Il Vangelo delle 7.18 (capitolo 5 – libro Piero Gheddo)

CAPITOLO 5

Lo spirito del Wa nella vita politica giapponese
Tullio Favali, martire delle Filippine
Viaggio a Woodlark, isoletta dell’ Oceano Pacifico
La mia vocazione sacerdotale per le preghiere di mamma e papà
Il bagno sacro a Benares in India mentre sorge il sole
« Non vogliamo vendetta ma perdono» dicono i cristiani di Beddipally (India)
«Questa croce me l’ha data Dio e voglio portarla io»
Al Santuario mariano di La-Vang, nella guerra del Vietnam
Eroici cristiani nella guerra tribale del nord dell’Uganda
Un’infermiera italiana da cinquant’anni al servizio delle donne in Pakistan

 

Lo spirito del Wa nella vita politica giapponese

Sono capitato in Giappone nei mesi precedenti l’ascesa al potere del primo ministro Takeshita Noboru, che prendeva il posto, nell’ottobre 1987, del più famoso Nakasone. Ho seguito alla televisione, sulla stampa, in vari comizi pubblici, la campagna elettorale: mi ha meravigliato la tranquillità dei discorsi, l’assenza di insulti, accuse, scandali, a cui noi siamo abituati sulla scena politica nostrana.
Il modo di procedere dei politici giapponesi è molto diverso da quello dei nostri uomini politici e rivela un diverso stile, diversi contenuti della democrazia parlamentare. Il primo ministro Takeshita dichiarava il 20 ottobre 1987 assumendo il potere: « Credo che non ci possa essere né progresso né prosperità se c’è una situazione di conflitto. Io intendo rispettare i punti di vista di ognuno e ciò significa che ci vorrà del tempo per arrivare a un accordo unanime. Ma una volta che c’è un’intesa comune, io la attuerò immediatamente».
Nella cultura occidentale attuale il progresso viene dalla lotta, dal contrasto fra due opposti interessi o idee; in Giappone viene dallo spirito del Wa, che significa armonia, pace, dolcezza, composizione degli opposti nell’unità. Il carattere Wa deriva dal cinese Ho, che è composto da due ideogrammi che significano « riso» e « bocca». Cioè, la pace, l’armonia, l’unità vengono (ecco la concretezza degli orientali!) quando c’è la pancia piena.
Nella vita politica, nel dibattito politico e culturale (ma anche religioso), l’orientale guarda più a ciò che unisce che a ciò che divide, noi invece diamo risalto al contrasto, alla lotta, alle divisioni ideologiche. Papa Giovanni XXIII ammoniva: « Sono molte più le cose che ci uniscono, di quelle che ci dividono».
Ecco perché sulla scena politica italiana prevale lo scontro, la contrapposizione, la protesta, la lotta, il conflitto: se non ci sono proteste e reciproche accuse, pensiamo non si possa progredire. Nella stessa Chiesa italiana si dà più risalto alle differenze, a volte minime o solo nominalistiche, che non a quanto è comune e spinge a lavorare uniti. Anche da questo comprendiamo come la nostra cultura è lontana dallo spirito del Vangelo, che è spirito di unità, di riconciliazione, di sopportazione vicendevole, in una parola, di carità.
La vita politica giapponese è dominata dalla ricerca del consenso universale, dal procedere a piccoli passi quando tutti sono d’accordo. La funzione dell’opposizione non è, come da noi, il contrasto a ogni costo, ma il ricercare il bene comune, anche denunziando, anche contrapponendosi, ma nello spirito del Wa, che è ricerca dell’armonia e dell’unità. Se c’è un problema che divide, non lo si affronta di petto esasperando le divisioni: lo si lascia un po’ in disparte, si accetta di fare passi verso l’altra posizione, si giunge prima o poi alla composizione degli opposti espressa graficamente molto bene dal segno Ying- Thng (il cerchio diviso in due parti, bianca e nera o rossa e blu, che si integrano), il quale significa appunto che in ogni problema e in ogni situazione umana ci sono sempre due posizioni opposte, ciascuna delle quali ha una parte di verità: perciò lo spirito del Wa le compone nell’armonia d’una soluzione che abbia i valori e la verità di ambedue le parti.
Per questo la politica giapponese a noi occidentali pare incolore, non occupa necessariamente le prime pagine dei giornali, rifugge dai toni violenti, dalle polemiche e dalle posizioni ideologiche preconcette. È piuttosto un ragionare sui fatti, alla ricerca del bene comune, senza alzare il tono del dibattito, con gentilezza e rispetto dell’altro.
Abbiamo bisogno un po’ tutti di apprendere questo spirito del Wa, che è armonia nella famiglia e nella società, ricerca del bene comune, saper imparare da tutti, rispettare le posizioni e le idee degli altri. Gesù parla di amore al prossimo, che porta all’armonia, all’unità: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Matt. 19, 19; Luc. 10, 27); «Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giov. 15, 22). Abbiamo bisogno di una cosa sola: di essere migliori cristia~i e che il Vangelo ispiri e guidi tutta la nostra vita. E il miglior augurio che possiamo farci a vicenda per questa giornata e per sempre.

 

Tullio Favali, martire delle Filippine

Quando si parla di martiri della fede si pensa a personaggi d’altri tempi, a santi che ci guardano dalle nicchie e dai quadri di chiese e santuari. Ebbene, no, anche il nostro è un tempo di martiri: certo non più nella nostra Italia, dove grazie a Dio viviamo in pace e in un regime democratico; ma nella maggioranza dei paesi del mondo è ancora tempo di martiri, uomini e donne che danno la vita per testimoniare la fede in Cristo e l’amore all’uomo come supremo comandamento di Dio.
Ho conosciuto un martire del nostro tempo: padre Tullio Favali, mantovano, missionario del Pime ucciso a 39 anni nell’isola di Mindanao nelle Filippine, 1’11 aprile 1985. La sua vita l’ho raccontata in una breve biografia intitolata La mia vita per le Filippine (editrice P.I.M.E., Milano 1986).
Padre Favali si è fatto sacerdote dopo aver studiato e lavorato (era geometra) per molti anni: la vocazione missionaria gli era nata alla fine degli anni settanta, quando ormai aveva superato i trent’anni e già era fidanzato, leggendo la rivista «Mondo e Missione». Anzi, era entrato nel Pime dopo vari colloqui proprio con me, che sono direttore della rivista. Ordinato sacerdote, giunse nelle Filippine nel dicembre 1983 e venne ucciso 1’11 aprile 1985, poco più di un anno dopo l’arrivo in un paese di cui non conosceva nulla e nel quale sarebbe rimasto, a Dio piacendo, tutta la vita.
Sono stato a Tulunan all’inizio del luglio 1985, tre mesi dopo la morte di Tullio. Erano ancora visibili sull’asfalto i segni del suo sangue versato. Ucciso perché e da chi?
Il 1985 è stato l’ultimo anno della dittatura sanguinaria del Presidente Marcos, ormai travolto dal fallimento della sua politica totalitaria. Le Filippine, bellissimo paese disperso in più di 5000 isole e isolette, sono dilaniate dalla guerra civile: da un lato l’esercito e le forze paramilitari del dittatore, dall’altro i guerriglieri di varia obbedienza, comunisti, musulmani, tribali separatisti. In mezzo il povero popolo e, dato che le Filippine sono i grande maggioranza paese cattolico, la Chiesa. Il Pime è presente proprio nell’isola di Mindanao e nelle regioni più calde di questa che è il centro delle diverse guerriglie: i nostri missionari, che ho visitato in quell’anno uno ad uno, hanno tutti visto da vicino la morte nei mille fatti violenti incontrati: massacri di interi villaggi, vendette, scontri a fuoco fra bande rivali, posti di blocco improvvisati in cui si viene uccisi per un nulla, il triste fenomeno dei desaparecidos, gente prelevata di notte senza lasciare traccia e che poi viene ritrovata cadavere con i segni delle tremende torture subite.
Tutti i missionari, accusati di stare con l’una o con l’altra delle forze in gioco, hanno subito minacce dirette alla loro persona, spesso hanno dovuto fuggire, per non correre rischi inutili. Padre Tullio Favali era appena giunto nelle Filippine, non aveva nemici, era un tipo estremamente dolce, pacifico, caritatevole. I pochi mesi prima del martirio li trascorre studiando le lingue locali e aiutando tutti quelli che poteva: profughi, affamati, orfani, perseguitati…
Ma nel villaggio di Tulunan c’è una banda di forze paramilitari, armate dall’esercito, che si è acquistata una fama sinistra torturando e uccidendo tutti i sospetti di connivenza con la guerriglia comunista o islamica. I fratelli Manero, che capeggiano la banda, sono nemici giurati del padre Peter Geremia, il missionario del Pime che vive con padre Tullio Favali a Tulunan, perché difende la gente dai loro soprusi, li ha già denunziati e minacciati dei castighi divini. Quel giorno del martirio, 11 aprile 1985, i Manero con alcuni complici si piazzano di buon mattino a un crocicchio di strade da cui dovrebbe passare il padre Geremia: hanno giurato di ucciderlo per dare una lezione a tutti i cattolici della zona. Ma padre Geremia ha cambiato programma: lo attendono invano.
Passano le ore e i Manero, sempre più furiosi, gridano il loro odio contro i missionari e i cattolici e poi assaltano la casa di un catechista, ferendolo non gravemente. Padre Tullio, avvisato in parrocchia del fatto, subito corre con la sua moto: si avvicina amichevole ai Manero sorridente e con le mani alzate, ma viene falciato da raffiche di mitra: l’autopsia troverà nel suo corpo 21 pallottole. Così è morto il mio amico Tullio Favali, missionario del Pime. Così muoiono tanti altri, vittime dell’odio e della violenza. Quale più bella fine, per chi ha fede, che morire com’è morto Cristo? A noi è chiesto di spendere la vita giorno per giorno, per la stessa causa.

 

Viaggio a Woodlark, isoletta dell’ Oceano Pacifico

Uno dei viaggi più avventurosi della mia vita di missionario giornalista è stato quello nell’isoletta di Woodlark, in Oceania, nell’agosto 1980: una piccola isola nell’ Oceano Pacifico, fra la punta meridionale estrema della Papua Nuova Guinea e l’arcipelago delle Isole Salomone. Avventuroso perché noi eravamo i primi bianchi che quegli indigeni vedevano. Perché sono andato a Woodlark? Perché in quell’isoletta venne ucciso nel 1855 il primo martire del Pime, il padre Giovanni Mazzucconi di Lecco, beatificato da Giovanni Paolo II nel febbraio 1984: a Woodlark e in altre isolette vicine c’era la prima missione dei missionari del Pime, istituto fondato nel 1850. Pensate all’eroismo di quei missionari del secolo scorso, che da Milano andavano, con un viaggio per mare di sette mesi, in isole lontanissime e fra popoli assolutamente impreparati a riceverli. Tanto che la missione durò solo quattro anni scarsi, dal 1852 al 1855, e si concluse appunto col martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel settembre di quell’anno.
Quasi un secolo e mezzo dopo, in preparazione alla cerimonia di beatificazione (19 febbraio 1984), per documentarmi e poter scrivere la biografia del martire (Mazzucconi di Woodlark, E.M.I., Bologna 1984), sono andato a Woodlark, con il padre Giancarlo Politi del Pime (missionario ad Hong Kong) e tre missionari australiani. Si poteva andare in barca da Alotau, ma era un viaggio che richiedeva tre giorni. Siamo andati con un piccolo aereo-taxi a sei posti, con un contratto che diceva: il pilota australiano, che sbarcava per la prima volta nell’ isola, avrebbe deciso se atterrare o no, dopo aver visionato dall’alto la striscia di terra battuta ricavata dagli americani disboscando la fitta foresta, durante la seconda guerra mondiale; da Woodlark i bombardieri americani attaccavano le basi giapponesi a Rabaul e a Guadalcanal, punte avanzate dei giapponesi per l’invasione dell’Australia.
Così è rimasto a Woodlark questo campo d’atterraggio usato raramente dal governo della Papua Nuova Guinea. Siamo atterrati col timore di qualche buca nel terreno che ci avrebbe fatti capottare. Poi l’incontro con gli indigeni che sono corsi verso l’aereo lanciando alte grida e agitando le mani in segno di saluto. Ma quando siamo sbarcati e hanno visto dei bianchi, c’è stato un fuggi fuggi generale: i militari americani della seconda guerra mondiale nessuno più li ricorda e noi siamo stati i primi bianchi a visitare l’isola a memoria d’uomo, mentre i funzionari del governo che vivono a Woodlark o che vengono in visita sono neri come tutti i melanesiani e i papua.
Con molta cautela, ci siamo avvicinati agitando anche noi le braccia in segno di saluto. Abbiamo poi fatto amicizia, sottoponendoci come animali rari agli sguardi incuriositi degli indigeni e non solo a quelli: tutti volevano toccarci le mani, le braccia, il volto, per convincersi di quella nostra pelle bianca così strana per loro!
Woodlark è bellissima, ricoperta di fitta foresta e tutta circondata da una barriera di scogli corallini che emergono qua e là dall’azzurro intenso dell’Oceano.
Lungo le spiagge di candida sabbia, l’interminabile frla dei cocchi piumati, delle mangrovie, dei fiori multicolori di bougainville e di carnose orchidee; un fitto intreccio di vegetali che chiudono il passaggio verso l’interno. Qui siamo nel paradiso degli uccelli, di miriadi di insetti e, purtroppo, dei serpenti. L’isola è rimasta più o meno tale e quale l’hanno conosciuta i nostri missionari alla metà del secolo scorso: qui non sono giunti né colonizzatori né commercianti, non turisti né avventurieri; Woodlark è troppo piccola e troppo isolata dai maggiori arcipelaghi dell’Oceania già da tempo colonizzati e ormai indipendenti. Non interessa nessuno.
Mi ha commosso il pensiero che dopo quasi un secolo e mezzo dai primi missionari del Pime, nessun altro missionario era venuto nell’isola, là dove il Beato Mazzucconi aveva versato il suo sangue. La Santa Messa che abbiamo celebrato sul luogo del martirio, fra la curiosità e le risa incontenibili dei locali, è stato un ideale ritorno alle origini del nostro istituto missionario: oggi come allora, portare il nome di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra.

 

La mia vocazione sacerdotale per le preghiere di mamma e papà

Come già ho detto all’inizio, io e i miei due fratelli siamo orfani fin dalla più tenera età. Sono il maggiore dei tre e avevo cinque anni quando è morta la mamma nel 1934; ne avevo 12 quando papà partì per la guerra, venne mandato in Unione Sovietica e divenne uno dei quasi centomila dispersi di quella guerra criminale. Il ricordo più bello che ho dei miei genitori è del 1953 quando sono stato ordinato sacerdote. Celebrando la prima Messa al mio paese natale di Tronzano (in provincia di Vercelli), l’anziano monsignor Giovanni Ravetti che era stato parroco a Tronzano più di quarant’anni mi disse: «Oggi il Signore ha esaudito una grazia che hanno chiesto i tuoi genitori quando si sono sposati qui nella chiesa parrocchiale di Tronzano nel 1928: che almeno uno dei loro figli diventasse sacerdote».
Dei miei genitori mi è rimasto, fra l’altro, questo dolcissimo ricordo: avevano pregato per la mia vocazione sacerdotale, avevano già fatto nel cuore il sacrificio di uno dei loro figli per donarlo a Dio. Non so davvero come ringraziarli, perché la mia vita di sacerdote e missionario, sto quasi compiendo i sessant’anni, è stata felicissima. Mi sento perfettamente realizzato perché tutto il lavoro giornalistico che faccio ha uno scopo ben superiore a quello puramente professionale, che coincide con la mia vocazione: comunicare agli uomini, al mio prossimo, la felicità di aver incontrato Dio, di vivere per Dio, di essere amati e di amare il Signore, il Padre nostro che è nei cieli. Tutte le vocazioni sono buone e rispettabili, tutte le professioni danno soddisfazione, ma lasciatemi dire che la vita del prete e del missionario, quando è vissuta con l’entusiasmo che viene dall’amore a Dio e dalla preghiera, riempie davvero il cuore di gioia, dà una giovinezza dello spirito che vi permette di non invecchiare mai. Lo dico non solo per esperienza personale, ma per aver conosciuto tantissimi missionari e suore missionarie che hanno fatto e stanno facendo la mia stessa esperienza.
Scusatemi se questa mattina mi sono lasciato andare a raccontarvi qualcosa di intimo della mia vita. Vorrei solo chiedere ai papà e alle mamme che mi ascoltano, alle nonne, alle zie, a tutti coloro che hanno dei bambini e dei giovani in casa: non avete mai pregato perché il Signore prenda uno dei vostri figli o delle vostre figlie? Uno dei vostri nipoti o nipotine? Oppure siete di quelli che dicono: mia figlia suora? Mio figlio prete? Mai e poi mai perché li perderei per sempre! E pensare che i figli donati al Signore sono quelli che rimangono più vicini ai genitori, i più disponibili per ogni evenienza, i più affezionati. Quelli che attirano le benedizioni di Dio sulla famiglia. E parlo anche dei missionari e delle missionarie che partono per terre lontane: ma sono pronti a ritornare se i genitori hanno bisogno della loro presenza.
Queste verità che sto dicendo, le potete capire in profondità solo a partire dalla fede: quanto più la vostra fede è profonda e tanto più vi sentite in sintonia con me in questo momento.
In Italia le statistiche dicono che sacerdoti e suore diminuiscono: i preti erano 65000 nel 1960, oggi sono poco meno di 50000; le suore erano 120000 trent’anni fa, oggi sono sulle 90000. Incominciamo ad avere parrocchie senza sacerdote e quanto alle suore, esse stanno ormai scomparendo dagli ospedali, dagli asili, dalle case di riposo per anziani e da molte altre opere caritative-assistenziali. Tutti siamo responsabili di questa diminuzione, di questa crisi di vocazioni, tutti siamo chiamati a pregare e a fare quanto possiamo per dare al nostro paese un adeguato numero di persone consacrate, che incarnano l’ideale del donare tutta la vita a Dio per amore.
Ma le vocazioni nascono quando ci sono famiglie cristiane, famiglie unite, che pregano unite, che educano i giovani a una visione cristiana della vita. Se volete che i vostri figli siano felici, non insegnategli a fare tanti soldi, a conquistare i primi posti, a fare carriera; insegnategli a essere buoni, a vivere secondo il Vangelo e il modello di Gesù Cristo. Perché la vera felicità non sta nell’avere tante ricchezze né tanta gloria umana, ma nel fare nella propria vita una profonda esperienza dell’amore di Dio e nel voler bene al nostro prossimo.
Vi auguro con la Bibbia: « Dio vi regali una gioia profonda e vi permetta di vivere in pace per sempre nel suo amore)} (Sir. 50, 23).

 

Il bagno sacro a Benares in India mentre sorge il sole

La città santa della religione indù sorge sul Gange, il padre dei fiumi dell’India: Benares (o Varanasi come si chiama oggi) è famosa in tutto il mondo per la cerimonia del bagno di purificazione allevar del sole, che coinvolge migliaia di pellegrini venuti da tutta l’India.
È uno spettacolo imponente e commovente di religiosità popolare che merita di essere raccontato.
Bisogna alzarsi presto ed essere sul Gange alle cinque del mattino. Abbiamo noleggiato una barca: siamo tre missionari del Pime, due dei quali vivono nell’India del sud, e il sottoscritto. Il cielo è sereno, a occidente brillano ancora le stelle, mentre a oriente il sole preannunzia la sua comparsa colorando di rosa il tendone blu scuro del cielo. I pellegrini scendono a poco a poco le maestose scalinate (i ghats) che fiancheggiano per quattro o cinque chilometri la riva destra del Gange, dov’è adagiata Benares. Vista dal fiume, la città santa dell’induismo è una successione continua di scalinate e templi, alcuni alti solo pochi metri, altri imponenti per altezza e ricoperti di finissime sculture, altri ancora cadenti, a volte tutti piegati su un fianco per il cedimento delle fondamenta. In secondo piano, casette basse e sbilenche e ancora templi di tutte le dimensioni e a tutte le divinità. La Benares moderna, città con più d’un milione d’abitanti, è lontana dal fiume. Sul Gange hanno lasciato la facciata tradizionale, quella del bagno purificatore nel fiume. Gli indù pensano che a chi si bagna nel fiume, specie nel Gange, vengono perdonati i peccati.
La nostra barca è quasi ferma a una ventina di metri dalla riva, con migliaia di indù lungo le scalinate, in attesa del sorgere del sole: chi prega, chi canta, tutti si spogliano lentamente come per un rito, col massimo pudore; gli uomini conservano una striscia di stoffa attorno ai fianchi, le donne un leggero sari colorato. Tocco l’acqua con la mano: è freddissima, la temperatura non supera i nove-dieci gradi. Ci vuole certo una gran fede a bagnarsi in questo momento! L’atmosfera è serena e densa di religiosità.
Il sorgere del sole è annunziato dal gracchiare dei corvi, che si alzano in volo in schiere compatte. A oriente, improvvisamente, si affaccia il primo spicchio del disco rosso del sole e inonda il cielo di una luce accecante. Pare uno squillo di tromba, che i pellegrini hanno pazientemente atteso, in religioso silenzio. Il grande anfiteatro dei ghats si anima: centinaia, migliaia di persone abbandonano la loro posizione di attesa e di preghiera e si precipitano tutti assieme verso il Gange, in modo da poterne toccare le acque assieme ai raggi del sole.
È una scena grandiosa. I raggi del sole lambiscono prima gli alti pinnacoli dei templi, scendono ad accarezzare le facciate delle case, sfiorano le scalinate e infine incontrano le acque limacciose del fiume sacro. Èun attimo: lungo tutto il fronte delle scalinate, un torrente umano in piena scende a cascata nel fiume, sollevando spruzzi che si disperdono in miriadi di spume iridescenti. Per una decina di metri dalla riva è un ribollire di braccia, di gambe, di torsi e teste umane, mentre altre migliaia di fedeli stanno arrivando in acqua con tutto l’impeto di cui sono capaci. In pochi secondi i ghats si sono quasi svuotati e nel Gange una folla immane sta ricevendo il primo bacio del sole: uomini, donne, bambini, vecchi, sani e lebbrosi, uomini colti e illetterati, paria e bramini. Il Gange ha livellato tutte le caste, ha sanato tutte le differenze: alte nel cielo ormai luminoso le volate compatte dei corvi confondono il loro infernale gracchiare con l’urlo dei fedeli. Solo sono rimasti sulle scalinate le vacche sacre, le scimmie e i paralitici, che non hanno trovato qualche anima buona che li buttasse in acqua.
Da secoli si ripete ogni mattino questa scena a Benares, allevar del sole. Il pellegrino si immerge completamente nell’acqua più volte, s’inchina profondamente verso il sole nascente, prende con le mani dell’acqua e la lancia in alto pronunziando preghiere rituali. Noi che viviamo in una civiltà secolarizzata possiamo anche sorridere di queste manifestazioni di religiosità. A me sono sembrate una dimostrazione concreta di quella frase di Sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto fin che non riposa in Te». La ricerca sincera e umile di Dio è l’unica cosa capace di dar senso alla vita.

 

« Non vogliamo vendetta ma perdono» dicono i cristiani di Beddipally (India)

25 anni fa, quando sono andato in India per la prima volta, i paria erano ancora discriminati nella società indiana (e un po’ lo sono anche oggi!): vivevano in villaggetti separati, non potevano frequentare i mercati, i templi, i trasporti pubblici, le scuole. Non potevano sposare persone di casta e soprattutto erano praticamente schiavi dei proprietari di terre e dei saukar, gli strozzini delle campagne indiane, che imprestano riso o rupie col 100 per cento d’interesse annuo.
Oggi l’India ha fatto un buon cammino di sviluppo e di liberazione dei suoi poveri, ma all’inizio degli anni sessanta le condizioni di vita dei paria erano davvero miserabili. Fra questi poveri l’inizio della redenzione sociale viene dalle missioni cristiane. Nello stato di Andhra Pradesh (sudest dell’India) i missionari del Pime lavorano da più di un secolo e hanno introdotto la scuola per i paria, l’assistenza sanitaria, hanno creato cooperative, «banche del riso», assistenza legale per i contrasti di terre e varie altre istituzioni di sviluppo. Soprattutto, attraverso il Vangelo, hanno dato ai poveri una coscienza della loro dignità e della necessità di unirsi per ottenere il rispetto dei propri diritti.
In queste regioni dell’Andhra Pradesh c’è stato e in parte c’è ancora un vasto movimento di conversione dei paria alla fede cristiana, che rappresenta per loro una crescita sociale e l’inizio del cammino di sviluppo. Naturalmente questa conversione al cristianesimo, che avviene non singolarmente ma per interi villaggi, non è vista bene dai non cristiani, dai proprietari di terre.
Nell’autunno 1964 ero in visita alla missione di Kammameth e il padre Augusto Colombo di Cantù (Corno) mi aveva preparato il villaggio paria di Beddipally da battezzare. Vi siamo andati un sabato mattino in tre missionari e quattro suore per la cerimonia del Battesimo, preparato da due anni di catecumenato. Il povero villaggio di capanne di paglia e di fango era in festa, i 160 paria raggianti di gioia: danze, canti, pifferi, flauti, tamburelli, festoni di carta colorata alle porte e alle finestre. E poi, naturalmente, il grande pranzo a base di riso e maiale arrostito, nella cappella che serve anche da sala comunitaria e sui prati vicini.
Torniamo a Kammameth la sera, contenti anche noi della cerimonia e della felicità di quei nuovi cristiani. Il pomeriggio del giorno dopo, domenica, giungono da Beddipally tre giovani in pianto: «Venite subito al villaggio», ci dicono, «là è successo il finimondo, ci sono anche feriti e abbiamo perso tutto ». Vi andiamo con due jeep e troviamo il villaggio quasi distrutto, la gente piangente e disperata, alcuni feriti e molti acciaccati per le bastonate ricevute.
Era successo questo: i non cristiani dei villaggi vicini, gente di casta e proprietari terrieri, non avevano visto bene la conversione di Beddipally. Forse c’erano anche altri motivi di rancore, fatto sta che la domenica all’alba sono venuti armati di bastoni e hanno cominciato a bastonare tutti, uomini, donne, vecchi, bambini; poi hanno distrutto numerose capanne e sporcato i muri della cappella-sala comunitaria.
Mentre le suore curavano i feriti e distribuivano i primi aiuti, padre Colombo chiama i capi famiglia e dice loro che il giorno dopo sarebbe andato dal giudice a Kammameth a denunziare l’accaduto. Ma si sente rispondere: «Padre, noi non vogliamo nessuna vendetta. Tu ci hai detto che il Battesimo è il più grande dono di Dio e che la Croce è il segno di chi segue Gesù Cristo. Ecco, noi vogliamo soffrire qualcosa in silenzio per ringraziare Dio del Battesimo. Perciò non andare dal giudice, aiutaci e ricostruiremo tutto noi, ma senza chiedere punizione per i nostri persecutori. Non ci hai detto tu che dobbiamo perdonare le offese ricevute, come ha fatto Gesù?»
Il ricordo di quel giorno ancora mi commuove. Ho pensato tante volte: chissà se io, prete e missionario cattolico, avrei la forza di perdonare come i giovani cristiani di Beddipally! Eppure lo diciamo tutti i giorni nel Padre nostro: « Perdona a noi i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori ».

 

«Questa croce me l’ha data Dio e voglio portarla io»

Santuario di Lourdes, aprile 1988. Mentre stiamo salendo la collina della Via Crucis, fermandoci a ogni stazione per pregare, il sacerdote vede al fondo della fila di fedeli una giovane signora con il suo bambino mongoloide in braccio. Il bambino può avere quattro o cinque anni, è pesante: dovrebbe camminare con le sue gambe, ma ha voluto stare in braccio alla mamma. Sono di fianco al sacerdote celebrante, padre Mario Meda missionario del Pime, che conosce bene quella giovane signora e ha compassione della sua fatica. La strada è ancora lunga, il bambino pesante. Allora chiama una ragazza del gruppo e le dice: « Vai ad aiutare la signora e prendi un po’ tu il bambino in braccio».
Quella va, ma dopo un po’ torna dicendo: « Non ha voluto darmelo. Mi ha detto: “Questa croce Dio l’ha data a me e voglio portarla io” ».
In quel momento ho capito, ho visto fisicamente cosa vogliono dire le parole di Gesù: « Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»(Matt. 16, 24). Quella mamma portava la sua croce in braccio, in atteggiamento di amore, di sopportazione, di donazione totale alla volontà di Dio e al suo bambino che era nato mongoloide. Certamente quel bambino, che oggi ha meno di cinque anni, sarà la sua croce per tutta la vita: ma lei già ha fatto l’atto di accettazione, l’atto di fede per cui prende dalle mani di Dio questa croce di cui non comprende il perché e che la fa soffrire.
La fede, cari amici, è la sola risposta a tutte le croci che Dio ci manda nella vita. Non ce n’è un’altra se non quella di fidarsi di Dio, di abbandonarsi a Dio, di accettare dalle mani di Dio anche le disgrazie e le sofferenze più crudeli.
Solo a questa condizione noi acquistiamo serenità nella vita, anche gioia di vivere, nonostante le difficoltà, le croci che dobbiamo portare.
Ho conosciuto un’altra mamma, che ha perso il marito improvvisamente, a 45 anni, ed è rimasta sola col figlio. Una morte improvvisa, assurda, non prevista, di un uomo giovane, atletico, sportivo, pieno di vita. La cara amica non sa darsi pace e ogni tanto ripete anche a me la domanda: « Perché il Signore mi ha tolto mio marito? Cosa abbiamo fatto di male, noi che eravamo così religiosi?» lo le ripeto: non esiste una risposta a questo interrogativo, se non nella fede.
La vita è un mistero e i fatti della vita risultano incomprensibili a tutti. Non resta che fidarsi di Dio.
Nel lebbrosario di Marituba in Amazzonia ho conosciuto un lebbroso di 73 anni, che contrasse la lebbra all’età di undici anni ed è quasi sempre vissuto nel lebbrosario: si chiama Adalucio, un uomo di grande fede e gioia di vivere, ottimista, sereno, equilibrato nei giudizi, tanto che i mille e più lebbrosi di Marituba l’hanno eletto a capo del villaggio. Adalucio vive su una carrozzella perché ha perso da molti anni l’uso delle gambe; è senza mani e senza naso, ultimamente gli hanno fatto una dolorosa operazione asportandogli un ginocchio.
Gli ho chiesto se pensa che nella sua condizione la vita abbia ancora un senso. Mi ha risposto: «La vita ha senso nella misura in cui accetto la volontà di Dio, trasformando la mia sofferenza in un’offerta a Dio per il bene di tutti ».
Anni fa, il giornalista Giorgio Torelli l’aveva visitato e gli aveva detto: «Adalucio, quando andrà in Paradiso, quali saranno le prime parole che dirà al Padre Eterno? Forse gli chiederà perché ha permesso che lei fosse colpito dalla lebbra e ridotto per lunghi anni a vivere su una carrozzella? » Adalucio ci ha pensato un po’ e poi ha risposto: «No, non chiederò nulla al Signore. Semplicemente gli dirò: mi sono sempre fidato di Te, perché ho sperimentato che mi vuoi bene».
Ecco, amici, un pensiero per la nostra giornata. Fidiamoci di Dio che è nostro Padre amoroso: nella sua volontà sta la nostra pace.

 

Al Santuario mariano di La-Vang, nella guerra del Vietnam

8 dicembre 1973. Sono al Santuario mariano di La-Vang, a pochi chilometri dalla linea di confine col Vietnam del Nord, in una regione quasi distrutta dalla guerra. La cittadina di Quang-Tri è completamente rasa al suolo, ad Hai-Lang esistono solo spezzoni di case, Hai-To non ha più nemmeno un muro intatto. Conosco bene questi luoghi per esservi già stato nel 1967: allora erano pieni di vita, oggi sono deserti, con un puzzo orrendo di cadaveri e ossa umane biancheggianti ovunque. Dopo che le truppe sudvietnamite hanno riconquistato la regione, questa è stata abbandonata dalla gente: esiste solo una strada praticabile, fra macerie e bombe inesplose.
Il Santuario mariano nazionale di La-Vang non è stato risparmiato dalla guerra e dai bombardamenti: della imponente basilica si sono salvati i muri perimetrali e un pezzo di torre; le grandi statue della Via Crucis, a grandezza naturale, nel viale che porta alla Basilica, sono tutte maciullate, il bronzo fuso dal calore delle bombe al fosforo ha assunto forme strane.
Ebbene, in questa desolazione, oggi, 8 dicembre 1973, migliaia di fedeli sono tornati qui a La-Vang per pregare la Madonna: nonostante il pericolo di bombardamenti e gli ostacoli creati dalla autorità sudvietnamite, che non vedono bene tutta questa gente in una zona di confine e di guerra, anche quest’anno almeno tremila fedeli sono giunti da ogni parte del paese; altri sono venuti nei giorni scorsi o verranno nei giorni seguenti.
La devozione a Maria e il pellegrinaggio a La-Vang sono parte integrante della fede in Vietnam; qui hanno cominciato a venire i cristiani alla fine del secolo XVII, in tempo di persecuzione violenta, quando la Madonna apparve ad alcuni fedeli: allora era un luogo in piena foresta, dove a poco a poco s’è formato il centro della cristianità vietnamita, caratterizzata da una profonda devozione alla Madonna. In tutto l’Estremo Oriente il «culto della Madre» è uno dei più antichi e sentiti, tanto che a La-Vang vengono in pellegrinaggio non solo cattolici, ma anche buddhisti e confuciani. Nella mitologia buddhista occupa un posto d’onore la figura di Koan-Yin (in cinese, in vietnamita Khan-Hin), la dea della misericordia, protettrice della fecondità ma vergine, rappresentata in piedi sul fiore di loto, simbolo della pace e dell’abbondanza. Secondo la leggenda, Koan-Yin si rifiuta di andare in paradiso (o nel Nirvana dei Buddhisti) fin quando gli uomini non ci saranno andati tutti: abita in un’isoletta allargo della Cina dove ancor oggi le anime dei defunti si recano per essere da lei guidate nell’attraversare l’oceano che porta a Dio.
In Vietnam, Maria ha preso il posto di Khan-Hin. Col Bambino in braccio, la Madonna presenta una figura femminile più completa della dea della mitologia buddhista: vergine e madre!
Ho girato molto il Vietnam negli anni della lunga guerra, specie nei villaggi di campagna, sulle montagne, dormendo in case private, ospite di cristiani o di buddhisti. Mi ha sempre meravigliato la grandissima devozione alla Madonna che ho trovato in tutti, indipendentemente dalla religione a cui appartenevano. Anche nelle famiglie buddhiste, anche in templi di Buddha o delle varie sette buddhiste (Cao-Dai, HoaHao) ho sempre trovato una statua della Madonna, un rosario, la riproduzione di un quadro mariano.
Nelle famiglie cristiane la recita serale del Rosario, davanti all’altarino familiare dove sono onorate le immagini degli antenati, è il gesto più comune e la tradizione più seguita. Spesso, recitando il Rosario con le famiglie vietnamite, mi ricordavo che anche a casa mia, quand’ero giovane, tutte le sere c’era la recita del Rosario in comune e nessuno poteva mancare, se non per gravi motivi. Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una famiglia molto unita, in cui ci si vuole bene: mi chiedo se questo non è anche dovuto alla preghiera in comune a Maria, che crea un’atmosfera di fede e di vita religiosa e assicura la protezione della Mamma del cielo. Auguro anche a voi, cari amici, di mantenere o di riprendere questa abitudine di dire il Rosario in famiglia: basta un quarto d’ora tutte le sere. Non mi pare un gran sacrificio di tempo. Basta rinunziare a un po’ di televisione e non è un sacrificio impossibile. La famiglia che prega unita, rimane unita.

 

Eroici cristiani nella guerra tribale del nord dell’Uganda

Nel novembre 1980 torno nell’Uganda in guerra. Il primo viaggio nel 1969 mi aveva fatto conoscere un paese bellissimo, in pace, uno dei più prosperi di tutto il continente africano. Churchill aveva definito l’Uganda «la perla della Corona inglese in Africa». Poi c’è stata, dal 1971 al 1979, la dittatura sanguinaria di Idi Amin Dada, che ha distrutto in pochi anni ogni struttura di progresso lasciata dagli inglesi: strade e scuole, ospedali e servizi di stato, agricoltura moderna e piccola industria. Nel 1980 c’è la guerra fra i seguaci di Amin (ormai fuggito in Libia) e l’esercito tanzaniano, che sostiene Milton Obote, il primo Presidente dell’Uganda che ha ripreso il potere.
Percorro tutta l’Uganda in auto con un missionario comboniano spagnolo, il padre Osmundo Bilbao, che verrà ucciso l’anno seguente a un posto di blocco sulla strada fra Kampala e Gulu, mentre porta aiuti alle missioni del nord isolate dalla guerra. Vedo un’Uganda totalmente diversa da quella del 1969: un paese prostrato, distrutto dalla guerra, un popolo umiliato e dilaniato dalle lotte tribali, con una situazione di fame e vendette tribali che porta alla degradazione continua del livello di vita. L’esercito tanzaniano e quel che resta dell’esercito ugandese stanno compiendo un autentico genocidio ai danni delle tribù che hanno sostenuto Idi Amin: logbara, alur, kakwa, madi, fuggono in Zaire e in Sudan, lasciando dietro a sé morti e villaggi deserti. Qualche anno prima, proprio queste tribù del West Nile, quando Amin era al potere, avevano massacrato le tribù del centro-nord dell’Uganda da cui viene il Presidente Obote: soprattutto acholi e lango che ora si vendicano ferocemente. Nemmeno in Vietnam ho visto tanti morti. La cittadina di Moyo, al centro del territorio dei madi è deserta: centinaia di persone sono state uccise, altre centinaia sono scampate fuggendo nella foresta, circa 1100 si sono rifugiate nella missione cattolica dei padri comboniani e delle Pie Madri della Nigrizia, trovando protezione dalla furia dell’esercito ugandese, che non osa entrare nel recinto della missione. Le nostre due camionette portano appunto aiuti a questa missione isolata, con più di mille persone da mantenere giorno per giorno. È uno dei tanti, troppi drammi africani che si compiono fra l’indifferenza quasi generale del cosiddetto mondo civile: a poche ore d’aereo da Roma, muoiono massacrati o di fame migliaia di uomini e donne e noi non lo sappiamo nemmeno.
In questa situazione apocalittica, in cui tutti scappano cercando solo di salvare se stessi, molti fatti sono segno di speranza: la presenza dei missionari, delle suore, dei medici e volontari italiani che rimangono a rischio della vita; le missioni cattoliche, in tutto il nord dell’Uganda, sono rimaste gli unici luoghi in cui i perseguitati possono rifugiarsi, gli affamati trovare nutrimento, i feriti e ammalati essere curati. Ma soprattutto sono segno di speranza le prove di coraggio e di carità date dai cristiani ugandesi. Visitando le regioni più colpite dalle vendette tribali e dalla guerra, ho sentito tanti episodi di cristiani che si sono comportati in modo eroico per salvare la vita non solo di persone amiche, ma anche di appartenenti ad altre tribù. E questo è avvenuto sempre a rischio della propria vita: un acholi che salva la vita di un logbara o di un alur è considerato un traditore della propria tribù e viene eliminato, uomo o donna che sia. A Metu mi hanno raccontato di una famiglia cattolica che aveva dato ospitalità a due soldati di Amin sbandati, curandoli perché feriti e nascondendoli alle ricerche dei militari di Obote. Forse denunziati da qualcuno, sono stati scoperti ed uccisi come i due seguaci di Amin: la famiglia era composta da padre, madre, quattro figli e la nonna. In vari villaggi, i cristiani si sono impegnati, a rischio della vita, a salvare i soldati di Amin fuggitivi, come in passato avevano salvato i soldati acholi dalla vendetta dei militari di Amin.
Il padre Adelmo Spagnolo, comboniano, mi dice: «Nessuno saprà mai quanti martiri della carità abbiamo avuto fra i nostri cristiani in questi anni di guerra. lo penso siano varie centinaia che hanno trovato la morte per aiutare soldati o appartenenti a tribù nemiche, che solo pochi mesi prima li avevano oppressi e perseguitati». Gesù dice che saremo giudicati in base alla carità, all’aiuto disinteressato che abbiamo dato al nostro prossimo in difficoltà e dice addirittura: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Luc. 6, 27). Siamo noi capaci di fare altrettanto?

 

Un’infermiera italiana da cinquant’anni al servizio delle donne in Pakistan

A Lahore, seconda città del Pakistan, mentre sto visitando il Forte costruito dagli Imperatori Moghul (XVI secolo), vedo sbucare da una porta in fondo alla sala degli specchi un giovane ben vestito, seguito dalla moglie debitamente velata e coperta fino ai piedi. Senza pensarci scatto una fotografia da lontano, per animare la fredda successione degli specchi con quelle due figurette aggraziate. Subito l’uomo mi viene vicino con sguardo minaccioso: « Lei ha fatto una foto a mia moglie senza il mio permesso», mi dice in un buon inglese. «Da noi queste cose non si fanno». Chiedo scusa, sono straniero. Infatti non succede nulla, ma ho subito un’idea di come sono trattate le donne in certe parti del mondo non persone, ma oggetti di proprietà del marito o del padre.
In un villaggio musulmano del Pakistan del Nord, che ho visitato come ospite d’onore, chiedo al capovillaggio, che mi accoglie in piazza e mi invita al piccolo ristorante, di poter visitare la sua casa, che mi dicono molto bella. Me lo concede in segno di amicizia, ma prima manda un messo a far ritirare le donne di famiglia. Infatti, girando per stanze e cortili, non ho visto nemmeno una delle sue quattro mogli e numerose figlie, solo alcune bambine sotto i sei-sette anni.
Incontro a Rawalpindi, altra città del Pakistan, un’infermiera italiana, madre Eurosia Longoni, nata ad Arosio (Como) nel 1907, che ha dedicato tutta la sua vita alle donne pakistane.
«Sono qui dal 1930 », mi dice, «quando il Pakistan faceva ancora parte dell’India inglese: avevo 23 anni, una salute di ferro e una grande fede, altrimenti non avrei resistito. Ringrazio il Signore che mi ha fatto nascere donna, perché ho potuto aiutare tante altre donne. Quand’ero giovane ho ricevuto decine di proposte di matrimonio: ma quando dicevo che ero già sposata con il Dio del cielo e della terra, con Allah, allora gli uomini diventavano seri, mi rispettavano e mi ammiravano ».
Chiedo a suor Eurosia com’ è la condizione femminile in un paese musulmano.
«Oggi la situazione è molto migliorata e va cambiando ogni giorno. Ma in passato la condizione della donna era di vera schiavitù. Ancor oggi le donne non si vedono, stanno nascoste in casa, non partecipano alla vita pubblica; la donna non parla in pubblico, non possiede, ci sono moschee per gli uomini e moschee per le donne. Il matrimonio è un contratto compiuto dalle famiglie: al massimo l’uomo sceglie la sua donna, che deve accettare passivamente. Ancor oggi, mentre i ragazzi vanno a scuola nella misura del 90 per cento, le bambine fanno le elementari solo per il 20-25 per cento».
«Qual è stato il suo lavoro fra le donne? » «Intanto abbiamo salvato centinaia di bambine da morte sicura o dalla schiavitù perpetua. Qualche tempo fa si è presentato al nostro convento un ricco signore che mi ha detto: “Madre Eurosia, è morta mia mamma che è stata salvata e allevata da lei. Era una donna buonissima, che ha dato un’impronta di bontà a tutta la nostra famiglia. Sono venuto a ringraziarla”. Sapessi quante volte vengono giovani donne a bussare alla nostra porta. Piangono e dicono: “Suora, salvami, mio marito mi batte e vuole uccidermi”. Quasi sempre si tratta di casi di gelosia, incredibili con donne velate che vivono tutto il giorno in casa. Allora noi andiamo dal marito e diciamo: “Ti restituiremo tua moglie quando prometterai di non batterla più”. Poi andiamo a parlare con i parenti di lei e di lui, cerchiamo di sistemare le cose. Altre volte sono donne abbandonate dal marito, oppure poverissime, che non hanno nulla da dar da mangiare ai figli; oppure donne sfruttate indegnamente… »
Come è bello ricordare gli incontri di Gesù con le donne, pieni di amore, di rispetto, di tenerezza, senza alcuna discriminazione né paternalismo. San Paolo scrive: «Non c’è più né uomo né donna: voi siete tutti uno in Cristo Gesù» (Gal. 3, 28). Il Vangelo nota, quando Gesù incontra la samaritana, che gli Apostoli «si meravigliarono che Gesù stesse a discorrere con una donna» (Giov. 4, 27), evidentemente perché non era abituale che un uomo facesse questo. Gesù è venuto per abbattere ogni discriminazione, ogni barriera e divisione: anche il nostro atteggiamento verso la donna rivela il nostro grado di adesione al Vangelo e al modello di Cristo.

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