Il Vangelo delle 7.18 (capitolo 7 – libro Piero Gheddo)

CAPITOLO 7

Il tam-tam in Costa d’Avorio: importanza della comunicazione
Una predica nella festa dell’ Epifania in India
Perché tante conversioni in Cina, dopo quarant’anni di persecuzione?
In famiglia la prima esperienza dell’amore

 

Il tam-tam in Costa d’Avorio: importanza della comunicazione

Siamo talmente abituati al telefono, alla radio e televisione, che non riusciamo nemmeno più a immaginare come si comunica a distanza con altri mezzi meno sofisticati. Quando sono stato in Costa d’Avorio, un missionario del Pime che studia la cultura tradizionale della popolazione baoulé, il padre Giovanni De Franceschi, mi ha introdotto nell’uso del tam-tam. Gli africani trasmettono notizie a grandi distanze con il tamtam, un tronco d’albero svuotato che, percosso, produce dei suoni di grande potenza, che si sentono anche a distanza di chilometri.
Ormai l’uso del tam-tam sta scomparendo. Anche in Africa, e specialmente in Costa d’Avorio, che è uno dei paesi più evoluti, ci sono ormai telefoni ovunque e il tam-tam diventa superfluo. Viene conservato come elemento della cultura tradizionale, ma la maggioranza dei giovani non sanno più usarlo. Padre De Franceschi mi dice: «In passato, la tribù dei baoulé, come tutte le altre del resto, aveva organizzato una rete di trasmettitori col tam-tam. In ogni villaggio c’erano almeno due-tre persone che sapevano usarlo e capivano il suo linguaggio. Quando succedeva un fatto importante da comunicare: la morte d’un capo, l’elezione di un altro, la nascita di un bambino, una festività da celebrare in comune; oppure si voleva chiamare una persona o si segnalava l’arrivo di un’inondazione o di un malato in stato di necessità; ebbene, in questi e altri casi entrava in funzione il tam-tam, che in poche ore comunicava la notizia a tutti i villaggi e quindi a tutti i membri della tribù. Oggi si usa ancora il tam-tam in alcune circostanze, così mi sono sentito in dovere di impararne l’uso per comprendere bene questa lingua e cultura».
Come si usa il tam-tam? Padre De Franceschi mi dà alcune dimostrazioni pratiche. Il baoulé è una lingua a toni, come quasi tutte le lingue africane; per cui, percuotendo il tam-tam e ricavandone dei toni diversi, si formano le varie parole o si indica una data persona (i nomi propri hanno tutti due toni). Naturalmente si tratta di messaggi molto semplici, che si ripetono due-tre volte, fin che dall’altro villaggio segnalano di aver capito. Un sistema di comunicazione a distanza ingegnoso, che indica come tutti gli uomini sentono la necessità di comunicare con i loro simili, di scambiarsi notizie e richiami.
Nel nostro mondo moderno, tecnicizzato, siamo bombardati da migliaia di notizie e messaggi: stampa, radio, televisione, telefono, la posta (quando funziona!) ci portano in casa gli avvenimenti di tutto il mondo. Per noi il problema non è di poter comunicare con gli altri né di sapere cosa succede nel mondo, ma di saper scegliere la stampa adatta, che possa informarci ed educarci alla fraternità universale e non chiuderei nel nostro piccolo villaggio.
Oggi voglio segnalarvi la stampa missionaria, le riviste scritte dai missionari italiani che sono circa 19 000 in tutti i paesi e continenti. Vi chiedo: in casa vostra arriva una rivista missionaria? Papa Giovanni XXIII diceva: «Non è veramente cattolica quella famiglia che non legge una rivista dei missionari». In Italia si stampano una quarantina di riviste mensili, che possono educare noi e la nostra famiglia ai valori vissuti della vita cristiana, metterci in comunicazione con i popoli lontani, farci partecipare in un modo fraterno alla loro vita, alle loro culture.
Vi invito ad abbonarvi a una rivista missionaria, come ricordo di questi tre mesi che abbiamo trascorso assieme. Vi segnalo le due di cui sono direttore, edite dal Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano (via Mosè Bianchi, 94 – 20149 Milano): «Mondo e Missione», rivista di informazione, di cultura, di resoconti dei missionari che vivono nel terzo mondo. È un mensile di attualità che viene usato anche da giornalisti e insegnanti perché informa su paesi e popoli lontani in modo completo e rispettoso della vita di quei popoli. Poi c’è «Italia Missionaria», mensile per adolescenti dagli undici ai diciassette anni, con inserti utili per le ricerche scolastiche, a colori, con disegni, fotografie e stimoli ai giovani per impegnarsi. Scrivetemi pure.

 

Una predica nella festa dell’ Epifania in India

Molti anni fa, in India, alla festa dell’Epifania, sono stato invitato a parlare nella chiesa di un grande villaggio dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i missionari del Pime. Essendo l’unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell’Epifania. Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale (una delle più importanti delle 18 lingue ufficiali dell’India, parlata da più di 50 milioni di indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che sapeva bene l’inglese. «Tu parla inglese andando adagio », mi aveva detto, «e lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola ».
Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth, piena di gente, col mio bel discorso scritto in lingua inglese. Dopo la lettura del Vangelo, la gente si è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni sulla festa liturgica, sul significato teologico dell’Epifania. A ogni frase mi fermavo e lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo avanti nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il catechista parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui continuava a citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Dopo la Messa gli chiedo come aveva fatto la traduzione della mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io non capivo e non sapevo come tradurre. Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano (forse, chissà, dalla stessa India) e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù… Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e le vicende della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell’episodio della mia vita mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che potrebbero anche essere veri, per dare un’indicazione morale. Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, delle teorie o teologie astruse, astratte, disincarnate dalla vita quotidiana. Pensate alla parabola del buon Samaritano, quello che si ferma sulla strada da Gerusalemme a Gerico per soccorrere quel poveraccio spogliato e ferito dai briganti. Gesù racconta in modo particolareggiato questo fatto, con tutte le notizie utili ad inquadrarlo bene, rendendolo estremamente verosimile. Poi, a chi gli aveva rivolto la domanda: «Chi è il mio prossimo? », dice semplicemente: « Va e comportati anche tu allo stesso modo» (Luc. 10, 37).
Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo. Quello che convince i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche, ma i buoni esempi delle vite dei santi.
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai a essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di là delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù, «non è una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà» .

 

Perché tante conversioni in Cina, dopo quarant’anni di persecuzione?

Stiamo giungendo al termine di queste nostre conversazioni: domani ci daremo l’ultimo saluto. Lasciate che esprima a voi tutti un primo augurio: domani ne aggiungerò un secondo. Questo di Gesù: «Voi siete la luce del mondo… Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Matt. 5, 14, 16). Di cosa ha bisogno l’uomo d’oggi, cari amici e fratelli, se non di testimoni del Vangelo, di bontà, di pace, di amore verso tutti? Ebbene, auguro a voi di essere questi testimoni nella vostra famiglia, nell’ambiente in cui vivete.
Voglio raccontarvi un fatto che mi ha fatto riflettere. Due anni fa sono stato ancora in Cina con un missionario del Pime a Hong Kong, padre Giancarlo Politi, che parla bene il cinese. Abbiamo visitato diverse comunità cristiane, spuntate quasi dal nulla dopo il periodo di persecuzione ai tempi di Mao Tse-tung. Oggi c’è in Cina un minimo di libertà religiosa e le comunità cristiane vanno ricostituendosi; si riaprono le chiese restituite dal governo (erano magazzini, sale di riunione), tornano dal carcere e dai campi di lavoro forzato sacerdoti, suore, catechisti, fedeli laici.
In una cittadina vicino a Canton, nel sud della Cina, di nome Sheqi, ho incontrato il vescovo e un sacerdote, che avevano fatto rispettivamente venticinque e trentun anni di carcere. Mi dicevano che sono numerose le richieste di non cristiani di ricevere l’istruzione religiosa ed entrare a far parte della comunità cristiana. Purtroppo non ci sono libri, non ci sono rosari e segni sacri, mancano le possibilità per una adeguata formazione cristiana dei fedeli, occupati tutto il giorno nel duro lavoro.
Ho chiesto come mai ci sono queste richieste di conversione, quando la Chiesa non predica in pubblico, non può stampare libri né giornali, non usa radio né televisione, non ha scuole di formazione né centri culturali. Il vescovo mi risponde: «Noi non predichiamo, ma la nostra vita e la vita dei cristiani annunzia il Vangelo e una società alternativa a quella presente. Tutti sanno chi sono i cristiani: ci hanno visti nei lunghi decenni in cui siamo stati perseguitati, processati e condannati ingiustamente: non abbiamo mai maledetto nessuno, abbiamo sopportato con pazienza le nostre croci; anche in carcere e nei campi di lavoro forzato la testimonianza dei cristiani ha convertito molti al Vangelo. E ora che siamo tornati alle nostre case, non cerchiamo vendette, non ci lamentiamo per quanto abbiamo ingiustamente patito, aiutiamo tutti quelli che sono bisognosi del nostro aiuto. lo credo che da qui vengono le molte richieste di istruzione religiosa e le molte conversioni».
Il cardinal Carlo Maria Martini, in un’intervista (su «Luce» di Varese, 31 gennaio 1982), al giornalista che gli chiedeva com’è possibile far penetrare il Vangelo nella società d’oggi, così rispondeva: «Il Signore ci chiede non di riuscire, ma di essere. Prima di tutto ci chiama ad essere Vangelo, ad esprimere nella nostra vita, come persone e come comunità cristiana, quei valori che illuminano e sono luce nelle tenebre. Quindi dobbiamo domandarci non in che maniera illuminiamo, ma in che modo siamo luce e se siamo luce nelle tenebre del nostro tempo».
Ecco l’interrogativo centrale della nostra vita cristiana, che dobbiamo porci spesso: io che credo in Cristo, io che ho ricevuto il dono della fede, sono davvero luce del mondo? Chi vive accanto a me è chiamato alla conversione del cuore o riceve dalla mia vita principalmente stimoli negativi che lo allontanano dal Vangelo e dall’imitazione di Cristo?
Undici anni fa, noi missionari del Pime, portammo Madre Teresa a una gioiosa e solenne festa religiosa allo stadio di San Siro in Milano. Al termine, alcuni giovani ponevano domande alla grande missionaria dell’India, che rispondeva brevemente al microfono, in modo che sentivano tutti. Una ragazza le chiese: «Quale augurio lei rivolge a queste centomila persone e a tutti i milanesi?» Madre Teresa ci pensò un po’ e poi rispose, secondo il suo stile, con due sole parole: «Belong to Christ», cioè: «Appartenete a Cristo». E lo stesso augurio che io rivolgo a voi, amici ascoltatori, al termine di questo anno e delle nostre conversazioni radiofoniche.

 

In famiglia la prima esperienza dell’amore

Cari amici, questo è il nostro ultimo incontro, il nostro congedo. Dobbiamo salutarci perché da lunedì prossimo vi parlerà un altro sacerdote. lo vi ringrazio di avermi seguito e di avermi scritto tante lettere, alle quali ho cercato di rispondere personalmente fin dove era possibile. Permettete che esprima anche il mio ringraziamento a Leda Zaccagnini, che ha curato questi nostri programmi del mattino. Molti mi hanno chiesto se questi testi verranno pubblicati: sì, potrete leggere le mie conversazioni radiofoniche su un volumetto che sarà in libreria entro il mese di gennaio prossimo, intitolato: Il Vangelo delle 7.18, edito dalla De Agostini di Novara, con prefazione di Giorgio Torelli e di Leda Zaccagnini. Il titolo può sembrare un po’ strano, ma credo sia facile da ricordare e incisivo: Il Vangelo delle sette e diciotto, perché questa è l’ora del nostro appuntamento mattutino. Un racconto di vita missionaria e un pensiero spirituale per iniziare bene la giornata. Entro il marzo prossimo saranno anche in libreria, edite dalle Paoline, alcune audio-cassette con le registrazioni radio di queste mie conversazioni.
Oggi la Chiesa celebra la Festa della Sacra Famiglia, a conclusione del ciclo di festività natalizie. E credo non ci sia immagine più bella della Santa Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe, per riflettere un momento, in questi giorni di fine d’anno, in cui ci auguriamo ogni bene per l’anno nuovo che sta arrivando. Cosa ci auguriamo cari amici? La pace, la gioia del cuore, l’unità e l’amore all’interno della nostra famiglia e poi fra tutti gli uomini. Ebbene, nella Famiglia di Nazareth troviamo incarnati, profondamente vissuti questi doni di Dio, proprio perché in quella famiglia, fra Gesù, Maria e Giuseppe, c’era Dio al primo posto: ed essendoci Dio, non potevano trionfare l’egoismo, le rivalità, la gelosia, la prepotenza, l’odio, ma vi era amore, fiducia vicendevole, pace e gioia del cuore.
La famiglia è la realtà fondamentale della vita dell’uomo, il luogo privilegiato dell’educazione e dell’esperienza umana e cristiana. In altre parole, ciascuno di noi sperimenta nella sua famiglia i rapporti con Dio e con il prossimo e tutti quei valori che ci auguriamo in questi giorni: pace, amore, unità, serenità di vita, ottimismo e speranza nel futuro.
Pensate un po’: che idea può avere di Dio padre un ragazzo il cui papà è freddo, egoista, prepotente? Che esperienza può fare dell’amore e dell’unità chi ha i genitori divisi, che non si vogliono bene? Come può crescere con la gioia nel cuore e pieno di fiducia nel futuro un ragazzo che ha dei genitori sempre scontenti, insoddisfatti nel profondo?
Lasciatemi ricordare la mia infanzia a Tronzano vercellese, il paese in cui sono nato e dove ho fatto la prima esperienza di amore e di fede. Eravamo certo una famiglia che si poteva definire sfortunata: tre fratelli, di cinque, quattro e tre anni, a cui muore la mamma; pochi anni dopo, il papà va in guerra e non torna più: non avrebbe dovuto andarci, come padre di tre figli piccoli senza mamma, ma essendo un fedelissimo dell’Azione Cattolica, soffrì molto per il regime fascista di quel tempo e andò in guerra per punizione. Noi tre siamo stati educati dalla zia Adelaide e dalla nonna Anna, oltre che da varie zie e zii: una famiglia unita, dove ci si voleva e ci si vuole bene davvero: non ricordo nessun momento in casa mia in cui ci sia stata una vera e profonda divisione. Anzi, ricordo l’aiuto vicendevole a tutti i parenti in difficoltà.
Da dove veniva tutta quella serenità che abbiamo ereditato? Da dove quella gioia, quell’ottimismo anche in situazioni molto difficili? È evidente: venivano da Dio, da nessun altro che da Dio. Non c’è altra spiegazione possibile. In casa mia si pregava tutte le sere, recitando il Rosario, anzi ricordo che andavamo nella stalla dei vicini a pregare, perché d’inverno c’era un po’ di caldo. Ogni mattina andavamo a Messa. Ricordo mia nonna Anna che, quando c’era qualche problema, citava un passo del Vangelo, una frase di Gesù: la soluzione non poteva che essere quella. Ricordo mia zia Adelaide, sorella di papà, che ci ha fatto da mamma, insegnante elementare: una donna forte che ci ha educati al dovere, all’onestà in tutto. Erano persone che educavano noi ragazzi con la loro stessa vita. lo auguro ai vostri figli, ai vostri nipoti, di avere anch’essi gli esempi di vita cristiana, di fede e di amore, che ho avuto io.

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