Le riduzioni l’utopia infranta del Sud America – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi racconto una storia che è una delle più affascinanti epopee missionarie nella storia della missione alle genti. Tutti i mesi vi parlo su temi di attualità, ma vorrei, ogni tanto, raccontarvi qualche avvenimento della storia missionaria, interessante anche per noi oggi.

Vi parlo delle “Riduzioni” che i gesuiti realizzarono evangelizzando gli indios del Paraguay e dell’Argentina nel 1600 e 1700. Il progetto era di convertire a Cristo e alla Chiesa gli indios, salvando il più possibile le loro culture e lingue originarie. Ve ne parlo anche perché sono andato a visitare i resti di queste Riduzioni, ormai quasi tutti immensi nella foresta tropicale,

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La mia catechesi si sviluppa in tre parti:

  1. Lo “stato gesuita” dei guaranì.
  2. Una società alternativa a quella del colonialismo
  3. Così crollò il sogno della “città felice”.

Parte prima – Lo “stato gesuita” dei guaranì (1608-1768)

Nel marzo 1996 sono stato in Argentina (Provincia di Misiones) e in Paraguay per visitare le Reducciones: i villaggi nei quali gli indios guaranì sono stati “ridotti” a vivere dai missionari gesuiti (di qui il nome di “Riduzioni”), abbandonando il nomadismo tradizionale e dando vita ad una esperienza di “civiltà cristiana”, che rappresenta il tentativo più riuscito di colonizzazione da parte di una “civiltà dinamica” (come quella europea) una “civiltà statica” come quella india, cristanizzandola e salvandone lingua e cultura.
Mi ha accompagnato nella visita un missionario tedesco del Divin Verbo (SVD), padre Josè Marx, che vive in Argentina da una trentina d’anni ed è appassionato studioso di questa esperienza. Le rovine sono imponenti, in buona parte sepolte nella foresta; solo alcune restaurate e dichiarate monumento nazionale. I Verbiti tedeschi hanno salvato parte di queste rovine nella seconda metà dell’ottocento e inizio novecento, quando le autorità massoniche del Paraguay volevano distruggerle.
Oggi i resti della gloriosa epopea missionaria si possono visitare in Argentina e in Paraguay. Su 30 Riduzioni, ne sopravvivono una ventina, alcune (come quella di Loreto) ancora sommerse dalla foresta. Impressiona non solo la grandiosità delle rovine, ma l’idea che ci sta sotto: come far entrare gli indios nel mondo moderno, rispettando la loro libertà e umanità? Vediamo brevemente come sono iniziate e portate avanti le Riduzioni.

Le Riduzioni alternative al modello coloniale

Dopo la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo (1492), i militari e i coloni spagnoli occupavano e colonizzavano le varie regioni del continente sud-americano, schiavizzando gli indios per farli lavorare.

I missionari che accompagnavano i colonizzatori non approvavano questi metodi violenti e furono i primi a condannare la schiavitù: basta ricordare la figura imponente del domenicano padre Bartolomeo de las Casas che non è isolato. La Chiesa ottiene dal Re di Spagna, già nel 1503, una “Istruzione” reale, secondo la quale gli indios nomadi, cioè non i popoli uniti in un territorio con un loro re come gli aztechi in Messico e gli incas in Perù, dovevano essere raccolti in villaggi per portarli alla civiltà, ad un sistema di vita stabile e al cristianesimo.

Nascono così le “Riduzioni” dei missionari francescani, domenicani e di altri ordini religiosi che seguivano la conquista spagnola. Queste Riduzioni però non ebbero continuità. I gesuiti arrivano in Paraguay nel 1587 e lavorando come fra gli indios delle “encomiendas” spagnole maturano un “progetto” approvato dal superiore generale Claudio Acquaviva e poi dalla corte spagnola. Così nel 1609 il governatore del Paraguay affida ai gesuiti tre territori da cristianizzare, nei quali gli spagnoli erano proibiti di entrare.

Nascono le Reducciones del Paraguay, un sistema politico-sociale-culturale, assolutamente contro corrente rispetto alla colonizzazione spagnola e portoghese, che non poteva durare. Alla metà del 1700 i gesuiti sono espulsi, i guaranì trasferiti e chi resisteva erano passato per le armi . Le cittadine, abbandonate, vennero sommerse dalla foresta. Ma se i guaranì hanno conservato la loro lingua e sono un popolo vivo e numeroso (molte altre tribù di indios sono scomparse) lo devono all’opera appassionata ed intelligente dei missionari gesuiti.

In queste pagine, con qualche nota di viaggio, ricostruisco quell’esperienza unica nella storia delle missioni, anche se ebbe molti tentativi di imitazione, in America ed in Africa. Gli antichi romani dicevano “Historia magistra vitae” e l’epopea delle Riduzioni è paradigmatica del “metodo missionario” in ogni parte del mondo a contatto con popoli senza scrittura e può insegnare molto anche oggi quando ci interroghiamo come creare ponti di solidarietà verso i popoli altri e poveri.
 

La vittoria dei guaranì sui paulistas portoghesi

Nella mia visita del 1996 sono andato in auto dalle cascate di Iguaçù, dove si uniscono i confini di Brasile, Argentina e Paraguay, su una strada dritta come la spada di un “conquistador” (circa 200 chilometri), tra foreste foltissime di eucalipti e araucarie che rendono il paesaggio un graduale inserimento nell’ambiente delle Riduzioni, cioè nella natura com’era 3-4 secoli fa. Il governo argentino ha conservato intatto un vastissimo parco naturale, che parte dalle “cataratas” di Iguaçù e arriva fino al primo gruppo di rovine dello Stato gesuitico dei guaranì.

L’arrivo a S. Ignacio Mini e l’entrata nel villaggio costruito quasi quattro secoli fa dai gesuiti nella selva, mettono davanti a rovine imponenti, che subito fanno capire cos’erano le Riduzioni. Non villaggetti con capanne di paglia e fango com’era e com’è ancor oggi nel costume degli indios delle foreste sudamericane, ma cittadine con case costruite in pietra e legno per durare nel tempo. Nell’architettura massiccia di queste costruzioni, case, chiese, magazzini, laboratori artigianali, c’è un’armonia vigorosa che non tende verso l’alto, ma è fermamente orientata alla terra, alla vita, alla fondazione di una civiltà nuova, alternativa a quella che i colonizzatori spagnoli e portoghesi costruivano con tutt’altro spirito.

In Paraguay e Argentina (ma anche in Brasile e Uruguay, la capitale Montevideo è stata fondata dai gesuiti e dagli indios delle Reducciones!), ho visitato una decina di Riduzioni sulle venti oggi visibili perchè sottratte all’abbraccio soffocante della foresta tropicale. Due-tre secoli di abbandono, di saccheggi, incendi e l’usura del tempo e del clima non sono bastati a far scomparire le tracce di quell’esperienza.

Nel 1600, le Riduzioni di Argentina e Paraguay subiscono vari assalti da parte dei “paulisti” e dei loro indios tupì. All’inizio le Riduzioni avevano una vita autonoma rispetto al governo coloniale spagnolo, che non interveniva a difenderle. Dopo alcune sconfitte dolorose e rovinose, i gesuiti si convincono a preparare la difesa armata del loro territorio con gli indios, organizzati dal fratello gesuita Domingo Torres, veterano dell’esercito spagnolo. Nel marzo 1641, 500 paulistas (erano chiamati anche “mamelucos”) con 2.500 tupì scendono il Rio Uruguay su 900 canoe e un poderoso armamento. Non sanno di essere attesi da un sistema di avvistamento e di segnalazione del loro arrivo, poichè quella era l’unica via per arrivare alle Riduzioni.

I paulisti e i loro indios subiscono un imprevisto attacco a fuoco sul Rio Uruguay, dove questo si restringe in una lunga gola; e poco dopo i guerrieri guaranì li attaccano mentre sbarcano dalle canoe. Un massacro, circa 2.000 morti! Dispersi nelle foreste circostanti, i paulisti sono clamorosamente sconfitti e da allora le Reducciones godono di un secolo di pace e di crescita umana e cristiana.

Questa battaglia sull’alto Rio Uruguay ha cambiato la mappa politica del Sud America. Se avessero vinto i paulisti portoghesi, tutto il Paraguay attuale e la provincia di Misiones (e forse anche quella di Formosa) dell’Argentina erano conquistate dai portoghesi e unite al Brasile attuale. Il loro dominio avrebbe tagliato le vie di comunicazione tra i possedimenti spagnoli sul Rio de la Plata (Buenos Aires), il Perù e la Bolivia.

Un popolo unito dalla fede cattolica

  
Nel momento di massima espansione, all’inizio del ‘700, le Riduzioni gesuitiche comprendevano 30 (secondo alcune fonti 33 o 36) cittadine con 150 mila abitanti (i battezzati 141.242 nel 1731): ogni centro aveva dai 2.mila agli 8 mila abitanti e 2 0 3 gesuiti che non furono mai più di un centinaio in tutto. Confrontato con i numeri di oggi, il sistema delle riduzioni sarebbe una piccola minoranza in qualunque Stato moderno. Al tempo della colonizzazione spagnola nelle Americhe, rappresentava invece un blocco di popolo rispettabile per numero e compattezza, ben organizzato e autosufficiente, che pagava le sue tasse alla Corona di Spagna e offriva anche militari preparati ai governatori della Colonia, in caso di bisogno. Però suscitava invidie e opposizioni nei coloni spagnoli proprio per questo indubbio successo.


Come erano organizzate le Riduzioni? Visitando le rovine, ci si accorge subito che la pianta delle cittadine era sempre uguale: al centro la grande piazza principale (quadrata o rettangolare, ogni lato misurava più di 100 metri) con la chiesa, la casa dei missionari, la sala riunioni, il cabildo  (sede del municipio), la casa degli anziani e quella delle vedove, la scuola, i magazzini, i laboratori, il granaio comunitario, il cimitero. Con le vie rettilinee e le abitazioni delle singole famiglie costruite in pietra, una meraviglia per quel tempo.

Uno storico afferma che “le abitazioni degli indios delle Riduzioni, erano meglio di quanto immaginiamo. Gli spagnoli avevano case peggiori, anche a Buenos Aires, dove era una massa uniforme di capanne e aveva meno abitanti di una Riduzione”. La chiesa era sempre l’edificio più importante e solenne, dove indios e spagnoli esprimevano al meglio le loro doti artistiche. Era ricca di paramenti ricamati con motivi dell’arte guaranì, i mobili scolpiti, di statue, di arredi d’argento. Il campanile ospitava 8 o 10 campane e lanciavano concerti nella foresta.
 
La religione era il principale fattore educativo delle persone e della comunità e dominava la vita pubblica: le funzioni sacre iniziavano e concludevano la giornata ed  erano intese anche per creare spazi di partecipazione e di fraternità. La forza educativa della religione e l’esempio dei padri (per le Riduzioni erano scelti i migliori gesuiti e non tutti resistevano), spiegano il fatto miracoloso e quasi incredibile che due-tre missionari abbiano potuto, con la sola forza morale del loro esempio e il richiamo alla fede, tenere assieme 2-8 mila indios, educarli, farli passare dal nomadismo alla vita sedentaria e comunitaria, senza l’uso della forza. e non per alcuni anni, ma per un secolo e mezzo! Questo è il vero miracolo delle Riduzioni, nelle quali esisteva anche una polizia e alcuni locali adibiti a carceri. Ma le condanne e le punizioni erano rarissime: la pena di morte era abolita, come confermano tutte le testimonianze dell’epoca. “L’omicidio è sconosciuto e la discordia è rara. I neofiti vivono tra di loro come buoni fratelli”, si legge in una cronaca del tempo.
La terra apparteneva al villaggio, i piccoli appezzamenti affidati alle singole famiglie ridotti al minimo. Non esisteva proprietà privata, nè possibilità di lasciare in eredità proprietà immobili. Alloggio, vestito e nutrimento dati secondo alla necessità delle singole famiglie. La direzione era in mano ai gesuiti, che delegavano il comando ai capi eletti dagli indigeni, eccetto i sindaci che erano nominati dall’imperatore spagnolo su una terna proposta dai padri. I prodotti dell’agricoltura, dell’artigianato e dell’allevamento venivano portati nei mercati degli spagnoli per venderli o scambiarli con metalli, attrezzi, sale, medicine, ecc.
L’agricoltura era l’attività principale, alla base di tutta la vita sociale. L’abilità e il successo dei gesuiti fu di far cambiare stile di vita ai guaranì: da nomadi a sedentari, da cacciatori e pescatori ad agricoltori. Non fu un’impresa facile. Nelle encomiendas degli spagnoli, per farli lavorare, in genere si tenevano gli indios come schiavi, frustati e messi a morte per futili mancanze. D’altra parte, un colono spagnolo che aveva una immensa encomienda da mettere a coltivazione, come poteva trattare gli indigeni (con i quali era difficile intendersi, perchè senza educazione, conoscevano poche parole di spagnolo), farli lavorare e produrre, evitare che si ribellassero se non con la violenza e il terrore delle punizioni fisiche? L’atmosfera che si respirava nelle riduzioni era del tutto diversa: non violenza e odio, ma educazione, fraternità, eguaglianza, perdono. I padri conoscevano la lingua guaranì e vivevano la vita degli indigeni fraternizzando con loro.
 
Un complesso agricolo efficiente e invidiato
 
“Le riduzioni rappresentarono ben presto il più perfetto e il meglio organizzato complesso agricolo dell’America” scrive uno storico. Vi si produceva mais, grano, mandioca, patate dolci, orzo e riso che erano alla base dell’alimentazione; e poi cotone, canna da zucchero, tabacco, viti (due raccolti l’anno) tea (chiamato anche matè di erba), il tea fu fin dall’inizio la maggior fonte di reddito ed è ancora oggi la bevanda nazionale di argentini e paraguayani. E poi l’allevamento di animali fino a raggiungere centinaia di migliaia di capi bovini, ovini, ed equini e la raccolta del miele selvatico. Ogni villaggio aveva scorte di grano sufficienti per coprire anche un anno di completa carestia e allevava dai 50 mila agli 80 mila capi bovini, con tale margine di sicurezza che le trenta riduzioni potevano abbattere circa 300 mila bestie all’anno. La carne, come ancor oggi in Argentina e in Paraguay, era l’alimento di base, con la madioca, il mais, il riso, il frumento.
Eppure il lavoro non era pesante: si lavorava dalle 9 alle 4 del pomeriggio con due ore di interruzione per preparare e consumare il pranzo, eccetto la domenica e il giovedì considerati giorno festivo e semifesttvo. Gli indios dovevano avere il tempo per la vita familiare, il canto, la danza, i divertimenti comuni, le funzioni religiose e poi la scuola e la lettura.  Nelle famiglie si pregava e si faceva la lettura spirituale in comune! Quando veniva il momento del raccolto, tutti abbandonavano le varie attività e andavano nei campi ad aiutare. Per ottenere i buoni risultati di produttività agricola i padri dovettero far lavorare gli indios non solo nei loro appezzamenti privati, ma nelle terre che appartenevano al villaggio (chiamate “proprietà di Dio”).

Difficile per noi che abbiamo alle spalle secoli di cammino verso la modernità renderci conto di cosa vuol dire per un popolo nomade che vive all’età neolitica (cioè l’età della pietra come i guaranì alla venuta degli spagnoli), passare di colpo all’uso del ferro, all’agricoltura, all’allevamento animali, alla proprietà privata. I prodotti agricoli e artigianali delle Riduzioni venivano venduti ai mercati delle città spagnole, specie Santa Fé, Asunciòn, Buenos Aires. I gesuiti tentarono di affidare questa attività ai guaranì per evitare la proibizione del diritto ecclesiastico di dedicarsi al commercio, ma i risultati furono disastrosi. Anche se debitamente istruiti, i guaranì ritornavano alle Riduzioni non con moneta legale ma con qualsiasi oggetto, come campanelli, trombe, broccati, fibbie e bottoni colorati… I commercianti spagnoli, vista l’ingenuità degli indios, si arricchivano alle loro spalle. I gesuiti dovettero assumere personalmente il commercio esterno.
 

Parte seconda – Una società alternativa a quella del colonialismo All’inizio del 1600, quando inizia l’epopea missionaria delle Riduzioni, più di un secolo dopo la scoperta delle Americhe, l’immenso continente era ancora quasi inesplorato. Nell’America centrale e nel Sud America, spagnoli e portoghesi erano soprattutto impegnati a conquistare nuovi territori combattendo contro i re indigeni, per fissare i confini delle loro colonie, fondando città e diocesi, costruendo strade e ponti. La vera colonizzazione del continente incomincia nel 1600 con l’immigrazione massiccia di coloni e la fondazione delle “encomiendas”. Gli spagnoli dividevano i territori occupati in grandi estensioni di terreno da disboscare e mettere a coltivazione usando gli indigeni che vi abitavano come forza lavoro e affidando ogni proprietà ad uno o più coloni spagnoli e più tardi anche meticci. Un dizionario spagnolo del 1949 così definisce il vocabolo “encomendero”: “Durante la colonizzazione dell’America chi aveva una concessione di terreni e di indigeni da sfruttare”.

Gli indios sono uomini come gli altri?

All’inizio del seicento, in Europa nasceva la democrazia quando nel 1616 alla Camera dei Lord inglesi a Londra il poeta John Milton affermava il principio democratico “One man, one vote” (Ogni uomo un voto). Invece, nelle Americhe si discuteva ancora se gli indios avevano un’anima umana come quella degli europei oppure, come dicevano alcuni pensatori e anche teologi, “solo un’anima silvestre”: erano, insomma, “homines silviculi”. Cioè non uomini come gli spagnoli, ma una categoria inferiore di creature, a metà strada tra gli uomini redenti da Cristo e gli animali selvatici. Discussione che oggi appare assurda, ma viene da un’interpretazione letterale della Bibbia, che non parla del continente da poco scoperto. Quindi gli indios sono stati redenti da Cristo oppure fanno parte di un altro mondo? Hanno capacità intellettuali e morali come gli spagnoli oppure agiscono per istinto come gli animali?

La Chiesa e i missionari affermavano chiaramente la natura umana di indios e neri, anche se alcuni teologi sostenevano che gli indios andavano sì battezzati, ma le loro limitate capacità intellettuali sconsigliavano di dar loro gli altri sacramenti. Questo spiega perché, ad esempio, fino all’inizio del 1900, dopo tre-quattro secoli di colonizzazione, le diocesi e gli ordini religiosi non avevano sacerdoti indios o neri, come pure le congregazioni femminili non ammettevano ragazze indie o nere.

Va però notata la sostanziale differenza tra la colonizzazione spagnola e portoghese in America Latina da quella inglese nel Nord America. Spagnoli e portoghesi, militari e coloni, data la scarsezza di donne spagnole, finivano per sposare donne indie e dare origine ai meticci; nel Nord America i coloni scacciano i pellerossa dalle loro terre, conducendo vere guerre di sterminio per occupare tutto il territorio (com’è accaduto anche in Australia e in Sud Africa). Nell’America spagnola (come pure in Brasile) le navi e le armate spagnole erano accompagnate dai missionari, anch’essi inviati e finanziati dalla Corona spagnola, che concepiva la colonizzazione come un’opera di fede e di civiltà. E’ noto il grande lavoro teologico, giuridico e antropologico della Chiesa per scalzare alla base le teorie razziste molto comuni nell’Europa di quel tempo.

Prima ancora di Bartolomeo Las Casas, il teologo francescano Francisco De Vitoria nella prima metà del ‘500 sosteneva che gli indios, anche se infedeli, sono uomini come i bianchi, hanno i diritti dei bianchi e debbono essere rispettati da tutti, soprattutto dal cristiani.

Le Riduzioni dei gesuiti, come degli altri ordini religiosi, vanno viste in questo quadro storico. Rappresentavano una rivoluzione benefica nella mentalità comune di spagnoli e portoghesi (in Brasile). Infatti le Riduzioni erano praticamente affidate agli indigeni scolarizzati e cristianizzati, eletti dalla gente del posto, naturalmente sotto la guida dei missionari. Le Riduzioni sono il tentativo riuscito di crea un altro tipo di colonizzazione, rispettosa dell’uomo e delle culture, in alternativa a quella praticata da spagnoli e portoghesi. Stranamente, questo capitolo glorioso della storia missionaria è spesso dimenticato

La sensibilità artistica e musicale degli indios

Il successo e la prosperità delle Riduzioni veniva anche dal fatto che gli indios si sentivano come protagonisti dell’impreso di fondare quelle cittadine nella foresta. dall’artigianato e dall’industria soprattutto tessile. Nelle cittadine esistevano fonderie di metallo, laboratori di falegnameria, forni per la cottura di vasellami, stabilimenti per la filatura e tessiture delle fibre vegetali e animali (lana, cotone, lino), cantieri per la fabbricazione di canoe e zattere, laboratori artigianali per la produzione di cappelli, scarpe, strumenti musicali. L’industria grafica ebbe grande sviluppo. Quando Buenos Aires era ancora priva di una stamperia (la prima venne impiantata nel 1780), nelle Riduzioni già si pubblicavano ottimi libri.

Questa la grande rivoluzione dei missionari, rispetto alle encomiendas spagnole: la scuola nella lingua degli indios, debitamente scritta e stampata. Il guaranì, ancor oggi una lingua praticata dagli indios (molte lingue indios sono scomparse), venne studiata dai padri e scritta in caratteri latini. Si avvio la stampa di sillabari, grammatiche, vocabolari, raccolte di proverbi, favole e miti della tribù oltre che catechismi (il cosiddetto “Catechismo breve” in lingua guaranì è un modello classico di sintesi del cristianesimo), traduzione del Vangelo, libri di devozione, testi religiosi e civili, anche tecnici (sull’agricoltura e la medicina).
I padri apprendevano il guaranì, insegnavano e predicavano in guaranì. Va notato che ancor oggi il guaranì, grazie all’opera dei gesuiti e francescani nelle loro Riduzioni (i francescani ebbero Riduzioni in Paraguay e in molti altri paesi latino-americani). è riconosciuto lingua nazionale del Paraguay insieme allo spagnolo e parlato anche dagli indigeni di tribù diverse. Gli indios guaranì hanno acquisito, grazie alla loro lingua e cultura salvate dalle Riduzioni, una coscienza della loro unità e dignità come popolo, che mantengano ancora oggi.
Nelle Riduzioni lo spagnolo era insegnato solo a quelli che ricevevano una educazione superiore per essere inviati a studiare nel collegio dei gesuiti ad Asunciòn, e restò comunque una lingua straniera.
 
La liturgia, i canti, la danza, il teatro, l’arte sacra, l’artigianato erano molto curati ed avevano lo scopo di educare gli indios (che vivevano, ricordiamolo in epoca preistorica) a sentimenti di umanità e di fede e alla vita comunitaria (fraternità, aiuto vicendevole, ecc.). Il canto e la danza erano il passatempo favorito, a servizio della cultura religiosa: vi erano cori polifonici, orchestre con musiche strumentali; le danze e il teatro erano simbolici di soggetti sacri (la lotta di S.Michele col drago, la visita dei Magi a Gesù) o della storia locale. Nella scultura e pittura, gli indios diedero prova di qualità insospettabili. I due musei delle Riduzioni che ho visitato, a S. Ignazio Cuazù e a S. Rosa (ambedue in Paraguay), conservano meravigliose sculture in legno, argilla, metalli, pietra,e pitture su tela e su tavole di legno. Tutta questa produzione artistica artigianale rivela negli indios un alto grado di sensibilità e una prodigiosa abilità manuale: notevoli soprattutto i volti di Gesù, di Maria, dei santi rappresentati, con espressioni intense.

I guaranì si distinguevano anche nella musica e nei canti. Nella Riduzione di Yapeyù P.Antonio Sepp (di Brixen – Bressanone) creò un centro di educazione musicale, la cui fama si estese a tutto il Rio della Plata, fino a Buenos Aires, dove cantanti e compositori di musica india venivano chiamati per rappresentazioni in teatri. Nella stessa Riduzione si producevano strumenti musicali (violini, arpe, flauti, pifferi) e persino organi. Come tutti “i primitivi” negati alla speculazione, i guaranì erano perfetti imitatori di modelli europei che arricchivano con la loro sensibilità e tradizione artistica. Sotto la guida di esperti fratelli coadiutori gesuiti, diventarono non solo agricoltori e allevatori, ma tessitori, muratori, scultori, pittori, fonditori di campane. Stampavano essi stessi i libri, incidendo i caratteri e i disegni nel legno. Nelle Riduzioni è nata all’inizio del 700 la prima tipografia del Sud America

Un modello di “comunismo cristiano”?
 
Il sistema educativo delle Riduzioni può essere definito di “paternalismo illuminato”. Oggi, naturalmente, è improponibile però funzionò benissimo per un secolo e  mezzo, con indios che vivevano all’età della pietra! In 3-4 generazioni, i missionari portarono gli indios da uno stato del tutto primitivo (tra l’altro praticavano l’antropofagia rituale) ad un livello di civiltà piuttosto elevata e ad una sicurezza di vita che mai prima avevano conosciuto. Due inchieste, condotte dalle autorità spagnole e dalle autorità ecclesiastiche del tempo (alla fine del 600), stabilirono che gli indios delle Riduzioni, vivevano “senza epulenza ma in decorosa autosufficenza”.
I proventi dell’agricoltura e dell’artigianato erano impiegati non solo per potenziare le strutture produttive, ma anche per incrementare la cultura e l’istruzione degli indios. Le Riduzioni riassumono bene il “metodo missionario” che ho visto tante volte nelle missioni in ogni parte del terzo mondo, a contatto con popolazioni “primitive”; ultimamente in Amazzonia dai missionari del PIME fra indios e caboclos da 60 anni. Uno dei quali mi diceva: “Se arrivi in un popolo che non ha la scuola, prima costruiamo la scuola e poi la chiesa. Perchè la chiesa senza la scuola non produce buoni cristiani”.

Ecco dove, soprattutto le Riduzioni sono esemplari ancor oggi. Il verbita padre Marx, che mi ha guidato nella visita alle Riduzioni e studioso appassionato di questa epopea missionaria, mi diceva che una delle preoccupazioni dei gesuiti era che ogni cittadina avesse scuole e una buona biblioteca di libri guaranì e in spagnolo. La Riduzione di S.Maria la Major aveva una biblioteca di 445 volumi; quella dei santi Martiri 382; Nostra Signora di Loreto (si visita con difficoltà perchè immersa nella selva dell’Argentina) 315; Corpus Cristi 460, la Candelaria 4725 volumi. Pare impossibile che tre secoli fa, nel bel mezzo della foresta tropicale, indios che venivano dall’età della pietra fossero educati a leggere opere che prendevano a prestito da una biblioteca!
Padre Marx ricorda inoltre che nella Riduzione di San Cosma e Damiano ( oggi ben restaurata, in Paraguay) si costruì persino un Osservatorio astronomico. Padre Buonaventura Suarez lavorò per 30 anni con gli indios, all’inizio del 1700, fabbricando telescopi, un pendolo astronomico con l’indicazione dei minuti e dei secondi, un quadrante astronomico, ecc. Le osservazioni astronomiche di questo missionario delle Riduzioni in Paraguay, le prime fatte con metodo scientifico nel Sud del globo, venivano pubblicate dagli Annali dell’Università di Uppsala in Svezia.

Come si svolgeva la vita quotidiana nelle Riduzioni? Come in un Collegio o in un Seminario, ma in una atmosfera non di costrizione, quanto di partecipazione. Le famiglie che non accettavano di vivere con i padri potevano andarsene liberamente (anche se ciò era molto difficile, se tutto il clan restava). Inoltre la giornata era regolata da un orario molto preciso.
Si è parlato di un “socialismo” o “comunismo” cristiano. Definizione certamente errata, se la prendiamo in senso politico o ideologico. Più  giusto parlare di un “sistema teocratico”, nel quale tutta la vita individuale e sociale girava attorno al perno della religione cristiana. Questo non era contrario alla cultura dei guaranì, impregnata di religiosità e di vita comunitaria.
Il problema affrontato dei missionari era come educare gli indios al cristianesimo non solo con la predicazione e la catechesi, la liturgia, i canti e le sacre rappresentazioni, ma anche modificando a poco a poco e senza violenza, ma con il consenso e la pressione della comunità, i costumi degli indios che non si accordavano con la legge naturale e il cristianesimo. Ad esempio, la poligamia era regola generale: i cacicchi avevano anche 20 mogli o concubine obbligate alla fedeltà, pena gravi punizioni compresa la morte. Attraverso l’educazione dei giovani, la solennità dei matrimoni fra i cristiani e la tolleranza verso i poligami, che però si sentivano fuori posto, nel giro di 2-3 generazioni i missionari riuscirono ad introdurre ed affermare il matrimonio monogamico.


Il segreto del successo? La scolarizzazione
 
Il segreto del successo fu, ancora una volta, l’educazione, la scuola. Le città nella selva contavano 400-500 alunni su 5-6mila abitanti, un vero primato per quell’epoca, anche in confronto dell’Europa del Seicento. La scuola impegnava i ragazzi e le ragazze dal mattino alla sera.  La vita dei villaggi incominciava presto: i Guaranì erano spontaniamente mattinieri, si alzavano prima del sole e andavano a dormire al tramonto. Alle 4 e un quarto in estate, alle 5 e un quarto in inverno, le campane o i tamburi suonavano la sveglia. Poco dopo, gli alcaldes giravano per le vie gridando: “Fratelli è l’ora, mandate i vostri figli alla preghiera!”. I ragazzi andavano in chiesa a cantare la dottrina cristiana fino al levar del sole, quando venivano anche gli adulti per la preghiera del mattino. Seguiva la colazione comunitaria e poi la scuola, che aveva fini essenzialmente pratici: insegnamento della lingua guaranì e della matematica, ma anche dall’agricoltura, tessitura, falegnameria, artigianato; taglio, cucito, ricamo per le bambine e ragazze. Musica e canto avevano largo spazio nell’educazione delle Riduzioni.  La scuola, rigorosamente separata dai maschi e femmine, durava fino a pomeriggio inoltrato.

Per gli adulti la giornata lavorativa durava dalle 4 alle 6 ore: erano impegnati soprattutto nella coltivazione dei campi comunitari e nell’allevamento degli animali, ma non pochi attendevano alla tessitura e ad altre forme di lavori manifatturieri o al servizio sanitario: ogni Riduzione aveva i suoi infermieri, la sua farmacia, a Yapeyu e Candelaria furono costruiti veri e propri ospedali. Il tempo libero, durante la giornata, era molto, per le faccende di casa e la vita familiare, la coltivazione di piccoli appezzamenti privati, la caccia e la pesca, il canottaggio molto praticato dai guaranì.

Alla domenica il lavoro era proibito (anche il giovedi era considerato semi festivo): si dava molta importanza alla Messa solenne del mattino, con canti, danze, processioni, catechesi; poi si celebravano giochi e gare sportive, parate militari, danze, teatri ed  esecuzioni musicali, per le quali i guaranì erano particolarmente dotati. I teatri consistevano in rappresentazioni religiose, ma anche in commedie tratte dalla vita di tutti i giorni.

Per quasi ogni festa si organizzavano grandi banchetti per il villaggio. Le tavole erano preparate nella grande piazza, ogni tavolata era presieduta da un notabile. Si servivano “carni, polli arrosto, legumi, panini, miele, arance, pesche e matè”. In tali occasioni si beveva un pò di vino o di chica (una specie di birra locale), fatto eccezionale perchè i gesuiti avevano proibito l’uso di bevande alcooliche ed erano riusciti ad estirpare una delle piaghe più gravi degli indios, l’ubriacatura di chica. L’orchestra suonava fino a sera. Di notte vigeva il coprifuoco e tre volte durante la notte risuonavano i tamburi per indicare i turni di veglia delle sentinelle. Le Riduzioni, infatti vivevano nel perenne timore di essere assaltate dall’esterno!

Parte terza – Così crollò il sogno della “città felice”
 


Dopo l’espulsione dei gesuiti (1768), le Riduzioni conobbero un rapido declino. Esclusi a lungo da luoghi di piena responsabilità, gli indigeni non seppero continuare uno esperimento durato un secolo e mezzo. Eppure quel modello, frettolosamente etichettato “Proto-comunista”, mostrò al mondo come nasce e cresce una “civiltà cristiana”. Non perchè tutti gli abitanti delle Riduzioni fossero dei santi, ma perché tutti (o comunque la grande maggioranza) condividevano l’esperienza di una società che si ispirava in modo autentico al messaggio di Cristo; in quanto nelle comunità delle Riduzioni, dove non c’era la libertà assoluta per i singoli individui, si viveva molto meglio che nelle società coloniali o, peggio ancora, in quelle dei regni e delle tribù indigene precedenti alla colonizzazione.

Un modello che sedusse gli intellettuali del tempo
 
Quando si visitano i resti dell’antica civiltà egizia (piramidi, tombe sotterranee, templi), si ha chiara impressione di trovarsi di fronte ad un periodo della storia umana morto e sepolto: quelle rovine, pur maestose e affascinanti, oggi non dicono più nulla. Non così le Riduzioni, molto recenti rispetto alle rovine dell’antico Egitto, ma sopratutto sintesi e simbolo del tentativo di risolvere il massimo problema che ancora oggi ci provoca: come creare rapporti di fraternità e evangelizzare i popoli “primitivi”, arretrati, aiutandoli ad evolversi verso il mondo moderno, ma salvando la loro lingua e cultura e portando loro la massima che abbiamo, Gesù Cristo e la sua Chiesa.
In Paraguay i gesuiti hanno fatto, con maggior successo e più lunga durata, quel che molti altri missionari hanno tentato di fare o realizzato per un tempo più breve, o ancor oggi realizzano in forma ridotta. In America Latina, soprattutto francescani, domenicani e cappuccini avevano creato numerose Riduzioni, dal Messico al Perù, ma slegate fra loro e spesso gli indios andavano a servire nelle encomendias degli spagnoli. Gli stessi gesuiti, oltre che in Paraguay avevano fondato altre Riduzioni nella missione dell’Orinoco (Venezuela), in Perù, Bolivia e Brasile.

Il gesuita p. Giuseppe De Rosa scrive: “I terribili problemi che oggi sconvolgano l’America Latina, avrebbero potuto essere risolti almeno in parte se in quel continente avessero trovato non un colonialismo feroce, cieco ed ottuso, ma esperienze politiche ed economiche di questo tipo”.
Le Riduzioni del Paraguay hanno suscitato l’ammirazione di studiosi e pensatori, fra i quali anche Voltaire, Montesquiecu, Diderot, Buffon , cioè il meglio del pensiero illuminista del ‘700: nonostante la loro nota all’ostilità alla Chiesa, giudicarono positivamente l’esperienza dei gesuiti.


In Italia, Lodovico Antonio Muratori pubblicò nel 1743 il libro “Il Cristianesimo felice dei Padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”, in cui esaltò le Riduzioni come modello di società di stampo cristiano, che gli ricordava “la Chiesa primitiva”. Nell’800 e nel nostro secolo vari autori hanno studiato le Riduzioni: Chateaubriand vi vede la prova che il genio “esclusivo” del cristianesimo, non solo porta ai popoli la luce del Vangelo e la salvezza, ma li rende anche “i più puri e i più felici degli uomini”; filosofi e storici tedeschi individuano nelle Riduzioni il tentativo riuscito di realizzare “la città del sole” di Tommaso Campanella e dunque, è possibile costruire uno stato cristiano-comunista (o cristiano-socialista).

Nella “storia generale del socialismo” (in Benstain, Kautsky e Plechanow) si trova un capitolo sulla repubblica dei Guaranì, considerata come un’esperienza sociale “tra le più interessanti e straordinarie che mai siano state fatte”, che apre la strada al socialismo e al comunismo. L’ultimo esponente di questa lettura delle Riduzioni , lo svizzero Clovis Lugon, afferma che in Paraguay i gesuiti hanno realizzato uno esperimento di “comunismo cristiano”.
Ma p. De Rosa, nella prefazione all’edizione italiana, ribatte che “parlare di comunismo o di socialismo cristiano nelle Reducciones significa imporre schemi culturali del secolo ventesimo ad una realtà totalmente diversa dalla nostra. Tra il “comunismo cristiano” delle Riduzioni e il comunismo di ispirazione marxista non c’è nulla in comune, a parte il nome. Perciò avremmo preferito che invece di parlare di “comunismo”, il Lugon avesse parlato di spirito di vita, di organizzazione “comunitaria”. Soprattutto avremmo preferito che non avesse presentato l’esperienza” comunista cristiana” come un modello a cui ispirarsi per la creazione di una società “comunista”.

Quali sono gli errori commessi dei gesuiti nelle Riduzioni?

Ne possiamo individuare tre, che hanno poi determinato la decadenza dell’esperienza dopo la loro espulsione :
1) I guaranì non erano ammessi al sacerdozio né alla vita consacrata:  il primo sacerdote guaranì venne ordinato a Buenos Aires alla fine del 700. Nelle Riduzioni non c’erano le suore nè straniere nè locali, sebbene numerose ragazze avessero chiesto il consenso di consacrarsi a Dio. Il forte pregiudizio contro gli indigeni comune a tutte le Chiese dell’America fino al secolo scorso, faceva dubitare avessero le qualità umane e cristiane necessarie. Tanto più questo pregiudizio valeva nelle Riduzioni, dove ai sacerdoti si richiedevano grandissime qualità.

Basti dire che nei 150 anni delle Riduzioni 29 padri vennero uccisi dagli indios pagani delle regioni vicine e anche la vita quotidiana esigeva resistenza fisica e morale non comune. Comunque il non aver aperto nemmeno un seminario o noviziato per preparare al sacerdozio o alla vita religiosa è senza dubbio uno dei più gravi limiti delle Riduzioni, anche perchè i rinforzi dalla Spagna stentavano a venire. Nel 1652 ad esempio, le 30 cittadine cristiane delle Riduzioni avevano in tutto 46 padri e 3 fratelli. All’inizio del 1700, su 33 o 36 comunità, la metà circa avevano un solo padre anziano, non sempre in buona salute.

2) Il secondo limite è simile al primo. I gesuiti davano responsabilità ai capi indigeni, ma in modo limitato e locale. La direzione delle Riduzioni e i rapporti esterni rimanevano in mano ai padri, nonostante che gli indios più evoluti chiedessero maggiori responsabilità. Al momento della loro espulsione (1768), i gesuiti non avevano indigeni preparati a cui affidare le Riduzioni.


3) Infine, la politica d’isolamento delle Riduzioni dal resto nella Colonia finì per creare “un’isola felice – come è stato detto – in un mare in perenne tempesta”. Un sistema del genere, quasi perfetto  ma isolato dal mondo, non poteva durare, aveva troppi nemici, persino vescovi e sacerdoti diocesani dei dintorni. Le calunnie che circolavano in America e in Europa sulle Riduzioni erano assurde (ad esempio che vi fossero miniere d’oro che davano prosperità al sistema dei gesuiti), ma spesso da Madrid si mandavano inquisitori e commissari incaricati di scoprire i segreti di quella pace e armonia tra bianchi ed indios, autosufficienza, progresso economico, tecnico e morale che non c’era in nessun’altra delle colonie spagnole!
 
Il segreto di quella stupefacente armonia
 
Invece di ammettere che un sistema sociale-economico, culturale e politico in cui si tentava di realizzare l’ispirazione evangelica, portava necessariamente a risultati positivi nel rapporto fra bianchi e indios e nello sviluppo di una vasta regione (il territorio delle Riduzioni misurava circa 60 mila kmq., come Piemonte, Lombardia ed Emilia unite), si volevano ad ogni costo trovare motivi nascosti e poco onorevoli che spiegassero quella anomalia. Uno storico argentino scrive: “Le missioni (fra i guaranì) sono state improduttive. Un tale splendido tentativo è rimasto chiuso nei suoi limiti geografici e storici. Nessuno l’ha imitato e continuato. Gli stessi indios hanno dimostrato di non aver assimilato tutto lo spirito di quest’opera di civilizzazione, in modo da continuarla o riprodurla in qualche altra parte”.


Meraviglia che le Riduzioni siano durate quasi 160 anni! La loro fine ha origine nell’espulsione dei gesuiti dai domini coloniali, decisa della Corona di Spagna nel 1767 (dopo  le eguali decisioni del Portogallo nel 1758 e della Francia nel 1764). Il Re di Spagna Carlo III impiegò alcuni anni per giungere a questo atto sommamente ingiusto, originato da un fatto politico: in Europa le monarchie nazionali erano sempre più gelose della loro autonomia e temevano le interferenze papali (di cui la Compagnia di Gesù era il principale strumento); nelle colonie americane i coloni e i governatori spagnoli non volevano più le Riduzioni.

Infine, Spagna e Portogallo giunsero ad un accordo per delimitare i confini delle proprie colonie  (trattato di Madrid del 13 gennaio 1750), con il quale la Spagna cedeva al Portogallo (al Brasile) un vasto territorio ad est del Rio Uruguay e del Rio Ibicuy, che comprendeva anche 7 Riduzioni gesuitiche. Proprio quelle che erano le più vaste e ricche in campo agricolo e di allevamento animali. I guaranì si ribellarono all’ordine di abbandonare i loro campi e villaggi e organizzarono una resistenza armata contro le truppe portoghesi e poi contro quelle spagnole mandate da Buenos Aires per domare la resistenza india, che durò fino al 1756. 

Il danno dell’evacuazione di quelle 7 Riduzioni fu enorme: oltre alle perdite materiali, circa la metà dei guaranì abitanti nelle 7 Riduzioni erano morti o dispersi nelle foreste e gli altri indios dello “Stato gesuitico” compresero, con gli spagnoli che avevano combattuto con i portoghesi contro di loro, che l’esperienza del “cristianesimo felice nelle foreste” stava volgendo al termine. L’inchiesta ordinata dalla Corona spagnola per appurare se i gesuiti avevano sollecitato gli indios a resistere militarmente, si concluse con la piena assoluzione dei padri.

Purtroppo quella che viene definita “la guerra guaranitica” non terminò con l’espulsione degli indios dai territori portoghesi  (oggi Rio Grande do Sul in Brasile), per cui altri 10 anni di guerra e guerriglia turbano la regione. Il nuovo Re di Spagna  (dal 1759) Carlo III, denunzia il trattato di Madrid  del 1750, perché i portoghesi non avevano restituito alla  Spagna le terre occupate più a sud sulla costa dell’Atlantico. Spagnoli e portoghesi si combattono proprio nella regione delle Riduzioni, devastando città e campi, disperdendo ed uccidendo i guaranì, i quali per fedeltà al Re di Spagna, intervengono in aiuto agli spagnoli con il loro esercito, forte di qualche migliaio di uomini armati e ben guidati.
 

Espulsione dei gesuiti e fine delle Riduzioni

 
Ma, dopo un breve periodo la ripresa delle Riduzioni (ne vennero fondate altre 3), nel 1767 Carlo III firma il decreto di espulsione della Compagnia di Gesù dalla Spagna e nel 1768 il governatore di Buenos Aires, Francisco Bucarelli, con imponenti forze militari si reca nelle Riduzioni per eseguire l’ordine reale. Temeva di incontrare resistenza da parte dei gesuiti, i quali invece accettano con umiltà l’ordine ingiusto (avendo ricevuto precise disposizioni in tal senso dai superiori): 400 missionari gesuiti sono espulsi dalla Provincia del Paraguay (un centinaio dei quali dalle Reducciones).

Solo nel 1815 i gesuiti sono riammessi in Spagna, ma nel frattempo le colonie americane ottengono l’indipendenza (l’Argentina nel 1810, il Paraguay nel 181I), ma i gesuiti non torneranno più nelle Riduzioni. Per un secolo le Riduzioni sono abbandonate e vengono rimangiate dalla foresta.

All’inizio del 1900, i missionari tedeschi del Divin Verbo (SVD) hanno salvato parte di queste rovine quando le autorità massoniche argentine volevano distruggerle per togliere ogni segno cristiano. Il tedesco padre Johannes Kuchera, che aveva esperienze di vita militare, organzzò gli indios per difendere le rovine della loro antica epopea! Ora quelle rovine sono monumento nazionale.

Lo sviluppo di un popolo è legato alla sua identità

Quali insegnamenti che possiamo trarre dal tentativo di “civilizzare” gli indios con le Riduzioni? Quell’esperimento paternalistico-teocratico oggi naturalmente è improponibile. Ma i suoi valori, il suo spirito, alcuni dei suoi metodi sono validi anche oggi, considerata la pochezza dei modelli alternativi, cioè i fallimenti delle varie forme di colonizzazione in America Latina e in Africa.
Anzitutto i gesuiti hanno dimostrato che per condurre gli indios verso il mondo moderno, il metodo dell’urbanizzazione forzata usato dagli spagnoli era e rimane sbagliato. Il salto fra la vita in foresta e la città è troppo grande. Eppure quasi tutti i governi attuali, in Africa e in America Latina, penalizzando le campagne, lasciano i contadini nella loro ignoranza, non li sostengono in alcun modo. Chi può scappa in città, anche a costo di finire nelle baraccopoli, nelle favelas. Ragion per cui, in paesi immensi e ricchissimi di terre e di acque, si soffre la fame!
I gesuiti avevano capito, immergendosi nella lingua e cultura dei guaranì che la città distrugge le caratteristiche e l’identità della cultura indigena: la decadenza anche fisica delle razze locali è inevitabile. La soluzione che adottarono fu di impiantare gli indios sulla terra, riunendoli in villaggi o cittadine, ma conservando e favorendo la loro lingua e cultura il più possibile.
Lo sviluppo e la felicità di un popolo viene non dal danaro o dalle macchine, ma dalla cultura che è l’anima di un popolo. Se un popolo perde l’anima, come fa a svilupparsi, conservando equilibrio e gioia di vivere?
I colonizzatori hanno quasi del tutto ignorato l’elemento culturale e linguistico. Ancor oggi nei rapporti con i popoli poveri (la cosiddetta “cooperazione internazionale”), si dà esclusiva importanza alle finanze, alla tecnologia, al commercio; la cultura e l’educazione di un popolo non esistono, non se ne parla mai. Sembra quasi che di fronte a popoli senza scrittura (primitivi, arretrati, in via di sviluppo, chiamateli come volete), come ancor oggi gli indios amazzonici, si debba forzarli a diventare come noi bianchi, cioè a modernizzarli seguendo il modello del mondo occidentale, fallimentare per i nostri stessi popoli che l’hanno inventato.

I due segreti che spiegano la riuscita delle Riduzioni
1) La motivazione religiosa che muoveva i gesuiti nell’incontro e nella educazione degli indios, secondo lo slogan della Compagnia di Gesù (“per la maggior gloria di Dio”). Nella storia delle missioni si possono trovare sbagli, errori, peccati, abusi verso gli indigeni. Non si può ignorare che la motivazione di fondo che spinge la Chiesa ad interessarsi degli altri popoli è nobile, elevata, non egoistica.

2) I gesuiti donavano se stessi ai guaranì. Donavano la vita, gratuitamente, con amore. La differenza con l’ingordigia, lo schiavismo e il razzismo dei colonizzatori è evidente. E questo dice ancora una volta, che nel rapporto educativo con i popoli poveri, quel che conta non sono tanto gli aiuti economici, la tecnica, le macchine, ma stabilire un rapporto di vera fraternità attraverso il rispetto dell’altro (del diverso), la condivisione della vita e donazione di se stessi, che è poi il metodo non solo missionario, ma evangelico.

Padre Gheddo su Radio Maria (2012)

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