In africa un paese sta morendo: lo Zimbabwe – Padre Gheddo a Radio Maria

Un paese sta morendo in Africa: lo Zimbabwe. In Italia se ne parla poco, ma è una delle tragedie africane che oggi più preoccupa l’Onu e gli stessi paesi africani. Parlo dello Zimbabwe poiché c’è un popolo oppresso e affamato che chiede aiuto e perché lo Zimbabwe è un paese esemplare per capire come e perché l’Africa è decaduta, dopo l’indipendenza dal colonialismo e non riesce a bastare a se stessa. Tre punti:

Primo – Come e perché lo Zimbabwe è precipitato così in basso.

La Rhodesia è estesa una volta e mezzo l’Italia con 13 milioni di abitanti, oggi meno di 11 con 2-3 milioni di profughi all’estero. Era colonia inglese, indipendente dal 1965 con un atto unilaterale di Jan Smith non riconosciuto da Londra, che nel 1969 istituì un sistema sociale simile all’apartheid (separazione delle razze) del vicino Sud Africa. Dal 1975 al 1980 si combatte in Rhodesia una guerriglia sanguinosissima: i guerriglieri partivano dalle loro basi in Mozambico, indipendente da quell’anno, ed entravano nascondendosi fra la gente e con attentati ovunque creavano terrore nei bianchi e reazioni nel governo e nelle forze armate.

Ho visitato la Rhodesia nel 1979, un anno prima dell’indipendenza. C’era un sistema di apartheid che ripugnava ad uno spirito cristiano, ma lo stato funzionava, scuola, sanità, strade, mercati. La gente viveva in modo precario per la repressione delle forze militari e gli attentati terroristici della guerriglia di liberazione sostenuta dai paesi comunisti, che aveva suscitato tante speranze. Ma il livello di vita era molto più alto di quello in altri paesi africani che avevato visitato.

Nel 1980 l’indipendenza dal colonialismo e dai bianchi. Dopo quell’anno, la decadenza della vita pubblica, della democrazia e dell’economia è stata continua. All’inizio Robert Mugabe ha varato dei programmi ambiziosi di istruzione e sanità pubblica e ha subito vinto in modo chiaro le prime elezioni del 4 marzo 1980: il suo partito, lo ZANU, espressione dell’etnia maggioritaria, gli “shona”, ottenne 57 dei 100 seggi parlamentari.

Il governo di coalizione costituito da Mugabe con Nkomo dura solo due anni ed è sciolto nel 1982con il pretesto di un presunto tentativo di un colpo di stato da parte del partito di Nkomo lo ZAPU; inoltre Nkomo dovette abbandonare il governo.

Seguì una persecuzione ai danni di tutti i membri dello ZAPU. La famigerata quinta brigata di Mugabe uccise diversi appartenenti dell’etnia Ndebele, che appoggiavano Nkomo. Mugabe rafforzò il suo potere. Dopo la sua rielezione del 1985 concluse un accordo con Nkomo che pose termine alla rivalità ZANU-ZAPU e riportò Nkomo al governo come vicepresidente. Nel 1987 fu abolito il ruolo del primo ministro e Mugabe divenne il presidente del paese. La carica gli venne riconfermata nelle elezioni del 1990 e in tutte le altre fino ad oggi.

La dittatura si manifesta prima del 1990 con varie leggi discriminatorie contro la libertà di stampa e di associazione, instaurando un sistema “socialista” che però ammette l’economia di mercato, ma esercita un forte controllo sul popolo togliendo a poco a poco le libertà di stampa e di associazione di cui godeva.

Nel 1991, eliminate le forze d’opposizione, Mugabe inizia alcune riforme economiche fra le quali la “riforma agraria” e una campagna contro l’omosessualità punita con pene detentive fino ai 10 anni. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni i reati di cui si sarebbe macchiato Mugabe: la persecuzione e la tortura degli avversari politici, le violenze sistematiche, l’appropriazione degli aiuti internazionali per favorire gli amici del presidente.

La riforma agraria è l’errore fondamentale commesso da Mugabe: ha tolto i latifondi agli agricoltori bianchi, per dare le terre agli amici del presidente e agli ex-combattenti (partigiani) della guerra di liberazione, generalmente inesperti di agricoltura. Le grandi fattorie con estese proprietà coltivate industrialmente sono state consegnate ai guerriglieri della libertà che spesso le hanno in parte lasciate incolte, per incapacità manageriale e tecnica; oppure suddivise in piccoli appezzamenti familiari che producono quel che le famiglie consumano.

Le terre messe a coltivazione in Zimbabwe sono ancor oggi meno dell’8% del totale. Non si sono messe a coltivazione altre terre, ma usate quelle già coltivate, perchè per disboscare grandi estensioni di territorio, creare i canali d’irrigazione, concimare e preparare la terra alla semente e alla produzione, ci volevano i tecnici, i trattori e altri macchine rimaste sul posto, ma che pochi sapevano usare.

La “riforma agraria” realizzata da Mugabe era radicalmente sbagliata perchè ha ripetuto l’errore di non pochi altri rivoluzionari dei paesi poveri in Africa, ad esempio Nyerere nella vicina Tanzania: sequestrare le terre ai fattori bianchi per distribuirle ai neri, ma senza preoccuparsi di educare i nuovi coltivatori senza esperienza se non quella dell’agricoltura di sussistenza, cioè un‘agricoltura limitata ai bisogni della famiglia e al mercato locale di villaggio. Le esportazioni di prodotti agricoli, che erano la ricchezza dello Zimbabwe e ne finanziavano lo stato, sono finite.

I bianchi sono in gran parte fuggiti: nel 1980 circa 300.000, oggi circa 30.000 e con essi è scomparsa l’élite che faceva funzionare le strutture pubbliche, trasporti, banche, scuole, mercati e soprattutto agricoltura. Come risultato, la produzione agricola nel 2003 è crollata a circa un terzo di quella del 1999 quando c’era la guerra! Lo stesso si è verificato in Tanzania, in Congo e in altri paesi africani. Il dramma della fame in Africa si può sintetizzare in questa frase: molti paesi non producono abbastanza cibo per i loro abitanti. La FAO dice che oggi l’Africa nera a sud del Sahara produce circa il 30% di cibo in meno di quello che sarebbe necessario per mantenere la popolazione in crescita.

Oggi, dopo quasi trent’anni di dittatura, lo Zimbabwe è al collasso. Su 13 milioni di abitanti, circa 4 milioni rischiano la morte per fame. I disoccupati sono il 70%. L’aspettativa di vita è una delle più basse al mondo: non supera i 37 anni.

Trent’anni fa la Rhodesia era chiamata “il granaio dell’Africa”, esportava granoturco, grano, riso e sorgo in tutta l’Africa; inoltre tabacco, caffè, arachidi, cotone e tè. Il sottosuolo è ricco di oro, nichel, amianto e cromo. Esiste una certa attività turistica che si concentra sulle rovine di Zimbabwe e sulla diga di Kariba costruita dalla ditta italiana Lodigiani-Impregilo e le cascate Vittoria.

Negli ultimi anni le proteste popolari sono cresciute di numero e di peso, nonostante le feroci repressioni. La responsabile di Amnesty International per l’Africa meridionale, Clara Spagnoletta, ha dichiarato:

“Lo Zimbabwe sta attraversando una profonda crisi economica, dovuta principalmente alla riforma agraria del 2000, che ha portato ad una negazione del diritto al cibo ai sostenitori del partito di opposizione a Mugabe e alla protesta delle donne che non sanno come sfamare i loro figli! Negli ultimi tempi è aumentata la violazione dei diritti umani nei confronti delle donne, che si sono schierate in maniera attiva contro questa situazione, e dei sindacati. Molte donne arrestate sono portate in carcere o nei posti di polizia e subiscono violenze sessuali”.

Quindi c’è la fame, l’emergenza della mancanza di cibo e del rispetto dei diritti umani. Ne parliamo nella seconda parte del nostro intervento.

Seconda parte. La crisi democratica e umanitaria dello Zimbabwe. La situazione attuale è considerata catastrofica. Il segno più grave è quello dato dal governo inglese che sta preparando un’operazione di rimpatrio dei circa 20-22.000 inglesi ancora residenti in Zimbabwe, temendo una situazione insurrezionale che precipiti il paese nel caos.

Nel prossimo anno 2008 ci saranno in Zimbabwe le elezioni per il presidente della Repubblica, che è anche primo ministro. Per la sesta volta di seguito il partito al potere, ZANU, presenta Robert Mugabe che sarà eletto a pieni voti, come tutte le altre volte. Il partito di governo ha anticipato di due anni le elezioni per il rinnovo del parlamento e dei governi locali previste per il 2010, cambiando addirittura alcuni articoli della Costituzione. Mugabe è praticamente presidente a vita, avendo già 83 anni essendo nato nel 1925!

L’opposizione ha ribadito la volontà di astenersi da qualsiasi processo elettorale se prima non saranno state fissate nuove regole elettorali.

Nel 2002 lo Zimbabwe torna alle urne per scegliersi un presidente. Ma Mugabe è pronto a tutto, pur di essere rieletto: bande di giovani sostenitori dello Zanu Pf seminano il terrore tra gli abitanti della capitale Harare e delle province di tutto il Paese. I sostenitori del giovane partito Mdc, nato tre anni prima, subiscono una lunga serie di soprusi, denunciati a più riprese dalle organizzazioni internazionali. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni i reati di cui è responsabile Mugabe: la persecuzione e la tortura degli avversari politici, le violenze sistematiche, l’appropriazione degli aiuti internazionali per il partito e i suoi sostenitori.

Lo Zimbabwe viene allontanato dal Commonwealth e fioccano le sanzioni economiche dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Ma Mugabe resta dov’è, padre-padrone di un paese sempre più isolato e povero. Nel gennaio del 2007 gli Stati Uniti l’hanno incluso nella lista nera degli “avamposti della tirannia”. Ora, con la possibilità di cambiare la costituzione, Mugabe potrebbe diventare ancora più forte di prima. All’opposizione, fiaccata e indebolita dalla politica aggressiva del presidente, non resta che rassegnarsi. Forse, data l’età (ha 83 anni), l’unico a poter fermare Mugabe è il tempo.

Il principale partito d’opposizione è il MDC “Movimento per il cambiamento democratico”, il cui capo è Norman Tsvangirai, ex-sindacalista che l’ha fondato nel 1999 e attualmente è in ospedale per la frattura del cranio causata dalle bastonate della polizia mentre domenica 12 agosto facevano una manifestazione contro il governo al potere.

Tsivangirai ha scelto l’opposizione pacifica e democratica dichiarando che ha visto come l’opposizione violenta ai bianchi ha portato il paese. E’ stato arrestato con 49 manifestanti e portato in carcere dove sono stati battuti fino a perdere conoscenza. Ricoverati in ospedale, Tsvangirai aveva il cranio rotto e denunzia che “in tutto il paese molte altre persone sono arrestate perché si oppongono al regime, torturate picchiate in modo sempre più brutale”.

Nel maggio 2007 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione congiunta fra i gruppi politici che condanna l’intenzione del Presidente Mugabe di ricandidarsi per le elezioni del 2008, ravvisando i primi segnali della campagne di intimidazione contro l’opposizione. “Qualcosa di positivo è successo, ha affermato il deputato olandese Geoffrey Van Orden (del partito popolare europeo), le ultime violenze del regime di Mugabe hanno risvegliato i paesi vicini, che lo vedono ora come un dittatore”, mentre un deputato socialista ha chiesto che l’Unione Europea raforzi ed estenda il boicottaggio economico anche ad altri settori oltre a quelli già contemplati.

La stampa internazionale ha condannato duramente il regime di Mugabe, con l’eccezione dei giornali italiani che non non ne parlano quasi mai. Forse perchè Mugabe è stato esaltato vent’anni fa dalla stampa di sinistra come il liberatore del popolo dello Zimbabwe!

Lo Zimbabwe sta attraversando la peggiore crisi umanitaria dai tempi della sua indipendenza, avvenuta nel 1965. Un paese, che ancora vent’anni fa era un modello di dinamismo economico per l’intera Africa, è oggi afflitto da una decadenza tale da innescare il degrado dei più elementari servizi sociali. Il tassi di abbandono scolastico si sono impennati e superano il 50%, il Governo non finanzia più le vaccinazioni, la malnutrizione cronica riguarda un bambino ogni quattro, la malaria è ormai fuori controllo. Il governo realizza nelle città la drastica eliminazione delle baraccopoli, per mandare la gente in campagna a coltivare la terra: circa 700.000 baraccati sono dispersi nel paese, assistiti in qualche modo dalla solidarietà tribale, dalle Chiese cristiane e dalle associazioni di volontariato.

A pagare il prezzo più alto sono le fasce sociali maggiormente vulnerabili, primi fra tutti i bambini delle famiglie più povere e soprattutto i tantissimi – un quinto della popolazione infantile nazionale – resi orfani di uno o entrambi i genitori dall’AIDS.

L’Unicef ha lanciato l’allarme: nello Zimbabwe (il 60% della popolazione è composta da bambini e ragazzi), è indispensabile un’azione immediata per impedire che il futuro di una intera generazione venga irrimediabilmente pregiudicato.

La crisi odierna negli ultimi anni ha assunto a più riprese i contorni inquietanti della carestia. Lo Zimbabwe è stretto dalla morsa della più grave crisi di produzione agricola della sua storia e le autorità non sono in grado di reagire nel modo efficace. 

Buona parte della popolazione è alla fame. Spesso la gente povera mangia radici, erbe bollite e qualsiasi altra cosa che possa essere digerita! L’agricoltura è disastrata, le interruzioni di elettricità costanti, la distribuzione di acqua potabile non più garantita e quella di carburante completamente assente. Frequenti gli scioperi degli insegnanti e dei medici, mentre la produzione di grano risulta essere tre volte inferiore a quella necessaria. Alimenti come la carne e il latte sono ormai introvabili se non al mercato nero, sempre più protagonista dell’economia nazionale. Il paese continua a soffrire per la mancanza di acqua e cibo, l’aspettativa di vita non supera i 37 anni per gli uomini e i 35 per le donne, mentre malattie come l’HIV-AIDS hanno già colpito oltre il 20% della popolazione maschile adulta.

A detta dei residenti, la situazione peggiora di giorno in giorno e l’unica possibilità di sopravvivenza per molti cittadini dell’ex Rhodesia meridionale è quella di espatriare in Sudafrica o in Zambia o in Mozambico, in cerca di un pur basso ma stabile stipendio. La crisi si è acutizzata nei primi mesi del 2007, la maggioranza della popolazione non può più disporre dei beni di consumo primario: sono entrati in crisi anche gli apparati pubblici, da sempre più vicini al presidente Mugabe: la polizia, l’esercito e i funzionari pubblici in generale.
Già tre milioni di zimbabueani – circa un quarto della popolazione del paese – sono fuggiti e vivono in campi profughi in Sudafrica e altri paesi vicini. Nella stess Africa si guarda con preoccupazione l’evolversi della situazione in vista di problemi migratori alla frontiera: se lo Zimbabwe precipita nel caos, ne verrebbero coinvolti anche molti altri paesi.


L’economia è caratterizzata da un’inflazione che sta arrivando, si prevede entro dicembre, allo storico record del 5.000 %, che rende quasi inutile la moneta nazionale: lo stato continua a stampare carta moneta, ma vale sempre meno.

Un impiegato statale guadagna in media quattro milioni di dollari dello Zimbabwe, poco più di 24 dollari Usa al mese. L’aumento dei salari statali effettuato da Harare per adeguare gli stipendi pubblici al costo della vita reale (oggi pare a circa 24 dollari al mese!), è stato in breve vanificato dall’inflazione sempre in aumento, ed un eventuale ed ulteriore incremento degli stipendi sarebbe possibile soltanto mediante la stampa di altra moneta che amplificherebbe ancor più l’inflazione.

Le suore italiane di Maria Bambina che lavorano in Zimbabwe dicono che al mattino vanno a fare la spesa al mercato con una carriola piena di pacchi di biglietti di banca statali inflazionati. E’ un fatto che avevo già visto in Congo, dove i missionari mi avevano dato biglietti di banca di un milione l’uno! Valevano meno di un dollaro!

È da circa due anni che Harare soffre periodicamente di carenza idrica, a causa di una gestione inefficiente e di infrastrutture fatiscenti. Il sistema di distribuzione dell’acqua nella capitale, costruito molto prima della liberazione nel 1980, ha ricevuto una scarsa manutenzione. Alcune tubature principali, ad esempio, che hanno una durata tra i 15 e i 20 anni, non sono mai più state sostituite dopo la loro installazione.

Nella stessa capitale Harare non c’è più l’acqua potabile distribuita a tutti, ma solo ad alcuni privilegiati. Ogni famiglia deve arrangiarsi a cercare e portare a casa l’acqua che serve giorno per giorno. I bambini sono impegnati in questo difficile compito: i pozzi delle istituzioni cattoliche, conventi, scuole e altro, che sono mantenuti funzionanti, sono frequentati da molte famiglie

Anche il sistema delle fogne cittadine ha avuto la stessa sorte della fornitura d’acqua. Spesso non fnzionano e ciascuna famiglia deve industriarsi dove seppellire i propri rifiuti, scavando buche o buttandoli in fiumi e ruscelli.


Nell’ultima parte parlo di cosa fanno le Chiese cristiane, unico ente non sottomesso al governo, dato che lo Zimbabwe è un paese a maggioranza cristiano!

Terzo – Lo Zimbabwe è un paese a maggioranza cristiana

I cristiani sono circa il 41-42% dei 13 milioni di zimbabweani, dei quali il 9% cattolici, ma la cifra è inferiore al vero: una recente valutazione calcola cattolici fra il 15 e il 20%. I cristiani rappresentano la classe dirigente del paese, grazie alle scuole missionarie. Dobbiamo interrogarci perché in molti paesi africani i dittatori sono cattolici o protestanti!

Come in molti altri paesi africani, la Chiesa nello Zimbabwe è l’unico ente diffuso in tutto il paese e con molti mezzi e strutture caritative ed educative, che rimane a fianco del popolo in caso di situazioni come questa dello Zimbabwe. In Africa, in caso di guerre, dittature, carestie, persecuzioni, molti organismi di aiuto dell’Occidente si ritirano per non mettere i periolo di vita i loro membri.

Le Chiese sono uno dei pochi enti che aiutano tutti i sofferenti e i poveri e alzano la voce contro le violazioni dei diritti umani. Per questo spesso danno fastidio, specie nei paesi non democratici dove non c’è libertà di stampa e di opposizione.

La Chiesa è stata all’opposizione dell’apartheid bianco. L’arcivescovo della capitale Salisbury, mons. Lamont, subì processi e carcere sotto il governo di Jan Smith e fu espulso dal paese.

Da quando è venuta la dittatura di Mugabe e del suo partito, la Chiesa è all’opposizione e negli ultimi mesi lo scontro si è fatto molto più duro.

La lettera collettiva pubblicata il 1° aprile 2007 dagli otto vescovi, mandata alla stampa, affissa alla porta delle chiese e distribuita fra i fedeli di parrocchie e diocesi.

I vescovi hanno parole durissime contro il governo, dichiarandolo responsabile dell’impoverimento e dell’oppressione di cui soffre il popolo e invitano il governo a convertirsi, a cambiare strada. Il titolo stesso è quasi una dichiarazioe di guerra: “Dio ascolta il grido degli oppressi”. I vescovi esprimono il loro sdegno e la loro condanna di come è governata la nazione. “Mentre una piccola élite privilegiata si arricchisce smisuratamente, la maggioranza della popolazione vive nella miseria. La salute pubblica è praticamente allo sfascio e nelleducazione le tasse troppo elevate come la mancanza di risorse e di personale hanno provocato una stagnazione in numerosi settori”.

Il quadro del paese dipinto dalla lettera è quanto mai chiaro e realistico. Si legge fra l’altro: “Mentre le sofferenze della popolazione diventano ogni giorno più evidenti, causando boicottaggi, scioperi, manifestazioni, rivolte, lo Stato risponde con una repressione sempre più dura, che si traduce in arresti, detenzioni, torture, interdizioni e torture… L’oppressione del popolo è un peccato che non può essere tollerato, anche perché troppe persone in Zimbabwe sono piene di rabbia e questa rabbia sta esplodendo un aperta rivolta”.

Nel marzo 2007 una manifestazione popolare pacifica nella capitale Harare è stata dispersa dalla polizia con una durezza ingiustificata e disumana, fino a spaccare il cranio del capo del partito d’opposizione, l’ex sindacalista Tsvangirai e rompere le ossa di parecchi altri con bastonature prolungate e accanite.

I vesovi continuano: “Al fine di evitare ulteriori spargimenti di sangue e impedire una sommossa popolare, la nazione ha bisogno di una nuova Costituzione, che porti ad una leadershoip democratica, scelta in libere eezioni”.

Papa Benedetto XVI, nel suo messaggio urbi et orbi di Pasqua ha ricordato “le molte sofferenze africane”, citando in paricolare lo Zimbabwe, scosso da “una grave crisi, di fronte alla quale i vescovi del paese hanno indicato che la preghiera e la preoccupazione condivisa per il bene comune rappresentano l’unica via di superamento”.

Mugabe ha reagito subito e all’inizio di maggio il quotidiano “The Herald” ha pubblicato una lunga risposta ai vescovi, in cui si legge fra l’altro: “Se fossi andato in chiesa e il prete avesse letto questa sedicente lettera pastorale, mi sarei alzato e avrei detto che è assurda…. Se i vescovi si immischiano nella politica, finiremo per guardarli non più come guide spirituali, ma come se avessimo a che fare con una entità politica e questo è un cammino piuttosto pericoloso, che essi stessi hanno scelto”.

E ha insistito nel dire che la lettera “è un’assurdità politica, che non fa alcun riferimento alle vereragioni che provocano l’attuale situazione del paese”; che, secondo Mugabe, dipendono da un complotto internazionale ordito in particolare dal primo ministro inglese Tony Blair che vorrebbe ad ogni costo cacciarlo dal potere.

Mugabe si dice però disponibile a dialogare con i vescovi, con l’eccezione di mons. Pius Ncube, arcivescovo di Bulawayo, il principale suo oppositore fra i vescovi, che in diverse lettere pastorali ha condannato duramente il governo e in una recente intervista al quotidiano inglese “Daily Telegraph” ha dichiarato che Mugabe “è un prepotente e un assassino, è pazzo di potere e vuole conservarlo ad ogni costo, anche se questo significa distruggere lo Zimbabwe. La Chiesa, dice Ncube, ha il ruolo profetico di dire la verità quando nessun altro la dice”; e ha deplorato i paesi vicini allo Zimbabwe che non fanno nulla o non fanno abbastanza per contribuire a sbloccare la grave situazione in cui si trova lo Zimbabwe.

Anzi nel vertice fra le delegazioni dei 14 paesi sudafricani riuniti in un loro organismo regionale, tenutosi a Lusaka, capitale dello Zambia il 14 e 15 agosto scorso, l’entrata in scena di Mugabe è stata accolta – scrive l’agenzia Misna – con un lungo e fragoroso applauso, a differenza della più composta accoglienza riservata agli altri capi di stato”. Il motivo è facile da capire: i paesi africani sono in genere governati da dittature, che certamente non fanno il bene del popolo: i loro capi capiscono che condannando Mugabe finiscono per condannare anche le loro azioni di governo.

Dopo la lettera dei vescovi cattolici si è riunita la “Conferenza dei pastori dello Zimbabwe”, il cui presidente ha espresso ai vescovi cattolici tutto l’appoggio dei fedeli delle varie Chiese protestanti ed evangeliche incoraggiandoli a continuare in questa lotta a favore del popolo.

Le Chiese africane dei paesi sudafricani, riunite nel “Sacc” (South African Council of Churches) hanno pubblicato un lungo comunicato molto duro, che accusa esplicitamente il governo di Harare di continue vilazioni dei diritti umani e di “azoini dicumane delle forze di sicurezza… La situazione dello Zimbabwe è dovuta in gran parte ad una crisi leadership e della capacità di governo e chiedoo al governo che “si ponga fine immediatamente alle violenze”-

Un missionario dello Zimbabwe incontrato in Italia nel luglio 2007 mi dice: “Le Chiese cattoliche e protestanti sono sempre meno frequentate dai fedeli, per la paura che suscitano gli arresti e le intimidazioni esercitati dalla polizia di stato, che considera politiche le riunioni nelle Chiese e ogni riunione politica è proibita se non è autorizzata. La repressione del governo contro i cattolici aumenta sempre più: non si possono più organizzare incontri di preghiera o per discutere i servizi di carità, senza che la polizia intervenga in qualche modo. La repressione si è indurita dopo che la lettera dei Vescovi è stata letta nelle Chiese, mentre nelle zone rurali gruppi di giovani del partito al potere, con bastoni e coltelli, impedivano la distribuzione del documento tradotto nelle lingue shona e ndebele”.

Due riflessioni finali. Prima: si parla molto delle persecuzioni della Chiesa in Cina, non si ricordano mai queste autentiche persecuzioni in Africa, che sono molte. Questo dimostra che la Chiesa è sempre in stato di persecuzione. Gesù ha detto: “Come hanno perseguittato me, perseguiteranno anche voi”.

Ringraziamo il Signore che noi siamo in pace e in libertà, ma non meravigliamoci delle antipatie dell’opposizione che suscitano i vescovi e la Chiesa anche in Italia quandi dicono la verità e difendono l’uomo.

Seconda riflessione. Tornando dalla Rhodesia nel 1979, dopo un mese e mezzo che non leggevo giornali, compero un giornale all’aeroporto di Fiumicino. Titolo a piena pagina: “Guerra a Torino”. Ho pensato fosse successo un finimondo e invece era un attentato delle Brigate Rosse, che avevano ucciso una personalità di rilievo.

Io venivo da una guerra autentica che causava decina di morti ammazzati al giorno e in Italia, per un attentate certamente grave e vergognoso, si parla subito di guerra. In quei giorni messun giornale, eccetto “Avvenire” nominava lo Zimbabwe!

Noi siamo i privilegiati dell’umanità. Non ci pensiamo mai ma è così: spesso ci lamentiamo, ma dovremmo sempre guardare indietro, a quanti miliardi di persone sono costrette a livelli di vita, di sicurezza, di pace molto, ma molto inferiori ai nostri.

Non voglio essere pessimista, non ne sono capace. Nel mondo ci sono tanti segni positivi di bene, tanta buona gente del popolo che vorrebbe solo vivere in pace e con i loro diritti umani rispettati: invece sono costretti a vivere in guerra, nella fame, miseria, malattie senza cure e senza medicine…..

Preghiamo assieme dicendo: “Signore, dona a tutti i popoli quanto dai a noi in questi tempi. Fa che noi sappiamo rinunziare ad un po’ del nostro benessere per aiutare quelli che non hanno niente e fa che tutti possano vivere nella tua pace”.

AVE MARIA – Benedizione

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NO, ABOLIRE

Bisogna riflettere su questa ennesima tragedia africana: indipendenza affrettata e la tragedia dei regimi comunisti: in Africa sono stati una quindicina, non uno ha prodotto frutti positivi per il popolo.

Il primo fatto su cui riflettere è questo. Mugabe è cattolico. Nella sua biografia autorizzata è scritto che è stato battezzato nella Chiesa cattolica e ha ricevuto una rigorosa educazione cattolica. Ha studiato nelle scuole dei missionari e poi in un prestigioso liceo della capitale tenuto dai missionari gesuiti inglesi. Ad Harare, la capitale, non manca mai di partecipare alle cerimonie più solenni che si svolgono nella cattedrale cattolica.

Nella visita che ho fatto in Rhodesia nel 1979 fra i cattolici c’era la speranza che, nonostante il clima di violenza e odio fra bianchi e neri che si era creato in seguito all’apartheid e alla guerriglia, il cattolico Mugabe avrebbe saputo portare la pace e la libertà per tutti.

Era una pia illusione. Già da studente nell’università per neri di Fort Hare in Sud Africa, Mugabe era diventato membro del Partito comunista sudafricano, assumendo in pieno l’ideologia marxista-leninista della conquista del potere attraverso la violenza e la dittatura.

La storia dell’Africa degli ultimi cinquanta-sessant’anni dimostra che dove l’indipendenza è stata conquistata con la “guerra di liberazione”, che in Europa occidentale e in Italia molti esaltavano come liberazione del popolo dall’oppressione coloniale, la violenza e la dittatura sono continuate anche dopo l’indipendenza e molto spesso sono andatia l potere partiti comunisti-socialisti che promettevano di liberare il popolo,invece hanno creato dittature peggiori del peggior colonialismo: Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Etiopia, Somalia, Guinea-Conakry, Zimbabwe….

E questo vale non solo in Africa, ma anche in America Latina: si pensi alla Cuba di Fidel Castro, anche lui giovane cattolico educato dai gesuiti, liberatore del popolo he è diventato il più anziano dittatore del mondo ancora al potere.

In India l’unico stato indiano governato da lunghi anni da governi nei quali il partito comunista è al potere è il Kerala, dove i cattolici e i cristiani sono molto numerosi e influenti nella vita pubblica attraverso le scuole anche universitarie.

La riflessione è questa: il marxismo-comunismo è stato anche definito una “eresia cristiana”, cioè l’assolutizzazione di vari principi evangelici come la dignità di ogni uomo anche il più piccolo e debole, l’uguaglianza di tutti gli uomini, i diritti dell’uomo, la giustizia e la solidarietà fra gli uomini. Su questa base è nata la ribellione alle ingiustizie che è la radice ideale e ideologica del marxismo-comunismo.

Principi sui quali un cristiano è pienamente d’accordo, ma ha pensato di realizzare questi ideali con la violenza, la guerra, il partito unico, la dittatura, che non hanno mai fatto il bene del popolo. Mentre il “metodo cristiano”, cioè evangelico, di cambiare le situazioni di ingiustizia e di oppressione è quello graduale di educare col Vangelo le coscienze, i popoli e le culture. Così ha fatto nella storia per eliminare lo schiavismo, le torture e altre forme di oppressione; e così fa anche oggi con il lavoro dei missionari e delle giovani Chiese nel mondo non cristiano.

Quando Papa Benedetto parla di verità del Vangelo e di relativismo vuol dire anche questo: che il cristiano che crede in Gesù Cristo non può aderire a ideologie che non rispettano la verità su Dio e sull’uomo, come appunto il marxismo-comunismo: anche se promettono di difendere e aiutare i poveri, in realtà finiscono per opprimerli, come dimostra la storia di tutti i paesi a regime comunista, compreso quello dello Zimbabwe. E’ un tema su cui riflettere e da approfondire, ma bastano questi pochi cenni.


Padre Gheddo a Radio Maria (2007)

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