La missione rinnova la Chiesa – Padre Gheddo su Sacerdos

In una conferenza sul tema missionario, mi hanno chiesto: “Come pensa lei che nel prossimo futuro cambierà la Chiesa cattolica, per l’influsso delle missioni e delle giovani Chiese fra i non cristiani?”. Non essendo profeta – ho risposto – non posso prevedere il futuro. Ma mi auguro che l’ingresso di nuovi popoli e culture nella comunione ecclesiale possa portare un contributo alla continua “riforma” della Chiesa, che è sempre in cammino per essere efficace nell’annunzio di Cristo in un mondo che cambia.

E’ un tema interessante e attuale. Molti chiedono: “Perché oggi si continua a mandare missionari in paesi lontani, quando qui nella nostra Italia stiamo perdendo la fede?”. Il primo motivo è la permanente validità della volontà di Cristo, che ha fondato la Chiesa di natura sua missionaria e se non fosse più missionaria non sarebbe più la Chiesa di Cristo. Le ultime sue parole su questa terra prima dell’Ascensione, quasi il suo testamento, sono state queste: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco 16, 15). Infatti gli Apostoli, sebbene potessero, secondo una logica umana, fermarsi a Gerusalemme e in Palestina per iniziare con l’annunzio di Cristo al popolo ebreo, primo destinatario del messaggio di Gesù, sono partiti e sono andati fino ai confini del mondo allora conosciuto. L’azione misteriosa ma reale dello Spirito Santo ha prodotto i frutti che sappiamo.

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Ma la risposta più attuale, cioè adeguata all’attualità, a quel “perché” è questa: “La missione rinnova la Chiesa”, come diceva Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (n. 2). Due riflessioni:

1) Per rievangelizzare il nostro popolo, la Chiesa italiana deve diventare missionaria. Lo ripetono i vescovi italiani da circa quarant’anni nei loro documenti: spirito missionario, pastorale missionaria, metodi missionari, fino all’Assemblea generale della CEI del 21-25 maggio 2007 a Roma, dedicata al tema: “La missione alle genti là e qui da noi”. Ho avuto la fortuna di partecipare come consultore a quell’Assemblea generale dei circa 280 vescovi italiani fra residenziali ed emeriti. Le relazioni di alcuni vescovi hanno documentato quello che tutti sappiamo: la Chiesa italiana è “in stato di missione” sul suo proprio territorio. La sfida oggi è di passare da una Chiesa chiusa nella conservazione del “piccolo tregge” di Cristo, ad una Chiesa missionaria, con un’azione pastorale proiettata verso l’esterno, verso coloro che non credono.

Il card. Carlo M. Martini raccontò una volta al Consiglio pastorale diocesano di Milano, di cui facevo parte, che all’inizio del suo episcopato visitò una grande parrocchia alla periferia di Milano con tre preti e cinque suore, circa 15.000 abitanti, di cui un 2-3.000 praticanti. Chiese al parroco: “Cosa fate per i 12.000 battezzati che non vengono abitualmente in chiesa?”. Il parroco risponde: “Niente, perché quelli che frequentano abitualmente ci danno già tanto lavoro, che meno male non ci vengono tutti, non potremmo assisterli”.

Nell’enciclica “Redemptoris Missio” (n. 71) Giovanni Paolo II scrive: “La missione è di tutto il popolo di Dio. Anche se la fondazione di una nuova Chiesa richiede l’Eucarestia e, quindi, il ministero sacerdotale, tuttavia la missione, che si esplica in svariate forme, è compito di tutti i fedeli”.

Quale conversione è richiesta alla Chiesa italiana per realizzare questo imperativo? Noi tutti veniamo da un’epoca storica in cui, per molti motivi, l’evangelizzazione era compito del clero e i laici erano chiamati ad aiutare, a dare una mano. Gli italiani, battezzati al 96-97%, si distinguevano in praticanti e non praticanti. Ma oggi, data la crescente complessità del mondo moderno, alla nostra Chiesa italiana è richiesta questa conversione: dare spazio all’azione missionaria dei battezzati, naturalmente dando loro, fin dal tempo del primo catechismo e del catecumenato, una formazione che metta in rilievo come il battesimo rende missionari ed esige l’impegno missionario di ciascuno. La fede ci è data non solo perché la viviamo noi stessi, ma anche per donarla, comunicarla, testimoniarla agli altri.

Questo è quello che normalmente fanno nelle missioni e nelle giovani Chiese Nella Chiesa italiana soffriamo di una certa “arteriosclerosi pastorale”, inevitabile quando tutto o quasi è concentrato nell’autorità e nella figura del prete, del parroco. Ma il mondo moderno, proprio per la sua complessità e continue novità, richiede forme, strumenti, stili di annunzio diversi, per far penetrare il Vangelo in tutti gli ambienti, in tutte le situazioni umane e culturali. Evangelizzare non solo i singoli e le famiglie, ma la società (scuole, mass media, politica, economia, ecc.). L’evangelizzazione dev’essere sempre nuova, cioè deve rinnovarsi continuamente. Questo non è possibile se i battezzati “praticanti” non sono attivi nella pastorale.

In Italia conosciamo ancora troppo poco queste esperienze che rinnovano la Chiesa in altre parti del mondo. I casi da citare sono molti, ad esempio l’integrazione dei cosiddetti “movimenti” nella pastorale ordinaria di parrocchie e diocesi, come ho visto in Corea con la “Legione di Maria” e altri movimenti, che danno ai battezzati una spinta missionaria all’origine delle numerose conversioni. In Corea ci sono numerose conversioni di adulti. Debbono fare due anni di catecumenato in un movimento o gruppo parrocchiale, durante il quale già si impegnano in attività parrocchiali e missionarie adatte alle loro capacità e possibilità. La mentalità che si forma è chiara: il battezzato nella Chiesa non è passivo, ma attivo. Noi tutti credenti siamo chiamati ad una conversione non facile: rendere la Chiesa sempre più una comunità, in cui ciascuno ha il suo compito e tutti sono uniti nella fede, nella carità e nella missione. Il prete non separato dagli altri battezzati, ma uno di loro, con autorità e compiti ben precisi.

2) La seconda conversione che la Chiesa deve compiere è il confronto, il dialogo e l’integrazione con le culture e le religioni dei popoli e con la cultura del cosiddetto “tempo post-moderno”, che sta prevalendo nell’Occidente cristiano. Sfide non da poco, radicali direi. Proprio venendo in contatto con le molte culture e religioni dei popoli, attraverso il dialogo e la “vita assieme a loro”, la Chiesa necessariamente assumerà forme diverse di vita, di annunzio, di liturgia. Non solo le culture altre (cinese, indiana, ecc.), ma anche la cultura del mondo post-moderno laicizzata, secolarizzata. Discorso non facile da sintetizzare in poco spazio. Parto da una constatazione che il card. Carlo Maria Martini ha espresso recentemente in un lungo articolo intitolato “Quale cristianesimo nel mondo post-moderno”1, dove dice che “non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro” e non si può non essere d’accordo.

Per rinnovarci alla luce dell’esempio di Gesù, dobbiamo prendere coscienza della maggior sfida che viene oggi alla Chiesa, “la mentalità del mondo postmoderno: un’atmosfera e un movimento di pensiero che si oppone al mondo così come l’abbiamo conosciuto”. Questa la situazione umana in cui viviamo ed è superfluo lamentarsi. Eppure anche in questa situazione la Chiesa annunzia la salvezza in Cristo, anzi il cardinale Martini aggiunge che “forse questa situazione è migliore di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. Il mistero di un Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza. La fede compresa come rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero dell’esistenza umana”.

Non è un discorso facile, ma anche la situazione del mondo postmoderno, radicalmente diverso da quello a cui eravamo abituati, non è facile da capire, eppure è la situazione in cui Dio ci mette a vivere, una sfida a tutte le nostre abitudini consolidate e alla nostra fede. Il nostro tempo richiede una grande fermezza nella fede e obbedienza alla Chiesa, ma anche apertura di mente e flessibilità nelle cose non essenziali, perché anche il tempo post-moderno, che ci sembra totalmente negativo, può indicare qualcosa di positivo e chiama la Chiesa ad un attento discernimento. Le giovani Chiese, proprio perché giovani, sono più aperte e flessibili ad esperienze nuove. La Chiesa non è solo il Papa con i vescovi, siamo tutti noi battezzati uniti a loro, chiamati a pregare ed a convertirci, ad essere attivi e non passivi nella vita ecclesiale.

Viviamo in un tempo difficile ma affascinante, che ci provoca e chiede tutto da noi. Un prete oggi non può più essere tiepido e accontentarsi del tran-tran quotidiano: la missione che ci apre grandi orizzonti e grandi prospettive di fede, vissuta nella fiducia assoluta dell’azione dello Spirito Santo. Il protagonista della missione è Lui!

1 “Avvenire”, domenica 27 luglio 2008, pagg. 4-5 dell’inserto domenicale di “Agorà”.

Padre Gheddo su Sacerdos (2009)

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