La guerra civile in Siria nel quadro della primavera araba – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi parlo della tragica situazione in cui si trova la Siria, in una guerra civile all’ultimo sangue che scatena violenze, odio e vendette e anche persecuzioni contro i cristiani, che gemono nella tenaglia delle forze di governo e di opposizione. L’Onu e le grandi potenze non riescono a porre fine a questa guerra che è tutta interna al popolo siriano, purtroppo con l’appoggio esterno di armi e di milizie combattenti. Dopo un anno di guerra i morti sono calcolati a circa 40.000, mentre bombardamenti e scontri sul terreno stanno distruggendo intere città e villaggi. Tutti i tentativi dell’Onu e della diplomazia di numerosi paesi per giungere almeno ad una tregua delle armi, si sono rivelate inutili. L’ultimo tentativo è quello realizzato dall’Onu: ha chiesto alle due parti in lotta una tregua di quattro giorni mentre si celebrava nell’islam la “Festa del Sacrificio” (23-27 ottobre 2012), ottenendo due risposte positive. Ma i combattimenti sono continuati come prima.

La guerra civile in Siria, cari ascoltatori di Radio Maria, ci interessa profondamente per due motivi: anzitutto i siriani sono fratelli e sorelle che muoiono ancor oggi per la guerra, dopo i molti passi in avanti fatti dall’umanità verso la pace e la solidarietà fra i popoli; secondo motivo: nel paese travolto dalla guerra, i cristiani, circa il 9-1O% dei 23 milioni di siriani, sono i primi a soffrirne perché si sta verificando un inizio di persecuzione anti-cristiana, in un paese che fino a due anni fa era sempre citato fra i più tolleranti del mondo islamico nei confronti delle minoranze religiose.

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La mia catechesi si svolge in tre punti:

  1. L’inizio e lo sviluppo della guerra civile in Siria.
  2. I cristiani, nel mirino degli insorti, fuggono dal paese.
  3. Dove sta andando la Primavera araba?

I) L’inizio e lo sviluppo della guerra civile in Siria

La Siria è un paese di grande tradizione storica, culturale, religiosa, artistica. Sono stato in Siria nel 1998 come cappellano di un pellegrinaggio organizzato dell’Opera pellegrinaggi di Torino. E’ un paese che merita veramente di essere visitato per le chiese, i monasteri, i ricordi delle prime comunità cristiane. Nel villaggio di Maalula, a poca distanza dalla capitale Damasco, vive una forte comunità cristiana (più di 5.000 persone) che parla ancora la lingua di Gesù, quella aramaica: che commozione sentir recitare il Padre Nostro in aramaico! Ma la Siria offre molto anche per un turismo laico, imponenti rovine romane, siti archeologici, la rete dei castelli crociati che assicuravano protezione alle carovane dei pellegrini verso Gerusalemme. E poi, una notte impagabile passata nel deserto.

All’inizio del 1900 la Siria era sottomessa ai turchi dell’Impero ottomano, che univa quasi tutti i paesi arabo-islamici sotto il califfo di Istanbul, successore di Maometto che era capo religioso, politico e militare dell’Impero. La moderna nazione della Siria nasce dopo la I° guerra mondiale, quando la “Società delle Nazioni” smembra l’Impero ottomano (che aveva perso la guerra come alleato delle potenze centrali di Germania e Austria) e permette la nascita delle nazioni arabe, affidandone il “protettorato” a Inghilterra e Francia.

La Siria è sottomessa alle forze armate francesi, in un clima di libertà nel quale si forma la casse dirigente e la coscienza nazionale del paese. La piena indipendenza viene dopo la II° guerra mondiale nel 1946, ma nel 1948 la Siria partecipa alla prima guerra dei paesi arabi contro il nascente stato di Israele, che si difende vittoriosamente. Anche a causa di questa guerra, la Siria precipita in in una instabilità politica che dura fino al 1963, quando il paese è governato dal partito socialista “Ba’th”, che nel 1970 instaura la dittatura della famiglia Asad. L’attuale Presidente della Siria è Bashar al-Asad, il figlio di Hafiz al-Asad, che ha mantenuto il potere dal 1970 sino alla morte nel 2000. La Siria ha partecipato alle quattro guerre contro Israele (1948, 1956, 1967, 1973) tutte vinte dallo stato ebraico. Dopo la “Guerra dei sei giorni” nel 1967 ha perso le “Alture del Golan” occupate dagli israeliani e oggi abitate da circa 40.000 militari e coloni ebrei.

Questa brevissima sintesi della storia siriana, ci rivela una realtà in Italia quasi sconosciuta, che però spiega come da quasi un secolo non solo la Siria, ma lo stesso Medio Oriente non trovano la pace e lo sviluppo. Dopo la salita al potere di Khomeini in Iran nel 1979, che ha dichiarato guerra al “grande Satana” americano e lanciato “il martirio per l’islam”; e soprattutto dopo il crollo delle Due Torri di New York nel 2011, il mondo islamico si trova di fronte ad un forte movimento integrista per il ritorno all’islam originale, che si manifesta nel terrorismo e con la “guerra santa” impersonata da Bin Laden.

Com’è nata la guerra civile in Siria? E’ nata nel quadro della cosiddetta “Primavera araba”, che inizia in Tunisia il 25 gennaio 2011 con manifestazioni pacifiche contro il dittatore della Tunisia Ben Alì. Sembrava un fatto locale di scarsa importanza internazionale, oggi sappiamo che l’effetto domino di quella “rivoluzione” ha già coinvolto quasi tutti i paesi arabo-islamici e l’Iran, causando il crollo di quattro dittature: Tunisia, Egitto, Libia e Yemen. Ecco l’impressionante elenco dei paesi islamici dove sono scoppiate manifestazioni e rivolte popolari: Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Gibuti, Yemen, Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Siria, Iran.

La “Primavera araba” ha avuto molte letture e interpretazioni. La più significativa mi pare questa: “La rivoluzione dell’Internet”, perché è nata da un passa parola attraverso l’uso delle informazioni e comunicazioni di posta elettronica, fra giovani, intellettuali, classe media che ormai usano il computer anche nei paesi arabi e islamici. Questa masse umane chiedevano ai governi libertà di stampa e di espressione, sviluppo economico e sociale, democrazia politica e pluralismo, apertura verso l’Occidente, modelli più liberi di vita mentre, come sappiamo, nei paesi amici la vita sociale è ingessata in tradizioni e forme di vita oggi intollerabili, simboleggiate nella condizione di inferiorità della donna.

Le proteste manifestavano il desiderio di modernità dei giovani, ma quando dal crollo dei regimi precedenti si è giunti a dover costruire qualcosa di nuovo, le società islamiche, anche le più evolute (ad esempio in Tunisia ed Egitto), non avevano una sufficiente classe dirigente di ricambio e soprattutto mancavano di partiti politici, sindacati e stampa indipendenti, associazioni culturali e di volontariato, cooperative e altre forme di organizzazione popolare. Così, nei paesi che hanno sbalzato dal potere il dittatore o il corrotto sistema familista e immobilista, l’eredità delle rivoluzioni è stata raccolta dai militari e dalle organizzazioni religioso-politiche islamiche, come i Fratelli musulmani in Egitto e le Confraternite islamiche in Libia.

Da 40 anni la dittatura di una minoranza islamica

In Siria, le manifestazioni anti-governative sono iniziate il 15 marzo 2011 e nell’estate seguente erano già diventate rivolta armata, che si sono trasformate gradualmente in vera guerra civile. Attualmente la Siria è governata dal giovane Bashar al-Asad (nato nel 1965), figlio diHafiz al-Asad, che ha governato dal 1970 sino alla morte nel 2000. Aveva eletto suo successore il figlio Basil, morto però in incidente d’auto nel 1998. Il secondo figlio Bashar, medico oftalmologo laureato a Londra, che non si era mai interessato di politica, diventa presidente della Siria senza volerlo e all’inizio facendo resistenza ad assumere la carica, cedendo solo quando capì che era bene assumere la presidenza per mantenerla all’interno della sua famiglia e del suo gruppo religioso Alawita, un islam considerato eretico dai Sunniti che sono la maggioranza dei siriani.

All’inizio ha promesso riforme, liberando centinaia di politici in carcere e realizzando alcune novità ben accolte dal popolo. Era però prigioniero della cerchia dei collaboratori di suo padre e quando si accorge che proseguendo nella via delle riforme il potere politico della famiglia e degli alawiti diventava precario, blocca il cammino iniziato verso il mondo moderno.

Intanto la Siria conferma e rafforza l’alleanza con l’Iran di Ahmadinejad ed è stata inclusa dagli USA tra i cosiddetti “Stati canaglia” che sono visti come complici e forse anche alleati dei movimenti anti-americani e anti-occidentali compromessi col terrorismo di matrice fondamentalista islamica. Ma il vizio d’origine del presidente Bashar al-Asad è di essere espressione della minoranza dei siriani, gli alawiti e gli sciiti (che si riferiscono all’Iran) e nel suo governo, come già in quello di suo padre, ha sempre protetto le minoranze religiose, fra le quali anche i cristiani. I siriani sono musulmani sunniti per il 74% e alawiti per il 14%. Il governo della famiglia Asad da quarant’anni affida le cariche più prestigiose dello stato e privilegia i villaggi e le regioni della minoranza. Un’ingiustizia mortale per il regime, in un tempo in cui i popoli prendono coscienza della loro identità anche religiosa.

Inoltre la Siria, alleata dell’Iran, ha sempre sostenuto le espressioni estremiste islamiche che si riferiscono e sono aiutate dall’Iran, come l’organizzazione palestinese Hamas di Gaza e gli Hezbollah del Libano.

Il governo di Bashar al-Asad è quindi malvisto dalla maggioranza sunnita del paese che si è già ribellata alcune volte in varie parti del paese. Inoltre la Siria non ha risorse petrolifere e la sua economia è povera e statica. L’alleanza con l’Iran, isolato nell’economia mondiale, non facilita la crescita e lo sviluppo e questo, per la maggioranza della popolazione, significa condanna al sotto-sviluppo e alla miseria.

Fra le cause della guerra civile in Siria, una delle maggiori è stata la frustrazione di un popolo senza speranza di un futuro migliore, bloccato dallo stato di guerra permanente con Israele (che dal 1967 occupa le “alture del Golan”, territorio siriano) e dalla mancanza di lavoro. Anche una rapida visita in Siria permette di rendersi conto dell’autentica miseria in cui vive buona parte del popolo, specie nelle periferie cittadine. D‘altra parte il confronto fra il reddito medio pro capite dei siriani e degli abitanti di alcuni paesi vicini, spiega tutto. La Siria ha un reddito medio pro-capite di 2.877 dollari USA, la Turchia 10.399, il Libano 10.044, anche la povera e desertica Giordania 4.500 (l’Italia, per fare un confronto, è a 30.350 dollari Usa nel 2010).

La guerra civile siriana è iniziata, nel quadro della “Primavera araba”, con manifestazioni nel marzo 2011, per chiedere al presidente Bashar al-Asad di realizzare le riforme economiche e sociali promesse e dare una forma democratica al governo. La polizia e l’esercito hanno risposto con una repressione violenta, suscitando scontri sanguinosi. Secondo il governo, i rivoltosi miravano a creare uno Stato islamico radicale, vista la presenza nel “Consiglio nazionale siriano” (principale piattaforma degli oppositori in esilio) dei Fratelli Musulmani e altri gruppi legati all’Arabia Saudita ed al-Qa’ida.

Già nella primavera 2011 il governo siriano inviava le forze armate siriane per reprimere le rivolte e non poche volte i militari sparavano sulla folla. Nascono così, dalla rabbia popolare dei gruppi di combattenti che a poco a poco, con l’aiuto esterno di armi e miliziani stranieri, formano l’Esercito per la liberazione della Siria, che il governo definisce un “gruppo terroristico armato”.

In un anno di vera guerra civile, la Siria è precipitata nel caos e per il popolo la situazione è diventata insostenibile. Nel mondo intero, è la guerra più lunga e sanguinosa degli anni duemila, che sta realmente distruggendo un paese. Vediamo in breve le situazioni che si sono create:

1) Anzitutto la situazione militare. Da un lato il governo con forze armate valutate fra i 250 e i 300.000 militari, ben organizzato e ben armato dall’Iran e dalla Russia. Le spese della guerra sono almeno in parte sostenute dall’Iran sciita in guerra col mondo islamico sunnita, con doni e prestiti alla Siria sempre più legata all’impresentabile alleato ribelle alle decisioni dell’Onu.

L’opposizione è formata dalle bande dei rivoltosi, sostenute finanziariamente e con armi dai paesi sunniti della penisola arabica, specialmente l’Arabia saudita, nemica giurata dell’Iran che sta fabbricando la sua bomba atomica e potrebbe conquistare la supremazia nel mondo islamico. Molte le testimonianze del fatto che affluiscono in Siria, dai paesi sunniti del Nord Africa e del Medio oriente, uomini dell’estremismo islamico di gruppi legati ad al-Qua’ida, che usano mezzi disumani e violenti anche contro il popolo siriano.

Gli esperti dicono che da un punto di vista militare la guerra non potrà mai essere vinta dagli oppositori del governo, potrebbe però terminare per pressioni e interventi decisivi dall’esterno. Ma ormai è noto che nessun paese occidentale manderà più i suoi militari in Siria, specialmente dopo le esperienze di Somalia, Afghanistan, Iraq e Libia. I problemi dei paesi islamici vanno risolti dai rispettivi popoli.

2) Le vittime della guerra e dei bombardamenti sono stimate a 70-80 .000 persone, almeno metà delle quali civili e circa 1.900 manifestanti dell’opposizione. Secondo l’ONU, circa 1,5 milioni di siriani sono sfollati nelle campagne all’interno del paese e parecchie decine di migliaia di siriani si sono rifugiati in Turchia, Giordania, Libano e nel Kurdistan iracheno.

Vi sono anche i ribelli curdi al governo di Damasco, che hanno “liberato” alcuni territori del Kurdistan siriano piantandovi la bandiera dell’irredentismo, col proposito di fondare uno “stato curdo indipendente, quel “Grande Kurdistan” che si estenderebbe dalla Siria (1,5 milioni di curdi) alla Turchia (15 milioni), Iran (8 milioni) e Iraq (7 milioni). Decine di migliaia di manifestanti sono stati rinchiusi nelle carceri governative, dove sono praticate torture su larga scala; inoltre, i bombardamenti dei villaggi e dei quartieri di città occupati dalle forze ribelli. Anche i ribelli anti-governativi sono accusati di abusi dei diritti umani, inclusi terrorismi (bombe di kamikaze), torture, sequestri, esecuzioni di soldati e di “shabiha” (miliziani filo-governativi).

3) Tutti i tentativi internazionali di fermare questa guerra fratricida si sono finora rivelati inutili e all’inizio di questo mese di novembre il presidente Bashar al-Asad, mentre infuriano i combattimenti fra lealisti e ribelli, ha dichiarato ad una Tv russa che rifiuta l’esilio e ha aggiunto: “Non sono un burattino, sono un siriano e devo vivere e morire in Siria”.

La Lega Araba, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altri paesi hanno condannato l’uso di violenze contro i manifestanti.Russia e Cina hanno più volte posto il veto a risoluzioni Onu che condannavano le azioni di Bashar al-Asad con sanzioni. Nel dicembre 2011 la Lega Araba ha inviato una missione di osservatori, con proposte di soluzione pacifica della crisi. Un ulteriore tentativo di risolvere la crisi è stato intrapreso con la nomina di Kofi Annan di inviato speciale dell’Onu. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon aveva ripetutamente ammonito che il conflitto siriano si poteva intensificare in una vera e propria guerra civile.

Il 6 novembre 2012 l’inviato speciale dell’Onu Lakhar Brahimi ha dichiarato che teme il rischio di una divisione del Paese in vari Stati basati sulle etnie e l’appartenenza religiosa. “La Siria – ha detto – può diventare una nuova Somalia”. Il conflitto si sta trasformando in una guerra di usura dove le milizie paramilitari potrebbero avere la meglio nel caso di un collasso del regime. La “somalizzazione” della Siria potrebbe destabilizzare tutta la regione e costringere a un intervento internazionale per prevenire un conflitto su larga scala.

II) I cristiani, nel mirino degli insorti, fuggono dal paese

In Siria si sta purtroppo verificando un fenomeno comune a tutti i paesi islamici del Medio Oriente: la fuga dei cristiani che non possono più vivere in paesi dove sono discriminati, penalizzati in ogni modo e persino perseguitati. In Siria, secondo il censimento del 1960, cristiani erano poco meno del 15% della popolazione (circa 1,2 milioni). Secondo stime correnti di prima della rivolta 2011, si erano stabilizzati sul 10% dei siriani, dato che il regime di Bashar al-Asad proteggeva le minoranze religiose (nella lotta fra alawiti al potere e maggioranza sunnita), facendo della Siria un esempio positivo per i cristiani del Medio Oriente.

Già il padre di Bashar, Hafiz al-Asad, quando salì al potere nel 1970 aveva concesso ai cristiani e ad altre minoranze religiose una sorta di “libertà vigilata”, proteggendoli da ogni violenza, ma servendosi di loro per puntellare il suo regime autoritario e anche dittatoriale e repressivo di ogni dissenso. Come succedeva anche con Saddam Hussein in Iraq, con lo Scià Reza Pahlevi in Iran e Gheddafi in Libia.

Nei paesi a maggioranza islamica, almeno finora, è così: o libertà vigilata e strumentalizzata da regimi forti oppure discriminazione e persecuzione. I cristiani non chiedono nessun privilegio, ma solo la libertà di praticare la loro fede. Speriamo che il movimento della ”Primavera araba” porti gradualmente i governi dei paesi islamici a concedere piena libertà religiosa ai loro cittadini.

In Siria la guerra è tra Sciiti e Sunniti

La guerra civile in Siria è una guerra tutta interna all’islam. Il governo siriano è espressione degli alawiti, un islam derivato dallo sciismo, e quindi alleato con l’Iran e nemico del sunnismo che è invece la religione maggioritaria nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Il “Free Syrian Army” (Fsa), l’”Esercito libero siriano” è l’opposizione armata contro il regime di Bashar al-Asad e rappresenta l’integralismo sunnita wahabita dell’Arabia saudita e dei paesi del Golfo, specie il Qatar.

Una parentesi per spiegare l’importanza delle due radici storiche dell’islam, cosa molto importante non solo per la guerra in Siria, ma per capire tutta la storia islamica. Nel cristianesimo le prime rotture causate all’eresia si sono verificate attorno all’anno 1000 dopo Cristo, quando nascono le Chiese autocefale (cioè nazionali) dell’Oriente cristiano, che non riconoscono l’autorità suprema del Pontefice romano su tutte le Chiese locali cristiane. Nell’islam la rottura si verifica già trent’anni dopo la morte di Maometto avvenuta nel 632 dopo Cristo.

Subito dopo la morte del profeta, i suoi seguaci eleggono un successore (califfo) per assumere i tre poteri di Maometto: religioso, politico e militare. All’inizio i califfi erano parenti di Maometto e quando il quarto califfo Alì (suo cugino) viene ucciso nel 661 nasce il grande scisma dell’islam che continua tuttora: da un lato i sunniti che riconoscevano come successore di Maometto (cioè il califfo) il governatore islamico di Damasco, dall’altro gli sciiti che invece riconoscevano come califfo un altro parente, discendente in linea diretta da Maometto.

Sunniti significa “i seguaci dei costumi di Maometto”, sciiti “i discendenti di Alì e di Maometto”. All’inizio i due islam si differenziavano in poco, ma col passare dei secoli l’abisso fra le due tendenze si è approfondito. Oggi ci sono molte più differenze che all’inizio, fino a portare ad una rottura insanabile e a una vera lotta e guerra per primeggiare nel mondo islamico.

Perché rottura insanabile? Per il motivo fondamentale per cui i cristianesimo è ben diverso dall’islam: da un lato c’è il perdono e lo spirito di pace, dall’altro il principio “occhio per occhio, dente per dente”. Infatti, le diverse Chiese cristiane sono in cammino per tornare ad unirsi e certamente ci riusciranno (specie la cattolica e le orientali), per l’islam il cammino storico non porta all’unione, ma al contrario alla guerra. Ecco perché i rappresentanti più radicali dei sunniti (i paesi della penisola arabica) finanziano la guerra in Siria, per togliere all’Iran l’unico paese loro alleato, la Siria.

Una guerra civile che non ha soluzioni

I militanti islamici che entrano clandestinamente in Siria per combattere con le forze ribelli sono appoggiati soprattutto dalla Turchia , che li aiuta fornendo loro protezione entro i suoi confini e le sedi dell’Esercito libero siriani dove si arruolano i combattenti che hanno avuto un addestramento militare nei loro paesi d’origine e vengono forniti di documenti d’identità siriani (lasciando i loro veri documenti d’identità alla frontiera turca), nel caso in cui fossero presi dall’esercito regolare siriano. E poi vengono mandati nelle diverse regioni della Siria secondo i bisogni, a combattere contro le unità dell’esercito regolare. La Turchia contribuisce alla lotta contro il regime siriano non con combattenti, ma permettendone il passaggio e l’organizzazione.

Diversi commentatori affermano che non c’è una guerra così povera di informazioni autentiche e verificate sul campo, come questa interna alla Siria. Ad esempio, nella stampa internazionale (e anche italiana) si afferma spesso che i ribelli al governo siriano vengono dal popolo stesso siriano. Certamente è vero che ci sono anche siriani sunniti che combattono, ma una guerra così lunga e ben guidata e organizzata da parte del “Libero esercito siriano” non si spiega in nessun modo senza una centrale di comando esterna che programma, organizza, manda armi e combattenti sperimentati. Questa centrale è il “Consiglio nazionale siriano” che ha sede negli Emirati arabi e ha trovato nella Turchia il paese confinante con la Siria disposto a ospitare e aiutare i combattenti del “jihad”, la “guerra santa” contro l’unico governo alleato del nemico Iran, che è la casa madre dello Sciismo.

Lo scontro delle forze opposte in Siria non è quindi fra un regime dittatoriale contro un popolo oppresso che si ribella, ma fra sciiti e sunniti. In più, essendo quello siriano un regime laico, l’opposizione raccoglie gli anti-laici, che sono i sunniti wahabiti e salafiti. Questa lettura realistica della guerra siriana (che nella stampa italiana è non trova spazio) spiega la diffidenza dei cristiani verso l’opposizione al regime. Perché, come già detto, all’inizio l’opposizione veniva chiaramente dal popolo ed era contro la dittatura, la tortura, l’ingiustizia e a favore dei diritti umani e la libertà, ma a poco a poco è diventata un’opposizione radicale islamista (Fratelli musulmani e salafiti) e quindi una lotta fra le due tendenze musulmane: sunniti e sciiti. Fra due mali – la dittatura laica baathista e la dittatura religiosa wahhabita – i cristiani preferiscono la prima, che essi già hanno sperimentato e con la quale cercano di convivere da molti anni.

La vera soluzione sarebbe la rinuncia ad ogni dittatura ( laica o religiosa) e un governo liberale e democratico. Ma purtroppo, nel mondo arabo, questo sogno si è realizzato in modo modesto solo in Libano, per la presenza massiccia di cristiani già preparati, come formazione religiosa e culturale, a tale evoluzione. Ma di questo dirò meglio nella terza parte della mia catechesi.

Un convento di clausura nella guerra civile

I cristiani della Siria sono le prime vittime della guerra civile, “presi di mira dagli insorti e controllati strettamente dai governativi”. I cristiani in Siria, prima del marzo 2011, rappresentavano circa l’8% della popolazione e, in passato, alcuni di loro hanno ricoperto anche importanti cariche in ministeri e uffici pubblici. Oggi tutto è cambiato e, secondo fonti vicine alla Santa Sede, sarebbero “almeno 300mila i cristiani sfollati e che hanno perso tutto” e altri ancora fuggiranno. Si fa sempre più incerto il loro futuro e la paura è che li attenda il destino di circa mezzo milione di cristiani che, dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni, lasciare tutto e fuggire per salvare la vita.

Uno sguardo sommario alle Chiese cristiane presenti in Siria dà l’idea delle ricchezze archeologiche, teologiche, spirituali, culturali, liturgiche che portano con sé questi discendenti delle prime comunità cristiane. Sono tesori di storia e di tradizioni che vanno dispersi. Nel 2005 i cristiani erano 1.262.719, appartenenti a varie Chiese e riti. La comunità cristiana più numerosa è la greco-ortodossa con circa mezzo milione di fedeli, i siro-ortodossi; i greco-cattolici sarebbero 350.000, i siro-cattolici circa 90.000, i latini 18.000, poi vengono altre minoranze, i caldei, i melchiti, i maroniti, gli armeno-cattolici; a volte i cristiani vivono assieme come in un quartiere di Aleppo, altre volte in villaggi separati ciascuno con la sua storia, i suoi santi, il suo rito, le sue biblioteche antiche e i preziosi archivi, molti dei quali inesplorati, che racchiudono i ricordi della prima storia cristiana e dei molti secoli vissuti in regimi islamici a volte tolleranti a volte oppressivi, mai però con la libertà di vivere e praticare la fede. In Siria risiedono cinque patriarchi di queste Chiese.

In Siria sono presenti vari ordini e congregazioni religiose maschili e femminili: Francescani delle varie famiglie, Gesuiti, Salesiani, Basiliani di San Salvatore; Suore di Madre Teresa, Piccole Sorelle di Gesù. Le ultime arrivate (nel marzo 2005) sono le sei suore (oggi sono quattro) Trappiste italiane del monastero di Valserena (Pisa), con il loro cappellano, che hanno fondato il monastero di “Nostra Signora fonte della pace” ad Azeir, villaggio maronita ai confini col Libano.

La stampa riporta quasi ogni giorno le drammatiche situazioni in cui vivono, da un anno e mezzo, soprattutto gli abitanti delle città che sono contese dalle opposte forze armate e con frequenza informa di attentati alle chiese, uccisioni, sequestri, violenze contro cristiani, sempre da parte delle forze ribelli. I cristiani sono siriani come gli altri, quindi vivono in un paese dove la guerra civile sta massacrando migliaia di persone. Ma da parte delle forze governative non si manifesta un’eguale violenza contro i cristiani e i loro villaggi. Ecco alcuni fatti (tratti dall’agenzia Fides) degli attentati contro chiese e cristiani nel solo mese di ottobre 2012!

Il sacerdote greco-ortodosso Fady Haddad, parroco della chiesa di Sant’Elia a Qatana alla periferia di Damasco, è stato rapito il 18 ottobre mentre stava trattando la liberazione di un suo parrocchiano, finito nelle mani di un gruppo di uomini armati. Una nota del Patriarcato ortodosso racconta la “terribile tragedia”: “Il padre Fady Haddad è stato trovato il 25 ottobre. Su di lui vi erano indescrivibili segni di torture e mutilazioni. E’ stato identificato da padre Elias el-Baba. Il suo sangue innocente e senza macchia è un sacrificio per la riconciliazione nazionale”.

Al funerale di Fady Haddad, celebrato nella sua chiesa di Sant’Elia a Qatana dal Patriarca greco-ortodosso Ignatius IV Hazim, erano presenti migliaia di fedeli cristiani commossi e desolati per la perdita del sacerdote… Una bomba è esplosa durante il funerale, uccidendo due civili e alcuni militari. Il sacerdote “si era impegnato in una nobile missione umanitaria per far liberare un membro della sua parrocchia che era stato rapito alcuni giorni prima”. Il Patriarca chiede ai fedeli cristiani “di rimanere saldi nella nostra fede e nella nostra speranza nel potere del Si$gnore”, invitandoli a “rimanere nella nostra terra e nella nostra nazione”, guardando al futuro “con la forza della fede”. “Chiediamo a Dio – conclude il Patriarca Ortodosso – che il martirio di Padre Fadi Haddad sia un sacrificio offerto per i figli di questa nazione e per una tregua negli eventi dolorosi che stiamo vivendo in questo tempo”. Padre Fadyl Haddad era nato a Qatana il 2 febbraio 1969, aveva 43 anni. “Era amato da tutti i gruppi religiosi e non aveva preso posizione politica nel conflitto in corso in Siria, ma era fortemente impegnato per la riconciliazione”.

I cristiani nell’inferno di Aleppo” di un sacerdote greco-cattolico (19 ottobre 2012). “I cristiani di Aleppo sono vittime dei combattimenti che da mesi stanno interessando la città. Negli ultimi tempi i quartieri cristiani sono stati colpiti dalle forze dei ribelli che combattono contro l’esercito regolare e questo ha causato un esodo di civili. Da molto tempo i cristiani di Aleppo vivono in quartieri vicini tra loro, che sono oggetto di bombardamenti e dei tiri dei cecchini fra i ribelli… I nostri ultimi martiri sono cinque e il piccolo Joëlle Fahmeh, tutte vittime innocenti… Colpiti dalle bombe l’Arcivescovado greco cattolico a Tilal, con forti danni e il ferimento di p.Imad Daher… la chiesa di San Michele Arcangelo e un importante monastero delle suore a Aziziyya; un edificio pastorale della comunità greco-cattolica, chiamato “La Speranza”, è stato colpito, uccidendo tre persone e causando decine di feriti fra i civili… Bombe continuano a cadere sul quartiere di Almidan, a maggioranza armena, lanciate da gruppi dell’opposizione armata: hanno ucciso diverse persone, ne hanno ferite molte e hanno distrutto molte case. Alcuni gruppi, nella frastagliata opposizione, sparano sulle case e sugli edifici cristiani, per costringere gli occupanti a fuggire e poi prenderne possesso” conclude il testo.

Domenica 21 ottobre nel quartiere di Bab-Touma nella zona cristiana della Città vecchia di Damasco è esplosa una bomba: 13 vittime e decine di feriti. L’Arcivescovo Nassar descrive le scene di panico di cui è stato testimone, mentre le sirene delle ambulanze accentuano la sensazione insostenibile di vivere in un tempo apocalittico. Numerosi fedeli stanno preparandosi a fuggire.

Ritorniamo alle Trappiste italiane di Valserena (Pisa) in Siria. La loro lettere (vedi www.valserena.it) , raccontano i drammi della guerra e le sofferenze della popolazione dei villaggi vicini, che vedono nel monastero un segno di speranza, perché, come affermano le religiose, “un luogo dove Dio è adorato nella sua presenza reale, sia eucaristica che ecclesiale nella preghiera e nella comunione fraterna è una benedizione per tutti”; “La persone semplici in mezzo a cui viviamo sono sconfortate, anche nel nostro piccolo villaggio si contano dei morti, sia tra i civili che tra i giovani in servizio militare”; “La Siria è diventata un campo di battaglia per avversari che sono più grandi di lei, e vengono a combattere qui servendosi di questa terra e della gente, per dirimere i loro grandi conflitti”.

Nei loro scritti le monache invitano i cristiani a pregare per la popolazione siriana che le ha accolte. Scrivono: “La gente desidera giustizia, libertà, democrazia, ma vuole anche poter lavorare, uscire di casa con la propria famiglia”. Nei mesi di guerra “anche i musulmani si sono stretti intorno al monastero, non solo per chiedere beni di prima necessità, ma anche per cercare conforto”. “Alcuni giovani – racconta una suora – hanno iniziato a rivolgersi a noi, hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a pensare, crescere, riflettere”. A tali richieste le religiose rispondono con la loro vita, fatta di preghiera e di piccoli gesti, come la cura dell’orto e dei campi che “intanto – sottolinea una di loro – produce frutti di ogni genere”. La testimonianza semplice delle monache aiuta la popolazione ad avere speranza, a non cedere all’odio, ricordando le tradizioni di questa terra, dove per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto in pace. “La nostra fiducia nell’uomo – scrive la superiora madre Monica – viene dalla speranza cristiana ed è più forte di tutti gli orrori. Il cristiano è chiamato a testimoniare questo e noi siamo state chiamate in Siria, adesso. Perché andarcene?”.

Conclusione – Le maggiori fonti cattoliche sulla Siria cristiana in lingua italiana sono (oltre al quotidiano cattolico “Avvenire”) le due agenzie Fides e Asia News, le riviste “La Terrasanta” dei Francescani a Milano e “Oasis” della Fondazione omonima di Venezia. Segnalo due volumi recenti: Giuseppe Caffulli (direttore di “La Terrasanta”), “Fratelli dimenticati – Viaggio fra i cristiani del Medio Oriente”, Ancora 2007, pagg. 160; Rodolfo Casadei (giornalista di “Tempi”), “Il sangue dell’Agnello – Reportage fra i cristiani perseguitati in Medio Oriente”, Guerini e Associati Editori, Milano 2008, pagg. 204.Per conoscere l’islam e la storia di come mai è nato e si è diffuso l’estremismo salafita, ricordo il mio volume: “La sfida dell’islam all’Occidente”, San Paolo 2007 (II ediz.), pagg. 166.

III) Dove sta andando la “Primavera araba”?

Dall’inizio della “Primavera araba” (gennaio 2013), in meno di due anni il Medio Oriente e il Nord Africa sono cambiati radicalmente. Erano popoli che vivevano in regimi dittatoriali o paternalisti, senza libertà politica nè sviluppo economico e sociale, come essi vedevano nelle televisioni dei paesi cristiani dell’altra sponda del Mediterraneo. Nel viaggio in Siria nel 1998, a Dein-Es-Ezur (circa 200 km. dal Mediterraneo) nella notte stellata del deserto il prete ortodosso della chiesetta cittadina mi porta in un grande cortile dove un centinaio di uomini, seduti sul cemento, guardavano, su un grande schermo la Tv di RaiUno, un filmetto di vita quotidiana in Italia: case moderne, auto, negozi e fabbriche, scuole con ragazzi e ragazze assieme, donne per la strada e in casa, libere, sorridenti, ecc. Il pope mi dice: “Siamo troppo lontani dal mare, ma se fossimo più vicini questi giovani che vedono tutte le sere più o meno queste scene, verrebbero in Italia anche a nuoto!”.

La Primavera araba sostanzialmente positiva

La guerra civile in Siria è nata dalla “Primavera araba”, i giovani protestavano contro il governo e chiedevano governi democratici, libertà e sviluppo. Ma la Primavera araba porta verso governi democratici o guidati dagli estremisti islamici come in Iran? Impossibile fare previsioni. Però, al di là delle vicende militari-diplomatiche-economiche del prossimo e prevedibile futuro, penso che, in genere, dobbiamo dare un giudizio positivo sulla Primavera araba per questi motivi:

a) I protagonisti di queste rivolte sono stati i giovani, mossi sostanzialmente dalle ristrettezze economiche e dalla mancanza di libertà, di sviluppo, di lavoro e di giustizia nei loro paesi. Non chiedono uno stato teocratico come l’Arabia e l’Iran, vogliono una democrazia come alla Tv e in Internet vedono che esiste nei vicini paesi europei; non hanno bruciato bandiere americane o israeliane, ma vogliono vivere in pace; non sono stati animati da spirito di odio, violenza e vendetta, ma di unità nazionale e di riconciliazione.

b) Nei 1400 anni di storia dell’islam è la prima volta che un movimento di popolo di queste proporzioni prende corpo nel mondo islamico e mette soprattutto in crisi l’islam politico, cioè la stretta connessione fra religione e politica fin dall’inizio. Maometto infatti era un capo religioso, politico e militare, come anche i suoi “califfi”, cioè i successori del Profeta nei secoli seguenti. I giovani manifestanti non rifiutano l’islam e non sono affatto anti-cristiani. In Egitto, come in Libia, Tunisia e anche in Siria, prima che arrivassero i militanti estremisti di altri paesi, non ci sono stati assalti e violenze contro i cristiani, le loro chiese e istituzioni.

c) La grande novità positiva oggi è questa: per la prima volta, in Nord Africa e Medio Oriente, qualsiasi governo assuma il potere deve ascoltare la gente, le piazze. Prima della “primavera araba” potevano liberamente arrestare, torturare, uccidere gli oppositori che davano fastidio. Il padre dell’attuale presidente della Siria, Hafiz al-Asad, trent’anni fa, nel febbraio1982, fece bombardare la città sunnita ribelle di Hama, poi riconquistata dalle truppe lealiste, con un bilancio di circa 20.000 vittime! Il massacro più grave compiuto da un governo arabo contro il proprio popolo nel Medio Oriente moderno. Oggi questo non sarebbe più possibile. Finalmente l’opinione pubblica conta anche nel mondo islamico. E’ senza dubbio un fatto positivo per l’evoluzione dell’islam nel mondo. Non possiamo pensare che la democrazia e la libertà di stampa e di pensiero siano positive solo per noi cristiani.

Sei domande a cui l’islam deve dare risposta

Dopo le manifestazioni e rivolte che hanno scosso e rivoluzionato il mondo arabo, ora questi popoli vogliono fare un altro passo avanti verso la libertà e lo sviluppo. Spetta alle guide dei popoli islamici, politiche, culturali e religiose, compresi mass media e università, dare risposta a questi dati di fatto innegabili che ostacolano il cammino dell’islam. Ecco in breve:

1) Nel mondo islamico si assiste quasi ovunque ad una crescita del fondamentalismo, visto come soluzione ai disagi dei popoli del Corano. Certamente non è un fatto che aiuti ad entrare nel mondo moderno.

2) Nei paesi in cui i musulmani sono la maggioranza non esiste vera democrazia e i fedeli di altre religioni non godono di piena libertà religiosa, anzi, nei tempi di crisi politica rischiano di essere perseguitati come in Siria e in Egitto.

3) Nei paesi dove i musulmani sono una consistente minoranza religiosa (Filippine, Thailandia, Cina, Costa d’Avorio, Nigeria, India), chiedono con la violenza e la guerriglia la secessione dallo stato.

4) I paesi islamici, molti dei quali benedetti da Dio con grandi risorse naturali (petrolio), sono molto in basso nella graduatoria monitorata dall’Onu per misurare lo “sviluppo umano” dei popoli (cibo, istruzione, libertà, giustizia sociale, democrazia, diritti dell’uomo e della donna, benessere, sanità, ecc).

5) L’uso della violenza, del denaro e del ricatto (se entri in questo commercio, in questa azienda devi convertirti all’islam) per portare nuovi fedeli nella comunità islamica o per impedire l’uscita di un fedele dall’islam è molto comune nel mondo islamico. ecco un esempio raccontato il 10 novembre scorso da padre Franco Cagnasso, missionario del Pime in Bangladesh ed ex-superiore generale dell’Istituto, che si interessa di questi tribali “Tripura” (vedi il suo Blog in www.missionline.org):

“In questi ultimi mesi ragazzi della popolazione Tripura, del sud, e anche qualche bambina sono stati forzatamente “convertiti” all’islam. Il metodo? Alcuni Tripura girano nei villaggi più poveri, accostano famiglie numerose e si fanno dare soldi per accompagnare uno o più figli (dai 6 ai 15 anni) assicurando che li faranno ammettere in qualche ostello missionario, dove potranno studiare. Portano poi i ragazzi in madrasse (scuole coraniche) molto lontane, quasi sempre nell’area di Dhaka, e si fanno dare soldi per affidarli a loro. Non hanno mentito: sono scuole fondate e gestite da missionari musulmani provenienti e finanziati dai Paesi del Golfo. Le nuove reclute vengono vestite in stile arabo-musulmano, intruppate, istruite nelle preghiere e tutto il resto. Non sanno dove si trovano, non hanno mezzi, hanno paura, finiscono per adattarsi. Ma qualcuno dei più grandi ce l’ha fatta a scappare, ha trovato aiuto ed è tornato a casa mettendo in allarme. Le ricerche organizzate da altri Tripura e persone di buona volontà non sono facili, perché hanno ben pochi indizi su cui basarsi, e perché questo tipo di madrasse sono molto chiuse e sospettose di chiunque le accosti. Ma sono oltre ai 100 i ragazzi ricuperati finora, quanti sono ancora dispersi, inghiottiti in questo mare limaccioso di fondamentalismo?”.

6) La guerra civile in Siria ha due radici: una è la cosiddetta “Primavera araba” iniziata nel gennaio 2010 in Tunisia, l’altra è il conflitto fra sunniti e sciiti, iniziato pochi decenni dopo la morte di Maometto (632 dopo Cristo), che dura tuttora e divide con un solco profondo i popoli fedeli dell’islam, causando rivalità, odi, violenze, persecuzioni e persino guerre, quella siriana. Il paradosso è che i carnefici e le vittime di questa carneficina sono musulmani. Anche i cristiani si sono divisi, ma fra le Chiese cristiane che si sono separate da Roma si è creato un movimento di fraternità e di unità, che ha portato all’attuale ecumenismo, alla collaborazione fra i cristiani di diverse Chiese e riti, a incontri e firme di accordi che gradualmente porteranno alla ritrovata unità dei cristiani nell’unito ovile di Cristo.

Nell’islam, dopo 1400 anni, la separazione fra sunniti e sciiti ancora non ha creato un movimento verso l’unità, ma anzi la divisione si approfondisce e porta persino alla guerra fra sunniti e sciiti. Le motivazioni per questo diverso comportamento delle due grandi religioni abramitiche sta nel fatto che per noi cristiani Dio è Amore e Gesù ha insegnato a perdonare le offese ricevute ed a voler bene anche a quelli che ci perseguitano; mentre nel Corano e in Maometto si trovano diversi insegnamenti e comportamenti.

Superfluo continuare con altri interrogativi ai quali i capi del mondo islamico dovrebbero rispondere. Com’è possibile che di questi temi non si discuta, coinvolgendone i popoli? In Occidente si parla spesso di “islam moderato”, la grande maggioranza dei musulmani sono persone di preghiera e di virtù umane, oneste e di buon senso: l’ho sentito dai cristiani in molti paesi islamici e ho avuto diverse esperienze probatorie. Ma perché poi, nella comunità di fede (la “umma”) questo islam moderato non viene mai fuori, ad esempio nelle assurde condanne a morte di cristiani per la “Legge contro la bestemmia” in Pakistan? Possibile che prevalgano sempre i gruppi estremisti e i “moderati” non facciano mai sentire la loro voce, non in Occidente dove c’è libertà, ma nei paesi dell’islam, per educare il popolo ad un diverso modo di sentire e di agire?

La “Carta dei Diritti dell’Uomo”, approvata dall’Onu nel 1948, è di chiara ispirazione cristiana. Allora, gli stati membri delle Nazioni Unite erano quasi tutti cristiani. I paesi islamici non firmarono quella Carta e quelli che poi hanno firmato, nel 1990 al Cairo hanno promulgato la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’Islam”, che afferma: “L’islam è la religione della natura dell’uomo” (art. 10); e concede libertà religiosa, ma “fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito”. Discorso ambiguo e inconsistente.

Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, che alla radice è un problema teologico: cioè come leggere e interpretare il Corano. Nel 2006 a Ratisbona Benedetto XVI segnalava una differenza essenziale fra islam e cristianesimo: “La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia”, cioè una somiglianza nel modo di ragionare . E il Papa concludeva: “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. E aggiungeva che la violenza, la “guerra santa” per Dio è contraria alla ragione e non può esistere. Il Papa ha denunciato l’assurdità della violenza esistente nel mondo islamico, per dare uno scossone anzitutto all’islam stesso. Perché l’islam moderato capisca che è arrivato il momento di reagire e di far sentire le proprie ragioni e la propria voglia di vivere in pace. Cosa c’è di errato nell’islam per non arrivare a capire questo? Se i capi e i teologi islamici non affrontano e non risolvono questo assurdo, i popoli islamici, dei quali ammiriamo il profondo senso religioso e l’amore alla preghiera, non si capisce come e quando possano entrare nel mondo moderno.

Come l’Europa può aiutare l’evoluzione dell’islam?

L’Occidente europeo assiste attonito e impotente alla guerra civile in Siria e all’emergere dell’ideologia salafita nelle masse popolari islamiche, che travolge tutti i “moderati” filo-occidentali e i giovani che hanno dato origine alla primavera araba. L’Europa cristiana dovrebbe dare segnali forti di solidarietà con i popoli arabi. Dobbiamo sentirci tutti coinvolti personalmente in questo travaglio dai popoli islamici, che ci riguarda molto da vicino.

Le due parole chiave del coraggioso e provvidenziale viaggio in Libano di Benedetto XVI (14-16 settembre 2012) sono state: dialogo e comunione. Il Papa ha parlato ai cristiani del Medio Oriente, ma anche a noi cristiani d’Europa.

Il dialogo significa anzitutto, oltre alla preghiera, l’incontro amichevole con i musulmani, l’aiuto fraterno, la conoscenza reciproca, apprezzare i valori dell’islam e creare, con la parola e il nostro atteggiamento di fondo, un’atmosfera favorevole ai musulmani, non demonizzando la loro fede, ma aprire braccia e suore al diverso. Dialogo significa anche confronto non sulla fede religiosa in sè, ma sui valori umani che la nostra e la loro fede esprimono, la vita, il matrimonio, il lavoro, la politica, ecc.

La comunione ha un significato ancora più forte. Per sentirci veramente fratelli dei popoli islamici, dobbiamo tornare a Cristo, ricuperare la nostra identità e vita secondo il Vangelo. I popoli musulmani vedono nell’Occidente cristiano un nemico, un pericolo per la loro fede. Vogliono la libertà e il progresso, ma ne hanno anche paura. La nostra vita praticamente atea li scandalizza, non vogliono un progresso come il nostro. Queste idee sono inculcate nei piccoli fin dalla più tenera età, fin dalle scuole elementari e medie e poi dai giornali e televisioni.

Dobbiamo essere autentici testimoni di Cristo con la nostra vita: si può essere moderni e laureati, ricchi e democratici, ma cristiani che pregano, vivono il Vangelo e vanno in chiesa, sono aperti e caritatevoli. Per i musulmani, incontrare persone o famiglie di questo tipo è la miglior testimonianza di Cristo.

Padre Gheddo su Radio Maria (2012)

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