La democrazia nella casa dell’islam? – Padre Gheddo su Radio Maria

Le manifestazioni vittoriose contro Mubarak in Egitto, iniziate il 25 gennaio scorso, che chiedevano un cambio immediato di governo, sono state definite “la rivoluzione dei giovani” e hanno ottenuto un risultato che sta sconvolgendo il mondo arabo-islamico. Dopo pochi giorni di resistenza alla piazza, il 10 febbraio Mubarak si è dimesso da presidente dell’Egitto. Era al potere dal 1981, dopo l’assassinio del vice-presidente Sadat, di cui era vicepresidente. Nel mondo arabo è la seconda volta in un mese che la piazza ottiene in pochi giorni il risultato imprevisto di azzerare una lunga dittatura personale, dopo che in Tunisia anche il dittatore Ben Alì, al potere dal 1987, è stato costretto all’esilio.

Tra gennaio e febbraio vi sono state (e volte continuano) manifestazioni popolari contro i governi, oltre che in Egitto e Tunisia, anche in Yemen, Algeria, Giordania, Siria, Marocco, Libia, Iran, Bahrein, Kuwait, Qatar, Gibuti. L‘insoddisfazione popolare è dovuta soprattutto alla crisi economica internazionale, che ha causato l’aumento dei prezzi del cibo quotidiano e dei beni di base. Ma il motivo politico della protesta contro le dittature e la mancanza di libertà è diventato rapidamente lo stimolo principale che ha animato soprattutto i giovani a scendere in piazza. Ormai, con la diffusione di televisione e internet, i giovani di tutto il mondo entrano in una sensibilità condivisa.

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La situazione sta evolvendo rapidamente, in Occidente tutti speriamo che questi paesi si orientino verso la democrazia. Ma c’è anche il pericolo molto concreto che si ripeta quello che è successo nel 1979 in Iran dove, Mandato in esilio lo Scià di Persia, Reza Pahlevi, che senza dubbio era un dittatore fino-occidentale, ma stava modernizzando il paese (mandava le ragazze a scuola e all’Università, favoriva il dialogo tra islamici e cristiani, controllava l’estremismo islamico), è prevalso il capo islamico carismatico Khomeini, che ha instaurato la dittatura religiosa degli ayatollah, tuttora al potere.

La mia catechesi si svolge in tre punti:

  1. La rivolta dei giovani in Egitto e nell’islam
  2. L’islam e i diritti dell’uomo
  3. L’islam deve liberarsi dal fondamentalismo, noi cristiani dal laicismo

Parte prima – La rivolta dei giovani in Egitto e nell’islam

L’Egitto è il maggior paese arabo-islamico, con circa 80 milioni di abitanti, mentre gli altri 20 membri della Lega Araba, che ha sede al Cairo, assommano tutti assieme a circa 180 milioni. Per la sua storia e la sua posizione geografica al centro del Medio Oriente, nei tempi moderni l’Egitto è sempre stato la guida dei paesi arabi e il precursore, il battistrada del rinnovamento, della modernizzazione dell’islam.

Ascesa e crollo dell’islam politico (600 d.C. -1924)

Per capire l’Egitto e il mondo islamico, bisogna ricordare che l’islam, dalla fondazione all’inizio nel 612 dopo Cristo fino al 1600, aveva conosciuto un millennio di storia gloriosa e vittoriosa. I Califfi (cioè i successori di Maometto), che erano capi religiosi, politici e militari, partendo dal deserto dell’Arabia avevano esteso la religione del Corano all’Egitto, a tutto il Nord Africa, a quello che oggi è il Medio Oriente, fino all’India e all’Asia centrale; poi anche in Spagna, in Sicilia e in parte dell’Europa orientale fino alla Russia e alle porte di Vienna.

Il mondo islamico è cresciuto nella convinzione di essere l’autentica e ultima espressione del Dio unico di Abramo, che dal tempo di Maometto proteggeva i musulmani dando loro continue vittorie militari e territoriali, fermate solo dal deserto del Sahara in Africa, dalle nevi della Siberia nell’Asia centrale e dall’immensità e impermeabilità della religione-cultura indiana (però l’India è stata sotto il potere di un regno islamico dal 1530 fino al 1858 quando inizia la colonizzazione inglese).

In Europa l’islam è fermato a Lepanto in Grecia (vicino a Corinto) il 7 ottobre 1571 dalla flotta militare degli stati cristiani convocata dal Papa San Pio V (244 “galere” con 36.000 combattenti); e poi nel 1683 a Vienna ancora da una lega di stati cristiani, chepone fine alla fase espansiva del “Jihad”, la “guerra santa” per diffondere l’islam a tutti i popoli.

Soprattutto Lepanto ha distrutto il mito dell’invincibilità musulmana e ha allontanato il pericolo di un dominio turco e del califfo di Istanbul nel Mediterraneo. Comunque nei due secoli fra i popoli musulmani e cristiani del Mediterraneo regna la pacifica convivenza, fioriscono i commerci e gli scambi culturali fra le università e il mondo intellettuale.

Ma l’Occidente cristiano era dinamico nelle scienze e nelle tecniche, nella scoperta di terre nuove, nell’arte militare, nella maturazione filosofico-religiosa di una nuova coscienza che metteva l’uomo al centro, e quindi si orientava verso lo sbocco inevitabile della democrazia. Già nel 1618 il poeta John Milton, parlando nel Senato inglese sulla dignità dell’uomo, esprimeva il principio democratico: “One Man, One Vote”, cioè “Ogni uomo un voto”. Nel 1700 l’Illuminismo si fa portabandiera della ragione, della scienza e della democrazia e la Rivoluzione francese (1989) giunge a proclamare i tre principi che in due secoli rivoluzionano l’intero Occidente cristiano: Libertà, Fraternità, Eguaglianza.

Al contrario il mondo islamico medio-orientale, schiacciato dal pesante dominio militare-religioso turco dell’Impero ottomano, era bloccato in una cultura stagnante. Impegnato a celebrare le glorie di un lontano passato, non cambiava nulla, ma mirava a conservare la fede e la vita dei popoli come li aveva ricevuti e com’erano al tempo di Maometto. Ecco la differenza sostanziale fra cristianesimo, religione “progressista”, e l’islam, religione “conservatrice”.

La Rivoluzione francese (1789) genera nel 1793 la dittatura di Napoleone Bonaparte (1783-1815), che nel 1798 compie una spedizione militare in Egitto e lo occupa fino al 1801. L’Egitto è quindi il primo paese islamico ad essere occupato da una potenza europea, le classi dirigenti e intellettuali egiziane si accorgono che quell’Europa che due secoli prima pensavano di poter conquistare, adesso è cresciuta e sta occupando una terra sacra dell’islam. Napoleone porta in Egitto scienziati, ingegneri, matematici, medici, chirurghi, esploratori, scrittori. In pochi anni i francesi dimostrano all’islam quanto sono ricchi e potenti scientificamente e militarmente.

L’Egitto riceve dalla breve occupazione francese uno shok e una spinta di rinnovamento che è realizzato da Muhammad Alì, considerato il fondatore dell’Egitto moderno, il quale manda in Europa molti giovani a studiare, costruisce la prima linea ferroviaria dei paesi islamici, la prima università con criteri moderni, fino all’inaugurazione del Canale di Suez (1869) e all’esecuzione dell’ “Aida” di Giuseppe Verdi al Cairo nel 1870. La spedizione di Napoleone, con i suoi studiosi e scrittori ha svelato all’Europa le tante meraviglie della civiltà sorta nella terra resa fertile dal Nilo. E’ il primo e fondamentale incontro-scontro fra il mondo cristiano e quello islamico all’inizio del 1800.

Nel 1800 e 1900 i paesi islamici del Mediterraneo sono dominati dall’Occidente. La Francia occupa l’Algeria (1849-1871) ed estende il suo protettorato su Marocco e Tunisia, l’Italia occupa la Libia nel 1912 e con la prima guerra mondiale, quando il Califfo ottomano di Istanbul, alleandosi con l’Impero austro-ungarico e la Germania, perde la guerra, il Califfato si dissolve politicamente. Dopo la prima guerra mondiale nascono le nazioni di Egitto, Siria, Libano, Iraq, Palestina, Giordania, Arabia, Kuwait, Emirati Arabi, prima parte del’Impero ottomano, poi indipendenti ma sotto protettore inglese o francese. La suprema autorità dell’islam, il Califfo di Istanbul, perde il politico e militare. Le rimane solo il potere religioso, ma per breve tempo.

Lo sconvolgente shock psicologico, che equivale alla morte dell’islam politico, i popoli islamici lo ricevono nel 1923 quando il colonnello Kemal Ataturk assume il potere politico in Turchia e nel 1924 fonda il primo stato laico popolato abitato da musulmani, manda in esilio il Califfo (cioè il successore di Maometto) e dichiara estinto il califfato, la massima autorità dell’islam. Questo fatto acuisce la crisi del modello islamico di società, aumenta la frustrazione dei religiosi e degli intellettuali islamici e poi di tutti i popoli e l’avversione musulmani in tutto il mondo contro l’Occidente, considerato la causa della decadenza dell’islam.

La rinascita dell’islam politico (1928-2011)

Nel 1928 nascono in Egitto i “Fratelli musulmani”, la prima e la più importante associazione islamica con un approccio di tipo politico all’Islam. Si oppongono alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un’osservanza più ligia dei precetti del Corano e per restaurare l’islam come “governo di Dio sul mondo”, con la rigida applicazione della “Sharia” (la legge islamica). Rifiutano l’influenza occidentale e i loro campi d’azione sono le attività sociali, l’insegnamento, la sanità, l’aiuto ai poveri, oltre all’organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità. Hanno creato una rete di opere che li rendono un movimento profondamente radicato nel popolo e questo ha permesso ai Fratelli musulmani di superare tutte le repressioni d parte dei governi egiziani. Oggi sono un soggetto politico dal largo seguito, che sposa la causa delle classi in difficoltà e gioca un ruolo preminente nel movimento nazionalista egiziano, richiamandosi al dovere della fedeltà ai valori islamici, pur rifiutando oggi l’estremismo e il terrorismo.

Nel 1947 nasce lo stato di Israele, che sconfigge nel 1948 gli eserciti dell’Egitto e dei vicini paesi arabi. La sua esistenza è considerata una violenza coloniale dell’Occidente contro i paesi arabo-islamici e rimane ancor oggi una spina nel fianco del mondo islamico. Nel 1949 il fondatore Hassan al Banna è assassinato da alcuni agenti della monarchia ereditaria che regnava in Egitto dal 1922. I Fratelli musulmani avevano troppo influsso sul popolo e rappresentavano un pericolo per la monarchia di Re Faruk, filo-occidentale e favorevole ad un islam che si adatta al mondo moderno.

Questo assassinio ha un fortissimo impatto fra i musulmani egiziani e segna l’inizio dell’opposizione del popolo alla monarchia di Egitto-Sudan. Nel 1952 l’esercito depone il re e il colonnello carismatico Gamal Abdel-Nasser (1918-1970) assume pieni poteri e partecipa attivamente al “Movimento dei non allineati”, teoricamente neutrali nella guerra fredda fra Oriente ed Occidente, praticamente anti-imperialista (cioè anti-occidentale) e alleato dell’Urss e della Cina di Mao. Nasser ne è segretario dal 1964 alla morte nel 1970. Il gesto coraggioso di nazionalizzare il Canale di Suez, che provoca l’intervento militare franco-inglese, lo fa ricordare ancor oggi come simbolo della dignità e libertà dei paesi islamici.

In Egitto Nasser è ricordato anche per il “socialismo islamico”, il tentativo di creare la “Repubblica araba unita” unendo Egitto e Siria e per le numerose riforme che modernizzano il paese . La sua stella politica incomincia ad appannarsi dopo la “guerra dei sei giorni” contro Israele (1967), che occupa tutto il Sinai, giungendo fino al Canale di Suez. Ancora una volta l’Egitto è il capofila dei paesi arabo-islamici con una politica di indipendenza dalle ex-potenze coloniali.

Riguardo ai Fratelli musulmani, Nasser inizialmente adotta un atteggiamento tollerante nei loro confronti, ma nel 1954, a causa della loro implacabile ostilità al progetto nasseriano di cambiamento della società egiziana, scioglie il movimento e perseguita i suoi membri. Muoiono nelle carceri egiziane migliaia di attivisti. Altra repressione dopo la “guerra dei sei giorni” (1967), quando i “fratelli musulmani” sono arrestati, torturati, impiccati. Per sopravvivere, i dirigenti della Fratellanza espatriano in Siria e Giordania, dove creano delle branche del movimento. Altri scappano in Arabia Saudita, dove sono legali e protetti dalla monarchia. Da allora i Fratelli Musulmani si diffondono nei paesi arabi costituendo una rete finanziaria molto potente, presente anche in una decina di paesi europei.

Dopo la morte di Nasser nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar Sadat sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che dal 1979 tornano a praticare la lotta armata, fino ad uccidere Sadat nel 1981, senza che questo porti alla caduta del regime.

Però, nel 1979, prima di essere ucciso, Sadat firma a Camp David negli Stati Uniti, il “Trattato di pace con Israele” e ricupera il Sinai, riaprendo il Canale di Suez, principale fonte di valuta straniera dell’Egitto. Una pace storica che isola Israele dalle altre azioni arabe e lo avvicina sempre più agli Stati Uniti e all’Europa.

Anche questa volta l’Egitto è il battistrada delle altre nazioni arabe che finiranno, si spera, per mettersi d’accordo con Israele, se vogliono vivere in pace. Finora però solo la Giordania ha firmato la pace con lo stato ebraico.

Con il nuovo leader egiziano Hosni Mubarak, dal 1984 i Fratelli Musulmani possono partecipare alle elezioni, in alleanza con i partiti laici di opposizione, e tornano ad espandersi nella società. Presenti in Parlamento, si trovano in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano. Proprio questi gruppi terroristi, che insanguinano il paese, offrono a Mubarak l’occasione di ottenere dagli Stati Uniti e dall’Europa generosi aiuti e instaurare in Egitto gravi limitazioni alla libertà dei cittadini.

Ma quello che soprattutto ha danneggiato il regime di Mubarak sono stati due fatti gravi: l‘enorme corruzione delle élites governative (comprese quelle militari) e dello stesso leader, che, si calcola, abbia all’estero beni per circa 50 miliardi di dollari! E, secondo, la mancanza di una politica di modernizzazione dell’Egitto. Gli ultimi trent’anni sono stati per l’Egitto un lungo periodo di stagnazione economica, diminuzione del potere d’acquisto della moneta, aumento della disoccupazione e difficoltà crescente nel mantenere l’ordine pubblico.

Il futuro dell’Egitto, e degli altri paesi islamici interessati alle manifestazioni di questi giorni, è quanto mai incerto. Nascerà anche per l’islam un cammino verso l’autentica democrazia liberale oppure vincerà la tendenza che ha già trionfato in Iran nel 1979, quella dell’estremismo islamico patrocinato da Al Quaida?

La rivolta in Egitto e nei paesi islamici contro i dittatori non è di tipo ideologico o politico, ma è nata soprattutto dalla “Rete Internet” e quindi dai giovani che la usano quotidianamente. E’ una svolta nella storia recente perché oggi l’Internet rappresenta il più grande megafono mai esistito per la diffusione della propria idea politica, religiosa o culturale. Una vera e propria agorà virtuale, la massima espressione della democrazia, dove ciascuno manifesta il proprio pensiero. L’eventuale successo delle manifestazioni in terra d’Islam, se porterà alla democrazia, potrebbe diventare la campana dell’ultima ora per tutte le dittature, compresa quella cinese e le tante altre nel Sud ed Est del mondo.

II) L’islam e i diritti dell’uomo

Il mondo islamico, poco meno di un miliardo e mezzo di persone, è oggi diviso in due correnti contrapposte:

1) La prima propone e persegue il ritorno all’islam originario e alla sua tradizione storica. Viene definita “il neo-tradizionalismo islamico” ed è rappresentata, nelle sue estreme manifestazioni, dall’Iran e da Al Quaida; ma anche da altri stati che praticano la “sharia” (legge islamica): Arabia Saudita, Pakistan, 12 stati della Nigeria, Sudan, varie regioni della Somalia.

2) La seconda è l’islam riformista, che vuol modernizzare l’islam o rinnovarlo per poter entrare nel mondo moderno ed è rappresentata da quel che definiamo “islam moderato”. Coinvolge pensatori e filosofi islamici (viventi soprattutto in Occidente) e i governi più vicini all’Occidente, dal Marocco alla Malesia, dalla Giordania alla Turchia, che tentano di realizzare una modernizzazione dei loro paesi, incontrando però la ferma resistenza dei movimenti tradizionalisti, che hanno un forte influsso sul popolo profondamente religioso.

In pratica, l’islam, per entrare nel mondo moderno deve, in sostanza, risolvere il problema di come accettare la “Carta dei Diritti dell’Uomo” varata nel 1948 dalle Nazioni Unite, perché è la sintesi del cammino fatto dall’umanità verso il riconoscimento della dignità di ogni uomo e di ogni donna. La Carta dell’Onu, firmata il 26 giugno 1948 a San Francisco (USA) da cinquanta nazioni che formavano il primo nucleo delle Nazioni Unite è un documento estremamente importante per la storia dell’umanità, forse il più importante del secolo XX.

E’ la prima volta, che popoli, di razze, lingue, religioni e culture diverse, si mettono d’accordo sui principi fondamentali che debbono regolare i comportamenti dell’uomo e degli stati per il rispetto della persona umana, uomo o donna che sia.

La Dichiarazione dei diritti umani dell’islam”

Ebbene, i paesi musulmani non hanno firmato perché, dicevano, vi sono norme non conformi alla “legge islamica” (sharia). Questo solo fatto indica con chiarezza qual è il nodo fondamentale per cui l’islam, in genere, non riesce ad entrare nel mondo moderno e non riesce a vivere in pace come popolo di minoranza in paesi cristiani o non cristiani che accettano, almeno nelle leggi, la Carta del’Onu.

In seguito, diversi paesi islamici, specie quelli allora non rappresentati nell’assemblea delle Nazioni Unite, hanno poi firmato quella Carta, ma il contrasto di fondo e rimasto. Nel 1981 i paesi islamici hanno pubblicato a Parigi una “Dichiarazione islamica dei Diritti dell’Uomo”, poi riscritta e approvata al Cairo il 4 agosto 1990 dai ministri degli esteri dei 45 stati che aderiscono alla “Conferenza islamica”.

Leggendo e confrontando i due Documenti, dell’Onu e del Cairo, si notano molte e gravi differenze. E’ importante comprendere che la radice del malessere islamico nei confronti del mondo moderno non è politica, ma religiosa. E questo si capisce leggendo le due Dichiarazioni, la prima dell’Onu è laica,ma ispirata alle verità del Vangelo, la seconda islamica è ispirata ai precetti del Corano. Per il mondo arabo, la parola “laico” – su cui si basa la dichiarazione Onu per i diritti umani – significa “ateo” e per questo è da rigettare. Ecco in sintesi le principali differenze fra i due Documenti:

1) La Carta dell’Onu si intitola “Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo”, quella del Cairo porta il titolo: “Dichiarazione sui diritti umani nell’islam”. I due Documenti hanno finalità diverse. L’Onu vuol dare un testo normativo valido per tutti gli uomini e tutti gli stati che entrano a far parte della sua organizzazione; la Dichiarazione del Cairo è un testo normativo per i musulmani, ma vuol dimostrare che anche i fedeli del Corano hanno un testo simile a quello dell’Onu e anche l’islam ha i suoi diritti dell’uomo, anche se diversi da quelli dell’Onu.

2) La Carta dell’Onu è semplice, chiara, logica, si capisce bene quel che vuol dire, la Dichiarazione dell’islam spesso è confusa, in certi punti non si capisce bene cosa vuol dire. Non è un difetto di stile, ma pare il tentativo di confondere le carte, in modo che la differenza fra i due Documenti non risulti abissale, come in pratica risulta essere.

3) La Carta dell’Onu è laica, parla della religione solo per dire che ciascuno ha diritto di praticare e di cambiare religione, la Dichiarazione islamica parte subito all’inizio con una lunga dichiarazione su Dio e poi continuamente nel testo richiama la legge di Dio (cioè la “Sharia”, la legge islamica). Una delle differenze fondamentali fra cristianesimo e islam è proprio questa: Gesù ha riconosciuto l’autonomia del potere temporale e non ha fatto politica; il Corano non separa la religione dalla politica, infatti Maometto era capo religioso, politico e militare dei primi fedeli dell’islam. E dopo di lui tutti i Califfi (cioè i suoi successori), fino al crollo dell’Impero turco-ottomano nel 1924.

4) La Carta dell’Onu contempla i più importanti aspetti della vita umana, fissando per ciascuno di essi i suoi principi, la Dichiarazione islamica, composta sulla falsariga di quella dell’Onu, certi punti non li tratta o li tratta in modo ambiguo e aggiunge che tutto va inteso “secondo la Legge islamica”. In termini semplici e chiari, la Carta dell’Onu esprime il mondo moderno e i criteri per renderlo più vivibile per tutti; la Carta islamica esprime il mondo islamico, che è invivibile anche per i musulmani e lo dimostra la rivolta dei giovani di questi giorni in molti paesi islamici, cioè nelle società create dall’islam e fondate sull’islam.

Perché i profughi dai paesi islamici vengono in Europa?

Ecco in particolare alcuni articoli della Dichiarazione islamica che contrastano con la Carta dell’Onu. Non è possibile un’elencazione esauriente, ma bastano pochi cenni per comprendere tutto il resto.

Il testo inizia con queste parole: ”Gli stati membri dell’organizzazione della Conferenza islamica, riaffermando il ruolo civilizzatore e storico della Ummah Islamica (la comunità), che Dio fece quale migliore nazione… e il ruolo che la Ummah deve svolgere per guidare una umanità confusa da orientamenti e ideologie contraddittorie e per fornire soluzioni ai cronici problemi dell’attuale civiltà materialistica”.

Poi continua: “Desiderando contribuire agli sforzi dell’umanità intesi ad asserire i diritti umani… e affermare la sua libertà e il suo diritto ad una vita degna in accordo con la Shari’ah Islamica… Credendo che i diritti fondamentali e le libertà fondamentali nell’Islam sono parte integrante della religione islamica…. Di conseguenza ogni persona è individualmente responsabile – e la Ummah collettivamente responsabile – della loro salvaguardia”.

Il lungo testo iniziale (qui sintetizzato) dice questo:

– che la Ummah (Comunita islamica) è la miglior nazione esistente perché creata da Dio

– e ha il compito di salvaguardare una “vita degna in accordo con la Sharia islamica”.

E’ noto come la “Ummah” salvaguarda la vita degna dei musulmani secondo la Sharia: togliendo ai fedeli dell’islam la libertà di cambiare religione e di pensare con la propria testa, creando nelle società islamiche la dittatura del “pensiero unico”. La Sharia e la Ummah non hanno creato, nel mondo moderno, nessuna società, nessun stato (nonostante le enormi ricchezze del petrolio) in cui si viva bene. Tant’è vero che i profughi dai paesi dell’islam vengono in Italia e in Europa, nessuno va nei ricchi paesi dell’islam, ad esempio, in Iran o in Arabia Saudita, dove vige la Legge islamica. L’islam deve interrogarsi su fatti innegabili come questo!

L’Art. 10 della Carta del Cairo dichiara: “L’islam è la religione intrinsecamente connaturata all’essere dell’uomo” (art. 10), ma prende le distanze dalla laicità dello stato e da una visione egualitaria del pluralismo religioso; concede la libertà religiosa, ma “fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito”. Discorso ambiguo e inconsistente.

L’Art. 6 dice: “La donna è uguale all’uomo in dignità umana e ha diritti da godere e obblighi da adempire; essa ha la propria identità e indipendenza finanziaria e il diritto di mantenere il proprio nome e la propria identità. Il marito è responsabile del mantenimento e del benessere della famiglia”.
Però non parla di tutti i limiti che la Legge islamica pone all’uguaglianza tra uomo e donna, ad esempio la poligamia. E poi il Corano afferma chiaramente che “gli uomini sono superiori alle donne” (la Sura della Vacca al versetto 228) e nel versetto 34 della “Sura delle Donne” si legge che “gli uomini hanno autorità sulle donne, a causa della preferenza che Dio concede agli uni rispetto alle altre e perchè spendono per esse i loro beni”.

Da queste affermazioni viene la tradizione passata nella Sharia, che dà al marito autorità assoluta sulla moglie, può esigere obbedienza e respingere possibili ribellioni con ammonimenti ma anche con punizioni corporali (Sura 4, 34). D’altra parte, quante donne italiane, che hanno sposato un musulmano, finiscono poi per separarsi proprio per questo motivo (ne ho conosciuto alcune). Nella tradizione islamica il marito che batte la moglie è una cosa ammessa e normale, non suscita scandalo, anche se il costume sta cambiando nelle città.

Nella tradizione e legge islamica la testimonianza della donna vale metà di quella dell’uomo, la testimonianza di un uomo vale più di quella di due donne.


Riguardo alla libertà di pensiero, nella Carta del Cairo all’art. 22 si legge: “Ognuno ha il diritto di sostenere ciò che è giusto e propagandare ciò che è buono e mettere in guardia contro ciò che è sbagliato e malvagio, in conformità con le norme della Shari’ah Islamica…. L’informazione è una necessità vitale per la società. Essa non può essere sfruttata o distorta in modo tale da violare la sanità e la dignità dei Profeti, minare i valori morali e etici o disintegrare, corrompere o inquinare la società o indebolirne la fede”.

Questo non è la libertà di pensiero e di stampa a cui l’uomo aspira alla quale ha diritto. La Dichiarazione del Cairo termina con questi articoli: “Tutti i diritti e le libertà enunciate nella presente Dichiarazione sono soggette alla Sharia Islamica (art.24). La Sharia islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione (art. 25)”.

Cosa c’è di sbagliato nell’islam?

Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, che alla radice è un problema teologico: cioè come leggere e interpretare il Corano. Nella conferenza all’università di Ratisbona (12 settembre 2006), Benedetto XVI segnalava una delle differenze sostanziali tra islam e cristianesimo e diceva: “La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia”, cioè una somiglianza nel modo di ragionare . E concludeva: “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”.

Il Papa affermava che la violenza per Dio non esiste, non può esistere, la ragione la condanna e denunziava l’assurdità della violenza esistente nel mondo islamico, per dare uno scossone anzitutto all’Islam stesso. Perché l’islam moderato capisca che è arrivato il momento di reagire e di far sentire le proprie ragioni e la giusta aspirazione dei popoli di vivere in pace.

Infatti, se si guarda all’attualità sorprendono questi fatti, che dovrebbero preoccupare specialmente i capi e le guide spirituali dell’islam. Elenco semplicemente i fatti ormai noti a tutti che come la tradizione e la legge islamica hanno creato costumi e abitudini che il mondo moderno non può accettare:

– Nel mondo islamico si assiste quasi ovunque ad una crescita del terrorismo e del fondamentalismo, segnali forti dei disagi di cui soffrono i popoli del Corano nel mondo moderno.

– In nessun paese a maggioranza islamica c’è vera democraziae libertà di stampa. Negli stati teocratici dove vige la Sharia ci sono dittature.

– In nessun paese a maggioranza islamica i fedeli di altre religioni, e specialmente i cristiani, godono di piena libertà religiosa.

– Fra i musulmani in Occidente alcuni studiosi islamici criticano l’islam. Perché questo “islam moderato” quasi non esiste nei paesi a maggioranza islamica?

– Dove i musulmani sono una consistente minoranza religiosa (Filippine, Thailandia, Cina, Costa d’Avorio, Nigeria), chiedono con la violenza e la guerriglia la secessione dalla nazione in cui sono nati, non si adattano a vivere come minoranza.

– I paesi islamici, quasi tutti benedetti da Dio con grandi risorse naturali (petrolio), sono molto in basso nella graduatoria monitorata dall’Onu per misurare lo “sviluppo umano” dei popoli (istruzione, libertà religiosa e di stampa, giustizia sociale, democrazia, diritti dell’uomo e della donna, benessere, sanità, ecc).

– L’uso della violenza, del denaro e del ricatto (se entri in questo commercio, in questa azienda devi convertirti all’islam) per portare nuovi fedeli nella comunità islamica o per impedire l’uscita di un fedele dall’islam è molto comune in quasi tutto il mondo islamico, specialmente nell’Africa nera, dove le conversioni all’islam molto spesso sono causate da questi ricatti.

– I numerosi paesi islamici ricchi di petrolio, non aiutano i paesi islamici poveri. Nel 2004 ho visitato il sultanato del Brunei, che ha numerosi lavoratori dal Bangladesh. Uno di questi mi diceva: “Il nostro povero paese d’origine è aiutato dai paesi cristiani. Perché il ricco Brunei non aiuta noi che siamo fratelli nell’islam?”.

Perchè i capi islamici non discutono pubblicamente di questi problemi, coinvolgendo i loro popoli? In Occidente si parla spesso di “islam moderato” e certamente la grande maggioranza dei musulmani sono persone di preghiera e di virtù umane, oneste e di buon senso: l’ho sentito dire dai cristiani in ogni parte del mondo islamico e ho avuto diverse esperienze probatorie.

Perché nella comunità di fede (la “ummah”) questo islam moderato non viene mai fuori, ad esempio nelle frequenti e assurde condanne a morte di cristiani per la “Legge contro la bestemmia” in Pakistan? Possibile che prevalgano sempre i gruppi estremisti e i “moderati” non facciano mai sentire la loro voce, non in Occidente dove c’è libertà, ma proprio nei paesi dell’islam, per educare il popolo ad un diverso modo di sentire e di agire?

Cosa c’è di errato nell’islam per non arrivare a capire questo? Se i capi e i teologi islamici non affrontano e non risolvono questo assurdo, i loro popoli, dei quali ammiriamo il profondo senso religioso e l’amore alla preghiera, non si capisce come e quando possano entrare nel mondo moderno.

La risposta a questi interrogativi la stanno dando i giovani, scendendo in piazza nei paesi a maggioranza islamica. Speriamo e preghiamo che lo sbocco di questo movimento popolare sia la libertà e la democrazia, non nuove dittature.

III) L’islam si liberi dal fondamentalismo, noi cristiani dal laicismo

La rivolta dei giovani in Egitto e in altri paesi islamici rappresenta una svolta epocale nel mondo islamico, almeno in quello mediterraneo. Mai si era verificata una rivoluzione simile nei 1400 anni di storia dell’islam. Forse il 2011 sarà ricordato come noi in Europa ricordiamo il 1789, che con la Rivoluzione francese ha cambiato il volto dell’Occidente cristiano, aprendo la strada alla democrazia, alla pace e all’unità (ancora imperfetta) dell’Unione Europea. Il nostro è un tempo storico difficile ma affascinante. Stiamo vivendo un momento forse decisivo nella storia moderna. I giovani dei paesi nel sud Mediterraneo si sono mossi, hanno terremotato le terre dell’islam e lanciano segnali inequivocabili di volere la libertà, la democrazia, il rispetto della dignità umana. In pratica, sul piano molto concreto della vita umana, chiedono quello di cui noi in Europa godiamo da più di mezzo secolo, dopo l’ultima guerra mondiale.

Ecco l’occasione storica per giungere, in modo non violento, dialettico e rispettoso delle libertà degli altri, ad una meta comune: portare i popoli cristiani e musulmani a comprendere e sostenere i diritti dell’uomo in ogni parte del mondo.

Verso il tramonto dell’islam politico?

Quanto succede in questi giorni in Egitto, in Tunisia, in Libia e in altri paesi islamici, è ormai chiaro a tutti che non è semplicemente un problema interno, ma una questione che abbraccia il mondo intero. I giovani non chiedono solo miglioramento delle condizioni di vita, ma rimettono in questione la società islamica, chiedendo una distinzione tra politica e religione. Rifiutano sia la dittatura militare che la rivoluzione islamica stile Iran, vogliono un sistema di governo basato sulla società civile, uno stato di tipo moderno, rispettoso dei diritti dell’uomo. Se l’Egitto giungesse a questa meta, tutto il mondo arabo potrebbe seguirlo, perché non dimentichiamo che l’Egitto è sempre stato il paese-guida del arabo-musulmano. E se si realizza questo passaggio del mondo arabo da una religione implicata in politica ad uno stato laico e rispettoso della religione, anche gli altri paesi islamici dovranno seguirlo.

L’Egitto può essere ancora una volta il battistrada del rinnovamento islamico.

E’ chiaro a tutti che un cammino pacifico fra Europa e paesi islamici del Mediterraneo verso la meta comune del rispetto dei “diritti dell’uomo” è quanto mai auspicabile e chiede la collaborazione di tutti noi europei per la nostra parte. Non può essere solo la volontà dei politici, dei diplomatici, degli economisti. Perché se è vero che il cammino dell’islam spetta ai musulmani stessi compierlo, è altrettanto vero che noi cristiani d’Europa dobbiamo contribuire al loro difficile percorso di rinnovamento religioso-politico. Ma abbiamo anche noi un cammino da fare.

Insomma, l’Islam deve liberarsi dal fondamentalismo che blocca lo sviluppo e spinge alla guerra “per Dio”; ma l’Europa deve liberarsi da una concezione laicista dello stato e falsamente neutra nei confronti delle fedi religiose, che però spesso è anti-religiosa e agnostica.

Come ho detto fin dall’inizio di questa mia catechesi, i giovani che si ribellano nei paesi arabo-islamici, chiedono anzitutto libertà, riforme democratiche per un’autentica democrazia. Non vogliono tornare all’islam originario (come i fondamentalisti), non vogliono uno stato teocratico come in Iran e in Arabia Saudita, ma chiedono una società che rispetti i diritti dell’uomo. In altre parole, è una rivolta contro la società islamica, plasmata dall’islam. Non rifiutano l’islam come religione che li porta a Dio, ma l’islam come potere politico che toglie la libertà e opprime l’uomo con la violenza.

Quel che succede in Egitto e nei paesi islamici in questi giorni è estremamente positivo, può essere l’inizio della fine dell’islam politico, come la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è stata la fine dei regimi comunisti. E’ però evidente che per giungere a quella meta di società democratiche e libere che i giovani arabi sognano, ci vorrà del tempo, molto tempo, certamente non pochi anni, ma auguriamoci solo pochi decenni.

L’islam deve liberarsi dal fondamentalismo

Quali sono gli ostacoli che i fedeli del Corano debbono superare per giungere ad un islam rispettoso dei diritti dell’uomo? Non è solo il cambio di governi inetti e corrotti. Deve cambiare il modo di intendere e vivere la religione islamica. Ecco in estrema sintesi cinque soli punti (ce ne sarebbero molti altri), per dare l’idea di quanto lontane sono le società islamiche dalla democrazia e dai diritti dell’uomo.

1) All’islam manca Gesù Cristo che realizza l’alleanza di Dio con Abramo.

L’islam riconosce Gesù come profeta ma non Figlio di Dio, che ha portato l’ultima rivelazione di Dio agli uomini e ha fondato la Chiesa. Per loro l’ultima Rivelazione è quella data a Maometto con il Corano e la vera “comunità dei credenti” è la “ummah”, cioè quella islamica. La fede nel Dio unico è il fondamento dell’islam. Allah è un Dio isolato e lontano dal mondo, nessuno può conoscerne la natura. Per noi la rivelazione fatta da Gesù, che Dio è unico ma in tre persone uguali e distinte, ci rivela la natura intima di Di0, che è amore. Morendo in Croce e risorgendo, Cristo ci ha liberati dal peccato e ci ha meritato il perdono di Dio. Noi mettiamo l’accento su Dio vicino all’uomo che si è fatto uomo, ama e perdona, i musulmani su Dio lontano dall’uomo che giudica e punisce: differenza fondamentale!

Cristo riconosce la libertà di scelta dell’uomo: “Se vuoi…” dice a chi desidera seguirlo, cioè mette al centro la libertà e la coscienza del singolo uomo che va rispettata; e riconosce l’autonomia del potere politico dalla Chiesa. L’islam invece mette al centro la “sottomissione a Dio”, come dice la parola stessa di “islam”; quindi il fedele che si converte ad altra religione va ricondotto alla Ummah anche con la forza e non esiste un potere politico autonomo dalla Ummah e dall’autorità religiosa.

2) Il Corano è inteso come “Parola di Dio” in senso letterale. Noi cristiani crediamo che la Bibbia e il Vangelo sono “Parola di Dio”, ma trasmessa in un dato tempo storico, quindi secondo la mentalità, la cultura e le conoscenze di quel tempo. Se la Bibbia dice che il sole gira attorno alla terra, noi sappiamo che a quel tempo pensavano così, ma oggi sappiamo che la terra gira attorno al sole. Se Mosè stabiliva che per un certo crimine il colpevole doveva ricevere un certo numero di frustate, noi sappiamo che i nomadi di quei tempi facevano così: non avevano le carceri, chi era colpevole scontava subito la sua pena. Se noi, come cristiani, mettiamo la dignità dell’uomo al centro di tutto, oggi sappiamo che questo è un trattamento disumano e criminale.

Per i musulmani il Corano è Parola di Dio increata ed eterna, che significa letteralmente quello che dice, non è possibile un’interpretazione storico-critica, neppure per quei precetti che sono legati ad usi e costumi di un tempo remoto. Se il Corano dice che bisogna tagliare la mano al ladro o lapidare l’adultera, bisogna fare così perché Dio lo vuole. Non si può nemmeno discutere perché si offende Dio e si rischia di essere accusati di bestemmia. Questa la vera tragedia del mondo musulmano, che è alla radice del fondamentalismo islamico.

3) L’islam non ha il Papa (con i suoi vescovi), che possa comandare a tutti i musulmani del mondo. Non esiste una gerarchia a livello mondiale che possa dire, ad esempio, “il terrorismo non è islam” oppure “lapidare l’adultera non è islam”. Ci sono università islamiche, muftì e imam e altre personalità che hanno un’influsso morale, ma non autorità giuridica. Quindi se anche, per ipotesi, maturasse un islam diverso in alcune parti del mondo islamico, nessuno potrebbe ordinare a tutto il miliardo e mezzo di devoti dell’islam l’obbedienza alla nuova dottrina. Noi cristiani (o per lo meno noi cattolici) sappiamo cosa è il cristianesimo e come dobbiamo comportarci in varie situazioni: il Papa, il Concilio, i vescovi ce lo dicono con chiarezza (poi non tutti obbediscono, ma questo è un altro discorso). I musulmani non lo sanno, ciascuna moschea è indipendente dalle altre, contano solo il Corano e la tradizione islamica, specialmente quella legata direttamente a Maometto; e conta soprattutto il potere politico a cui l’islam è foinora indissolubilmente legato.

4) Nell’islam non esiste il principio della dignità assoluta di ogni uomo e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani. La Sharia è fondata su una duplice disuguaglianza:

– il musulmano è l’uomo che gode di pieni diritti umani (in quanto appartiene alla Ummah), il non musulmano gode solo di alcuni diritti e non di altri;

– secondo, il maschio è superiore alla donna. L’islam penalizza gravemente la donna rispetto all’uomo, perché l’uomo è concepito come la persona che realizza pienamente la volontà di Dio, la donna è stata creata per aiutarlo e dargli una discendenza, non ha una sua autonomia e personalità.

5) L’uso della violenza per convertire e mantenere nella fede è ammesso nell’islam, non è ammesso nel cristianesimo. Gesù e il Vangelo invitano l’uomo a convertirsi a Dio, è una proposta che lascia l’uomo libero di scegliere. Nei secoli, i cristiani hanno spesso sbagliato, convertendo certi popoli con la forza e la violenza, ma il Vangelo è chiaro e oggi la Chiesa lo dice con chiarezza: la fede dev’essere una scelta libera e personale, non un’imposizione.

Nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di coscienza, ne esistono altri che dicono esattamente il contrario, stimolano alla guerra per Dio” e ad imporre l’islam anche con la violenza. Nella tradizione islamica è prevalsa questa seconda lettura del Corano: fin dall’origine l’espansione islamica è stata realizzata con la violenza, Maometto era un capo religioso, politico e militare, ha condotto guerre contro gli infedeli; ancor oggi il musulmano che si converte al cristianesimo è degno di morte e rischia di essere ucciso, persino in Occidente. Oggi, i movimenti islamisti dichiarano apertamente che vogliono restaurare l’islam come “governo di Dio sulla terra”, anche con la “guerra per Dio”.

L’Europa deve tornare a Dio e a Cristo

La nostra Europa comunitaria, da duemila anni cristiana, oggi appare ai fedeli del Corano non più religiosa, non più cristiana. Nel 2004, invitato dal vescovo di Kota Kinabalu, la Malesia e il Borneo malese. L’arcivescovo della capitale Kuala Lumpur mi mostrava l’editoriale del massimo quotidiano locale in inglese (“The Star – The People’s Paper”) che scriveva: “L’Occidente cristiano è ricco, benestante, istruito, democratico, militarmente potente, ma vuoto di ideali e di figli perchè senza Dio. L’islam ha un compito storico: riportare l’Europa a Dio”. Sono concetti che ho visto spesso ripetere sulla stampa e negli stessi testi scolastici per i giovani in Bangladesh, Malesia, Indonesia, Pakistan e altri paesi islamici. E’ una visione dell’Europa molto diffusa tra i popoli islamici e che la cultura ed i mass media locali proclamano a piena voce.

La sfida dell’islam all’Occidente cristiano e in particolare all’Europa, non è politica o economica, ma religiosa. I musulmani, che in genere hanno conservato un profondo senso di Dio nella vita dell’uomo e della società, hanno nell’identità religiosa il fondamentale criterio d’identità e di appartenenza alla Ummah islamica. Hanno di fronte un’Europa senza Dio, con degli stati che si proclamano “laici”, ma risultano essere indifferenti alla religione e spesso anti-religiosi: la maggioranza dei rappresentanti dei 27 stati europei uniti nell’Unione europea (17 su 27) non riconoscono le radici ebraico-cristiane dell’Europa, il Parlamento europeo vorrebbe togliere i segni cristiani dalla pubblica via, le scuole non celebrano il Natale, non fanno il Presepio, per citare solo alcuni dei fatti che indicano l’ateismo pratico dei popoli cristiani. Ora, la corrente estremista del mondo islamico, largamente maggioritaria fra il miliardo e mezzo di devoti del Corano, valuta la modernità e la democrazia, nate in Occidente, come frutto dell’ateismo e quindi da rifiutare radicalmente.

Il dialogo con l’islam può decollare solo se cristiani e musulmani si stimano e si ritengono credibili e affidabili. Oggi non è così. L’Europa presenta ai musulmani un volto religioso e morale molto negativo. In Gran Bretagna, dicono le statistiche, vanno abitualmente in chiesa fra l’uno e il due per cento degli abitanti! Nell’Europa comunitaria, la media dei credenti e praticanti è sotto il dieci per cento.

L’abbandono di Dio da parte di noi europei è alla radice della nostra decadenza morale e anche fisica, soprattutto lo sfascio della famiglia e del matrimonio, con il continuo aumento delle separazioni e dei divorzi, il numero esorbitante degli aborti, con circa due milioni di europei che ogni anno vengono uccisi prima della nascita (nel 2009 in Italia esattamente 116.933 quelli legali). Nessun popolo d’Europa raggiunge il minimo di 2,1 figli per coppia, soglia minima indispensabile perché non diminuisca la popolazione! A questo si accompagnano i segni pubblici di degrado morale: pornografia, pedofilia, omosessualità sbandierata con orgoglio.

Nell’Occidente cristiano si esaltano e prevalgono i diritti dell’individuo sui doveri e le leggi (nell’islam prevalgono le leggi e i doveri sui diritti); nella ricca Europa trionfa il dio denaro, il materialismo e il consumismo, il sesso sfrenato, la droga e l’alcolismo, il lusso e lo spreco, la mancanza di speranza e il pessimismo anche nei giovani. Insomma, siamo una società in decadenza fisico-morale-religiosa. Siamo meno uomini e meno donne di quello che potremmo essere. In altre parole, non rappresentiamo dei buoni modelli per i popoli islamici.

Cari amici di Radio Maria, la conclusione della nostra catechesi è evidentne e inevitabile. Per dialogare e incontrare l’islam da fratelli, e aiutarlo a liberarsi dal suo fondamentalismo, noi cristiani dobbiamo liberarci del nostro laicismo e ritornare a Gesù Cristo.

Oggi finalmente pare che inizi un’epoca, nella quale i popoli cristiani e musulmani possono incontrarsi, fraternizzare, aiutarsi a camminare per raggiungere insieme la Carta dei Diritti dell’Uomo approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, che può essere la meta comune per vivere in pace continuare un dialogo anche interreligioso fra cristiani e musulmani.


Nel 1982 ho visitato cinque diocesi del Pakistan, dove già c’era la persecuzione contro i cristiani. Ho chiesto al vescovo di Faisalabad, mons. John Joseph, che qualche anno dopo è morto martire in una stazione di polizia, cosa potevamo fare noi italiani per la Chiesa pakistana. Mi ha detto:
“Abbiamo bisogno anche di aiuti economici, ma soprattutto pregate per noi e per i nostri concittadini musulmani. L’islam è un mistero e solo Dio può aiutarli a liberarsi dall’odio contro i cristiani”.

Padre Gheddo su Radio Maria (2011)

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