Le “vie nuove” per testimoniare Cristo – Padre Gheddo su “Avvenire”

Un paese islamico invita alla “missione fuori delle strutture”. Numerose in Bangladesh le “vie nuove” tentate dai missionari. Un americano di Maryknoll, padre Bob Cahill, realizza quel che gli Atti degli Apostoli (10, 38) dicono di Gesù: “Passò ovunque facendo del bene e guarendo i malati”. In una delle tante città dove non c’è ancora alcuna istituzione cristiana, affitta un appartamento, gira in bicicletta visitando i malati, li aiuta come può anche portandoli in un ospedale cattolico e prendendosi cura di loro. La gente gli chiede: perché fai questo? Lui risponde: “Io sono un missionario di Gesù che è il mio profeta, che passò curando i malati e facendo del bene e anch’io faccio come lui. Non ho nessuna associazione alle mie spalle, ma parenti e amici in America che mi aiutano e posso aiutare chi sta male e non ha cure”. La presenza di un americano benefico fa discutere, ne parlano la stampa e le radio locali. Quando Bob pensa che abbiano capito chi sono i cristiani, lascia quella città e va in un’altra.

Un missionario napoletano del Pime, fratel Lucio Beninati, dal 2005 è a Dacca e si interessa dei ragazzi di strada. Lucio abita nella baraccopoli di Purbar Borthola, al secondo piano di una casa di bambù: per arrivarci bisogna salire una ripida scala di bambù con gradini alti 40 cm. (il difficile è scendere!). Una stanzetta di due metri per tre, pavimento e pareti di bambù, nel corridoio un solo rubinetto dell’acqua (farla bollire per berla), i servizi al piano terra, due per una quarantina di poveracci. Nella sua cella ha un letto, la valigia con vestiti sotto il letto, un “angolo della preghiera” con un tappetino, il crocifisso di missionario alla parete e un mappamondo di plastica colorato; un tavolinetto basso e uno sgabello, uno scaffale con la “cucina” e un altro con la Bibbia e alcuni album illustrati e colorati per i molti bambini che vengono da lui. Lucio mi dice: “Io sono il nonno di questi bambini. Qui il nonno non esiste, muoiono prima”.

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Lucio lavora con un’associazione di volontariato locale (sessanta volontari), che ha fissato a Dacca otto punti di incontro con i ragazzi di strada, tutte le sere alle otto. “E’ girata la voce – dice Lucio – e questi ragazzi vengono per incontrarci, parlare, dirci i loro problemi. Se possiamo, li aiutiamo. Vogliamo costruire ponti fra questi giovani e la società che hanno abbandonato per vari motivi. Per riportarli a casa, per farli andare a scuola, per trovare loro un lavoro, un’occupazione, per curare la loro salute. Oppure ottenere attenzione dallo stato per la loro situazione disumana di vita, anche un lavoro, un ricovero, cure mediche, ecc. Poi ci sono organizzazioni della Chiesa cattolica o di altri, che accolgono questi ragazzi: se li porti tu è un’altra cosa che se si presentano da loro stessi e poi da soli non ci andrebbero mai”. Da quattro anni Lucio Beninati ha una vita molto sacrificata per un giovane italiano, convinto che “per annunziare Cristo bisogna vivere come vive la gente del posto, dando esempio di solidarietà con i più poveri e miseri”.

Padre Gheddo su “Avvenire” (2009)

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