In visita ai missionari in Camerun – Padre Gheddo a Radio Maria

Nel dicembre 2006 sono stato in Libia, paese del quale vi ho parlato a lungo. Nel dicembre 2007 in Camerun, paese tipico dell’Africa nera! Oggi e nei prossimi mesi vi parlo del Camerun, perché è un paese simbolico dell’Africa, ci fa capire l’Africa nera e la Chiesa in Africa.

Paese esteso una volta e mezzo l‘Italia con circa 18 milioni di abitanti, molto bello e ricco di terre, di acque, di ricchezze naturali. Il Camerun ha due regioni ben distinte: il Sud agricolo con sbocco al mare, più evoluto, più ricco: il Nord di steppa pre-desertica, con in mezzo una foresta tropicale di 800-900 chilometri.

Il Camerun è uno dei pochi paesi dell’Africa nera politicamente stabile nei suoi 46 anni di indipendenza. Dagli anni settanta ha avuto due presidenti: Ahidjo musulmano e dal 1982 ad oggi Paul Biya cattolico. Le elezioni presidenziali dell’ottobre 2004 si sono svolte in un clima di serenità, con la rielezione dell’attuale Presidente, Paul Biya, in carica dal 1982. Le prossime elezioni presidenziali son previste nel 2011.

Democrazia paternalista che però funziona: libere elezioni, libertà di stampa, alternanza al potere, elezioni passabilmente democratiche, giustizia indipendente dal potere politico, paese pacifico che non ha fatto guerre contro altri, non ha rivendicazioni territoriali, non ha grandi spese militari: nelle vie e città i militari non si vedono. Con il Senegal, è uno dei pochi paesi nati dalla colonizzazione francese che si può dire democratico e anche abbastanza evoluto, perché stabile, senza guerre o guerriglie. Gli analfabeti sono solo al 32%, mentre nell’Africa nera sono circa il 50%

E quindi cresce economicamente: crescita annuale dal 2 al 3% del PIL

Reddito medio pro-capite: 800 dollari l’anno, in molti paesi africani è dai 100 ai 300 dollari. Non dimentichiamo che l’Italia, di cui ci lamentiamo continuamente, è a circa 27.000 dollari l’anno. Debito estero del Camerun quasi inesistente, poche decine di milioni.

Soprattutto il Camerun ha mantenuto la pace fra le diverse etnie: ha 275 etnie diverse con un’ottantina di lingue. Non dialetti come i nostri, ma vere lingue, diversissime l’una dall’altra. Il fatto che ci sia sempre stata la pace, in Africa è quasi un fatto miracoloso.

Il vero limite dei paesi dell’Africa nera e anche del Camerun, oltre all’instabilità politica, è il fatto che producono poco o nulla in campo industriale. Anche il Camerun non ha una vera industria: cementifici, produzione tessile, sgranatura del cotone e produzione dello zucchero, ma poco altro. Importa quasi tutti i beni moderni, esportando ricchezze naturali (petrolio, minerali vari, legno) e prodotti agricoli. Non è possibile una crescita economica senza industria.

Il secondo cancro del Camerun è la corruzione a livello politico e ammistrativo, statale. Nella lista dei paesi più corrotti del mondo dell’Onu, il Camerun è sempre ai primi posti. Mi hanno detto che l’anno scorso 2007 era addirittura al primo posto. Non è colpa specifica di questo o quel capo di stato o amministratore, è un costume che deriva dalla mentalità che quando uno ha in mano il potere, deve pensare anzitutto alla sua etnia, tribù, villaggio, famiglia. E’ un cancro diffusissimo in tutta l’Africa e non solo in essa naturalmente, ma qui frena moltissimo lo sviluppo, perché i sussidi e doni che ricevono dall’Onu o da altri stati, finiscono quasi tutti nelle tasche appunto di chi detiene il potere. E, ripeto, questo vale per i governanti ad alto livello e per gli amministratori, i militari, ecc., ma anche per chi ha un qualche potere sugli altri, Ci sono eccezioni certo, ma il costume di cui tutti parlano è questo.

Seconda parte – Una Chiesa di fede ma ancora immatura

Il Camerun è un paese a maggioranza cattolica: circa il 45-50% dei suoi abitanti sono cattolici, il 18%protestanti, il 16% musulmani e poi un po’ di animisti.

L’evangelizzazione è iniziata poco più di un secolo fa. Nel 1950 i cattolici in Camerun erano il 18% oggi circa il 50%. C’è quindi una Chiesa locale viva, con tante vocazioni ed entusiasmo nella fede. Le chiese sono strapiene, scoppiano di gente, mai visto tante gente in chiesa che canta, prega con fervore, crede e obbedisce alla Chiesa; ci sono credenti che fanno chilometri e chilometri a piedi per venire in chiesa, per chiedere una benedizione, per confessarsi e ricevere l’Eucarestia.

Ma la loro cultura rimane in buona parte pagana. Appena escono di chiesa, entrano nel mondo e allora è tutta un’altra storia. Le scelte di fondo della vita non sono secondo il Vangelo, i momenti problematici non si risolcono secondo il Vangelo, ma secondo la cultura antica.

Questo vale anche troppo spesso per noi, cattolici italiani da duemila anni!

La prof. Silvia Recchi dell’associazione “Redemptor Hominis” insegna da otto anni all’Università cattolica di Yaundé e mi dice:

“Il cristianesimo non è ancora diventato cultura. Nella capitale Yaundé, gli Ewondo e i Beti sono corsi in massa al battesimo, sono diventati cristiani, preti e suore, ma credo che ci vorranno decenni o secoli perché la cultura di fondo non sia più pagana. Sono cristiani in un certo senso esemplari per il nostro Occidente cristiano, ma l’abisso culturale fra cristianesimo e modi di vita e mentalità africana e pagana è ancora profondo.

“Naturalmente non basta dire cultura, bisogna risalire anche alla filosofia, alla religione. Se non si cambia il concetto di Dio e il concetto di uomo in profondità, non è possibile che un popolo si sviluppi, anche cristianamente.

“In Dio credono ma poi, dato che non lo conoscono, chi guida la vita dell’uomo sono degli spiriti altrettanto misteriosi, benefici e malefici: l’uomo non è libero della libertà che Cristo ci ha portato. Sarà sempre vittima delle credenze antiche che regoleranno le sue decisioni fondamentali e non potrà se non con gravissime difficoltà fare il salto dall’egoismo privato o di famiglia o di etnia al bene pubblico di uno stato moderno. Le due realtà si sovrappongono ma non si integrano in modo armonioso”.

Visitando il Seminario maggiore di Maroua nel Nord del paese, di cui da sette anni è rettore p. Giovanni Malvestio del Pime, ho capito bene la differenza fra fede religiosa e cultura.

P. Giovanni dice: “La diocesi di Yagoua potrebbe anche avere mille preti, la figura del prete ha un grande fascino e le famiglie sono ben contente di avere un prete, ma occorre selezionare le vocazioni e non è facile”.

E mi racconta esempi concreti della sua esperienza. I giovani che entrano in seminario sono pieni di buona volontà, amano sinceramente Gesù e la Chiesa, obbediscono, pregano. Ma la cultura tradizionale e pagana è talmente radicata nel popolo, che ci vorranno ancora 100-200 anni prima che la cultura tradizionale sia superata dalla vita cristiana. Per il momento sopravvivono in due linee parallele: credono davvero in Gesù Cristo e nel Vangelo, ma credono anche nel malocchio, negli spiriti, in quel che dice lo stregone, il marabut.

“Ho avuto qui in seminario dei seminaristi cristiani, figli di catechisti e di famiglie cristiane e altri seminaristi nati da famiglie musulmane poi diventati cattolici e seminaristi. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha respirato la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista che è stato battezzato a 15 anni ed è figlio di una famiglia pagana o musulmana ha il suo terreno di cultura non è cristiano, non puoi cambiarlo in un anno e forse nemmeno in dieci anni.

“A volte parlo con i seminaristi sempre in grande sincerità. Uno mi dice: padre tu non credi e non capisci che io ho visto mio fratello cambiato in un serpente. Io rispondo: io credo che esiste il demonio e che può manifestarsi in mille modi, anche come tu dici; però ho fatto l’esperienza che Gesù Cristo ha vinto, è più forte del demonio. Voi credete in Cristo, ma avete ancora paura. Di fronte ad un caso come quello che hai detto, voi non dite: “Gesù aiutami, tu hai vinto il demonio, credo in te, non ho paura”, ma cominciate a tremare e dite a voi stessi: ma e se poi il demonio mi farà del male? E’ meglio che vada dal marabut, che prenda i miei provvedimenti…”.

Tu mi chiedevi – dice p. Malvestio rivolto a me – perché i missionari stranieri sono ancora necessari? Ti dico: siamo ancora necessari perchè, con umiltà e senza apparire, senza voler imporre nulla, dobbiamo fare un cammino di fede con i fedeli e i preti locali, fraternizzare e creare amicizia con loro, in modo da crescere insieme e giungiamo ambedue ad una fede solida in Cristo, senza aggrapparsi ancora alle loro antiche credenze. Insomma, noi, senza alcun nostro merito personale, abbiamo duemila anni di cristanesimo alle spalle e questo conta molto nella formazione di un cristiano e di un prete!”.

In Camerun ho capito perchè le giovani Chiese africane, con tante vocazioni e molta fede, hanno ancora bisogno dei missionari stranieri, per essere in contatto con la Chiesa universale che ha maturato 2000 anni di Tradizione cristiana.

Perché dico questo, cari amici? Perché è comune in Italia sentir dire: le giovani Chiese hanno già i loro sacerdoti, perchè andare ancora missioari?

Mons. Zoa, il grande arcivescovo di Yaoundé per 40 anni, è ricordato da tutti come la maggior personalità della recente storia ecclesiale camerunese (morto pochi anni fa). In una riunione del suo clero diocesano verso la fine degli anni ottanta aveva annunziato che alcuni istituti missionari maschili e femminili (fra i quali anche i Saveriani italiani) erano entrati in diocesi aumentando le forze apostoliche della Chiesa. Un sacerdote locale si alza e dice: “Noi abbiamo la più grande riconoscenza e ricordo dei missionari stranieri che hanno fondato la nostra Chiesa, ma insomma, oggi il Camerun ha molti seminaristi e preti e suore locali. Dovremmo incominciare a bastare a noi stessi. Perchè ammettere sempre nuove forze in casa nostra?”.

Mons. Zoa era un vescovo che, fra le varie qualità, aveva anche quella di saper parlare franco. Padre Alberto Sambusiti del Pime, che era presente a quella riunione di clero diocesano, dice che Zoa ci ha pensato un po’ e poi ha risposto così:

“Caro confratello, la ringrazio di questa domanda, perché so che molti di voi pensano allo stesso modo. Le dò ragione in senso numerico. Possiamo anche non accogliere più missionari stranieri ed essere autosufficienti. Ma io sono convinto di una cosa. Noi del Camerun siamo stati evangelizzati da meno di un secolo, con due guerre mondiali in mezzo; e nel Nord del nostro paese i missionari cristiani sono arrivati circa 60 anni fa. Abbiamo una fede certamente molto viva e ne ringraziamo il Signore, ma è una fede emozionale, superficiale, non ancora penetrata in profondità nel nostro popolo e forse anche in noi stessi. Sono anche convinto che se noi non avessimo più missionari stranieri, se per ipotesi mandassimo via anche quelli che sono in Camerun, in venti o trent’anni torneremmo sotto gli alberi a fare sacrifici agli spiriti. I missionari non servono solo per occupare le parrocchie e per portarci aiuti economici da Chiese più ricche, ma soprattutto ci tengono collegati e ci portano il respiro della Chiesa universale, che ha una storia e una Tradizione ben diverse dalle nostre”.

E poi ha spiegato quel che voleva dire: “L’Europa cristiana, in due mila anni di tradizione cristiana, ha commesso certamente molti crimini, guerre, razzismi, tradimenti del Vangelo, eresie e genocidi, ma sappiamo quanto grande e gloriosa è stata ed è ancor oggi la storia di santità, di martirio, di dedizione al popolo, di fedeltà e di approfondimento e adeguamento del Vangelo ai tempi storici che passano.

Quasi ovunque in altri continenti la fede è arrivata prima che da noi e la Chiesa universale ha molto camminato in questi duemila anni. Io sono convinto che noi abbiamo ancora bisogno della Chiesa universale e quindi dei missionari stranieri che la Provvidenza di Dio e la Santa Sede ci mandano, anche per diventare noi stessi missionari e inviare ad altri continenti le nostre forze apostoliche partecipando i doni della nostra giovinezza, del nostro entusiasmo nelle fede, della nostra vitalità e gioia di vivere. Guai se le Chiese locali, in tutto il mondo, si chiudessero in se stesse! La Chiesa è per natura sua missionaria, è aperta a tutto il mondo, altrimenti non è più la Chiesa di Cristo. Io penso, ha concluso, che quando avremo personale apostolico in sovrabbondanza (e questo oggi non è ancora vero), sarà meglio che noi mandiamo sacerdoti e suore ad evangelizzare altri popoli, continuando a ricevere missionari e suore dai paesi d’antica cristianità, piuttosto che rimanere da soli e non ricevere più missionari dall’esterno”.

Un missionario del Pime in Camerun mi diceva: Loro sono di esempio a noi nella semplicità della vita, nell’entusiasmo della fede, nella gioia di vivere e vitalità che manifestano, nei sacrifici che fanno per mantenersi fedeli a Cristo e alla Chiesa.

Noi siamo utili a loro perché rappresentiamo una Tradizione millenaria della Chiesa, veniamo da una ricchezza di studi della Scrittura (importanti per tradurre la Parola di Dio nelle varie lingue: di questo parleremo) di teologia, di arte, di musica, di pastorale e poi anche per aiuti dall’estero che portiamo con noi, per dare delle strutture a queste giovani comunità cristiane. Ho visto delle diocesi, ad esempio Yagua nel Nord Camerun, diocesi solo dal 1973, da 34 anni, che non ha ancora nulla, nemmeno una chiesa cattedrale, nemmeno una grande sala per incontri e manifestazioni cattoliche. I suoi fedeli sono devoti, forti nella fede ma poverissimi, vivono a livello di sussistenza.

Terza parte: come ho vissuto il Natale 2007 in Camerun

    Quindici gioni fa ero ancora in Camerun, un viaggio di 21 giorni per visitare i nostri missionari del Pime e altri italiani che sono numerosi. Viaggio ottimo in tutti i sensi, nonostante la grandissima fatica (non ho più l’età!) e gli acciacchi che ne ho ricavato: dolorosa congiuntivite per la polvere finissima del deserto e il tallone del piede sinistro tagliato. Ma stanno passando.

    Sono stati giorni bellissimi, specialmente il Natale in foresta fra i “tupurì”, una etnia che si converte a Cristo. La veglia natalizia commovente, con i nostri canti natalizi cantati in tupurì sotto la luna piena e il silenzio della foresta circostante! Tutti quei volti neri, quegli occhi lucidi e sprizzanti di gioia, me li sogno ancora di notte!

    E poi la Messa del mattino (9,30 – 12,10) in un’atmosfera di gioia, di canti e danze, di discorsi in varie lingue: francese, tupurì, fulfuldé. Infine, il pranzo con polenta di miglio, anitra allo spiedo e erbe di foresta, con acqua di fiume e anche qui tanta allegria, bambini da tutte le parti, baci e abbracci a non finire! E mentre noi pranzavamo, quei 1.000-1.200 fedeli che erano venuti anche da villaggi lontani per celebrare assieme il Natale, hanno incominciato a girare attorno ai suonatori di pifferi, balafon, tamburi e tam tam che erano al centro. Non uno per uno, ma una marea umana che girava in circolo nel grande spiazzo del villaggio, battendo i piedi e le mani, cantando e danzando: vecchi e giovani, uomini e donne, bambini che sfrecciavano da ogni parte, gente che alzava ritmicamente una croce di legno, altri un’immagine della Madonna al collo, una vecchietta che sventolava la sua statuetta di non so quale santo. Insomma, una scena spontanea e commovente durata un’ora, una dimostrazione di fede e della gioia di ritrovarsi assieme dopo mesi di isolamento e di miseria! Ho capito cosa vuol dire la fede in questi popoli giovani e nuovi che incontrano Cristo per la prima volta.

    E pensate che tutta quella gioia esplosiva per il Natale, l’ho vista in un popolo che in questo tempo di siccità incomincia a soffrire la fame e, in genere, fa un pasto al giorno con polenta di miglio e qualcosa d’altro: un uovo o un pesce o un pezzetto di gallina, erbe varie di foresta, una banana, acqua filtrata con filtri di sabbia e stop. Ripeto, una volta al giorno! Eppure esprimono la gioia della fede e di essere in una comunità cristiana che aiuta anche da lontano.

      Poi il difficile per me è stato dormire due notti in una capanna africana, col pavimento di cemento, i muri e il tetto di paglia (di elettricità nemmeno a parlarne, si va con la candela e la pila chi ce l’ha). E’ vero che ero al sicuro sotto la zanzariera e ho dormito bene, ma insomma gli animaletti vari che circolavano e cadevano dal tetto mi preoccupavano un po’. I miei confratelli mi dicevano che bisogna abituarsi, ma io in due notti non ho fatto a tempo! E quando mi sono alzato di notte, per fare pipì appena fuori della capanna, sentivo che si respirava bene e facevo un po’ di respirazione forzata. Dentro manca l’ossigeno perchè non c’è nessuna apertura e la porta va chiusa per paura di animali più grossi.

      Viaggi come questo, vi assicuro, sono per me una iniezione di spiritualità e di umanità che mi basta per tutto l’anno, oltre alla gioia e all’entusiasmo di veder nascere la Chiesa fra popoli cordiali, giovani, vivaci, intelligenti, ma spaventosamente arretrati rispetto alla nostra istruzione e al nostro standard di vita! Qui chi si converte a Gesù Cristo trova l’entusiasmo della fede, che lo aiuta anche a crescere ed a svilupparsi come individuo e come famiglia.

     I confratelli dicono che sono ottimista, ma io penso di essere realista, pragmatico. Non ignoro il peccato e i peccati degli uomini, anche di quelli che ho incontrato e anche i miei, ma so che tutti siamo stati redenti e perdonati da Cristo e penso che noi dobbiamo vivere con gioia e speranza la nostra fede, poiché “fede” vuol dire “fidarsi di Dio”. E penso anche che nel nostro mondo arido e freddo, la più bella testimonianza di Cristo che possiamo dare, oltre a tutte le altre, è di essere pieni di gioia e di speranza anche nelle situazioni più nere e tristi.

     Fra l’altro, ho incontrato nelle missioni, oltre a preti (Fidei donum di diocesi italiane, Saluzzo, Como, Vicenza) e suore italiani, anche numerosi giovani laici e laiche italiani, sposati e non sposati, che fanno un servizio a questi popoli, da due-tre mesi a due-tre anni. Un’esperienza che io consiglierei a tutti i giovani soprattutto studenti, per avere un’idea di cos’è il mondo attuale in cui viviamo e imparare cosa vuol dire la fede, l’accontentarsi e il gioire di poco, il fare a meno di moltissime cose che a noi sembrano indispensabili.

Sono vissuto benissimo 21 giorni senza leggere un giornale, senza TV e senza telefono, anzi il silenzio mi ha rinnovato la vita, perché ho potuto pregare di più e meditare davvero avanti alla presenza di Dio nella natura.

     Scusatemi, carissimi amici, questo è solo un esempio di quello che voglio dire: la gioia di vivere, l’entusiasmo della fede che l’Africa può insegnarci..

Uno può pensare: non mi interessa, qui in Italia abbiamo tanti problemi. Queste sono realtà che non ci toccano, non ci riguardano.

Secondo me è un atteggiamento profondamente sbagliato. La globalizzazione pone a contatto popoli e culture diverse. Come uomini e come cristiani non possiamo chiuderci nel lamento delle nostre miserie e dei nostri problemi, ma di avere uno sguardo aperto sul mondo.

Il Vangelo ci insegna che la soluzione ai nostri problemi anche personali non viene dalla chiusura, ma dall’apertura agli altri.

Padre Gheddo a Radio Maria (2008)

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