La Chiesa nella Cuba di Fidel Castro – Padre Gheddo su Radio Maria

Prima parte – L’ascesa e il crollo del mito di Castro

Nell’ultimo mese Cuba è diventata di stretta attualità per due motivi:
1) Fidel Castro, dopo 49 anni di potere assoluto, a febbraio ha rinunziato al suo potere come capo di stato e capo di governo di un regime totalitario, rimanendo però segretario del Partito comunista cubano, che praticamente controlla tutto affinchè nulla cambi.
2) Il Segretario di Stato della Santa Sede, card. Tarcisio Bertone, ha visitato l’isola con un lungo viaggio dal 21 al 26 febbraio 2008, nel decimo annoversario della visita a Cuba fatta da Giovanni Paolo II nel gennaio 1998.

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Fidel Castro si è ritirato da capo del governo e dalla presidenza dello stato cubano dopo 49 anni di dittatura, la più longeva dittatura dei tempi moderni.. Il mito del “socialismo dal volto umano” realizzato dal Partito comunsta cubano e dell’”uomo nuovo” del comunismo hanno dominato la pubblicistica internazionale degli ultimi quarant’anni. Tutti dicevano che Castro, nonostante la dittatura, era riuscito a risollevare il popolo dalla miseria e dalla schiavitù. Le sinistre italiane, parliamo solo di quelle, compresi molti cattolici, esaltavano la Cuba di Castro come un paese modello per i popoli poveri tormentati dalla fame e dall’oppressione.

Nell’estate 1970 sono stato un mese a Cuba come giornalista, mandato dal quotidiano “Avvenire”, dalla rivista “Mondo e Missione” che dirigevo e da alcuni giornali laici. Era il tempo in cui tutti esaltavano Castro al potere da un decennio. Anch’io ne avevo una certa immagine positiva, avendo letto giudizi quasi esclusivamente positivi.

Personalmente ho avuto un’avventura poco piacevole. A quel tempo a Cuba i giornalisti potevano entrare solo se raccomandati dal Partito comunista italiano o come turisti con “Unità Vacanze”, l’organizzazione turistica del Partito. Anche i turisti erano pochissimi. Sapevo di giornalisti che non avevano mai ottenuto il permesso di entrare in Cuba. Ma io volevo andarci perché l’isola mi attirava come esperimento di redenzione dei poveri del mondo. Sono andato all’Ambasciata di Cuba a Roma, per avere il visto d’ingresso nell’isola. Mi dicevano che un italiano non aveva bisogno di visti, però bisognava entrare con i gruppi di turisti di Unità-Vacanze. Ma io sapevo che quella via era chiusa.
Così sono andato a Madrid e con un aereo di Iberia sbarco a L’Avana. Mi sono presentato ai controlli e sono subito stato fermato. Ero vestito da prete e dissi che volevo visitare la Chiesa e poi avevo i documenti di giornalista inviato da tre giornali. Mi portano nell’albergo Deauville dicendomi di non muovermi. Il giorno dopo vengono e mi portano al Minrex, il Ministero degli Esteri, per un interrogatorio.

Volevano che io ripartissi per Madrid o per il Messico e io volevo visitare l’isola. Per circa una settimana sono rimasto in albergo, intervenne prima l’ambasciatore italiano e poi il nunzio apostolico e allora mi diedero un’auto, un interprete e l’autista e visitai Cuba . Ho visto le buone realizzazioni del regime che indubbiamente c’erano: le scuole e gli ospedali, le fattorie modello con grandiosi trattori sovietici, la mobilitazio e popolare per la “zafra”, la raccolta della canna da zucchero, monocultura e quasi unica esportazione di Cuba; le manifestazioni popolari per la rivoluzione.. Ho fatto parecchie interviste molto positive. Ma era solo un aspetto della realtà.

Negli ultimi otto-dieci giorni sono stato libero di girare e ho visto l’altro volto di Cuba. Il controllo della polizia era soffocante. Mi pareva di essere in un carcere o in una caserma. Tutto era statalizzato, l’economia privata non esisteva, quindi il lavoro retribuito era dato solo dallo stato. I cubani per spostarsi da un posto all’altro dovevano chiedere il permesso, il cibo si acquistava con la tessera e ciascuno aveva diritto ad una certa quantità e non di più e via dicendo.
Avevo già visitato diversi paesi latino-americani con una vitalità, una gioia popolare, una cordialità di rapporti umani veramente commovente. A Cuba il popolo era freddo, sfuggente, sospettoso. La polizia era ovunque, mi dicevano che chiunque poteva denunziare il prossimo di essere una spia o un disfattista o per il commercio illegale di generi alimentari: nessuno si fidava di nessuno. La gente andava nei negozi statali con la tessera annonaria, a comperare quel che il governo dava: cinque uova la settimana per persona, 400 grammi di riso chilo di riso e via dicendo. I negozi erano tutti statali e spesso quasi vuoti.

L’aspetto esterno dell’isola non era negativo, ma poi mi hanno detto che c’era un nuovo “apartheid”, non basato sulla razza come nel Sud Africa di quel tempo, ma sull’ideologia. I membri fedeli del partito, la casta dei funzionari e dei miltari hanno tutto, gli altri quel minimo che basta per sopravvivere. Già nel 1970 c’era gente che soffriva la fame.

Mi hanno anche detto che all’inizio della Rivoluzione, grazie anche al grande carisma personale di Castro e il sostegno dell’entusiasmo popolare, c’erano stati miglioramenti nella vita dei cubani: la riforma agraria, la sanità e l’educazione erano i punti forti del regime, approvati dalla maggioranza dei cubani. Ma poi queste realizzazioni positive sono invecchiate, si sono svuotate dall’interno e sono apparse come fatti più negativi che positivi. Ad esempio, la riforma agraria con l’eliminazione dei latifondi era positiva, ma poi la terra è andata tutta al governo e si è instaurato nelle campagne un regime di lavoro obbligatorio, di caporalato controllato dalla polizia e dai funzionari che ha scontentato tutti; e, cosa più importante, la produzione è diminuita ovunque per l’incuria, i boicottaggi, le perdite e i furti nei magazzini statali. Hanno dovuto mettere la tessera per acquistare gli alimenti quotidiani, che prima non c’era mai stata e non sempre si trova quello a cui si avrebbe diritto.

Oggi solo il 15-20% del popolo vive dei privilegi dei regime, l’80% dei cubani, umiliati dalla mancanza di libertà e dai controlli polizieschi, vivono nella miseria senza speranza di poter crescere economicamente, socialmente, culturalmente. Anche il fatto che manchino giornali, radio e televisioni libere è sentito moltissimo soprattutto dai giovani. Un segno di questa insoddisfazione popolare diffusa è che oggi a Cuba ci sono 35.000 carcerati su 11 milioni di abitanti, uno ogni 350 cubani è in carcere. In Italia circa 65.000 su 60 milioni, uno ogni 1.200 italiani in carcere! Questo è il regime totalitario da 49 anni! In altre parole, in Italia si bva in prigione sei volte meno che a Cuba. Possibilità che la criminalità nell’isola del “socialismo reale” sia sei volte più diffusa che in Italia?

Un sacerdote italiano che vive e lavora a Cuba da una decina di anni mi ha detto: “L’aspetto peggiore del regime cubano non è che ha distrutto l’economia, ma che ha distrutto l’uomo. Non c’è più speranza di miglioramento, non ci sono più valori morali e spirituali, ciascuno si arrangia come può, ma soprattutto i giovani respirano questa mentalità e non crescono bene”. E aggiungeva che il furto ai danni dello stato (e non solo), nonostante le pene severissime è considerato un fatto normale, che tutti compiono e che tutti possono compiere, purchè non si venga scoperti.

“Sai qual è la più grande paura che avvertiamo noi sacerdoti e che serpeggia fra il popolo cubano? Che scoppi improvvisa la rabbia popolare e trascini il paese in una guerra civile, in un massacro indiscriminato da una parte e dall’altra. Noi preghiamo e facciamo pregare perché questo non succeda e ci sia una graduale evoluzione verso la libertà, ma la dittatura va avanti da troppo tempo e l’oppressione poliziesca diventa insopportabile per chi non riesce nemmeno a mangiare secondo la fame che si porta dentro da anni”.

Difficile per noi, in Italia, capire cosa vuol dire vivere in un paese dittatoriale! Castro ha sempre detto: “I controrivoluzionari non hanno diritto di dissenso, i rivoluzionari sì”. A Cuba uno può criticare il regime per motivi molto pratici concreti, ma non il governo e il regime in se stessi. Si è catalogati come “contro-rivoluzionari” e si rischia di finire in carcere! Io stesso ho visto, anche dal parrucchiere o parlando in gruppi di cattolici, come tutti stavano attenti a non dire nulla contro il governo, per timore delle spie che sono ovunque. Qualche prete che s’è confidato con me, mi invitava fuori casa, facevamo una passeggiata e parlava liberamente, senza pericolo di essere sentiti o registrati.

Come è nata e come si è sviluppata la dittatura di Fidel Castro? Nell’ottobre 1953 Fidel Castro, giovane avvocato di 27 anni, venne arrestato nell’assalto alla caserma Moncada a Santiago de Cuba, nella sua prima rivolta armata contro il dittatore Fulgenzio Batista, e condannato a 15 anni di prigione (poi liberato nel 1955). In quel processo nel suo discorso di difesa Fidel pronunziò una frase rimasta famosa, quasi una profezia per il suo futuro: ”La storia mi assolverà”. Ma oggi, dopo mezzo secolo di dittatura, la storia lo condanna. Il popolo stesso cubano l’ha condannato mille volte fuggendo dal paese a rischio della vita.

Castro aveva iniziato il suo potere sotto i migliori auspici, approvato ed esaltato da tutti, sia all’interno che all’esterno del paese. Putroppo ha incominciato male, malissimo per almeno tre motivi:

1) Dopo l’inebriante vittoria sul dittatore Fulgenzio Batista, invece di parlare di riconciliarzione e di unione di tutte le forze per costruire una Cuba nuova, ha detto di non voler avere pietà per nessuno dei vinti e i “Tribunali della Rivoluzione” hanno condannato alla fucilazione migliaia di coloro che avevano collaborato col regime di Batista. Non solo i capi della dittatura, ma anche i funzionari e gente del tutto comune che lavoravano per il governo, causando la prima fuga da Cuba di un buon numero di famiglie e la rottura con la Chiesa. I vescovi avevano accolto bene la vittoria di Castro e pochi giorni dopo il suo ingresso a L’Avana avevano celebrato una Messa solenne di ringraziamento alla quale era intervenuto anche Fidel che si proclamava cattolico e ricordava sempre che era stato educato dai gesuiti. I vescovi condannarono duramente il sentimento di vendetta e di odio che portava a quei massacri e Castro fece forti dichiarazioni contro la Chiesa.

2) Nei primi anni di potere Castro rivela la vera natura del suo governo rivoluzionario, un governo dichiaratamente comunista. Infatti il 1° maggio 1961 proclama la “Repubblica Socialista Cubana” e il 1° dicembre 1961 promulga “Il programma marxista-leninista del Partito Unito della Rivoluzione Socialista Cubana”. In questo discorso, Fidel dichiara di essere sempre stato comunista, fin dalla prima rivolta contro Batista nel 1953. La sanzione ufficiale viene con un articolo in prima pagina della “Pravda” di Mosca dell’11 aprile 1962, che riconosceva a Castro la patente di “marxista-leninista” e affermava trionfante che “la Repubblica Socialista di Cuba è entrata a far parte con pieno diritto delle Repubbliche socialiste del mondo e quindi può contare sulla loro piena solidarietà nella lotta cotro l’imperialismo”. Ricordi storici ormai del tutto dimenticati, ma che è importante conoscere per capire il perché del fallimento attuale del regime cubano.

In conseguenza di quanto sopra, Castro brucia i tempi realizzando rapidamente un programma di riforme sociali che non potevano portare buoni frutti, avendo già dimostrato il loro fallimento in URSS e negli altri paesi “socialisti”. Nazionalizzazione delle terre e delle attività produttive, delle scuole e ospedali, dei commerci e delle banche, delle ditte e proprietà straniere, specie americane. Tutto passa in mano allo stato, che vara anche numerose riforme senza dubbio positive: la costruzione di case popolari, la campagna di alfabetizzazione, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, la creazioe di una industria nazionale e il tentativo di liberarsi dalla monocultura dello zucchero.
Ma queste riforme vannero realizzate con una durezza e rapidità tali, da suscitare forti opposizioni. Ad esempio, i genitori i cui bambini non andavano a scuola, pagavano con il carcere; il negoziante di frutta e verdura perdeva il suo negozio e veniva mandato a lavorare nei campi e via dicendo. Lo stato e il partito creavano una loro burocrazia che pensava a tutto, ma che dava origine a quel sistema molto diffuso di corruzione nelle strutture dello stato che continua ancor oggi.

Altra conseguenza, i sindacati dei lavoratori perdono ogni potere e sono aboliti. I lavoratori perdono il diritto di sciopero, il diritto di contrattare gli orari di lavoro e i compensi, il diritto alla conservazione del posto di lavoro, ecc. Il ministro del lavoro, Augusto Martinez Sanchez, in un discorso del 1963 diceva: “In una Repubblica socialista, i sindacati hanno cessato di tutelare gli interessi dei lavoratori. Questo aveva una giustificazione in un sistema capitalistico, ma nel sistema socialista, dove tutto appartiene al popolo, chiedere un aumento di salario o una riduzione dell’orario di lavoro costituisce un delitto contro il popolo. In un aistema socialista i sindacati lavorano per il governo socialista.”.

3) Il terzo errore fondamentale di Castro è stato di portare Cuba fra i paesi comunisti, legandola a filo doppio con l’URSS e gli altri paesi del blocco sovietico, che fornivano Cuba di armi, ma non di quanto sarebbe stato indispensabile per lo sviluppo economico. Inoltre, dato che aveva nazionalizzato proprietà americane e di ditte americane senza alcun compenso, gli Stati Uniti decretano il blocco economico all’isola, seguiti all’inizio da parecchi paesi americani, ma, come già detto, oggi il blocco è quasi solo per il commercio fra USA e Cuba.

In sintesi, Fidel Castro ha fatto fin dall’inizio delle scelte, sia sul piano interno che esterno, estremamente negative per il suo popolo. Con due conseguenze negative immediate.
Anzitutto la fuga di molti cubani verso gli Stati Uniti o il Messico, mentre durante la ventennale dittatura di Batista non c’erano fughe di popolo; di perseguitati politici sì, ma non di popolo. Nei primi due anni dopo la scelta di fare di Cuba un paese comunista, si calcola che la prima ondata di cubani arrivati in Florida sia stata di circa 500.000 persone. Su 4.800 medici che vi erano nell’isola, 1.300 fuggirono.
Secondo, gli studenti cubani che andavano numerosi nelle Università dei vicini USA, sono stati mandati in URSS, dove certamente imparavano il russo e il marxismo-leninismo, ma quanto a nozioni tecnico-scientifiche si può almeno dubitare, visto il sottosviluppo della Russia ex-sovietica (eccetto nei settori militari e dei viaggi spaziali!). Alla fine del 1961 c’erano già in URSS 3.200 studenti universitari cubani.
Bisogna smontare alcuni stereotipi su Cuba.

1) Il primo è questo: prima di Castro, Cuba era un paese in miseria, morivano di fame, sfruttati dagli americani. I dati del 1959 dicono che Cuba era il quarto paese per reddito medio pro capite dell’America Latina, dopo Cile, Argentina e Uruguay. Oggi è fra gli ultimi, con 1.700 dollari pro capite di reddito medio annuale, contro i 6.179 del Messico, i 4.764 del Cile (che ha avuto la dittatura di Pinochet), i 3.477 dell’Uruguay, i 3.077 del Brasile e via dicendo. Solo la Bolivia ha un reddito medio pro capite inferiore a Cuba!
Come ovunque nei paesi comunisti, Cuba non produce ricchezza, non è diventata più ricca come paese. Se non si produce non si può distribuire!

2) Il mito dell’alfabetizzazione. Nel 1958 Cuba era il quarto paese dell’America Latina come alfabetizzazione, dopo i tre paesi del sud, Cile, Uruguay e Argentina. Oggi Cuba è il primo paese dell’America Latina come alfabetizzazione assieme all’Argentina con solo il 3% di analfabeti, il Cile ha il 5%, il Messico il 9% e gli altri paesi latino-americani meno. Ma Cuba non ha dato quasi nulla da leggere ai suoi cittadini, i giornali praticamente non ci sono e il “Granma” è l’organo del Partito comunista. La Chiesa non può produrre nessuna rivista o bollettino e così altri enti e associazioni. Stampa e Tv sono dello stato, che è uno stato totalitario e comunista! Non so adesso, ma nel 1970 le poche librerie dell’Avana vendevano quasi solo libri e testi del comunismo e libri di tecnica (geometria, matematica, medicina, ecc.) e scolastici.

3) Un altro fatto negativo di Cuba, in confronto con gli altri paesi latino-americani è la militarizzazione dell’isola. Con 11 milioni di abitanti, ha 800.000 uomini nelle forze militari e nella polizia! Più o meno come il Brasile, un paese immenso, esteso circa 80 volte più di Cuba. Il Brasile ha 1780 milioni di abitanti, Cuba solo 11 milioni! Perché questa militarizzazione? Il governo dice che è per difendersi da eventuali assalti americani contro l’isola. In realtà Cuba è un paese militarizzato e ha mandato militari e armi in una decina di paesi africani, ha sostenuto molte delle guerriglie e dei regimi comunisti che devastano l’Africa, I “volontari” cubani li ho visti in Guinea-Bissau., Etiopia, Mozambico e Angola.

Seconda parte – Cosa cambia a Cuba dopo Castro?

Molti si chiedono quale sarà il futuro di Cuba. Sono convinto di una cosa: le rivoluzioni prodotte dal marxismo-leninismo-maoismo sono state tutte negative per i rispettivi popoli. Possono aver prodotto anche qualcosa di buono, ma il bilancio finale è negativo. Lo stesso vale per Cuba.
Paolo VI nel discorso di Pasqua del 1970 ha detto una frase terribile: “I più grandi valori senza Cristo diventano facilmente disvalori”. Sembra un’espressione esagerata, ma la storia l’ha dimostrata vera anche a Cuba. Quando sono tornato dal viaggio a Cuba nel 1970 ho scritto un articolo intitolato: “Se la rivoluzione non nasce dall’amore, è negativa”. A Cuba, come nelle altre guerriglie e rivolte ispirate al marxismo-lenismo-maoismo-castrismo, non ha prodotto frutti positivi!
Ne sono un segno macroscopico le fughe di circa un milione e mezzo di cubani dall’isola, che si sono verificate da quando Castro è al potere, ma specialmente negli anni 1995-1996, quando l’esercito sparava contro i profughi e quelli che venivano presi erano condannati dai cinque ai dieci anni di carcere per tradimento del popolo!

Qual’è il futuro di Cuba? L’isola cambierà quando non ci sarà più Castro. Noi auguriamo lunga vita a tutti e anche a Fidel Castro, ma molti osservatori ritengono che non ci sarà alcun cambiamento politico significativo fin che Fidel è segretario del Partito; e poi c’è tutta la casta dei capi e dei funzionari politici, militari, amministrativi, i privilegiati di Cuba, che certo non vogliono cambiare.

Col turismo e col commercio internazionale sta cambiando l’economia e soprattutto il popolo è ormai cosciente del fallimento del progetto cubano. Nessuno crede più nell’“uomo nuovo” che Castro voleva costruire attraverso l’ideologia marxista-leninista, l’ateismo, la lotta di classe e contro il capitalismo. Oggi a Cuba con il dollaro si può comperare tutto nei negozi che richiedono pagamento in dollari, il peso cubano ha poco valore.

Possiamo chiederci: perché la Cina, paese a regime comunista, si è sviluppata molto e Cuba si sta sottosviluppando? La sfortuna di Cuba è che Castro sopravvive così a lungo!
E’ sopravvisuto a cinque Papi (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e a una decina di Presidenti americani. Quando è salito al potere nel 1959 c’era Eisenhower, poi sono venuti Kennedy, Johnson, Nixon, Gerald Ford, Carter, Reagan (due mandati), Bush senior, Clinton (due mandati), Bush junior (due mandati); poi verrà Obama o MacCain e Castro è sempre Segretario del Partito Comunista Cubano, cioè dittatore assoluto del suo popolo da mezzo secolo!

Mao, per fortuna del popolo cinese, è morto da più di trent’anni (1996) e subito dopo di lui il regime è cambiato. Pur senza rinunziare alla dittatura del partito, ha avviato radicali riforme economiche, ha spalancato le frontiere, ha innescato un processo virtuoso di sviluppo economico. Lo stesso sta succedendo in Vietnam da una ventina d’anni. Oggi la Cina è una potenza economica mondiale, il Vietnam sta avviandosi sulla stessa via. Sono ancora due dittature che non rispettano i diritti dell’uomo e nemmeno la libertà religiosa, ma c’è qualche speranza che il miglioramento dell’istruzione e la crescita del benessere possano portare ad una maggior democrazia e libertà per il popolo. Anche perché al comunismo, sbandierato come religione di stato e insegnato nelle scuole, non ci crede più nessuno e i supposti “ideali” del comunismo, se c’erano in passato, oggi non esistono più. Un missionario che vive in Cina dal 1994 mi ha detto pochi anni fa a Canton: “Credo che oggi non esista un paese più selvaggiamente capitalista della Cina, dove i diritti umani e dei lavoratori non contano nulla. E non possono nemmeno protestare!”.
E cosa contano i diritti dell’uomo nell’isola di Fidel Castro?

C’è un secondo motivo che spiega come mai la Cina e il Vietnam comunisti si stanno sviluppando, mentre Cuba affonda sempre più nel sottosviluppo. Fidel è rimasto prigioniero fin dall’inizio dell’ideologia anti-americana: il nemico assoluto di Cuba e del Sud del mondo è l’America.

Per la Cina e per il Vietnam non è stato così: la Cina ha stretto accordi commerciali con gli Stati Uniti fin dagli anni settanta e il Vietnam dagli anni novanta: oggi i due paesi sono integrati nel mercato mondiale globalizzato e si sviluppano rapidamente. Cuba no, è rimasta orgogliosamente e assurdamente anti-americana e anche dopo il fallimento del tentativo di impiantare missili sovietici a Cuba nel 1962 ha continuato nella sua linea ideologica anti-occidentale, mandando militarì cubani in appoggio ai governi “socialisti” (o supposti tali) e a sostegno delle “guerre di liberazione” che si combattevano in Africa negli anni settanta e anche ottanta.

Che Castro sia anti-americano a causa dell’embargo americano, che avrebbe impedito lo sviluppo economico di Cuba, è una di quelle panzane che si continua a ripetere senza fondamento nella realtà dei fatti. L’incantevole isola dei Caraìbi ha sempre avuto aperti grandi mercati per le sue importazioni ed esportazioni: Urss, Spagna, Canadà, Cina, tutti i paesi dell’Europa occidentale Italia compresa. E’ vero che nei primi anni del regime, la proibizione del governo americano alle ditte americane di commerciare con Cuba ha danneggiato molto l’isola, ma solo perché nel 1959 Cuba era quasi totalmente dipendente dagli Stati Uniti. Visitando Cuba nel 1970 si vedevano quasi solo vecchie auto americane tenute assieme col filo di ferro, così pure i frigoriferi e altri elettrodomestici e mezzi di trasporto. Ma perché Castro ha voluto liberarsi dagli USA in un attimo, nazionalizzando da un giorno all’altro le ditte americane senza compenso? Il rivoluzionario voleva tutto e subito, poi si lamenta che l’America reagisce! In seguito, non poche ditte americane commerciano con Cuba via Messico. Il problema è che Cuba, oltre allo zucchero, ai sigari e al nichel, non ha niente da esportare. La monocultura che c’era ai tempi di Batista, e che Cstro condannava duramente, rimane ancor oggi, dopo mezzo secolo di comunismo!

Ma penso che i danni peggiori il castrismo e il “guevarismo” (idealizzazione di Che Guevara) li hanno prodotti in America Latina e in Africa.

La diffusione del mito della “guerriglia di liberazione” ha infestato e devastato numerosi paesi dell’America Latina, regalando dittature militari nate per impedire la nascita altre Cuba nel continente. E quando dalla guerriglia è nato un altro regime simile nella Nicaragua dei Sandinisti il popolo non l’ha tollerato, mentre i guerriglieri delle FARC (Forze armate rivoluzionarie colombiane) che ancora combattono contro il governo di Bogotà in Colombia, non riuscendo ad instaurare un regime come quello cubano, si sono ridotti a trafficare la droga per sopravvivere.
In Africa i risultati delle “guerriglie di liberazione” sono stati anche peggiori. Ancor oggi, visitando vari paesi in Africa e America Latina (ma anche in Asia), fa pena sentire sempre ripetere che gli Stati Uniti e l’Occidente europeo sono la causa della loro povertà. Dopo il fallimento di tutti i regimi comunisti (su una trentina al potere fino al 1989 non uno ha prodotto il bene del popolo) c’è ancora chi sogna l’utopia della società egualitaria nella quale lo stato pensa a tutto. Credo che il mito anti-occidentale e anti-americano sparso da Cuba in modo militante, con tanti opuscoli, giornaletti e fumetti in tutte le lingue, fra i popoli più deboli e meno istruiti li deresponsabilizzi (la colpa è sempre gli altri), mentre dovrebbero avere coscienza di impegnarsi per prendere in mano il loro paese e orientarlo in modo onesto e rispettoso dei diritti del popolo, primo dei quali la libertà e il senso del bene pubblico.

Lasciatemi raccontare un esempio. Ero in Bangladesh nel settembre 2001. L’11 del mese, quando sono crollate le Due Torri a New York per un attentato terroristico, non ne avevo avuto notizia subito. Ma quando il giorno dopo mi portavano in auto dal lebbrosario di Dhanjuri a Dinajpur, incontravamo nei villaggi e città folle di bengalesi che gridavano di gioia, non si capiva bene per quale motivo. Sono poi venuto a sapere che gli Stati Uniti avevano subito una gravissima umiliazione e la gente era contenta; ma ho anche saputo che, mi diceva un confratello, il bilancio dello stato del Bangladesh – paese poverissimo di risorse naturali e di terre con una grande popolazione – è coperto per circa il 70% dai paesi occidentali, primi fra tutti Inghilterra e Stati Uniti! Ma fra il popolo bengalese è comune il pensare che molti dai mali nazionali vengono dall’Occidente e USA!

Terza parte – La Chiesa cubana risorge dalle catacombe

Nel mezzo secolo che passa dal 1959 ad oggi, la Chiesa a Cuba ha vissuto tre periodi che si possono così sintetizzare:

I° Tempo (1959 – 1998) – Il Nunzio mons. Cesare Zacchi ha salvato la Chiesa.

Non c’è in America Latina alcun altro paese in cui la Chiesa cattolica abbia collaborato attivamente al movimento rivoluzionario, come quella cubana fece col “Movimento del 26 luglio” di Fidel Castro (26 luglio è la data dell’assalto alla fortezza Moncada a Santiago di Cuba nel 1953). I vescovi intervennero più volte per condannare la dittatura di Batista. Tant’è vero il dittatore negli ultimi anni del suo potere aveva ordinato la chiusura di giornali e alcune scuole cattoliche, aveva incamerato tipografie e beni della Chiesa. Fra i ribelli “ barbudos” la maggioranza si dichiaravano cattolici, tanto da ottenere dai vescovi che nominassero dei cappellani che seguivano gli spostamenti e le vicende delle bande di guerriglieri. I quali, quando sfilarono per L’Avana nel giorno del trionfo, il 1° gennaio 1959, portavano al collo rosari, medaglie sacre e crocifissi.

Mentre Fidel Castro era ancora alla macchia, dichiarava al suo ex-professore il padre gesuita Amado Llorente che era giunto fino a lui: “Cuba sta iniziando un’era nuova che sarà in senso cristiano”. E Llorente scriveva ricordando quella visita: “Penetrando nella zona tenuta dai ribelli, la prima cosa che notai incontrandoli fu che tenevano al collo rosari e medaglie. Quando furono certi che ero un sacerdote mi dimostrarono grande gioia e mi chiesero di fermarmi con loro. Fidel mi disse: “Io ci tengo ad essere cattolico”.
Nell’intervista data nei primi giorni del gennaio 1959 al quotidiano “Diario de la Marina”, Fidel Castro diceva: “La Chiesa non poteva fare di più di quel che ha fatto per combattere la dittatura di Batista ed aiutare il Movimento rivoluzionario e i cattolici, a parte poche eccezioni, sono stati tutti con noi”. Fra i capi dei guerriglieri molti erano cattolici dichiarati e anche membri dell’Azione cattolica.

Com’è avvenuta la rottura fra la Chiesa e il Movimento rivoluzionario? Come ho già detto, il primo fatto è che la Chiesa ha condannato i massacri di “contro-rivoluzionari” nei primi mesi dopo la presa del potere di Fidel Castro, che nei suoi discorsi approvava ed eccitava a questi eccessi. Vescovi e preti predicavano la clemenza e l’inizio di un tempo nuovo per Cuba non più segnato dall’odio e dalla violenza. L’arcivescovo di Santiago de Cuba, mons. Serez Perantes, amico personale di Castro da anni, in una lettera aperta alla fine di gennaio 1959 scriveva: “Animati da carità cristiana, noi ci permettiamo di consigliare al capo supremo del Movimento rivoluzionario di aggiungere alle sue glorie attuali l’aureola della clemenza, riducendo le punizioni e creando un clima generoso di perdono”.

Il secondo fatto è stato la scelta del “lider maximo” di costruire un paese comunista, abolendo l’insegnamento religioso nelle scuole e sostituendolo con l’educazione marxista e allo spirito rivoluzionario e parecchi altri provvedimenti del governo: tolto il nome di Dio dal preambolo della Costituzione, tolti i crocifissi dagli ospedali e dalle scuole, abolite le Messe nelle caserme, ecc. Nei primi mesi del governo rivoluzionario questi erano segni preoccupanti di un progressivo scivolamento verso il comunismo. Nessuno può negare che, dopo la conquista del potere, la rivoluzione cubana ha cambiato colore: dal verde-oliva al rosso, tanto che Castro stesso, il 27 giugno 1960 affermava: “Chi è anti-comunista o contro-rivoluzionario”. Questo non era affatto lo spirito della rivoluzione castrista quando combatteva contro Batista e Castro si dichiarava cattolico!

Ma il fatto più grave, già nel primo anno di potere, è che a dirigere i ministeri e gli organismi governativi venivano nominati membri del Partito comunista cubano (durante la guerriglia contro Batista il Partito non aveva partecipato), mentre i capi cattolici dei “barbudos” non avevano posti di responsabilità nazionale.
Il “I Congresso Cattolico Nazionale” organizzato dall’Azione cattolica nazionale, che si svolse all’Avana nel novembre 1959, era intitolato: “Giustizia sociale sì, comunismo no”. La manifestazione popolare del 30 novembre radunò a L’Avana un milione di cattolici, con la lettura di un messaggio di Giovanni XXIII che diceva: “Se l’odio ha dato tanti frutti amari di morte, dovrà accendersi di nuovo quell’amore cristiano che è l’unico che possa appianare le difficoltà, superare così tremendi pericoli e addolcire tante sofferenze”. Il Papa poi raccomandava “di salvare il volto cristiano di Cuba e di garantire le tradizioni cattoliche”.

Il 1960 è l’anno che segna la rottura fra il governo e la Chiesa. I comunisti erano ormai al governo e la campagna contro la Chiesa assume toni di virulenza mai raggiunti nemmeno sotto i precedenti governi massonici. Il regime sopprime le associazioni cattoliche, requisisce le opere di carità, istruzione e assistenza sanitaria della Chiesa. Nell’aprile 1961, dopo l’inutile e dannoso sbarco degli esuli anti-castristi, la polizia arresta numerosi sacerdoti e laici accusandoli di tradimento della patria.
Inizia il lungo periodo in cui la Chiesa non si può dire perseguitata, ma fortemente ostacolata e penalizzata in molti sensi. Basti dire che per lunghi anni, fino a una quindicina di anni fa, il governo non dava permessi per costruire nuove chiese e nemmeno materiali per riparare quelle esistenti. Nel settembre 1961 un fatto gravissimo. Migliaia di fedeli si erano riuniti nella Chiesa della Carità a L’Avana per partecipare ad una processiome, ignorando che il governo aveva ritirato poco prima il permesso. Quando la polizia dà l’ordine di sciogliersi, la gente inomincia a protestare gridando: “Cuba sì! Russia no!” e anche “Abbasso Castro!”. La polizia e i miliziani prontamente accorsi sparano sulla folla, ferendo parecchie persone e uccidendo Arnoldo Socorro, un giovane della J.O.C.
Poi arrestano decine di giovani e uomini cattolici. Il vescovo mons. Boza Masvidal, la personalità più in vista della gerarchia ecclesiastica, è espulso da Cuba con 125 sacerdoti e centinaia di suore stranieri. In tutta l’isola rimangono poco più di 100 preti, per sei diocesi, 598 parrocchie e circa 6,5 milioni di fedeli.

Quando sono andato a Cuba nel 1970, la Chiesa era veramente schiacciata dalla macchina ancor molto efficiente del Partito. C’era la libertà religiosa all’interno delle chiese, ma i cattolici erano controllati e penalizzati, i preti sorvegliati ovunque e incarcerati. Il regime sapeva che la Chiesa era ormai l’unica organizzazione a Cuba che usava un linguaggio diverso da quello del Partito e rappresentava un punto di riferimento anche solo spirituale, ideale, contro “il pensiero unico” dello stato. I cattolici che andavano in chiesa non venivano ammessi nel Partito e non potevano fare carriera in nessuna struttura dello stato, in un paese in cui tutto era ed dello stato!

Negli anni sessanta chi ha salvato la Chiesa da una totale distruzione è stato il Nunzio apostolico mons. Cesare Zacchi.

Castro aveva tutto l’interesse a rispettare un minimo di libertà religiosa per presentarsi al mondo esterno in modo diverso dall’URSS e dalla Cina di Mao, ma non tollerava nessuna opposizione anche moderata che potesse incrinare la compattezza del suo popolo. Il Nunzio, un toscano cordiale e grande diplomatico, è riuscito ad entrare nelle grazie del lìder maximo. Sono giunti ad un accordo sulla divisione assoluta fra Stato e Chiesa sulla base di una non interferenza reciproca. Ho conosciuto bene mons. Zacchi, che mi ha aiutato (vedi sopra) nelle difficile situazione in cui mi trovavo (come anche l’ambasciatore italiano). Sono stato due volte a pranzo da lui in Nunziatura, e mi raccomandava di non rompere, con i miei articoli, il difficile equilibrio a cui aveva portato la situazione della Chiesa a Cuba.

Il prezzo pagato per sopravvivere è stata la rinunzia ad ogni ruolo profetico della Chiesa nei confronti del regime. Il parroco di una grande parrocchia della capitale mi diceva nel 1970: “Noi siamo tenuti assolutamente e non dare alcun giudizio negativo nei confronti del governo, a non parlare assolutamente nè direttamente né indirettamente di problemi politici ed economici. Ogni denunzia di ingiustizie è impensabile. Siamo liberi fin che restiamo nell’interno delle chiese e parliamo di temi esclusivamente religiosi”. In un certo senso, mi diceva mons. Zacchi, i sacerdoti sono fra i privilegiati di Cuba, possono dedicarsi alle cose spirituali e non fanno il “lavoro volontario” e il servizio militare (dai due ai tre anni) a cui nessuno sfugge; e la Chiesa è l’unico organismo che non è sotto il totale controllo dello stato.

II° Tempo (1998 – 2008) – La visita del Papa a Cuba nel gennaio 1998.

Dopo la caduta del muro di Berlino, Castro ha continuato nella sua linea di fedeltà all’ideologia marxista e al comunismo, ma ben presto gli aiuti sovietici sono venuti a mancare e anche il petrolio ceduto e lo zucchero comprato a prezzi di favore. Cuba ha dovuto cambiare rotta per sopravvivere: a poco a poco ha spalancato le porte ai turisti (500.000 turisti l’anno, potrebbero essere milioni!), al piccolo commercio e alla piccola iniziativa privata, al dollaro che è diventato la seconda moneta nazionale dopo il peso, ma con la quale si compera tutto. Ma tutto questo senza attenuare la dittatura e il suo anti-americanismo e anti-occidentalismo.
La crisi dell’isola è però peggiorata anche nel già basso tenore di vita del popolo ed è diventata palese per le proteste popolari che nel 1994-1995 si sono concretizzate in un movimento di fuga in massa di grandi proporzioni. Si calcola che in due anni circa un milione e mezzo di cubani sono fuggiti in Florida.

Questo fatto ha creato gravi difficoltà al governo, che ha accolto ben volentieri la proposta di Giovanni Paolo II di visitare l’isola. Non un viaggio politico, ma religioso, di visita ad una Chiesa e ad un popolo cristiano. Il Papa aveva precisato fin dall’inizio del suo pontificato il significato dei suoi viaggi: Non hanno lo scopo né di legittimare né di delegittimare i governi o i regimi.
Giovanni Paolo II ha chiesto libertà per la Chiesa e rispetto dei diritti dell’uomo per tutti i cubani. Quando il 25 gennaio 1998 ha celebrato la Mesa solenne nella grane Piazza della Rivoluzione cubana, nella quale campeggia l’effigie di Che Guevara e nella quale Fidel Castro ha tenuto i suoi discorsi che mediamente duravano te-quattro ore, sono intervenuti un milione o più di cubani che prima ritmavano gridando: “Juan Pablo Segundo! Juan Pablo Segundo!”. Il Papa, dopo aver tentato invano di farli smettere, col suo vocione baritonale ha gridato più volte “Libertad! Libertad! Libertad!”. Tutta quell’immensa folla sembrava impazzita di gioia, come mostravano i volti accaldati ed eccitati dei partecipanti, e presero a gridare tutti assieme a ritmo cadenzato, col Papa che batteva il tempo con le mani alzate, come un direttore d’orchestra: “Li-ber-tad! Li-ber-tad! Li-ber-tad! Li-ber-tad!”. Un urlo di speranza che è risuonato come un tuono possente in tutto il mondo, facendo fremere anche chi l’ha visto e sentito alla televisione in Italia. E’ stato un momento irripetibile di commozione e di esaltazione. Tutti abbiamo sentito e compreso la forza della fede e degli insopprimibili diritti dell’uomo, anche in una situazione bloccata e in un popolo oppresso dalla dittatura come quello cubano. Il 25 gennaio 1998 era la prima volta, dopo quarant’anni, che il popolo cubano, applaudendo al Papa, poteva manifestare apertamente contro la dittatura!
Forse il miglior commento politico al viaggio del Papa a Cuba è stato quello di Carlos Franqui, ex-compagno guerrigliero di Castro e da trent’anni fiero oppositore del dittatore, il quale ha scritto: “Il Papa ha parlato di amore e di libertà e questo è qualcosa che i cubani non sono più abituati a sentire. Ne sono rimasti profondamente colpiti. Castro si pentirà di questa visita che potrebbe avere conseguenze molto pesanti per lui, risvegliando in tutto il popolo l’amore alla libertà. Finora Castro ha messo paura a tutti i cubani. Ora è lui ad avere paura del crollo della sua tirannia e della morte”.

Quali conseguenze dopo la visita di Giovanni Paolo II all’isola?

Per la Chiesa la visita è stata molto positiva, soprattutto perché il popolo cubano si è reso conto che il cristianesimo e le strutture organizzate della Chiesa sono le uniche forze popolari e libere di Cuba che rappresentano la tradizione cubana, le radici storiche e l’animo del popolo meglio di chiunque altro.
Nelle diocesi e parrocchie cubane, dopo il 1998 si è registrato un certo ritorno alla fede e alla pratica religiosa, anche perché il governo, a poco a poco, ha tolto alcuni divieti assurdi: ad esempio di fare processioni religiose in pubblico e non solo all’interno delle chiese, che oggi sono un segno visibile di una importante presenza diversa nel paese e nelle singole località. Forse per questo un prete che vive a Cuba mi diceva due anni fa in Italia: “Quando facciamo la processione, vi partecipano anche molti che in chiesa non li ho mai visti. Evidentemente vengono per fare numero, per dire a tutti che chi non la pensa come il regime siamo in tanti”. Anche a Cuba, qualsiasi piccola parrocchietta, anche senza sacerdote residente, ha i suoi santi, la sua devozione alla Madonna, la sua festa patronale annuale. Ogni occasione è buona per una manifestazione cattolica esclusivamente religiosa, ma che ha anche altri significati.

Il governo ha riconosciuto il Natale come festa nazionale; diocesi e parrocchie possono pubblicare piccoli bollettini a circolazione locale; le riviste della Chiesa sono due “Vitral” e “Palabra Nueva” che sono sotto costante minaccia di chiusura se non si sottopongono alla censura governativa, ma vent’anni fa non c’erano; infine il Partito comunista cubano ha tolto il divieto ai cattolici di diventare membri del Partito!
Ma, cosa molto più importante: dal 1959 Cuba si definiva una “Repubblica marxista-leninista”, ma la nuova Costituzione del 1991 dice che Cuba è una “Repubblica laica”. Nel 1992 il Parlamento ha adottato una risoluzione secondo cui lo Stato non è più ateo ma laico e l’ateismo non è più insegnato nelle scuole. La libertà religiosa in passato era solo o quasi solo formale, cioè all’interno delle chiese, ora il governo si mostra più tollerante e aperto verso i fedeli cattolici.

Dopo la visita di Giovanni Paolo II nel gennaio 1998, la libertà per la Chiesa è stata maggiore. Sono in aumento le conversioni e i battesimi di adulti, le vocazioni sacerdotali e religiose. Occorre dire che Cuba non aveva mai avuto, come altri paesi latino americani, il 97-98% di cattolici, ma solo il 70-75% circa. Ma negli anni sessanta e settanta si calcolava che fossero scesi al 10-12%, con una pratica religiosa al 2-3%.
Dal novembre 1996, dopo la visita di Castro a Roma e il primo incontro con Giovanni Paolo II, il governo cubano ha aperto le porte all’ingresso di nuovi missionari stranieri, concedendo il visto a 15 sacerdoti e 25 suore, fra i quali anche diversi italiani. Oggi a Cuba ci sono 327 sacerdoti, di cui 180 stranieri, però negli ultimi 4-5 anni nessun permesso è stato più concesso. Nei due seminari di L’Avana e di Santiago studiano un’ottantina di seminaristi.
Un sacerdote italiano a Cuba mi dice: “Ai vertici c’è un dialogo fra Chiesa e stato, ma alla base la burocrazia statale e il Partito comunista cercano in tutti i modi di ostacolare la Chiesa e noi preti nel nostro ministero. Ormai sono abituati a pensare che la Chiesa è il nemico numero uno della Rivoluzione e ci vorranno anni per pensarla diversamente. L’insegnamento dell’ateismo nelle scuole non dovrebbe esserci più, invece continua ancora più meno come prima. Così per il marxismo-leninismo, tutto è ancora impostato su quell’ideologia”.

Statistiche ufficiali pubblicate del febbraio 2008 per il viaggio del card. Bertone dicono che i cattolici sono 6.730.000 su 11.280.000 abitanti, cioè più del 70%. I protestanti delle Chiese storiche sono il 3,5%, ma la seconda religione di Cuba è la cosiddetta “Santeria”, vista bene e favorita dal governo e dal partito, come superstizione folcloristica e tradizionale che non dà nessun fastidio al potere politico ed è presentata come un’attrattiva turistica. Il discorso è troppo lungo per farlo qui. Ricordo che nella città di Santa Clara mi avevano portato a vedere una di queste “Santerie”. Una sala con un altare in fondo, pieno di immagini e statuine di santi, quadri e oggetti vari (ricordo un gatto di terracotta), candele e lumini, alle pareti altre immagini di santi veri o immaginari: un concentrato di simboli del culto cristiano e dei culti africani portati dagli antichi schiavi neri.

A Cuba ci sono 3 arcidiocesi e 8 diocesi, 200 sacerdoti diocesani e 145 religiosi
642 religiose – 60 diaconi permanenti – 4.627 catechisti
1.800 missionari laici locali, cioè persone impegnate in varie forme a diffondere la Parola di Dio e nelle “comunità di base” e di preghiera.

Il card. Jaime Lucas Ortega, arcivescovo di L’Avana, che quando è stato fatto cardinale nel 1994 era il più giovane cardinale della Chiesa ed è stato anche due anni in un campo di lavoro forzato (1966-1967), intervistato a L’Avana nel gennaio 2008, è ottimista sul futuro. Dice che l’atmosfera verso la Chiesa cattolica è cambiata in meglio dopo il viaggio di Giovanni Paolo II dieci anni fa e ricorda quando il Papa parlò a un milione di persone e gridò forte: Libertà! Libertà! e il popolo rispose gridando: Libertà! Libertà! E’ un fatto, dice, ancora ricordato da tutti. Secondo il card. Ortega, la Chiesa è l’unica struttura sopravvissuta dai tempi prima di Castro, stimatissima perché perseguitata. Il ritorno di molti alla fede non è un fenomeno di massa, ma molto significativo dopo mezzo secolo di marginalizzazione della Chiesa e di ateismo di stato.

La Chiesa è giunta ai nostri tempi, quando c’è la ripresa religiosa, impreparata a fronteggiare le molte richieste di assistenza religiosa, oltre che per lo scarso numero di sacerdoti, anche per le poche chiese ancora aperte, poiché per trent’anni il governo non concedeva nessun permesso per costruire una nuova chiesa e spesso nemmeno il materiale per riparare le chiese esistenti.

III Tempo – Dopo il 2008 – La visita del Segretario di Stato, Card. Tarcisio Bertone, in rappresentanza di Benedetto XVI.

Il 21-26 febbraio 2008 il card. Bertone visita Cuba portando un messaggio di Benedetto XVI alla Chiesa cubana, in occasione del X° anniversario della visita di Giovanni Paolo II. Il Papa afferma che il cristianesimo è giunto a Cuba cinque secoli fa ed è “un’eredità radicata nell’animo cubano, i cui valori, proclamati dal Vangelo, hanno avuto un grande influsso nella nascita della nazione”; e restano “un elemento vitale anche per la concordia e il futuro della patria”.
Non c’è dubbio – ha aggiunto Papa Benedetto – che l’isola “ha bisogno” dell’azione della Chiesa, che “tende a fare il bene, a promuovere la dignità della persona” e “seminando sentimenti di comprensione, misericordia e riconciliazione” contribuisce “a migliorare l’uomo e la società”.

Il card. Bertone si proponeva due scopi: incoraggiare la Chiesa cubana nell’opera di evangelizzazione e incontrare i capi di Cuba per chiedere il rispetto di un’autentica libertà per la Chiesa stessa e il rispetto dei diritti dell’uomo per i tutti i cubani.
Il primo scopo l’ha realizzato pienamente, trovando una Chiesa viva e piena di entusiasmo e di speranza per il futuro dell’isola e del cristianesimo fra il popolo cubano. In vari discorsi e cerimonie e negli incontri personali con vescovi, preti e laici, il Segretario di Stato ha insistito su una formazione cristocentrica dei cristiani e la coltivazione delle vocazioni sacerdotali e religiose.

Nell’incontro con Raul Castro, il nuovo “lider maximo” di Cuba, il card. Bertone ha dichiarato, nella conferenza stampa del 26 febbraio, che “le autorità hanno promesso maggori aperture sulla stampa scritta e sulla radio, e in alcune occasioni eccezionali anche in TV”. Ed ha aggiunto: “Si comincia sempre dalle promesse, però speriamo in qualche apertura poichè niente è impossibile”. Il cardinale ha detto anche di aver “chiesto un maggior spazio per la Chiesa nella formazione e nell’educazione, ossia la partecipazione alla cultura. Vediamo cosa succederà”.

Simbolico il monumento inaugurato da Santa Clara di Papa Giovanni Paolo II, per ricordare la sua visita a Cuba, con alla base il motto del grande Papa polacco: “Aprite le porte a Cristo”.

Padre Gheddo su Radio Maria (2008)

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