La missione alle genti oggi – Padre Gheddo su Radio Maria

Prima di iniziare la mia catechesi su “La missione continua” desidero rilanciare l’invocazione del Papa, che all’Angelus di domenica scorsa ha fatto “appello alla solidarietà internazionale, che già si è mossa per far fronte alle immediate necessità del Bangladesh. Incoraggio a porre in atto ogni possibile sforzo per soccorrere questi fratelli così duramente provati”.

Il Bangladesh, come sappiamo, è stato colpito dal più grave ciclone tropicale dell’ultimo decennio, con raffiche micidialidi vento a 240 chilometri all’ora, che ha causato almeno 10.000 morti e centinaia di migliaia di feriti e profughi. In Bangladesk ci sono i missionari del Pime di Milano e i missionari Saveriani di Parma, le suore Missionarie dell’Immacolata e le suore di Maria Bambina.. Aiutate il Bangladesh attraverso i misisonari e le suore italiane e la Caritas.

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Primo Punto: La missione alle genti è appena agli inizi

Celebrata la giornata missionaria ad ottobre: “Tutte le Chiese per tutto il mondo”, è il messagiodi quest’anno. Cioè tutta la Chiesa universale e le Chiese locali, le parrocchie, gli istituti, le associazioni, le famiglie, tutti i battezzati sono inviati, in forza del Battesimo, in tutto il mondo per testimoniare e annunziare Cristo.

Duemila anni dopo Cristo il tema sembra antico, superato, non più attuale.

Invece è attualissimo. Giovanni Paolo II afferma decisamente nella “Redemptoris Missio” (n. 30): “La missione alle genti è appena agli inizi” e aggiunge (n. 35): “La missione ad gentes ha davanti a sé un compito immane, che non è per nulla in via di estinzione”; e poi spiega quanti popoli, culture, ambienti sociali non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo.

Ritorno su questo tema, cari amici, perché la mia rubrica è “La missione continua” e intendo dire “La missione alle genti”, cioè fra i non cristiani, soprattutto nei continenti di Asia, Africa e Oceania. Molti oggi non capiscono più i missionari che vanno ad annunziare Cristo in altri continenti. Si dice che tutti i popoli hanno una loro religione, chi vuol convertirsi a Cristo lo faccia, ma partire dall’Italia per andare in lontani paesi africani o asiatici a portare la nostra religione è fare violenza alla libertà dei popoli e dei singoli uomini.

Vogliocitare un fatto simbolico. In occasione della Giornata missionaria mondiale c’è stata a Verona una manifestazione culturale sul tema della missione alle genti e in particolare all’Africa. Hanno invitato a parlare un teologo molto conosciuto, autore di libri, il quale ha detto sostanzialmente tre cose:

1) Primo, ormai nel mondo intero sono diffuse le Chiese locali, anche piccole e nascenti, ma con i loro vescovi, il clero, i religiosi e le religiose, i fedeli; quindi Gesù Cristo è annunziato e visibile a tutti. Perché andare ancora dall’Italia in quei paesi come missionari?

2) Secondo: gli istituti missionari nati nell’Europa cristiana sono i resti di un passato glorioso ma remoto, non sono più attuali. Dovrebbero cambiare il loro carisma e proporsi altri obiettivi. La missione alle genti è superata, il missionario che viene dall’estero non è più accettato.

3) Terzo: la missione oggi è qui in Italia dove stiamo perdendo la fede e abbiamo bisogno di missionari nel nostro paese. E ha parlato delle difficoltà della missione nella nostra Italia, che necessita di clero, di suore, di persone consacrate.

Spiegherò nella seconda parte della mia catechesi chequanto ha deto il famoso teologo può avere una sua spiegazione, ma come mi è stato riferito che ha detto secondo me è profondamente sbagliato. Non giudico e non condanno nessuno, esprimo la mia amarezza quando sento notizie di questo genere, anche perchè vanno contro tutte le indicazioni non solo di Gesù e degli Apostoli, ma della Tradizione e della Chiesa di oggi. Purtroppo esprimono una mentalità abbastanza diffusa.

Gesù ha detto: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo e battezzate tutte le creature”. Pensiamo ai dodici Apostoli quando, nel momento dell’Ascensione al Cielo, Cristo ha dato loro il mandato di annunziare la salvezza in Lui morto e risorto in tutto il mondo. Potevano discutere e dire: “Va bene, tutto il mondo, ma noi siamo ebrei, siamo qui a Gerusalemme dove pochissimi credono in Cristo. Perché andare lontano? Incominciamo qui, quando avremo convertito la città santa, potremo andare ad altri popoli”. Invece sono andati nel mondo intero e a Gerusalemme sono rimasti Pietro e Giacomo.

In tutti i duemila anni di storia dopo Cristo, la Chiesa ha sempre conservato questa spinta verso i non cristiani.

Nei primi anni mille ha convertito l’Europa (in Russia e nel Nord Europa è arrivata nel novecento!), dopo la scoperta delle Americhe, la missione alle genti si dirigeva verso i due continenti americani.

Nell’ottocento e novecento si è orientata specialmente all’Africa e al mondo dell’islam.

Nel terzo millennio che abbiamo appena iniziato il nuovo e immenso orizzonte della missione alle genti è l’Asia, dove finora i cattolici sono una piccola minoranza dei quattro miliardi di asiatici, più di metà dei quali vivono in Cina e in India! Giovanni Paolo II ripete per tre volte nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” che la missione è appena agli inizi e che “nel continente asiatico, verso cui dovrebbe orientarsi pricipalmente la missione alle genti, i cristiani sono una piccola minoranza” (R.M. 37); nello stesso numero dell’enciclica scrive: “Nei territori affidati alle giovani Chiese, specie in Asia ma anche in Africa, in America Latina e in Oceania, ci sono vaste zone non evangelizzate: interi popoli e aree culturali di grande importanza in non poche nazioni non sono ancora raggiunte dall’annunzio evangelico e dalla presenza della Chiesa locale”

Non dimentichiamo che in Asia vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% di tutti i non cristiani. Come si fa a pensare a dire che la missione alle genti è finita? Si può dire che è cambiata, ma non finita! Gli Istituti missionari conservano tutto il loro carisma e valore, proprio perchè il mondo non cristiano non dimnuisce numericamente, ma anzi aumenta sempre più non solo di numero ma di esigenze di evangelizzazione.

Infatti, ancor oggi i vescovi italiani non hanno mai detto che la missione alle genti non esiste più e che non riguarda più la nostra Chiesa italiana, anzi, tutto il cointrario, cime ho già spiegato il mese scorso.

Concludo questa prima parte. Nella Lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” (la Lettera è del 1994) Giovanni Paolo II scrive:

“La Chiesa anche in futuro continuerà ad essere missionaria: la missionarietà infatti fa parte della sua natura”. Nella Lettera “Novo millennio ineunte” (sul nostro nuovo millennio che stava iniziando (nel 2001) scrive: “La Chiesa non si può sottrarre all’attività missionaria tra i popoli e resta prioritario della missione alle genti l’annunzio che è nel Cristo ‘Via Verità e Vita’ (Giov. 14, 6)”.

Probabilmente, chi dice che la missione alle genti è finita non ha una visione precisa e concreta del mondo delle missioni. Porto un solo esempio. Come ho già detto, nel dicembre 2006 sono stato in Libia, invitato dal vescovo di Tripoli mons. Giovanni Martinelli. La Libia è un paese totalmente musulmano e si potrebbe pensare che è intuile mandare missionari e missionarie italiani. Invece il vescovo mi raccontava che nel 1986 il leader Gheddafi aveva scritto una lettera a Giovanni Paolo II chiedendo centinaia di suore italiane infermiere per i suoi ospedali, perché suo padre era morto assistito da due suore francescane italiane e la Libia aveva bisogno di donne come quelle.

Capite? In Italia sono quasi scomparse le suore dagli asili, dagli ospedali, dalle case di riposo e ci sono forze politiche che le mandano via. In Libia un musulmano vuole suore italiane! Il Papa non ha trovato centinaia di suore infermiere italiane, ma le ha mandate da altri paesi (Polonia, Spagna, Libano, India, Filippine) e poi hanno chiamato 10.000 infermiere filippine e indiane cattoliche. Mons. Martinelli mi diceva: “In Libia non si può fare la missione in modo diretto perché i libici sono tutti musulmani e le conversioni al cristianesimo sono proibite. Però la presenza di una Chiesa straniera, fatta da circa 50.000 cattolici, è una grandissima testimonianza di Vangelo vissuto e suscita nei musulmani molti interrogativi e riflessioni: i valori del Vangelo arrivano a tutti e influiscono sui cambiamenti che l’islam deve fare”.

Ho intervistato una suora italiana che vive con due altre suore in ambiente del tutto musulmano e mi ha detto che non si sono mai sentite sicure e protette come fra quella gente. La loro presenza sta cambiando la mentalità degli uomini musulmani verso le donne e molti ammirano il cristianesimo che ha delle donne come loro.

Per concludere, la Chiesa cattolica è missionaria a tutti le genti e se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Gesù Cristo.

Secondo. Lo spirito missionario nelle nostre Chiese antiche è in ribasso, manca l’entusiasmo della fede e per la missione.

La domenica 21 ottobre scorso si è celebrata la Giornata Missionaria Mondiale. Ho parlato in una grande parrocchia di Biella per un incontro di preparazione a questa scadenza annuale. La lettera di don Oreste Ramella Pairin, che mi ha invitato, mi sembra riprodurre bene la situazione in cui si trovano moltissime altre parrocchie italiane. Ecco alcuni passaggi:

Abbiamo bisogno di un missionario che scaldi i cuori dei nostri fedeli di amore a Gesù Cristo e alla missione universale della Chiesa. Siamo una parrocchia con più di 10.000 abitanti, in maggioranza famiglie benestanti. Buone, generose quando chiediamo un aiuto economico, ma non disposte a rinunziare ad uno stile di vita consumistico e ad un certo concetto di vita laicizzato in cui tutti viviamo. Aprono il portafoglio, ma non il cuore. Vorremmo che tutti comprendessimo che essere cristiani vuol dire mettere in gioco, per Gesù e sulla sua Parola, quello che si è e quello che si ha, per condividere un po’ del nostro star bene con chi vive nel bisogno e soprattutto condividere la nostra fede con chi non l’ha ancora ricevuta. Mi pare che la nostra parrocchia e i nostri giovani sono ricchi di potenzialità, non solo finanziarie, ma queste potenzialità sono come congelate, paralizzate. Ci siamo rivolti a lei perché inoculi in tutti noi il virus che ci contagi tutti e ci risvegli: cioè uno spirito missionario capace di renderci gioiosamente lanciati nell’impegno che il Signore ci propone, di essere missionari qui nel nostro paese e anche là, nei continenti e fra i popoli che hanno bisogno di Cristo, ma nessuno l’ha ancora portato e testimoniato a loro”.

Ho ringraziato don Oreste, anche per un motivo molto concreto: lettere come questa (ne ricevo anche altre simili) riscaldano il mio cuore di sacerdote missionario, ormai da 54 anni sulla breccia della stampa e dell’animazione missionaria in Italia. L’entusiasmo non è diminuito ma anzi aumentato e, se possibile, aumenta ancora ogni volta che il Signore mi dà questi stimoli. Purtroppo le forze diminuiscono, ma l’importante è che lo spirito rimanga vigile per accogliere questi doni di Dio.

Perchè lo spirito missionario è sempre più importante nella nostra Italia?

Vorrei spiegarmi molto bene per non essere frainteso. Vi prego di seguirmi con attenzione e vi racconto l’evoluzione del concetto di “missione” che si è sviluppato negli ultimi anni e che anch’io ho vissuto nella mia esperienza. Anche per spiegare che quanto ha detto il grande teologo a Verona, che ho citato, può avere un significato, una spiegazione, anche se in senso diverso da quanto lui dice (come mi è statoriferito).

A Biella, in un salone pieno di ascoltatori ho detto che ringrazio il Signore perché mi ha dato la vocazione al sacerdozio e alla missione universale della Chiesa; e mi ha concesso di vivere una vita sacerdotale e missionaria sui due fronti della Chiesa italiana: la missione nella nostra Italia e quella ai non cristiani nel mondo intero. Fra venti giorni partirò per il Camerun e il Ciad, in visita ai missionari. Questo viaggio mi costa tanta fatica, ma so per esperienza che le molte visite alle giovani Chiese e ai missionari in paesi non cristiani mi portano sempre stimoli nuovi per la mia vita spirituale e sacerdotale.

Racconto un fatto che mi pare esprima bene il messaggio che questa sera voglio dare a tutti voi, cari amici. Come vi ho detto, nel dicembre 2006 sono stato in Libia, dove ho visto nascere la Chiesa nel Sahara libico, tra i profughi neri che a migliaia giungono attraversando avventurosamente il deserto. Circa una metà di essi sono cristiani. I libici li accolgono bene, il governo tenta di integrarli offrendo molti lavori: fanno di tutto, contadini, meccanici, falegnami, elettricisti, spazzini, cuochi, panettieri, ecc. Sono pagati bene (la Libia è ricca per il petrolio) e sono contenti.

Ma sognano l’Italia e l’Europa e appena hanno i soldi necessari, vanno sulle coste della Libia e tentano di attraversare il Mediterrano rischiando la vita. Ho cercato di ragionare con alcuni di loro di un certo livello d’istruzione, sul fatto che l’Italia non può accoglierli tutti: siamo invasi da una moltitudine di profughi. Ma anche il padre padovano Giovanni Bressan, che ha fondato la parrocchia del Sahara a Sebha, mi dice: “Qualche famiglia con bambini si ferma e finiscono per integrarsi in questa società. Ma tutti sognano l’Italia e l’Europa, cioè il mondo moderno della libertà e dell’abbondanza, che vedono anche loro alla televisione italiana, pur qui nel deserto”.

La missione è cambiata e anch’io sono cambiato con essa. Trent’anni fa ho sostenuto la tesi che “Il terzo mondo salverà l’Occidente decaduto e corrotto”.

Oggi mi rendo sempre più conto che i popoli del terzo mondo da un lato hanno bisogno di Cristo e dall’altro vogliono anche diventare come noi.

Protestano contro il colonialismo e il neocolonialismo, ma appena possono vorrebbero vivere in Occidente. Tutti sono anti-americani, ma se hanno l’occasione di vivere negli Stati Uniti, anche i critici più feroci ci vanno subito. Certo, conservando il più possibile la loro lingua, cultura, religione. Ma non c’è dubbio che questo fenomeno si verifica in ogni parte del mondo non cristiano.

Ho ragionato con parecchi missionari e laici locali perché mi spiegassero questo fatto difficile da capire. Sono venuto alla conclusione che, in fondo, la vera chiave per evangelizzare l’uomo moderno è in Europa, non nel “terzo mondo”.

La Chiesa oggi deve affrontare due grandi sfide:

  • da un lato continuare la missione alle genti portando il primo annunzio di Cristo ai popoli pagani che non l’hanno mai conosciuto e fondandovi le prime comunità cristiane;
  • dall’altro la sfida di come annunziare Cristo in modo efficace a noi, popoli cristiani da duemila anni, ma che viviamo nelle mirabolanti scoperte scientifiche, nel consumismo sfrenato di beni materiali, nella libertà individuale quasi assoluta, nella cultura laica e laicista che ci è trasmessa dalla scuola, dai giornali, dalla televisione e diventa facilmente legge di stato. Rischiamo cari frateli e sorelle di perdere la fede anche in Italia.

Tutto questo è spiegabile. Il mondo moderno è nato in Occidente, che poi l’ha diffuso e lo diffonde (nel bene e nel male!) a tutti i popoli. “Mondo moderno” vuol dire tante cose, non solo scienze e tecniche, industria, medicina moderna, ricchezza economica e abbondanza di beni; ma anche quei valori religiosi, filosofici e morali che sono alla base dello sviluppo: dignità della persona umana, uguaglianza di tutti gli uomini, diritti dell’uomo e della donna, democrazia, giustizia sociale, senso del bene pubblico e dello stato, superamento dei tribalismi e delle “caste”; e poi anche l’amore del prossimo, il perdono e la pace, l’assoluta dignità di ogni uomo e di ogni donna.

Il “codice culturale” della civiltà occidentale è la Bibbia e il Vangelo, su questo non c’è alcun dubbio: anche illuminismo e liberalismo, marxismo e diritti dell’uomo e della donna, sono nati in ambiente cristiano, non potevano nascere in ambiente indù o islamico o buddhista!

E’ evidente che lo sviluppo moderno dell’umanità, a cui tutti aspirano, è nato dall’Alleanza fra Dio e l’uomo (Antico Testamento) e da Gesù Cristo e dal Vangelo (il Nuovo Testamento); cioè viene da Dio e dalla sua Rivelazione in Cristo. Se Gesù non fosse nato, nessun principio religioso (e nemmeno la razionalità dei greci), nessun valore interno alle grandi civiltà del passato (Roma e Grecia, India e Cina, Giappone e Africa nera, Aztechi e Incas) avrebbe fatto superare all’umanità la schiavitù, l’inferiorità della donna, la legge del più forte, i sacrifici umani per placare il Dio misterioso, in cui tutti credono ma che nessuno ha mai visto. Ecco perché dobbiamo essere ottimisti: “Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica… Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione di Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo e a tutti i popoli” (Redemptoris Missio, 3).

Ed ecco perché noi cristiani d’Occidente siamo chiamati ad una piena missionarietà: primo, la missione alle genti non va assolutamente dimenticata, perché corrisponde al comando di Gesù e perché più di quattro miliardi di “pagani” non sanno ancora chi è Gesù Cristo e hanno diritto di conoscere il Salvatore: quindi è sbagliato dire che la missione alle genti è finita.

Ma, secondo, siamo anche chiamati ad essere missionari nella nostra Italia, per “dare un’anima” alla nostra civiltà evoluta, ricca e democratica ma anche smarrita, confusa, sbandata, senza identità religiosa e senza ideali! Ci interroghiamo continuamente su come riportare il popolo italiano a Cristo. Senza dubbio con lo spirito e i metodi missionari, ma questo richiede la mobilitazione di tutti i credenti in Cristo! La missione alle genti si estende davvero a tutto il mondo e tutti i battezzati debbono sentirsi impegnati in questo compito della Chiesa universale.

E’ vero che non si possono equiparare i popoli cristiani a quelli non cristiani: le differenze sono notevoli e fondamentali: per cui l’autentica “missione alle genti” in senso specifico è quella che si svolge fra popoli che ancora non sanno chiè Gesù Cristo, non sono mai stati evangelizzati (“Redemptoris Missio”, n. 34).

Ma è anche vero che nei nostri paesi di antica cristianità la crisi della fede e delle nostre società e delle famiglie, richiede una “nuova evangelizzazione”, come la definiva Giovanni Paolo II, che i vescovi italiani definiscono “missionaria”: quasi un primo annunzio di Cristo e popoli che già l’hanno ricevuto, che sono battezzati, ma rischiano di dimenticare tutto, di tornare a forme condivise di vita pagana!

Com’è possibile tenere assieme queste due verità che sembrano contraddittorie? Lo vedremo nella terza parte della nostra conversazione.

Terza parte. La missione nasce dalla fede e dall’amore a Gesù Cristo: una testa e un cuore grandi come il mondo.

Nelle prime due parti di questa chiacchierata ho detto che la missione alle genti è appena agli inizi e quindi va continuata presso i popoli non cristiani.

Ma poi ho aggiunto che anche la nostra Italia e l’Europa cristiana sono una missione impegnativa per la Chiesa oggi, chiamata a risolvere il più grave problema della nostra Italia: come annunziare Cristo a un popolo distratto, secolarizzato, che vive immerso in problemi materiali e politici gravi; e in un società che nel suo assieme non sostiene, anzi scoraggia, deprime, chi vuol vivere il Vangelo.

Cari amici. Adesso ci chiediamo, come mi chiedo io stesso tutti i giorni: io, che sono così piccolo e povero, come posso dare il mio contributo alla missione universale della Chiesa? Tre brevi punti:

Primo. La missione parte dalla fede e dall’amore a Cristo. Innamorarci di Gesù, che moltiplica le nostre forze.

Nella “Redemptoris Missio” si legge: “La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi”.

Alla radice della missione non c’è solo la fede come assenso intellettuale, ma la fede come amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. La missione della Chiesa non è di insegnare una dottrina, un codice morale; ma comunicare una vita, un’esperienza di vita. Se non si vive di Cristo, come si può comunicarlo?

Bisogna personalizzare la fede, che è incontro e amore personale con Cristo. Su Gesù io posso fare tutti i ragionamenti teologici e le esegesi bibliche che voglio, ma sostanzialmente sono chiamato, nella mia piccolezza, ad innamorarmi di lui. Questa è la chiave di volta della vita, che dà senso e gioia all’esistenza, che riempie i giorni e le notti di un sentimento inesprimibile di pienezza, serenità, pace del cuore, dolcezza, tenerezza, ottimismo, forza, coraggio, gaudio, festosità, giovinezza; e quindi anche che fa capire il senso della missione e spinge ad essere missionari.

Quindi, prima di chiederci: cosa posso fare per la missione della Chiesa? Dobbiamo chiederci: Cosa conta Gesù nella mia vita? Quali sacrifici posso fare per il Signore e per farlo conoscere e amare da tutti gli uomini?

Perché partecipare alla missione della Chiesa vuol dire essere disposti a sacrificare parte del nostro tempo, della nostra intelligenza, dei nostri soldi. Vuol dire rinunziare a tante cose, andare contro corrente rispetto al mondo moderno..

Un mese fa, al Pime di Milano abbiamo salutato padre Luigi Scuccato, nato nel 1920, quindi ha 87 anni. Partiva per il Bangladesh, paese dove la temperatura arriva facilmente a 44-46 gradi! Nelle campagne non ci sono ospedali moderni, né medicine come noi siamo abituati ad avere, i missionari spesso vivono isolati, con, lingue diverse, razze diverse, culture diverse, cibo molto più povero del nostro!

Padre Scuccato ci è andato volentieri perché, diceva, la mia missione è là in Bangladesh, non qui in Italia. Ha dato a tutti un grande esempio. Uno slogan delle nostra tradizione missionaria dice: “Morire in missione”, per poter essere sempre utili a qualcuno, anche solo come esempio di sofferenza e di preghiera. In questi giorni aiutiamo generosamente i poveri del Bangladesh, vittime di una terribile inondazione che ha fatto più di 10.000 morti e cancellato centinaia di villaggi con un miione e mezzo di profughi! Avevano poco, hanno perso tutto!

Anche questo aiuto è un contributo alla missione della Chiesa, che si manifesta soprattuto con la carità verso i più poveri e sfortunati. Vi ripeto che in Bangladesh sono presenti i missionari del Pime di Milano e i Saveriani di Parma, e Missionarie dell’Immacolata e le suore di Maria Bambina.

Secondo. Oltre all’amore per Gesù Cristo, c’è un motivo profondo che ci spinge alla missione: non solo l’immensità del mondo pagano che ancora attende il Messia, il Salvatore, ma la stessa legge del Vangelo, ben sintetizzara da Giovanni Paooo II in quello slogan della R.M.: “La fede is rafforza donandola!” (n. 2).
Riflettiamo assieme un attimo. Perché le fede si rafforza donandola? Per una legge del Vangelo, la legge della carità: “Date agli altri e Dio darà a voi. Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, così Dio tratterà voi” (Luca 6, 3): “Come gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Luca, 10, 8).

La fede si rafforza donandola, perchè la soluzione ai nostri problemi non la trovamo chiudendoci in noi stessi e tormentandoci per la nostra mancanza di fede, ma aprendoci a Dio e al prossimo anche in campo spirituale. Ecco perchè la carità spirituale è donare la fede al prossimo che non l’ha o l’ha dimenticata, rafforza la fede in noi stessi.

Parliamo tanto di carità materiale: aiuto e solidarietà con i poveri, giustizia nel trattare con i dipendenti e gli altri paesi. Ma parliamo poco o nulla della carità spirituale: quanti aspettano una parola di fede, una preghiera, un buon esempio, una persona che crede che si avvicini a loro e porti in conforto della fiducia in Dio!

Ma c’è un altro motivo che ci fa capire l’importanza di questa carità spirituale verso i non cristiani. Duemila anni dopo Cristo, i popoli pagani sono circa quattro miliardi e più di persone! Il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo” non è ancora esaurito, la missione è appena agli inizi. Noi ci commuoviamo per quelli che soffrono la fame, la sete, la guerra, le malattie come lebbra e Aids. Giusto e doveroso. Ma non pensiamo mai al fatto che quattro miliardi di persone non sanno chi è Gesù Cristo!

Il Vangelo è il più grande dono che Dio ha fatto a tutti noi cristiani. Ci ha dato una ricchezza infinita.Dobbiamo condividere questo dono con i fratelli che non l’hanno ricevuto, con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di dare un significato alla loro vita.

Quando Indro Montanelli compiva 80 anni, il 22 aprile 1989, sono andato a fargli gli auguri e mi ha detto: “Fra noi due, il fortunato sei tu perché hai la fede. Tu sai perché vivi, io non lo so ancora!”. Per questo aggiungeva: “Soffro di insonnia e di depressione: penso che la mia vita è stata inutile, scomparirà tutto quel che ho fatto e mi chiedo: perché sono nato? Perché vivo? Dove andrò a finire dopola morte?”.

Montanelli era un uomo molto sensibile e riflessivo. Capiva il valore della fede e diceva anche che avrebbe voluto credere. Ma quanti altri sono nelle stesse condizioni di spirito e non lo dicono, per pudore, per timidezza, perché siamo in una società secolarizzata, nella quale non si parla mai di cose spirituali.

Quando si parla di fame nel mondo, noi pensiamo che i ricchi del mondo, cioè noi, siamo troppo egoisti: viviamo nell’abbondanza e non facciamo parte delle nostre ricchezze ai poveri del mondo. Ma questo discorso vale anche nel campo spirituale, anzi ancora di più: noi che conosciamo Gesù il Salvatore, noi che abbiamo il Vangelo, lo teniamo per noi, senza condividere queste ricchezze che Dio ci ha dato. Siamo degli egoisti spirituali!

Termino raccontandovi un esempio molto positivo della Chiesa italiana. L’arcidiocesi di Milano ha quasi sei milioni di abitanti e soffre moltissimo la scarsezza di sacerdoti. Ebbene, in quest’anno 2007 sono stati ordinati solo dodici nuovi preti, ma l’arcivescovo di Milano card. Dionigi Tettamanzi, e il direttore del Centro missionario diocesano don Gianni Cesena, hanno preparato una grande manifestazione nella veglia missionaria allo stadio Vigorelli alla vigilia della giornata missionaria mondiale: il card. Tettamanzi ha consegnato il Crocifisso a 35 nuovi partenti per le missioni. E’ vero che c’erano anche istituti e suore missionari come il Pime e le nostre Missionarie dell’Immacolata, ma la diocesi ha mandato 12 sacerdoti per la prima volta in missione e un buon numero si laici missionari, fra i quali anche due giovani coppie di sposi con bambini e anche con un bambino piccolo e una delle due signore è incinta e aspetta il secondo bambino a breve tempo.

Quindi, dodici nuovi preti in diocesi, dodici nuovi sacerdoti Fidei Donum per la Chiesa universale e le giovani Chiese. Il card. Tettamanzi, nel consegnare il Crocifisso, ha detto che la Chiesa è una sola e noi abbiamo il dovere di mandare personale alle giovani Chiese per la missione alle genti. Recentemente ho sentito la notizia che, mentre quest’anno la diocesi ha ordinato 12 nuovi sacerdoti, l’anno venturo, se Dio vuole, saranno 25! Ricordatevi cari amici, la Provvidenza non tradisce mai!

Conclusione. Dobbiamo avere una testa e un cuore grandi come il mondo. Non chiudiamoci nel piccolo ambiente in cui siamo nati e viviamo il respiro universale della Chiesa. Il cattolico è un uomo universale.

Vi chiedo una preghiera per il mio prossimo viaggio in Camerun e Ciad. Il terzo lunedì di dicembre quindi, se Dio vuole, sarò in Africa. Ci risentiamo al terzo lunedì di gennaio prossimo. Buon Natale a tutti!

Padre Gheddo su Radio Maria (2007)

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