Importanza e bellezza del sacerdozio – Padre Gheddo su Radio Maria

Siamo nell’Anno sacerdotale (2009-2010) e questa sera voglio parlavi del prete. Sappiamo già molte cose di lui, ma è bene avere una visione teologica e spirituale del sacerdote, per poter capire l’importanza e la bellezza di questa vocazione data da Dio.

La mia catechesi esperienziale si sviluppa in tre punti:

1) Rispondo alla domanda: chi è il prete?

2) Il sacerdozio è una chiamata di Dio, che sceglie chi vuole.

3) E’ bello essere prete! La gioia che Dio dà a chi lo segue con sincerità e disponibilità alla sua voce.

Parte prima – Il sacerdote è “un altro Cristo”

Chi è il prete? Non voglio fare una lezione di teologia, ma solo richiamare brevemente perché il sacerdote è indispensabile a chi crede in Cristo: perché, senza alcun suo merito, trasmette in modo autentico la Parola e la grazia di Dio. E’ il tramite fra l’uomo e Dio, attraverso le molteplici sue funzioni nella Chiesa di Cristo.

Cosa vuol dire “sacerdote”? L’uomo del sacro, che dà le cose sacre, che offre sacrifici alla divinità. Nell’Antico Testamento, come nelle religioni pagane, il sacerdote è l’uomo che sacrifica la vittima destinata a placare la divinità, ad ottenere grazie per gli uomini.

Vi ricordate quando Dio mette alla prova la fede di Abramo e gli chiede di sacrificargli il suo unico figlio Isacco? Abramo obbedisce, prende il giovane Isacco con due servi, un asino e un carico di legna e salgono su un alto monte. Giunti in cima Abramo costruisce con delle pietre un altare, lega le mani al figlio e lo stende sull’altare. Alza il coltello su di lui, ma un angelo lo ferma e gli indica un montone impigliato con le corna in un cespuglio. Padre e figlio sacrificano il montone: la prova della fede di Abramo era superata. Il fatto è ricordato nella Genesi (22, 1-19) e ci dice che quello era un fatto comune nelle religioni pagane di quel tempo: immolavano ai loro dei vittime umane.

I sacerdoti ebrei immolavano capre, pecore, vitelli, per allontanare la collera di Dio, offeso dai peccati degli uomini. In alcune religioni pagane, come quelle dell’America Latina prima di Cristoforo Colombo, Maya, Aztechi e Inca, sappiamo che i sacrifici agli dei erano anche umani. I sacerdoti immolavano non solo animali, ma uomini e donne, giovani e ragazze. I pagani avevano intuito che, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei (Ebr. 9, 22): “ Senza spargimento di sangue non vi può essere perdono dei peccati”.

Il Nuovo Testamento ha un unico e sommo sacerdote, Gesù Cristo, il Figlio di Dio che s’è fatto uomo per liberare gli uomini dai peccati e dalla morte eterna. Gesù non immola un animale come vittima sacrificale, ma si lascia flagellare e crocifiggere, offre la sua vita di uomo morendo sulla Croce. E poi risorge dimostrando di essere Dio. Nei riti ebraici e delle religioni non cristiane, il sacerdote è separato dalla vittima, nel cristianesimo il sacerdote immola se stesso. Questo è anche un segno importante per noi preti. Come sacerdoti dobbiamo immolare la nostra vita, cioè donarla totalmente, alla causa di Cristo e del Vangelo.

Chi è il prete? Nel cristianesimo il sacerdote partecipa all’unico e vero sacerdozio di Cristo. In passato si diceva in latino: “Sacerdos alter Christus”, il sacerdote è un altro Cristo. La prima dimensione del prete è quella cristologica.

a) Il prete dev’essere un uomo innamorato di Cristo, per essere innamorato di tutto il prossimo e dare al mondo l’immagine del Signore Gesù.

Per continuare nei secoli la sua missione di portare il lieto annunzio a tutti i popoli e tutte le culture umane Cristo ha fondato la Chiesa, cioè la comunità dei credenti, assicurandole l’assistenza dello Spirito Santo fino alla fine dei secoli e affidandola al Papa e ai vescovi e poi ai sacerdoti. Il Signore Gesù ha affidato a me prete, peccatore e pieno di difetti e peccati, i suoi poteri divini. Mi ha chiamato per partecipare al suo sacerdozio e mi ha mandato come suo missionario, per annunziare la Parola di Dio e ristabilire la comunione con Dio mediante il Santo Sacrificio, i Sacramenti e la preghiera.

Quando rifletto su queste verità, che io prete dovrei essere “un altro Cristo”, provo un senso di grande tremore e quasi vergogna, perché mi ritrovo, povero uomo, di fronte ad un compito che supera immensamente le mie piccole possibilità e potenzialità. Se guardo fino in fondo al mio cuore e alla mia vita, debbo dire che sono ben lontano da rappresentare degnamente Gesù fra gli uomini.

Il Santo Curato d’Ars, che Papa Benedetto ha definito “un pastore secondo il cuore di Dio”, era un uomo “umilissimo” ma nello stesso tempo “consapevole, in quanto prete” di essere per la sua gente “uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Un suo biografo ha scritto che “sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità e diceva: Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra moriremmo: non di spavento, ma di amore”. Giovanni Maria Vianney era certamente un uomo innamorato di Gesù Cristo.

Cosa vuol dire essere innamorati di Cristo? Vuol dire vivere intimamente uniti a lui, con il pensiero e la preghiera, l’osservanza dei Comandamenti, la disponibilità ad ascoltare e seguire le ispirazioni dello Spirito Santo. Innamorarsi di Cristo è un dono di Dio che dobbiamo chiedere ma anche prepararci a riceverlo con una vita trasparente totalmente orientata a Dio, ai valori spirituali e soprannaturali, distaccandoci a poco a poco da tutti gli affetti e gli attaccamenti materiali che ostacolano questa totale consacrazione a Cristo. Non ci riusciremo mai del tutto, è una via di purificazione che dura tutta la vita e che ci rinnova ogni giorno.

Il prete dev’essere un uomo innamorato di Cristo, perché solo amando Cristo riusciamo ad amare tutto il prossimo, anche i nemici, quelli che non ci vogliono bene; ed a comunicare in modo efficace la Parola di Dio e portare frutto. Come diceva San Paolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che fa crescere” (1 Cor. 3,6). Perché è Dio che conosce a fondo le anime le attira a sé, le converte.

Ricordo un missionario dell’India, padre Augusto Colombo (1927-2009), che ho visitato nel 1964 in India, quando c’erano numerose conversioni di paria (sto scrivendo la sua biografia). Gli ho chiesto: “Chi si converte? E perchè si convertono?”. Mi ha risposto: “Non lo so, è tutto un mistero. Vedo che vengono alla Chiesa persone e villaggi in cui non ho fatto nulla, mentre altri fra i quali ho seminato non si convertono. La conversione è proprio opera di Dio, un dono misterioso di Dio”.

Come il prete può essere efficace nel suo ministero? Solo se segue il consiglio di Gesù: “Rimanete uniti a me e io rimarrò unito a voi” (Giov. 15, 4). Questo vale per tutti, cari amici di Radio Maria, ma vale soptattuto per noi sacerdoti, che siamo chiamati a predicare, insegnare, presiedere, consigliare, assolvere, celebrare la Santa Messa.

Il superiore generale del Pime, mons. Aristide Pirovano (1915-1997), in un discorso di saluto ai missionari partenti, diceva: “In missione andate per predicare Cristo crocifisso e risorto: Cristo, non voi stessi” (10-9-1966). E insisteva su questo concetto: non portate le vostre idee, ma portate il Vangelo di Cristo, predicandolo ma soprattutto vivendolo.

b) Il prete parla a nome della Chiesa

Il prete non agisce in modo personale. Parla e agisce a nome di Cristo e della Chiesa. L’identità sacerdotale ha la sua fonte nella SS. Trinità, che si rivela e si comunica agli uomini in Cristo e continua nella storia attraverso la comunità di fede che è la Chiesa. E’ al suo interno che si rivela ogni identità cristiana e quindi anche la specifica identità sacerdotale. La dimensione ecclesiologica della nostra vita di preti, come quella cristologica, sono indispensabili per poter esercitare il nostro ministero in modo autentico e secondo la volontà di Dio.

Se io come prete mi distacco dalla Chiesa, se il mio insegnamento non corrisponde più alle verità che la Chiesa trasmette agli uomini, se il mio spirito critico vede solo o principalmente gli aspetti negativi della vita ecclesiale, io mi condanno alla sterilità e a lungo andare giungo alla disaffezione verso la nostra Madre Chiesa e alla perdita della fede in Cristo Messia e Salvatore degli uomini. La storia anche moderna e attuale dimostra questo in modo inequivocabile. Un solo piccolo esempio che riguarda il mio istituto, il Pime. Nel 1960 il superiore generale padre Augusto Lombardi diceva in un’assemblea dell’istituto che dall’anno di fondazione 1850 al 1962 (in 110 anni) i sacerdoti del Pime che erano usciti dal sacerdozio erano tre e si augurava che con i tempi nuovi diminuissero di numero. Moriva quattro anni dopo e non ha fatto tempo a vedere le decine di preti che hanno scelto quella via negli anni e dei tempi seguenti.


In un discorso ai partenti per le missioni, mons. Aristide Pirovano, superiore generale dopo padre Lombardi, parlava della fedeltà alla Chiesa e al Papa e diceva (vedi P. Gheddo, “Il vescovo partigiano”, EMI 2007, pagg.415-417): “Oggi, cari confratelli, quello che vi aspetta non è un’eresia o uno scisma. A mio modo di vedere è qualcosa di ben più grave e più pericoloso… Si dice di non voler negare la fede, ma solo di volerla rendere razionale, più comprensibile, più facile; si dice di non voler negare la morale, ma di voler soltanto renderla più personale, mettendo in maggior evidenza la personalità umana” (22-9-1968). In altre parole, oggi noi preti, che siamo i maestri delle pecorelle di Cristo, siamo tentati di farci ciascuno una propria idea della fede e della morale, della liturgia e del Vangelo e, pur rimanendo nel sacerdozio, di predicare una dottrina diversa da quella insegnata dal Papa e dai vescovi uniti a lui.

Gesù ha pregato per l’unità della sua Chiesa (Giov. 17, 1-26), perché l’unità è segno della presenza di Dio, la divisione è segno della presenza del demonio. Dio unisce, il demonio divide e “ogni regno diviso in se stesso va in rovina” (Luca 11, 17). Noi preti non portiamo avanti un progetto nostro, ma di Cristo e della sua Chiesa. “Chi non è con me è contro di me – dice Gesù (Luca 11, 23) – e chi non raccoglie con me disperde”.

Non c’è vero rinnovamento ecclesiale senza comunione con il Papa”, ha detto Papa Benedetto nella catechesi del 27 gennaio scorso e citava San Francesco d’Assisi, “che ha rinnovato la Chiesa non senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo”.

Per questo il sacerdote ha bisogno di molta umiltà e spirito di fede e di obbedienza. Specialmente nel mondo moderno, con la confusione di voci che lo caratterizza e la molteplicità delle situazioni umane e sociali, l’unità nella Chiesa non è facile e naturale come in passato. Quando ero giovane prete, negli anni cinquanta prima del Concilio, pur non condividendo sempre tutto quel che dicevano o facevano il Papa e i vescovi, o scrivevano nei loro documenti, non ci veniva nemmeno in mente, come dire, di disobbedire, di metterci in posizione critica riguardo alla Chiesa, custode e madre della fede e della vita cristiana. Oggi viviamo un periodo di confusione delle idee, si moltiplicano le ipotesi, le proposte, le interpretazioni della Parola di Dio. Anche noi preti siamo tentati di andare fuori strada, seguendo le nostre idee e non quelle del Vangelo e della Chiesa.

Cari amici di Radio Maria, anche in Italia noi preti soffriamo di questa perdita della bussola di orientamento teologico. E non a causa del Concilio e dei suoi documenti (come alcuni affermano), ma per l’interpretazione errata che non pochi ne hanno dato. Quindi, mentre in passato, fare il prete era abbastanza semplice anche se costoso in termini di rinunzie, sacrifici e mortificazioni, in seguito è diventato più difficile perché la via da percorrere non è più così chiara e sicura.

Gesù ha trasmesso i suoi poteri divini a noi preti e la Chiesa si fida di noi, si fida di me, mi ha consacrato sacerdote e mandato nel mondo affinchè io sia, assieme a tutti i miei confratelli, la continuazione della missione di Cristo, perché dia un’immagine viva e trasparente del Signore Gesù.

Voi capite quanto è grande la dignità e la responsabilità del prete. A volte, noi preti siamo presi da un senso di trepidazione e quasi di sgomento di fronte alle molte mansioni del nostro ministero. Diciamo con Geremia (Ger 1, 6): “Signore, io sono giovane, non so parlare, come potrò predicare la tua Parola ai sapienti, agli scienziati, ai giornalisti?”. Oppure con San Paolo (2 Cor 4,7): “Signore, io sono un fragile vaso di creta, che mi rompo se incontro un ostacolo e cosa ne sarà del tesoro che tu mi hai affidato?”.

Ecco perché, al termine di questa prima parte, io dico a noi tutti: “Pregate per noi preti, aiutateci a rimanere fedeli a Cristo e alla Chiesa con la vostra comprensione, affetto e consiglio, non lasciateci soli”.

Parte seconda – La vocazione sacerdotale è una chiamata di Dio

Il Vangelo ci dice chiaramente come Gesù ha chiamato i suoi Apostoli, li ha educati, rimproverati, formati con il suo esempio e poi consacrati e mandati ad annunziare ai popoli la “Buona Novella” del Messia, l’inviato da Dio che è venuto al mondo per salvare l’uomo e l’intera umanità.

Nel Vangelo di Marco (1, 6-20) si legge: ”Un giorno, mentre Gesù camminava lungo la riva del lago di Galilea, vide due pescatori che gettavano le reti: erano Simone e suo fratello Andrea. Egli disse loro: “Venite con me, vi farò pescatori di uomini”. E quelli, abbandonate le reti, lo seguirono. Poco più avanti Gesù vide i due figli di Zebedeo, Giacomo e suo fratello Giovanni che stavano sulla barca e riparavano le reti. Appena li vide, li chiamò. Essi lasciarono il padre sulla barca con gli aiutanti e seguirono Gesù”.

Ecco la vocazione al sacerdozio. Il Signore chiama e l’uomo lo segue. Non è una scelta personale, un’intuizione razionale, è Dio che chiama e chiama ad ogni età, ma in genere chiama fin da giovani, anche da piccoli il seme della vocazione è già stato seminato. E’ una grazia che dà a chi vuole, per motivi lui solo conosce. A volte mi dico: avrebbe potuto chiamare tanti altri migliori di me, invece ha chiamato me. Perché? Non lo so ma il primo pensiero quando parlo del sacerdozio è di ringraziare Dio per questa chiamata. L’ho dirò meglio più avanti: è bello fare il prete! E spiegherò perché è bello.

Ho detto che questa mia catechesi è esperienziale, cioè racconto anche la mia esperienza di prete e di missionario. Cari amici, mi scuso ma ogni volta che parlo della mia vocazione sacerdotale mi commuovo. I miei parenti mi dicevano che fin da quando avevo 7-8-9 anni a chi mi chiedeva: “Pierino, cosa farai da grande?”, io rispondevo deciso: “Il prete!” e la risposta meravigliava un po’ tutti. Ma sinceramente non ricordo nella mia vita di avere mai avuto altro sogno, altra meta, altro desiderio che di fare il prete. Il motivo l’ho capito quando sono diventato sacerdote ed ho celebrato la prima Messa a Tronzano vercellese, mio paese natale. Mons. Giovanni Ravetti, che era stato parroco per molti anni a Tronzano, mi ha detto: “Piero, oggi il Signore ha esaudito la preghiera che tuo papà e tua mamma hanno fatto quando si sono sposati. Chiedevano a Dio due grazie: di avere molti figli e che almeno uno si facesse prete”.

Questo lo dico, cari amici di Radio Maria, per dire che il Signore chiama chi vuole e quando vuole. Oggi i tempi sono cambiati, le diocesi e le congregazioni hanno abolito, quasi tutte, il seminario minore. Sacerdoti giovani che conosco mi assicurano che fra i bambini e i ragazzini che fanno la Prima Comunione e la Cresima, certamente Dio sparge il seme della vocazione consacrata. Ma purtroppo la famiglia, la scuola e anche la Chiesa trascurano questi adolescenti, non sono più curati come possibili vocazioni sacerdotali. La grandissima maggioranza escono dal cono di luce e di entusiasmo dell’infanzia e della prima adolescenza, e nel mondo moderno, con tutte le distrazioni e tentazioni che i giovani incontrano, non è facile riaccendere quella luce dopo i 18-20 anni!

Personalmente ho avuto un’ottima formazione al sacerdozio, sia in famiglia e nella parrocchia e oratorio del mio paese, sia nel seminario minore di Vercelli a Moncrivello e con i missionari del Pime. E ricordo con riconoscenza i miei formatori. Anche oggi tutti i giovani hanno potenziali immense di bene ma se non ricevono un’adeguata formazione, questa naturale possibilità sfuma, si svilisce. Ringrazio il Signore della formazione ricevuta, aperta al mondo, alla vita moderna, ai mezzi moderni, ma severa sul piano della fede e della passione per Cristo, dello spirito di sacrificio per il prossimo, dell’impegno per il proprio dovere.

Come voi sapete, cari amici di Radio Maria, in Italia e nel mondo mancano i sacerdoti. Io visito le missioni di tutto il mondo e molto spesso sento i vescovi dei paesi non cristiani che chiedono sacerdoti e suore alle Chiese antiche come la nostra italiana, perché, pur avendo un certo numero di sacerdoti e di suore locali, sono largamente insufficienti per le necessità missionarie e pastorali di quei paesi; non solo, ma loro vogliono i missionari per mantenere un legame con Roma e la Tradizione cristiana che è vissuta nelle Chiese più antiche.

Ma senza andare tanto lontano, in Italia all’inizio del 1900 in Italia c’erano 100.000 sacerdoti per 25 milioni di italiani, cioe uno ogni 250 italiani; oggi ci sono circa 50.000 sacerdoti per 60 milioni di italiani: uno ogni 1.250 italiani. E non pochi sono anziani, ammalati, impegnati in vari compiti indispensabili, ma non di assistenza pastorale diretta ai molti che chiedono il prete per vari motivi: Messe e sacramenti, celebrazioni, benedizioni, direzione spirituale, visita agli ammalati, formazione dei giovani e dei fidanzati, assistenza negli oratori, negli ospedali e nelle carceri e via dicendo. In Italia ci sono circa 25.000 parrocchie e come sappiamo in non poche diocesi hanno unito diverse parrocchie con un solo prete e molti si lamentano che non trovano mai preti disponibili.

In Italia ci sono già oggi circa 2.000 sacerdoti stranieri che servono nelle varie diocesi nelle quali sono inseriti come diocesani e ricevono lo stipendio dalla CEI. Sono stato in una diocesi del centro Italia il cui vescovo mi diceva: se non avessi potuto assumere fra i preti studenti a Roma un po’ di sacerdoti stranieri, polacchi, indiani, africani, la mia diocesi dovrebbe dichiarare fallimento.

Il nostro dovere di fronte alla scarsezza di sacerdoti è questo: pregare, favorire le vocazioni, incoraggiarle, sostenerle; parlare dei sacerdozio e proporre ai ragazzi e ai giovani, che ci sembra possano avere la formazione e le qualità necessarie, la possibilità di seguire la chiamata di Dio al sacerdozio.

Cari amici che mi ascoltate, dobbiamo prendere coscienza che questo è un problema non solo dei vescovi ma di noi tutti credenti e seguaci di Cristo. Se manca il prete manca la Chiesa, la fede si indebolisce, vacilla, svanisce. In questo nostro tempo, lo sappiamo tutti, l’Italia è in crisi: politica, economica, sociale, crisi della scuola, delle famiglie e dei giovani. Molti sociologi confermano quella che è l’esperienza di noi anziani: quando eravamo più poveri si viveva meglio. C’erano famiglie più unite, più matrimoni e più figli, più cordialità e più solidarietà fra le gente comune. Non rimpiango affatto i tempi passati, ai quali non solo è impossibile, ma sarebbe anche negativo voler tornare.

Ma la crisi di noi tutti, popolo italiano, non viene dal benessere e dalla ricchezza e nemmeno dal maggior progresso scientifico e tecnologico. Viene dalla crisi di fede in Cristo e nel suo Vangelo, che è l’unico vero rimedio al personale egoismo che ciascuno si porta dentro. Per superare la crisi dobbiamo tornare a Cristo e alla vita cristiana. Ma con un numero di preti del tutti insufficienti alla nostra soietà in rapida evoluzione, per di più anziani e spesso stressati dal troppo lavoro, la rinascita cristiana del nostro popolo è difficile se non impossibile.

Vi faccio una domanda provocatoria. Voi pregate certamente perché il Signore mandi tante e sante vocazioni sacerdotali e religiose alla sua Chiesa. Ma avete mai pregato il Signore affinchè prenda un prete o una suora dalla vostra famiglia?

Troppo facile pregare perché prenda i figli degli altri. Bisogna pregare perché prenda i nostri! Offrite a Dio i vostri figli e nipoti e aiutateli a coltivare il seme di vocazione consacrata a Dio che il Signore Gesù ha seminato nei loro cuori.

Il sacerdozio è una chiamata di Dio. I sacerdoti amici che lavorano fra i ragazzi mi dicono che ancor oggi il Signore fa sentire a molti bambini, adolescenti e ragazzini l’invito a diventare suoi sacerdoti. Il problema è che questa chiamata di Dio è soffocata dalla molte tentazioni e distrazioni che il mondo offre. E a volte, anzi forse spesso, è soffocata dalla famiglia, dai genitori che temono di perdere il figlio, a volte l’unico figlio che hanno.

Voglio dire che la chiamata di Dio ha bisogno di una famiglia che sostenga la formazione cristiana dei figli preghi affinché il Signore si degni di chiamare qualche giovane per il sacerdozio o ragazza per la vita consacrata fra le suore. Ha bisogno di qualche adulto che proponga ai giovani la chiamata di Dio. Gesù ha detto: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Giov 15, 16). Ma anche Dio ha bisogno di qualcuno che dica ai giovani questa proposta del Signore: “Vieni con me, ti farò pescatore di uomini”.

Nella terza parte di questa catechesi vi spiego perché è bello fare il prete e perché il prete non è una perdita per la famiglia che lo dona alla Chiesa, ma un guadagno.

Parte terza – La gioia di essere prete

Trattando della gioia di essere prete, faccio una premessa. Non parlo solo di me stesso, anche se la mia esperienza di questa. Quando nel 2003 ho celebrato il 50° anniversario della mia ordinazione sacerdotale (28 giugno 1953 nel Duomo di Milano), ho fatto parecchie conferenze con il titolo: “E’ bello fare il prete!”

Perché contenti di essere preti? Anzitutto per un motivo di fede. La fede mi dice che il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Dio fra gli uomini, rappresenta Cristo. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola persona. Io sono prete non per mia scelta e decisione, ma perché mi ha chiamato il Signore Gesù, ho risposto alla chiamata che mi veniva da Dio.

Però molti pensano che fare il prete oggi sia difficile. In parte è vero, ma per il motivo opposto a quanto a volte si pensa: che il prete sia inutile, serva a pochi o nessuno. E’ vero il contrario: proprio perché tutti, prima o poi, hanno bisogno di Cristo, diminuendo il numero dei sacerdoti, quelli che rimangono sono presi da molti impegni che richiedono rinunzie, sacrifici. Ma se vivo la mia fede e il Signore mi concede di innamorarmi di Cristo, è proprio questo che mi dà gioia.

Tutti gli uomini hanno bisogno di Cristo”

Ho avuto il grande dono di una famiglia cristiana, povera di soldi ma ricca di fede e di umanità. Quand’ero ancora studente di teologia nel Pime, la mia carissima nonna Anna che mi ha fatto da mamma (mamma Rosetta è morta di parto e di polmonite che avevo cinque anni!), mentre ero in vacanza estiva a Tronzano vercellese mi chiese: “Fra quanti anni diventerai prete?”. Le ho risposto che ci volevano ancora tre anni e lei mi ha detto: “Ci tenevo ad essere presente alla tua prima Messa in paese, ma non ci sarò più. Quel giorno tu sarai più importante di De Gasperi e di Togliatti, perché chiamerai Gesù che verrà sull’altare e nelle tue mani”.

La cara e santa nonna Neta (Anna in piemontese) capiva bene e credeva profondamente in quella verità, a cui noi sacerdoti dobbiamo sempre riferirci in tutte le difficoltà, gli insuccessi e le tristezze della vita, ringraziando ogni giorno il Signore per averci chiamati!

Il secondo motivo per cui il prete è contento è questo. Siamo convinti che tutti gli uomini e le donne hanno bisogno di Cristo. Visitando molti popoli in ogni continente mi sono reso conto di questo: anche quelli che non conoscono Cristo, anche quelli che non ci credono, anche quelli che l’hanno abbandonato, tutti aspirano a una salvezza, liberazione, felicità, che noi sappiamo vengono solo da Dio e dal Figlio suo Gesù Cristo. Ebbene, noi preti portiamo agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, Gesù, e questa ricchezza è tale che può rendere felici e liberi tutti gli uomini. E’ vero che molti non la accolgono, ma succede che noi preti siamo gli unici lavoratori a non andare mai in pensione, siamo sempre richiesti della nostra opera anche in tarda età: questo ci allunga la vita e ci rende felici, sereni.

Proprio a partire da questa convinzione, che tutti gli uomini hanno bisogno di Cristo e che lo Spirito Santo si serve di me prete per comunicare Gesù, io prete sono un uomo ottimista, pieno di fiducia e di speranza in quello che faccio, anche se non vedo subito i risultati del mio lavoro. Che bello, cari amici, lavorare tutta la vita con questa assoluta certezza che tutto quel che faccio porta i suoi risultati, non per la mia intelligenza o capacità, ma per l’opera dello Spirito Santo. Il prete che cerca di vivere solamente per il Signore Gesù, può attraversare momenti di difficoltà, di stanchezza, può avere tentazioni e incontrare ostacoli, ma non può non ringraziare ogni giorno il Padre che sta nei Cieli per la gioia che gli dà in tutta la sua vita, da giovane e da anziano.

Con i miei coscritti del 1929, ogni dieci anni ci troviamo a Tronzano vercellese per una celebrazione eucaristica e un pranzo solenne. Quando abbiamo compiuto i 70 anni, mi sono accorto che i miei coetanei erano tutti in pensione e l’anno scorso a 80 anni più ancora. L’unico ancora al lavoro, non per merito mio ma perché la mia vocazione è questa, ero e sono io. Tutti si impegnano in faccende familiari, in parrocchia, nel volontariato, fanno i nonni o i bisnonni, ma insomma, sono in pensione. Il prete, se sta bene e mantiene l’entusiasmo degli inizi, in pensione non ci va mai. Trova sempre da occuparsi ed essere utile con un impegno, diciamo istituzionale, che lo mantiene giovane, giovanile, animato, con molti interessi e impegni.

Perchè “la gioia di essere prete”? Perché quando uno (o una perché parlo anche di suore) ha speso la vita per fare del bene agli altri, il Signore lo ricompensa con tanta gioia ed entusiasmo anche nella vecchiaia. Gesù ha detto: “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà” (Luc 18, 29-30).

Il prete contento in pensione non ci va mai”

La vita del prete non è tutta rose e fiori, incontra anche molte sofferenze, incomprensioni, rifiuti, fallimenti, persecuzioni. Come capita a tutti gli uomini, qualsiasi professione esercitino. Ma noi sappiamo che al termine della nostra Via Crucis terrena, e anche prima durante questa vita, il Signore Gesù ci colma di gioia.

A san Francesco Saverio, prima di partire per le Indie, il Signore aveva rivelato quante croci e quante sofferenze lo aspettavano in missione; il santo, invece di tornare indietro, andò in missione con umiltà e buona volontà; in seguito, diceva a Gesù che lo colmava di tante gioie: “Basta, Signore, che di più non posso portarne!”.

Per noi preti e missionari, se la fede ci sostiene, si verifica quanto già dicevano gli “Atti degli Apostoli (5, 41): “Gli Apostoli se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù”. Altro che “oltraggiati”! Avevano ricevuto un buon numero di frustate e per gli ebrei essere frustrati, oltre che uno strazio, era un disonore, “perdevano la faccia”. D’altra parte, quando il nostro Dio e Signore preannunziava ai suoi Apostoli che sarebbero stati perseguitati, aggiungeva: “Beati voi… Gioite ed esultate perchè, ecco, la vostra ricompensa sarà grande nei cieli” (Luca 6, 22).

Racconto due fatti, più comprensibili di un lungo discorso. Molti anni fa, nel 1976, visitando il Ciad sono passato da un distretto missionario dove c’era padre Jean (Giovanni), Cappuccino canadese della diocesi di Moundou, che mi ha portato in giro per alcuni villaggi dei suoi cristiani. Gente poverissima, sporca, analfabeta, senza nessun segno di modernità, in capanne di fango e paglia che peggio non si potrebbe immaginare. A sera chiacchieravo con lui e gli dicevo: “Certo che sei capitato in una situazione umana veramente misera, questi poveri vivono quasi a livello dei loro animali!”. Lui mi guarda e sbotta: “Ma cosa dici? Non guardare all’aspetto esterno delle persone. Il mio popolo, sebbene ancora ai primi passi dello sviluppo moderno, ha dei sentimenti profondi: sapessi quanto mi vogliono bene e quanto rispondono alla grazia di Dio! Ringrazio sempre il Signore che mi ha mandato qui fra loro, sono veramente contento e realizzato e sono anche convinto che con la fede e la vita cristiana a poco a poco migliorerà anche la loro condizione umana”.

Ecco, quella volta ho capito cos’è l’entusiasmo e la gioia di essere prete e missionario, pur in una situazione che io giudicavo miserabile e degna di compassione. Ed era veramente tale, se vista con occhi umani. Ma noi preti dobbiamo leggere a vita con gli occhi della fede, il che non è illusione, ma realismo: solo Dio vede in profondità il cuore dell’uomo e solo la fede mi aiuta ad essere ottimisti anche in certe situazioni di vita.

Malgrado tutte le sofferenze, Dio mi riempie di gioia”

Nel 1986 in Birmania ho conosciuto padre Clemente Vismara, mio confratello del Pime, che, se Dio vuole, sta diventando beato. Aveva 86 anni ed era ancora parroco a Mongping, sui monti della Birmania orientale, nel “Triangolo dell’oppio” ai confini con Cina, Thailandia e Laos, fra guerriglieri e briganti, lebbrosi e affamati, profughi e villaggi bruciati dalla furia delle lotte intertribali, sotto una feroce dittatura militar-socialista che ancora opprime Myanmar (dal 1989 la Birmania si chiama così). Il medico e l’ospedale più vicini erano a Kengtung, a 110 chilometri con quelle strade, col rischio di essere fermati e derubati di tutto! Il venerabile Clemente era contento, non si lamentava di nulla, si rammaricava solo del fatto che da pochi anni non poteva più andare a cavallo per visitare i suoi cristiani: lo portavano su una lettiga dove avevano fissato una sedia, su per i sentieri di montagna tra foreste vergini e torrentacci da passare a guado. Mi diceva: “Pensa, Piero, vengono a prendermi e mi portano a turno quattro uomini e poi quattro donne. Pazienza gli uomini, ma che vergogna essere portato dalle donne!”. Nella preghiera per la sua beatificazione si recita: “Concedi anche a noi, o Signore, quella fede semplice ed entusiasta che è stata l’anima dei 91 anni di padre Clemente e dei suoi 65 anni di missione”. I suoi confratelli dicevano: “E’ morto senza essere invecchiato”.

Pensate che fortuna, morire a 91 anni senza diventare vecchi! A volte racconto questo fatto e dico ai presenti: “Vedete, cari amici, oggi tutti sono preoccupati di invecchiare bene, il più tardi possibile, conservando buona salute fisica e un aspetto giovanile. Va tutto bene, ma dobbiamo dire loro che per rimanere giovani la soluzione giusta è amare Gesù Cristo e il prossimo”. In una lettera del servo di Dio Clemente Vismara ad un amico italiano si legge (“Positio per la sua causa di beatificazione”, pag. 444): “La vita è bella solo se la si dona, se la si logora nel fare del bene. Non è che tutto il resto sia insignificante, ma insomma, non è il centro del nostro vivere, non appaga. Fare la volontà di Dio è cooperare al nostro bene, quaggiù e lassù”.

Da più di mezzo secolo visito diocesi e parrocchie italiane parlando di temi missionari. Conosco tanti preti e ne ho incontrati molti contenti del loro sacerdozio, ma anche altri che, certamente per gravi sofferenze fisiche o psicologiche, sono scoraggiati, pessimisti: non esprimono più la gioia di essere sacerdoti. Sono convinto che una delle più belle e significative testimonianze della verità di Cristo è quella che dà il prete pieno di gioia e di entusiasmo per la sua missione: non per un atteggiamento forzato, esibizionistico, ma perché l’amore autentico a Dio e al prossimo dà ottimismo, viene dal profondo e si riflette in ogni atteggiamento dell’esistenza.

Il mondo in cui viviamo, la nostra cara e bella e fortunata Italia, è un paese dove tutti vorrebbero vivere (siamo invasi da profughi d’ogni parte del mondo!), il nostro popolo italiano, dicono tutte le analisi e statistiche (per quel che valgono), nell’Europa comunitaria dei 27 paesi è uno dove i battezzati sono fra i più “praticanti” (con Polonia, Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Lituania….). San Paolo scriveva (II Cor. 7, 4): “Malgrado tutte le sofferenze, Dio mi riempie di gioia e di consolazione”. Padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva: “Il missionario è per eccellenza l’uomo della fede: nasce dalla fede, vive della fede, per questa lavora volentieri, patisce e muore. Il missionario che non è questo, è tutt’al più un dilettante dell’apostolato, sarà presto un ingombro per la missione, un fallimento per se stesso” (Paolo Manna, “Virtù apostoliche – Lettere ai missionari”, EMI, 1995, pagg. 89).

L’impegno di noi preti per nuove vocazioni al sacerdozio

La vita di fede è un mistero in tutti i sensi: secondo la logica umana non si capisce nulla, anche se le verità di fede non contraddicono la logica. Invece, vivendo la fede, si capisce tutto.

A volte mi chiedo: da dove viene la vocazione sacerdotale? Certo è una chiamata di Dio e Dio chiama chi vuole. Ma contano anche i fattori umani, come una famiglia religiosa, una buona formazione cristiana e anche la testimonianza di noi preti

Un prete contento dà una grande e bella testimonianza della sua fede e della vita sacerdotale. Un buon prete suscita nei giovani che lo conoscono il desiderio di essere anche loro come lui. Cinquant’anni fa la figura del prete era un punto di riferimento per tanti giovani e famiglie. Si passava facilmente dall’ammirazione all’imitazione, almeno come desiderio. Fra i molti uomini che ho conosciuto e frequentato per lungo tempo, diversi mi dicevano: “Anch’io quand’ero ragazzo, avrei voluto diventare sacerdote”. Oggi lo status sociale del prete è molto diminuito e in alcune parti d’Italia, le più scristianizzate, anche crollato. Questa è anche una delle cause per la diminuzione delle vocazioni al sacerdozio.

Io credo che noi sacerdoti, oltre a vivere con autenticità ed essere contenti della nostra vocazione, dobbiamo impegnarci almeno in due modi per suscitare nuovi preti. Ecco in sintesi:

  1. Pregare per le vocazioni, celebrare delle SS. Messe, recitare un Rosario, fare un’ora di adorazione proprio per questo scopo. L’ha detto Gesù: “La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe perché mandi operaii nella sua messe” (Matteo, 9, 37). Non solo preghiera personale, ma organizzare preghiere pubbliche a questo scopo. L’ho visto nel mio Pime: quando i superiori hanno organizzato preghiere comunitarie per questo scopo, le vocazioni sono venute.
  1. Parlare spesso della chiamata di Dio al sacerdozio e soprattutto proporre ai giovani che ci sembrano adatti di consacrare a Dio la loro vita come preti. Temo che oggi si parli troppo poco di questo. Al massimo ci lamentiamo che ci sono pochi preti, ma forse siamo anche noi travolti dalla secolarizzazione (o secolarismo radicale) e non parliamo più di queste cose.

Mi scuso di citare una mia recente esperienza. Il 25 febbraio scorso, ho parlato per due ore a circa 300-350 alunni dell’Itis, l’Istituto tecnico industriale statale di Desio (Milano), sul tema “Perché l’Africa si è sviluppata poco”. Ho citato anche i missionari e i volontari laici che vanno con loro. Alla fine, fra le molte domande, un giovanotto mi ha chiesto: “Ci dica perchè lei ha voluto fare il prete e il missionario”. Per me era un invito a nozze, come si dice. Ho parlato con commozione ed entusiasmo, mi hanno anche applaudito.

Ma poi pensavo: guarda un po’, se quel ragazzo non mi faceva questa domanda, forse non avrei parlato della vocazione sacerdotale e missionaria. Non volevo essere importuno e anch’io avrei ceduto all’atmosfera secolarizzante che c’è in Italia, per cui le cose religiose e personali non si mettono in pubblico. Invece ho ringraziato il Signore che mi ha offerto questa occasione. Un’altra volta, mi son detto, me la prenderò o la creerò io stesso.

Termino con un invito agli amici di Radio Maria. L’anno sacerdotale provoca voi tutti che mi ascoltate. Senza preti, e senza altri uomini e donne consacrati a vita al Signore Gesù e alla Chiesa, e penso soprattutto alle suore e ad ogni forma di vita consacrata, la fede si indebolisce nel popolo cristiano, si affievolisce, si esaurisce, scompare.

In un articolo-inchiesta su un giornale francese qualche mese fa ho letto (e parlava della Francia): “Ormai sono molte le parrocchie dove manca il prete da 10-20 e più anni. Si celebra una Messa ogni settimana…. La fede svanisce, diventa superstizione, nascono antichi e nuovi culti pagani”. La fede passa per i vescovi e i preti. “La fede viene dalla predicazione” scrive San Paolo (Rom. 10, 7). Ma noi cristiani parliamo qualche volta ai giovani della vita consacrata e del prete? La nostra vita e la nostra parola trasmette a qualche giovane la proposta di diventare prete?

Padre Gheddo su Radio Maria (2010)

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