lebbrosi» da Udine a tutto il mondo

Cari amici, buon giorno. Questa mattina voglio darvi una « buona notizia» che vi tenga su di giri per tutta la giornata. La « buona notizia» è questa: al mondo c’è tanta buona gente, tante persone che vivono per gli altri, che spendono la vita in modo non egoistico ma, come ci comanda il Vangelo, per il servizio del prossimo. Voglio raccontarvi la storia di Daniele Sipione, siciliano trapiantato a U dine, sposato e padre di tre figli, di professione cancelliere al Tribunale di Udine. Un signore di mezza età come tanti altri che ha dimostrato nella sua vita come, pur facendo una vita del tutto normale in famiglia e sul lavoro, si possa essere utili ai più piccoli e ai più poveri del mondo intero.
Ma prima di parlarvi dell’amico Daniele Sipione, lasciate che, come giornalista, vi dica questo: non dobbiamo nella nostra vita lasciarci vincere dal pessimismo, dallo scoraggiamento, dall’ondata di cattive notizie da cui siamo bombardati tutti i giorni e tutto il giorno. Se apro un giornale, se guardo la televisione, è più facile mi imbatta in cattive notizie che in buone notizie: violenze, scandali, guerre, prepotenze, esaltazione di modelli umani negativi. C’è il rischio che, a poco a poco, ci formiamo un’idea errata del mondo e anche della nostra Italia. La realtà è ben diversa. Il bene purtroppo non fa notizia, ma di gente che fa il bene ce n’è tanta, molta più di quanto possiamo immaginare. lo spero che anche noi siamo tra questi seminatori di bene e costruttori di pace.
Vi parlo di Daniele Sipione perché domani a Udine si celebra il ventesimo anniversario dell’associazione «I nostri amici lebbrosi», che Daniele ha fondato quando, giovane laureato in legge, aveva vinto un concorso per essere cancelliere al Tribunale di Udine, dove ancora si trova. Poi s’è sposato, ha avuto tre figli, e ora la moglie Graziella e i tre figli, Mariannina, Umberto ed Emanuele, che ancora studiano, sono i suoi migliori aiutanti, assieme a tanti altri amici, nel Friuli e in tutta Italia. «I nostri amici lebbrosi» è diventato uno degli organismi non governativi italiani che aiutano i poveri del terzo mondo: l’anno scorso ha mandato nel terzo mondo circa un miliardo e mezzo di lire, per finanziare progetti ben precisi contro la lebbra e tutte le lebbre (fame, analfabetismo, ecc.). Daniele passa le sue vacanze viaggiando in ogni continente, poiché le opere costruite e finanziate da «I nostri amici lebbrosi» sono in molti paesi: India, Brasile, Tanzania, Etiopia, Burundi, Ecuador, Indonesia, Thailandia, Filippine, Peru, Bolivia… e altri paesi ancora. Ha costruito case per i lebbrosi, scuole, orfanotrofi, centri sociali, dispensari medici nelle regioni più povere. Daniele Sipione è amico di Madre Teresa che ha visto diverse volte in India all’inaugurazione delle opere costruite e finanziate da «I nostri amici lebbrosi»; è stato ricevuto da capi di stato, e ha collezionato tanti «Premi della bontà» in diverse nazioni.
Eppure la sua vita è rimasta quella di prima: solo che impegna tutto il suo tempo libero e le sue vacanze al servizio dell’associazione, che ha conservato la semplicità, la trasparenza, la vivacità degli inizi, grazie ai molti amici di Udine che prestano il loro tempo per il lavoro richiesto: bilanci, risposte ai donatori, contatti col terzo mondo, stampa del bollettino d’informazione su come vengono spese le somme ricevute.
«Teniamo un’accurata amministrazione di tutto», mi dice Daniele Sipione. «Ogni offerta viene regolarmente registrata e ogni donatore riceve subito una ricevuta. Le spese dell’organizzazione sono sostenute utilizzando solo il 5 per cento delle offerte che ci pervengono. Lo scorso anno, su una raccolta di un miliardo e mezzo, le spese sono ammontate a 75 milioni, compresa la stampa e la spedizione del bollettino. Gli amici in tutta Italia sono ormai più di settemila».

 

Padre Vismara di Birmania: la vecchiaia incomincia quando non sei più utile a nessuno

A quattro mesi di distanza non sappiamo ancora come è morto padre Clemente Vismara, il decano dei missionari italiani, classe 1897, 65 anni continui di Birmania. Il telegramma inviato da padre Osvaldo Filippazzi che vive a Kengtung (70 km distante) dice semplicemente: «1115 giugno è morto a Mongping padre Vismara». In genere, per la morte di missionari, a questi laconici telegrammi segue una lunga lettera esplicativa. Finora, dal 15 giugno scorso, data della morte, non è giunto nulla. Forse padre Filippazzi non lo sa nemmeno lui, perché fra Kengtung e Mongping c’è solo una strada di terra, ridotta a un torrente di fango dalla stagione delle piogge, e in mezzo a imboscate di guerriglieri, carovane di commercianti d’oppio, tribù in rivolta contro l’esercito birmano.
Padre Vismara è una figura mitica fra i missionari italiani. N asce ad Agrate Brianza (Milano) nel 1897, combatte tre anni nel fango delle trincee nella prima guerra mondiale (800 fanteria, brigata Roma), sull’Adamello, sul Monte Maio, sul Piave: si guadagna anche una medaglia al valor militare e una croce di guerra, ma tre anni di violenza, di odio, di stupidità umana, lo convincono, come dichiara più tardi lui stesso, che «solo per Dio vale la pena di spendere la vita».
Così diventa missionario del Pime nel 1923 e parte per la Birmania, dove trascorre 65 anni, fino alla morte, tornando in Italia una volta sola, nel 1957, per pochi mesi.
La sua vita fra le foreste e sui monti birmani, ai confini con Laos, Thailandia e Cina, è un’epopea avventurosa ben più affascinante di romanzi e film di fantasia (chissà perché nessun regista pensa mai di fare un film sulla vita di missionari come questo!). Vive fra tribù primitive di cui impara la lingua (Lahu, Shan, Ikò, Akkhà e i famosi Wa, i tagliatori di teste!), li alfabetizza, fonda scuole, un ospedaletto, vari dispensari medici; insegna nuovi metodi di coltivazione, importa il baco da seta e la lavorazione della seta; costruisce le prime case in muratura, strade, ponti; porta la pace fra tribù nemiche, addolcisce i loro costumi con il Vangelo. Ultimamente, a 90 anni suonati, viveva a Mongping con 250 orfani e vedove di guerra, salvati dalla morte e mantenuti con gli aiuti di tanti amici italiani. Andava a Kengtung, la città dove c’è un ospedale e un vero medico, una volta l’anno a trovare il vescovo e i confratelli, e a fare provviste di medicine e di altre cose necessarie e introvabili a Mongping. Andava a letto alle otto di sera e si alzava alle quattro di mattino.
Ho avuto la fortuna di andare in Birmania a trovare padre Vismara nel 1983, quando aveva 86 anni. Siamo stati assieme sei giorni e sono stati giorni di allegria, perché con padre Vismara non si poteva essere tristi; una gioia serena, semplice, viva, fatta di racconti poetici e di battute scoppiettanti. È rimasto così fino all’ultimo, a giudicare dalle lettere che scriveva, pubblicate in un libro intitolato Il bosco delle perle (editrice E.M.I., Bologna). Una cosa soprattutto mi aveva colpito: in genere gli anziani parlano di cose passate, di ricordi della vita trascorsa. Padre Vismara parlava del presente e del futuro. Mi diceva: «Il mese prossimo debbo costruire una scuola nel tal villaggio, una cappella nel talaltro: ho tanti progetti per il futuro della missione, spero di realizzarli a poco a poco».
Gli avevo chiesto se non pensava di morire, a 86 anni! Mi rispose: « Per me la vecchiaia non è ancora incominciata, perché si incomincia a essere vecchi quando non si è più utili a nessuno. E io sono utile, grazie a Dio, a tanti! » Pensate a quanti di noi, a sessanta o settant’anni, si sentono vecchi, inutili! Beh, non c’è che una soluzione: donarsi agli altri, essere disponibili a fare dei servizi al prossimo, fosse anche solo una parola buona, una preghiera, un po’ di compagnia a una persona sola.
Nell’ultima lettera che mi ha scritto, ricevuta il 2 luglio (cioè 17 giorni dopo la sua morte), padre Vismara diceva: «Il mio tramonto è vicino, ma sono contento e felice di come ho speso la mia vita. Ho preparato per me una cassa di legno tek, che le formiche non potranno mangiare, nemmeno quelle rosse. L’ho verniciata di bianco fuori e dentro. Attendo con gioia e serenità il momento in cui il Signore mi chiamerà a sé». Speriamo, cari amici, di poter dire così anche noi, a 91 anni!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*