Le sofferenze viste da lontano sono poetiche – Padre Gheddo su InforPime

Mons. Eugenio Biffi (1829-1896) è uno dei primi alunni del Seminario lombardo per le missioni estere, missionario a Cartagena (Colombia) dal 1856 al 1862, poi espulso dal governo massonico e missionario in Giamaica e nell’Honduras britannico. Richiamato a Milano, è mandato a fondare la missione della Birmania orientale, della quale è il primo prefetto apostolico (1867-1880), quando è chiamato da Papa Leone XIII e consacrato vescovo di Cartagena in Colombia, dove muore l’8 novembre 1896. Nel centenario della morte (1996) il vescovo di Cartagena, mons. Carlos José Ruiseco, ha dichiarato pubblicamente di voler iniziare la causa di beatificazione del “vescovo santo” Eugenio Biffi. Ma poi, diventato vescovo emerito nel 2005, non ha più potuto realizzare il suo proposito. Si veda il Quaderno dell’Ufficio storico n. 7-8 del 2010-2011 su mons. Biffi. Questa lettera è una risposta a mons. Marinoni, che gli aveva scritto di un prete diocesano intenzionato a recarsi in Colombia per aiutarlo. Biffi lo prende volentieri, ma fa presente quante virtù si richiedono da un prete nella situazione in cui lui stesso si trova. Un testo che fa riflettere anche noi missionari, un secolo dopo. Piero Gheddo

Molto rev. Signore,
mi sento in dovere di manifestare chiaramente lo stato delle cose, onde evitare più tardi degli amari disinganni e forse dolorosi pentimenti. Le sofferenze vedute da lontano hanno qualcosa di poetico, ma vedute dappresso sono prosastiche, assai prosastiche, glielo assicuro io.
La Diocesi di Cartagena non è considerata come Missione, presenta però tutte le difficoltà e privazioni di una missione e solo si differenzia in ciò che non ha i vantaggi e le risorse che pur hanno le missioni. E’ una diocesi immensa, abitata da 300 mila cattolici distribuiti in 4-5 città e un numero ragguardevole di villaggi. Questi si compongono di parecchie case di paglia e distano l’uno dagli altri da fino a 30 leghe. Generalmente (gli abitanti) sono poveri di tutto, ignoranti in fatto di religione, indifferenti, apatici, amanti di promuover feste a cui danno il nome di religiose e che poi convertono in veri baccanali e saturnali, giacchè non si occupano che di bagordi e baccanali. Le basti per formarsi un’idea dello stato vero della mia diocesi, che io le citi ciò che mi scrisse il mio metropolitano, cioè l’Arcivescovo di Bogotà: “Le hanno dato un morto da risuscitare”. Ecco in breve il ritratto della mia povera diocesi.
Ciò premesso, veniamo all’ergo.
Se il rev. sacerdote che desidera consacrarsi alle missioni sente di aver coraggio, pazienza e fermezza di animo sufficiente per affrontare con tanti pericoli materiali (anche gravi pene di spirito), privazione di ogni consolazione, vedendo forse che il suo lavoro e le sue fatiche non producano nessun frutto; se egli può conservare la sua pace e tranquillità anche nel caso di vedersi osteggiato, accusato a torto e disprezzato; se si sente di dover fare un viaggio anche di due giorni, sempre a cavallo (perché non ci sono strade ferrate né vie carreggiabili) onde trovare un prete da cui confessarsi; se si sente poi di star sempre vigilante onde non cadere in certi lacci che l’immoralità pubblica potrebbe tendergli; se crede di aver la forza, con l’aiuto della divina Grazia, di sopportare ancora tante altre difficoltà, che non accenno per non essere troppo lungo; se questo buon sacerdote desidera proprio servir Dio, non cercando altra soddisfazione, né altra ricompensa promessa da Lui ai suoi servi fedeli; infine, se questo sacerdote ha imparato il segreto della vera fortezza che è l’orazione e l’amore a Gesù Sacramentale, allora venga.
Io gli apro le braccia e l’assicuro che troverà sempre in me un Padre, ma prima di decidersi consideri bene quello che dissi fin dal principio, che le sofferenze viste da lontano hanno del poetico, ma vedute da presso sono molto prosastiche.
Aggiunga poi il clima veramente soffocante, le moleste zanzare, le febbri, tra le quali bisogna annoverare la più pericolosa che è la così detta febbre gialla; nei villaggi, non solo la mancanza di vino, ma anche la mancanza di pane (perché si fa una certa pasta di grano turco che assomiglia alla polenta e che sostituisce il pane); le case di paglia senza piano superiore, ecc. ecc.
Io dico tutte queste cose non per spaventarlo, ma unicamente perché sappia come si sta in questi paesi e non succeda che nei momenti della prova mi dica: “Se io avessi saputo tutto questo non sarei venuto”.
Mons. Eugenio Biffi
vescovo di Cartagena, Colombia
(7 maggio 1886)

Padre Gheddo su InforPime (2011)

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