L’Egitto tra liberta’ e fondamentalismo – Padre Gheddo su Radio Maria

E’ passato un anno dal gennaio 2011, quando è esplosa la “primavera araba” nel Nord Africa, una rivolta di popolo contro le dittature locali per chiedere libertà, sviluppo, democrazia, con un successo imprevisto in Tunisia, Egitto e in Libia. In Occidente eravamo abituati ai colpi di stato militari nei paesi arabo-islamici, ma non a massicce rivolte popolari contro i dittatori, per cui i commenti della stampa internazionale in genere sono stati, fino ad oggi, positivi. Si è scritto infatti che la “primavera araba” potrebbe cambiare la situazione politica del Medio Oriente e portare la pace nella latente guerra fra Israele e i paesi arabi che lo circondano.

Questa sera vorrei parlare del più importante paese del Nord Africa, l’Egitto.

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Tre parti della mia catechesi:

  1. L’Egitto è il maggior paese arabo, significativo di tutto il mondo islamico. La sua storia spiega l’attualità politico-economico-sociale di questo popolo.
  2. La Chiesa copta e le radici cristiane dell’Egitto.
  3. Perchè cristiani e musulmani non vanno d’accordo?

I) – La rivoluzione nel maggior paese arabo-islamico

Tre sono le più antiche civiltà dell’uomo, che hanno lasciato memoria scritta fin da 4.000 anni prima di Cristo. La egiziana con le dinastie dei Faraoni lungo il Nilo. La civiltà dell’India che ha generato l’induismo e il sistema delle caste lungo l’Indo e la civiltà assiro-babilonese lungo il fiume Eufrate che divide Siria e Iraq.

La civiltà dei Faraoni è quella che ha prodotto il maggior numero di manufatti artigianali, artistici e murari e che attira una grande quantità di turisti e di studiosi. L’Egitto ha un passato antichissimo e glorioso e il popolo egiziano ha un forte senso di nazionalismo e di identità che non c’è in nessun altro paese arabo-islamico.

La storia dell’Egitto si è poi sviluppata sotto altri influssi cultural-religiosi. Prima con l’occupazione romana nel 30 avanti Cristo e l’influenza greca, quando Alessandria diventa il centro della cultura ellenistica. Poi con la diffusione del cristianesimo fin dall’epoca apostolica. Nel 500 dopo Cristo, l’Egitto era del tutto cristiano, ma dal 640 l’Egitto è conquistato dagli arabi che diffondono l’islam con la lingua e i costumi arabi.

Con l’islamizzazione del popolo e della cultura, l’Egitto entra nel mondo islamico che ha avuto, dalla fondazione all’inizio nel 612 dopo Cristo fino al 1600 un millennio di storia gloriosa e vittoriosa. I Califfi (cioè i successori di Maometto), che erano capi religiosi, politici e militari, partendo dal deserto dell’Arabia avevano esteso la religione del Corano all’Egitto, a tutto il Nord Africa, a quello che oggi è il Medio Oriente, fino all’India e all’Asia centrale; poi anche in Spagna, in Sicilia e nell’Europa balcanica fino alla Russia e alle porte di Vienna.

Il mondo islamico godeva in quei tempi di una maggior unità e forza militare del mondo cristiano, ma anche in campo culturale le università di Alessandria, Damasco e Baghdad avevano una vitalità probabilmente superiore a quelle dell’Europa cristiana di quel tempo. Però occorre dire che la produzione culturale islamica, artistica, letteraria, poetica, filosofica, matematica non faceva evolvere le società islamiche, che rimanevano bloccate dalla lettura rigida e letterale del Corano, con leggi e costumi fermi al tempo dei beduini arabi quando Maometto ebbe le sue rivelazioni. Fra i cristiani, il Vangelo mette al centro di tutto la dignità dell’uomo e di tutti gli uomini e la lettura e comprensione del Vangelo, secondo i tempi, è “contestualizzata” sotto la guida dello Spirito Santo e della Chiesa, così le scoperte facevano evolvere le leggi e i costumi del mondo cristiano.

Il mondo islamico è cresciuto nella convinzione di essere l’autentica e ultima espressione del Dio unico di Abramo, che dal tempo di Maometto proteggeva i musulmani dando loro continue vittorie militari e territoriali, fermate solo dal deserto del Sahara in Africa, dalle nevi della Siberia nell’Asia centrale e dall’immensità e impermeabilità della religione-cultura indiana. Però l’India è stata sotto il potere di un regno islamico dal 1530 fino al 1858 quando inizia la colonizzazione inglese e poi sono nati il Pakistan e il Bangladesh.

In Europa l’islam è fermato a Lepanto in Grecia (vicino a Corinto) il 7 ottobre 1571 dalla flotta militare degli stati cristiani convocata dal Papa San Pio V (244 “galere” con 36.000 combattenti); e poi nel 1683 a Vienna ancora da una Lega di stati cristiani, che pone fine alla fase espansiva del “Jihad”, la “guerra santa” per diffondere l’islam a tutti i popoli.

Soprattutto Lepanto ha distrutto il mito dell’invincibilità musulmana e ha allontanato il pericolo di un dominio turco e del califfo di Istanbul nel Mediterraneo. Comunque nel secolo seguente, il 1700, fra i popoli musulmani e cristiani del Mediterraneo regna la pacifica convivenza, fioriscono i commerci e gli scambi culturali fra le università e il mondo intellettuale.

Ma l’Occidente cristiano era dinamico nelle scienze e nelle tecniche, nella scoperta di terre nuove, nell’arte militare, nella maturazione filosofico-religiosa di una nuova coscienza che metteva l’uomo al centro, e quindi si orientava verso lo sbocco inevitabile della democrazia. Già nel 1618 il poeta John Milton, parlando nel Senato inglese sulla dignità dell’uomo, esprimeva il principio democratico: “One Man, One Vote”, cioè “Ogni uomo un voto”. Nel 1700 l’Illuminismo si fa portabandiera della ragione, della scienza e della democrazia e la Rivoluzione francese (1989) giunge a proclamare i tre principi che in due secoli rivoluzionano l’intero Occidente cristiano: Libertà, Fraternità, Eguaglianza.

Al contrario il mondo islamico medio-orientale, schiacciato dal pesante dominio militare-religioso turco dell’Impero ottomano, era bloccato in una cultura stagnante. Impegnato a celebrare le glorie di un lontano passato, non cambiava nulla, ma mirava a conservare la fede e la vita dei popoli come li aveva ricevuti e com’erano al tempo di Maometto. Ecco la differenza sostanziale fra cristianesimo religione “progressista” e l’islam, religione “conservatrice”.

La Rivoluzione francese (1789) genera nel 1793 la dittatura di Napoleone Bonaparte, che nel 1798 compie una spedizione militare in Egitto e lo occupa fino al 1801. L’Egitto è il primo paese islamico ad essere occupato da una potenza europea, le classi dirigenti e intellettuali egiziane si accorgono che quell’Europa che due secoli prima pensavano di poter conquistare, adesso è cresciuta e sta occupando una terra sacra dell’islam. Napoleone porta in Egitto scienziati, ingegneri, matematici, medici, chirurghi, esploratori, archeologi, scrittori. In pochi anni dimostrano quanto l’Europa è ricca e potente scientificamente e militarmente.

L’Egitto riceve dalla breve occupazione francese uno shok e una spinta di rinnovamento che è realizzato da Muhammad Alì, considerato il fondatore dell’Egitto moderno, il quale manda in Europa molti giovani a studiare, costruisce la prima linea ferroviaria dei paesi islamici, la prima università con criteri moderni, fino all’inaugurazione del Canale di Suez (1869) e all’esecuzione dell’ “Aida” di Giuseppe Verdi al Cairo nel 1870. La spedizione di Napoleone, con i suoi studiosi e scrittori ha svelato all’Europa le tante meraviglie della civiltà egiziana. E’ il primo incontro-scontro fra il mondo cristiano e quello islamico all’inizio del 1800.

Nel 1800 e 1900 i paesi islamici del Mediterraneo sono dominati dall’Occidente. La Francia occupa l’Algeria (1849-1871) ed estende il suo protettorato su Marocco e Tunisia, l’Italia occupa la Libia nel 1912 e con la prima guerra mondiale, quando il Califfo ottomano di Istanbul, alleandosi con l’Impero austro-ungarico e la Germania, perde la guerra, il Califfato si dissolve politicamente. Dopo la prima guerra mondiale nascono le nazioni di Egitto, Siria, Libano, Iraq, Palestina, Giordania, Arabia, Kuwait, Emirati Arabi, prima parte dell’Impero ottomano, poi indipendenti ma sotto protettore inglese o francese. La suprema autorità dell’islam, il Califfo di Istanbul, perde il politico e militare. Le rimane solo il potere religioso, ma per breve tempo.

Lo sconvolgente shock psicologico, che equivale alla morte dell’islam politico, i popoli islamici lo ricevono nel 1923 quando il colonnello Kemal Ataturk assume il potere politico in Turchia e nel 1924 fonda il primo stato laico popolato abitato da musulmani, manda in esilio il Califfo (cioè il successore di Maometto) e dichiara estinto il califfato, la massima autorità dell’islam. Questo fatto acuisce la crisi del modello islamico di società, aumenta la frustrazione dei religiosi e degli intellettuali islamici e poi di tutti i popoli e l’avversione musulmani in tutto il mondo contro l’Occidente, considerato la causa della decadenza dell’islam.

La rinascita dell’islam politico (1928-2011)

Nel 1928 in Egitto nascono i “Fratelli musulmani”, la prima e la più importante associazione islamica con un approccio di tipo politico all’Islam. Si oppongono alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un’osservanza più ligia dei precetti del Corano e per restaurare l’islam come “governo di Dio sul mondo”, con la rigida applicazione della “Sharia” (la legge islamica). Rifiutano l’influsso occidentale e si impegnano nelle attività sociali, l’insegnamento, la sanità, l’aiuto ai poveri, oltre all’organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità. Hanno creato una rete di opere che li rendono un movimento profondamente radicato nel popolo e questo ha permesso ai Fratelli musulmani di superare tutte le repressioni d parte dei governi egiziani. Oggi sono un soggetto politico dal largo seguito, che sposa la causa delle classi povere e in difficoltà e gioca un ruolo preminente nel movimento nazionalista egiziano, richiamandosi al dovere della fedeltà ai valori islamici, pur rifiutando oggi l’estremismo e il terrorismo.

Nel 1947 nasce lo stato di Israele, che sconfigge nel 1948 gli eserciti dell’Egitto e dei vicini paesi arabi. La sua esistenza è considerata una violenza coloniale dell’Occidente contro i paesi arabo-islamici e rimane ancor oggi una spina nel fianco del mondo islamico. I Fratelli musulmani avevano troppo influsso sul popolo e rappresentavano un pericolo per la monarchia di Re Faruk, filo-occidentale e favorevole ad un islam che si adatta al mondo moderno. Nel 1949 il fondatore Hassan al Banna è assassinato da alcuni agenti della monarchia ereditaria che regnava in Egitto dal 1922.

Questo assassinio ha un fortissimo impatto fra i musulmani egiziani e segna l’inizio dell’opposizione del popolo alla monarchia di Egitto-Sudan. Nel 1952 l’esercito depone il re Faruk e il colonnello carismatico Gamal Abdel-Nasser (1918-1970) assume pieni poteri e partecipa attivamente al “Movimento dei non allineati”, teoricamente neutrali nella guerra fredda fra Oriente ed Occidente, praticamente anti-imperialista (cioè anti-occidentale) e alleato dell’Urss e della Cina di Mao. Nasser ne è segretario dal 1964 alla morte nel 1970. Il gesto coraggioso di nazionalizzare il Canale di Suez, che provoca l’intervento militare franco-inglese, lo fa ricordare ancor oggi come simbolo della dignità e libertà dei paesi islamici.

In Egitto Nasser è ricordato anche per il “socialismo islamico”, il tentativo di creare la “Repubblica araba unita” unendo Egitto e Siria e per le numerose riforme che modernizzano il paese . La sua stella politica incomincia ad appannarsi dopo la “guerra dei sei giorni” contro Israele (1967), che occupa tutto il Sinai, giungendo fino al Canale di Suez. Ancora una volta l’Egitto è il capofila dei paesi arabo-islamici con una politica di indipendenza dalle ex-potenze coloniali.

Riguardo ai Fratelli musulmani, Nasser inizialmente adotta un atteggiamento tollerante nei loro confronti, ma nel 1954, a causa della loro implacabile ostilità al progetto nasseriano di cambiamento della società egiziana, scioglie il movimento e perseguita i suoi membri. Muoiono nelle carceri egiziane migliaia di attivisti. Altra repressione dopo la “guerra dei sei giorni” (1967), quando i “fratelli musulmani” sono arrestati, torturati, impiccati. Per sopravvivere, i dirigenti della Fratellanza espatriano in Siria e Giordania, dove creano delle branche del movimento. Altri scappano in Arabia Saudita, dove sono legali e protetti dalla monarchia. Da allora i Fratelli Musulmani si diffondono nei paesi arabi costituendo una rete finanziaria molto potente, presente anche in una decina di paesi europei.

Dopo la morte di Nasser nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar Sadat sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che dal 1979 tornano a praticare la lotta armata, fino ad uccidere Sadat nel 1981, senza che questo porti alla caduta del regime.

Però, nel 1979, prima di essere ucciso, Sadat firma a Camp David negli Stati Uniti, il “Trattato di pace con Israele” e ricupera il Sinai, riaprendo il Canale di Suez, principale fonte di valuta straniera dell’Egitto. Una pace storica che isola Israele dalle altre azioni arabe e lo avvicina sempre più agli Stati Uniti e all’Europa.

Anche questa volta l’Egitto è il battistrada delle altre nazioni arabe che finiranno, si spera, per mettersi d’accordo con Israele, se vogliono vivere in pace. Finora però solo la Giordania ha firmato la pace con lo stato ebraico.

1981 – Con il nuovo leader egiziano Hosni Mubarak, dal 1984 i Fratelli Musulmani possono partecipare alle elezioni, in alleanza con i partiti laici di opposizione, e tornano ad espandersi nella società. Presenti in Parlamento, si trovano in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano. Proprio questi gruppi terroristi, che insanguinano il paese, offrono a Mubarak l’occasione di ottenere dagli Stati Uniti e dall’Europa generosi aiuti e instaurare in Egitto gravi limitazioni alla libertà dei cittadini.

Ma quello che soprattutto ha danneggiato il regime di Mubarak sono stati due fatti gravi: l‘enorme corruzione delle élites governative (comprese quelle militari) e dello stesso leader, che, si calcola, abbia all’estero beni per circa 50 miliardi di dollari! E, secondo, la mancanza di una politica di modernizzazione dell’Egitto. Gli ultimi trent’anni sono stati per l’Egitto un lungo periodo di stagnazione economica, diminuzione del potere d’acquisto della moneta, aumento della disoccupazione e difficoltà crescente nel mantenere l’ordine pubblico.

Il futuro dell’Egitto, e degli altri paesi islamici interessati alle manifestazioni di questi giorni, è quanto mai incerto. Nascerà anche per l’islam un cammino verso l’autentica democrazia liberale oppure vincerà la tendenza che ha già trionfato in Iran nel 1979, quella dell’estremismo islamico patrocinato da Al Quaida?

La rivolta in Egitto e nei paesi islamici contro i dittatori non è di tipo ideologico o politico, ma è nata soprattutto dalla “Rete Internet” e quindi dai giovani che la usano quotidianamente. E’ una svolta nella storia recente perché oggi l’Internet rappresenta il più grande megafono mai esistito per la diffusione della propria idea politica, religiosa o culturale. Una vera e propria agorà virtuale, la massima espressione della democrazia, dove ciascuno manifesta il proprio pensiero.

La campana dell’ultima ora fa sentire i suoi ultimi rintocchi per tutte le dittature, compresa quella cinese e le tante altre nel Sud ed Est del mondo.

II) La difficile sopravvivenza dei cristiani in Egitto

Quando nel deserto dell’Arabia è nato l’islam nel 612 dopo Cristo, l’Egitto e i paesi del Nord Africa erano cristiani. Una ben fondata tradizione vuole che San Marco l’Evangelista abbia predicato in Egitto dal 62 al 68 dopo Cristo, quando venne martirizzato. Nei primi 2-3 secoli dopo Cristo, mentre in Occidente infuriavano le persecuzioni, la Chiesa d’Egitto godette di una certa pace e potè sviluppare la vita cristiana e il pensiero biblico-teologico.

Il cristianesimo è debitore alla Chiesa d’Egitto perché qui è fiorita la vita monastica ed eremitica con Sant’Antonio (nel 150 circa) e San Pacomio (287-347), il cui ideale si è poi trasmesso a San Benedetto e a tutta la civiltà europea. In Egitto la scuola di Alessandria, specialmente San Clemente Alessandrino (II secolo d.C.) e Origene (185-254), ha prodotto una sintesi magnifica tra il pensiero greco antico e il cristianesimo, influenzando la filosofia e la metafisica occidentale fino ai tempi moderni. In Egitto, grazie a San Cirillo, si afferma per primo il dogma di Maria Madre di Dio (Theotòkos). Persino la parola “Papa” è stata per prima attribuita al Patriarca di Alessandria e poi passata al vescovo di Roma. Ancor oggi i Patriarchi copto-ortodossi e greco-ortodossi di Alessandria vengono chiamati “Sua Santità”, come il Papa di Roma.

Il popolo egiziano da cristiano diventa musulmano

Gli arabi islamici conquistano militarmente l’Egitto nel 639-642, dieci anni dopo la morte di Maometto e grazie all’incontro con la cultura alessandrina nell’islam si fa strada il sufismo, la corrente mistica e monastica dell’islam. I conquistatori e governanti musulmani trovarono però un cristianesimo diviso.

Nel V secolo si precisavano e definivano le verità della fede cristiana. Il Concilio di Efeso (431),stabilì, per la decisa azione di San Cirillo Patriarca di Alessandria, che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è un’unica persona e che Maria è Madre di Dio e dell’uomo Gesù Cristo. Nel Concilio di Calcedonia nel 451 (con 600 padri!) si stabilì che in Cristo sussistono due nature, quella divina e quella umana, che sono distinte e non confuse, operando ciascuna secondo le sue proprietà.

Su questa verità si verifica il primo scisma nel mondo cristiano e nascono due correnti teologiche e due distinte Chiese in Egitto: gli ortodossi (che seguivano il Patriarca di Costantinopoli e Roma) e i monofisiti (Cristo unica natura), che erano, con la Chiesa di Alessandria, la grande maggioranza del popolo egiziano.

All’inizio il governo islamico non obbligava i cristiani a convertirsi all’islam, anche perché, com’è noto, i fedeli dell’islam non pagano le tasse allo stato, mentre i cristiani e gli ebrei le pagano. Ma a poco a poco i cristiani divisi si convertivano all’islam e sotto il dominio dei Mamelucchi (dal 996 al secolo XIV), le tasse gravavano talmente sui cristiani, che vi furono rivolte di contadini schiacciate nel sangue. Non pochi apostatarono dalla fede cristiana, ma molti ebbero il coraggio di subire la morte per rimanere fedeli a Cristo.

I cristiani egiziani vennero chiamati “copti”, corruzione dalla parola greca “Aiguption”, cioè egiziani. Per i conquistatori arabi “copti” significava “egiziani” e ancor oggi è riconosciuto che gli egiziani autentici sono i cristiani copti, non gli arabi anche se ormai il popolo parla arabo e non più la lingua copta. Nella secolare e millenaria dominazione arabo-islamica in Egitto si realizza la progressiva trasformazione della maggioranza del popolo e della cultura nazionale da cristiana a musulmana, con periodi di persecuzione violenta e altri di libertà religiosa.

– Nel 1855 vengono abolite le tasse speciali imposte ai cristiani.

– Nel 1866 viene sancita da una legge l’eguaglianza di cristiani e musulmani di fronte allo stato.

– Nell’Ottocento e Novecento i governi egiziani hanno avuto numerosi ministri cristiani, come pure in campo culturale e professionale i cristiani si sono affermati come persone competenti e affidabili.

– Nel 1908 l’Egitto ha avuto per alcuni anni anche un copto alle testa del governo.

La situazione attuale della minoranza cristiana

Oggi i cristiani sono circa 10 milioni su 82 di egiziani. I cattolici 250.000, con numerosi missionari e suore stranieri, impegnati soprattutto nelle scuole e nell’azione sociale di assistenza ai poveri; i protestanti altri 250.000, e poi gli appartenenti alle altre Chiese orientali (greco-ortodossi, caldei, melkiti, maroniti, siri). I copti sono più di 9 milioni in una trentina di diocesi e centinaia di monasteri. E’una presenza diffusa su tutto il territorio e significativa anche dal punto di vista economico e culturale. Si può dire che in genere, a parità di condizioni, grazie alle loro scuole e alle loro donne che studiano e sono libere di lavorare fuori casa, i cristiani hanno un livello di istruzione e di vita superiore a quello dei musulmani. Tra l’altro i cristiani contribuiscono a identificare l’immagine di un paese che nel mondo è conosciuto col nome cristiano di “Egitto”, mentre il nome arabo di “Misr” è del tutto ignorato.

Le aree di maggior presenza cristiana sono il Medio e Alto Egitto cioè la parte centrale e meridionale del paese, in particolare i governatorati di Miniah, Assiut, Sohag, Qena e Aswan, dove raggiungono il 30-35%; e poi le grandi periferie del Cairo e di Alessandria.

La Costituzione del 1971 afferma (art. 2) che “l’islam è la religione di Stato” e che “i princìpi della Legge islamica costituiscono la fonte principale della legislazione”. Gli articoli 40 e 46 affermano che lo Stato garantisce libertà di fede e di pratica religiosa e che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge… senza distinzione di razza, origine, lingua, religione o credo”.

Nella vita quotidiana, in genere, non è così. I cristiani vivono a fianco dei musulmani, nelle città non ci sono quartieri cristiani, ma risultano discriminati in numerosi settori della vita pubblica: ad esempio, i cristiani (nel tempo di Mubarak) avevano possibilità di carriera nel governo, il copto Butros Ghali fu ministro degli esteri (1987-1991) e segretario generale dell’ONU (1992-1996); ma non si trovano cristiani negli alti gradi dell’esercito (oggi l’istituzione più forte e dominante dello stato egiziano); per le cattedre universitarie un cristiano incontra difficoltà ad affermarsi; non ci sono cristiani tra i rettori delle università, i responsabili dei sindacati, i giudici di alto grado; a partire dalla quinta elementare, gli insegnanti di lingua araba (lingua sacra dell’islam) sono musulmani. Tutto questo è dovuto ad una mentalità comune tra il popolo islamico, di considerare i cristiani non cittadini come loro, ma inferiori in quanto non stranieri, ma non credenti.

Vi sono difficoltà gravi per la libertà religiosa. Ad esempio, ai cristiani è proibito ogni “proselitismo” tra i musulmani, mentre se un cristiano, specialmente per sposare una musulmana, si converte all’islam, è accolto con grandi feste, facilitato nel lavoro, nel trovare casa, è citato dai giornali, ecc. Ai cristiani è proibito costruire una nuova chiesa. I permessi richiesti sono più di dieci e non arrivano mai! Anche per riparare una chiesa (il tetto o persino il bagno) sono richieste autorizzazioni che non arrivano!

Infine, ma gli esempi sarebbero molti, nelle zone rurali dove i cristiani sono più numerosi, sono frequenti i rapimenti e gli stupri di ragazze cristiane che, dopo la violenza, sono obbligate a convertirsi all’islam ed a sposare il loro violentatore. Spesso capita che denunziare questi rapimenti e stupri è inutile, dato che la polizia, la giustizia, i politici locali e l’opinione pubblica sono pregiudizialmente contro i cristiani. Anche a scuola e nei testi scolastici, l’insegnamento è chiaramente filo-islamico e anti-occidentale, cioè l’Occidente cristiano è presentato come il primo nemico dell’islam. E’facile capire molti cristiani fuggono in Occidente.

Dopo Mubarak la situazione è decisamente peggiorata

Nel corso dell’ultimo anno sono esplosi la violenza e gli attentati contro le chiese, le istituzioni e le famiglie cristiane. I cristiani sanno che Mubarak aveva arginato gli estremismi islamici e finora, dopo di lui, sperimentano che non esistono più freni né ostacoli allo scatenarsi della cristiano-fobia. Molti giovani cristiani (e in Egitto il 60% sono giovani sotto i 30 anni) sono tentati di rispondere colpo su colpo, mentre la Chiesa chiede il dialogo e si appella allo Stato.

Impossibile fare un elenco o dare statistiche precise. Già nel tempo di Mubarak c‘erano attentati terroristici, ma dopo le sue dimissioni da presidente dell’Egitto l’11 febbraio 2011, quando con la “primavera araba” si poteva sperare in un futuro migliore, sono diventati talmente abituali da non far più notizia nei media egiziani e meno ancora in quelli internazionali. Per ricordare solo alcuni ultimi fatti.

Nella solenne Messa di mezzanotte del Capodanno 2011 nella chiesa dei Santi di Alessandria, un kamikaze si è fatto saltare in mezzo ai fedeli riuniti in preghiera: 23 morti, 70 feriti. Una strage assurda che è stata solo l’inizio del susseguirsi di violenze contro i cristiani nel corso del 2011. Asia News ha scritto (26 luglio 2011), citando testimonianze di cristiani egiziani, che nell’Alto Egitto, dove la presenza cristiana è più consistente, gli atti di violenza contro i cristiani “sono all’ordine del giorno”. Il vuoto di potere che tutti avvertono oggi in Egitto, in tempo elezioni e di potere quasi assoluto dei militari, favorisce gli estremisti islamici nella loro lotta contro i cristiani.

Il gesuita egiziano Henri Boulad ha stilato un elenco sommario solo dei più gravi attentati anti-cristiani del 2011 (Avvenire, 31/12/2011):

  • 30 gennaio – 8 cristiani uccisi a Sharona; attacco al convento Anba Bishoy; attacco ai cristiani su un treno di Minya; assalto alla chiesa San Giorgio a Rafah; attentato al convento di San Macario a Fayum;
  • 8 marzo – assassinio da parte dei salafiti (estremisti islamici) di sei copti, che protestavano per l’incendio di una chiesa a Sol, nel sud del Cairo;
  • 7 maggio – due chiese bruciate a Embaba (Cairo), dieci morti e 200 feriti;
  • 24 giugno – violenze contro i cristiani di Abu Korkas: sei uomini uccisi, parecchie case bruciate;
  • inizio settembre: attacco di 3.000 salafiti contro la chiesa di Marinab (Asswan), con molte violenze contro i cristiaiìni;
  • 9 ottobre – i blindati di esercito e polizia intervengono a Maspero (Cairo) per disperdere di copti che manifestano contro i soprusi subìti: 28 morti e 212 feriti.

Al Cairo, la pacifica manifestazione il 9 ottobre 2011 di copti e di musulmani moderati per protestare contro l’attacco di estremisti musulmani ad una chiesa ad Aswan, aggravato dall’inerzia della polizia e del governatore del luogo, è stata attaccata da malviventi e dall’esercito: 28 morti e 212 feriti, tra i quali 84 poliziotti. Una camionetta della polizia ha perfino investito e schiacciato alcuni dimostranti. Allora i cristiani hanno bruciato alcune camionette della polizia, che ha sparato sulla folla proiettili di gomma e bombe lacrimogene; i dimostranti hanno tirato pietre e tutto quanto potevano lanciare. Cristiani e musulmani moderati accusano le forze dell’ordine di assecondare i fondamentalisti.

Il primo ministro Essam Sharaf ha dichiarato che “la minaccia più grande alla sicurezza della nazione è la manipolazione dell’unità nazionale e accendere la discordia fra musulmani e cristiani”. Belle parole, ma in genere i mass media, giornali e televisioni, fanno proprio questo e nessuno dice niente!

Il vescovo copto-ortodosso della diocesi di Beba, mons. Stephanos, ha dichiarato con amarezza a Zenit (2 novembre 2011): “Noi cristiani d’Egitto stiamo vivendo il momento più difficile degli ultimi secoli… I cristiani vengono uccisi sotto gli occhi dei media internazionali, la polizia non interviene e nessuno viene punito” e ha ricordatoil numero crescente di attacchi contro luoghi di culto nel più grande paese arabo: numerose le chiese rase al suolo o distrutte in Egitto. I media egiziani, ha detto ancora il presule, promuovono la discriminazione, di cui soffre la comunità copta nel Paese.

I tentativi di escludere i cristiani sono innumerevoli. Ad esempiogli annunci lavorativi richiedono espressamente donne che indossano il velo. Gli egiziani sono spesso dissuasi dall’intrattenere alcun tipo di relazione commerciale con i cristiani che, in molti casi, sono stati costretti a chiudere o a cedere le proprie attività”. Però ha aggiunto: “Il martirio fa parte del patrimonio genetico dei copti sin dagli esordi del cristianesimo e oggi non solo essi continuano a guardare alla Chiesa come ad una madre, masono sempre pronti a sostenere la loro Chiesa e la loro nazione senza alcuna esitazione”. In questo tempo di persecuzione, i cristiani copti hanno acquisito una nuova e forte identità. Quando Shenuda III (nato nel 1923) divenne il “Papa” di copti nel 1971, storicamente era ed è il 117° successore di San Marco Evangelista e la notizia è stata molto reclamizzata, per affermare la successione apostolica della Chiesa copta d’Egitto. L’ateismo ufficialmente non esiste ed è inconcepibile in Egitto. L’appartenenza religiosa è dichiarata sul passaporto e i fedeli non hanno esitazioni a dichiararsi cristiani o musulmani. Tradizionalmente, i genitori copti fanno tatuare una piccola croce sul polso dei loro bambini fin dalla più tenera età.

Mark Ebeid, attivista copto per i diritti umani, afferma che le azioni violente contro i cristiani sono in aumento e sono organizzate con i soldi dell’Arabia saudita. “A queste condizioni – sottolinea – dubito che i cristiani potranno resistere ancora molto in queste zone” nel Medio e Alto Egitto. Infatti, durante il 2011, si è registrato un forte aumento di emigrati dall’Egitto verso l’Occidente, anche se questo movimento è stato compensato dal ritorno in patria dalla Libia di numerosi lavoratori egiziani, con un’alta percentuale di copti, a causa della guerra civile nel paese vicino che accoglieva e dava lavoro a circa due milioni di egiziani.

Conclusione – L’immagine più significativa della “primavera araba” sono le dieci foto che Asia News ha pubblicato nei primi giorni della rivoluzione in Egitto (25 gennaio 2011), con copti e musulmani che manifestano in piazza Tahrir mano nella mano, con i loro segni religiosi (crocifissi e mezze lune) ben in vista, senza discriminazioni. Queste foto avevano suscitato grandi speranze nel popolo cristiano e nei musulmani moderati d’Egitto. Gli avvenimenti dei mesi seguenti, purtroppo, hanno deluso queste speranze.

Nessuno oggi può prevedere quale sarà il futuro dei cristiani in Egitto e della Primavera araba, se riusciranno ad ottenere decenti condizioni di vita e di libertà religiosa oppure se sono destinati anche loro, come in tutti i paesi arabo-islamici (e non solo), ad emigrare. Ma si possono già trarre due conclusioni:

  1. Anche la breve storia dell’Egitto nell’ultimo anno dimostra praticamente che la convivenza tra cristiani e musulmani nei paesi a maggioranza islamica è oggi difficile o a volte impossibile. Perché la libertà religiosa non riesce ad affermarsi nei paesi dell’islam? Quanto tempo ci vorrà perchè si affermi?
  2. Cosa possiamo fare noi cristiani dell’Occidente, oltre che pregare e sostenere anche economicamente e mediaticamente i cristiani d’Egitto? Cosa si aspettano da noi le sorelle e i fratelli egiziani?

III) Democrazia e islam sono compatibili?

A un anno esatto dal suo inizio, la Primavera Araba, nata per portare i paesi arabo-islamici alla democrazia e allo sviluppo, è in seria difficoltà. Solo in Tunisia e parzialmente in Marocco e Giordania si registra una pacifica evoluzione ed è comprensibile: la Tunisia è il paese che aveva una buona classe media occidentalizzata e da Burghiba in avanti ha avuto dei governi filo-occidentali e aperti alla modernità; Marocco e Giordania sono due monarchie i cui reali, con i loro consiglieri filo-occidentali, già da tempo avevano preparato il popolo alle libertà democratiche.

Perché in Egitto non c’è ancora la democrazia?

L’Egitto, dopo le elezioni del novembre 2011, si trova nei guai, come s’è detto. Il percorso verso la democrazia è molto più complesso e incerto di quello che immaginavano i giovani manifestanti di Piazza Tahrir quando festeggiavano la cacciata di Mubarak nel febbraio 2011. La casta militare non cede il potere e i due vincitori delle elezioni di novembre, che si svolgeranno gradualmente nel 2012, sono i due partiti islamici, i Fratelli musulmani (moderati) e i “salafiti”, che chiedono il ritorno alla Legge coranica (Sharia) e ai costumi dell’islam originario.

Comunque non c’è dubbio che la Primavera araba del gennaio-febbraio 2011 rappresenta un’autentica svolta positiva nella storia del rapporto fra paesi islamici e democrazia e mondo moderno. Per la prima volta, grazie a Internet e alla grande maggioranza della popolazione giovanile in quei paesi, i popoli islamici si sono espressi con forza e chiarezza: vogliono democrazia e sviluppo, cioè chiedono libertà e possibilità di entrare nel mondo moderno. Rifiutano sia la dittatura militare che la rivoluzione islamica che porterebbe indietro nella storia, come stanno cercando di fare le autorità islamiche in Iran.

I giovani egiziani e arabi vogliono un sistema di governo basato sulle libertà civili e personali, uno stato di tipo moderno, rispettoso dei diritti dell’uomo. Se l’Egitto giungesse a questa meta, tutto il mondo arabo potrebbe seguirlo, perché non dimentichiamo che l’Egitto è sempre stato il paese-guida del mondo arabo-musulmano. Ancora una volta può essere il battistrada del rinnovamento islamico.

Chiediamoci. Perchè in Egitto il passaggio alla democrazia e alle libertà democratiche incontra ostacoli oggi insormontabili?

Eppure l’Egitto è sempre stato riconosciuto dall’Occidente come il paese più evoluto, più istruito, più libero del mondo arabo; cioè il più preparato a realizzare quegli ideali espressi dai manifestanti di Piazza Tahrir. Infatti l’Egitto ha sperimentato il primo incontro-scontro con la modernità portata dalla dominazione francese all’inizio del 1800, e poi dal protettorato inglese dopo la prima guerra mondiale: il popolo ha avuto due secoli di avvicinamento alle libertà democratiche e alla Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) dell’Onu.

La radice della democrazia nella cultura e religione

Nella stampa occidentale prevale questa lettura di uno studioso americano di origine iraniana, consulente di Obama per la politica estera, Vali Nasr. Alla domanda del giornalista Lorenzo Cremonesi perchè in Egitto, dopo la rapida caduta di Mubarak, non si è giunti alla democrazia (Corriere Sera, 18 dicembre 2011), Vali Nasr risponde che, caduto il dittatore, le caste al potere resistono con la forza alle pressioni del popolo: “Senza un intervento straniero, difficilmente possono essere battute. Come il colonnello in Libia, rimosso solo grazie all’intervento muscolare e fondamentale della Nato e dopo una lunga e sanguinosissima guerra civile”. E aggiunge che “una delle difficoltà maggiori è stata la latitanza della comunità internazionale, in primo luogo di Europa e Stati Uniti. La primavera araba è scoppiata proprio mentre l’Occidente era sempre più preoccupato per la crisi del suo sistema economico”. Mentre al tempo della crisi dell’Europa orientale dopo il crollo del Muro di Berlino “ci fu uno sforzo generoso collettivo… per integrare le nuove economie nel mercato comune… così non è stato per le rivoluzioni arabe. L’Egitto è stato abbandonato a se stesso….”.

Ancora una volta, una specie di “terzomondismo” in ritardo giudica gli avvenimenti dei paesi “altri” non a partire dalla loro storia, cultura e religione (cioè dall’educazione e dalla mentalità comune), ma a partire dall’Occidente. La colpa è dell’Europa e degli Stati Uniti che non aiutano l’economia dell’Egitto a riconvertirsi: “Hanno bisogno degli aiuti internazionali, che però non arrivano. Senza una riforma radicale della struttura economica egiziana non potrà avvenire quella della politica. Insomma, non potrà crescere la democrazia”.

L’Egitto dell’ultimo anno dimostra, molto più della Libia dove realmente non esiste una classe media istruita e occidentalizzata come quella egiziana, che la radice della difficile integrazione dei popoli islamici nel sistema democratico e nella pratica dei diritti dell’uomo e della donna, non sta nell’economia e nemmeno nella politica, ma nella cultura, nell’educazione e nella religione, che hanno prodotto nei secoli una mentalità e dei costumi che fanno a pugni col mondo moderno.

Tre interrogativi da porre ai musulmani

Credo che per aiutare veramente i popoli e i paesi islamici ad integrarsi nella società delineata dalla “Carta dei Diritti dell’Uomo” dell’Onu del 1948, dovremmo porre con sincerità ai “musulmani moderati” queste semplici domande a cui loro stessi dovrebbero darsi una risposta ragionata:

1) Perché in nessuno dei circa 30-32 paesi del mondo a maggioranza islamica i cristiani (e gli appartenenti ad altre religioni) godono di piena libertà di religione? A parte i non pochi paesi islamici in cui i cristiani sono perseguitati, nemmeno in quelli che si possono definire “passabilmente democratici” e aperti al mondo moderno (Turchia, Bangladesh, Malesia, Tunisia, Indonesia) c’è la piena libertà di culto e di vita per tutte le religioni, di cui godono gli stessi popoli musulmani che vivono nei paesi occidentali. Com’è possibile per i cristiani vivere in pace con i fratelli musulmani in questa situazione?

2) Perché da molti paesi islamici i cristiani fuggono, mentre molti musulmani vengono nell’Occidente cristiano? Non si tratta di un problema di ricchezza-povertà, poichè parecchi paesi islamici sono ricchi per il petrolio: Malesia, Brunei, Arabia, Iran, Iraq, Libia, Algeria. L’Egitto potrebbe essere un paese sviluppato e ricco, essendo molto frequentato dal turismo internazionale (8 milioni l’anno). Perché i musulmani somali, eritrei, iraqeni, pakistani, afghani, vengono in Occidente e non vanno in Arabia Saudita o in Iran o nello Yemen? Perché, in Oriente, i poveri bengalesi musulmani fuggono nel lontano Occidente e non nella vicina Malesia e nel vicino Brunei (paese ricchissimo, esteso come la Liguria con 300.000 abitanti)?

Perchè Singapore, città modernissima ed evoluta, nel 1965 si è separata dalla Malesia di cui dal 1963 era la capitale, se non perchè la maggioranza malese è islamica e Singapore è abitata da una maggioranza buddhista, indù e cristiana? Come tutti sanno, gli abitanti di Singapore temevano di essere sommersi da un’immigrazione malese che avrebbe ridotto la città-stato nelle condizioni in cui oggi si trova la Malesia, paese ricco per il petrolio, ma popolo povero e sottosviluppato, bloccato nello sviluppo dai costumi e dalle leggi islamiche.

3) Perché i trenta paesi islamici hanno quasi tutti un alto tasso di analfabetismo? Ad esempio, l’Egitto ancor oggi dichiara che il 29% dei suoi abitanti sono analfabeti, ma un italiano che risiede in Egitto mi dice: “Queste sono le statistiche ufficiali, ma in realtà gli analfabeti sono circa il 40%. Specialmente gli ultimi anni di Mubarak i soldi che arrivavano in Egitto dal turismo o altro, non sono stati spesi per il popolo”. Si può aggiungere un altro interrogativo. Perchè nei testi scolastici dei molti paesi islamici che ho visitato (e mi sono informato su questo) l’Occidente cristiano è presentato come il nemico numero uno dell’islam?

Anche in Bangladesh, paese poverissimo dove pure il bilancio nazionale è in buona parte finanziato (si dice al 50%) dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, ho sentito che è così. L’11 settembre 2011 un confratello mi portava in auto dal lebbrosario di Dhanjuri a Dinajpur, dove c’è la casa regionale del Pime. Non sapevamo nulla dell’attentato alle Due Torri a New York. Passando dai villaggi rurali, vedevamo folle di povera gente festanti che manifestavano gioiose e non capivamo perché. Arrivando al Pime abbiamo visto scorrere per l’ennesima volta nella televisione bangladeshi il film degli aerei che facevano scoppiare i due grattacieli, simbolo della ricchezza e potenza americana. Allora abbiamo capito tutto e poi si è saputo che questo è successo anche negli altri paesi islamici. Perchè quest’odio cieco verso l’Occidente, se non perché scuola, mass media e predicazione nelle moschee educano a questo?

Conclusione – Nella conferenza all’Università di Ratisbona nel settembre 2006, Papa Benedetto XVI ha denunciato l’assurdità della violenza esistente nel mondo islamico e ha invitato i musulmani a confrontarsi con la ragione umana e la “violenza per Dio”, che non esiste, non può esistere. La “guerra santa” e il terrorismo non vengono da Dio. Ha lanciato questa provocazione per dare uno scossone anzitutto all’Islam stesso. Perché soprattutto il cosiddetto “islam moderato” capisca che è arrivato il momento di reagire e di far sentire le proprie ragioni e la propria voglia di vivere in pace.

Insomma, l’Islam deve liberarsi dal fondamentalismo che blocca lo sviluppo e spinge alla guerra “per Dio”; ma l’Europa deve liberarsi da una concezione laicista dello stato e falsamente neutra nei confronti delle fedi religiose, che però spesso è anti-religiosa e agnostica.

L’Europa deve tornare a Dio e a Cristo

La nostra Europa comunitaria, da duemila anni cristiana, oggi appare ai fedeli del Corano non più religiosa, non più cristiana. Nel 2004 ho visitato il Borneo malese, invitato dal vescovo di Kota Kinabalu. L’arcivescovo della capitale Kuala Lumpur mi mostrava l’editoriale del massimo quotidiano locale in inglese (“The Star – The People’s Paper”) che scriveva: “L’Occidente cristiano è ricco, benestante, istruito, democratico, militarmente potente, ma vuoto di ideali e di figli perchè senza Dio. L’islam ha un compito storico: riportare l’Europa a Dio”. Sono concetti che ho visto spesso ripetere sulla stampa e negli stessi testi scolastici per i giovani in Bangladesh, Malesia, Indonesia, Pakistan e altri paesi islamici. E’ una visione dell’Europa molto diffusa tra i popoli islamici.

La sfida dell’islam all’Occidente cristiano e in particolare all’Europa, non è politica o economica, ma religiosa. I musulmani, che in genere hanno conservato un profondo senso di Dio nella vita dell’uomo e della società, hanno nella fede islamica il fondamentale criterio d’identità e di appartenenza alla Ummah dell’islam. Vedono un’Europa senza Dio, con degli stati che si proclamano “laici”, ma risultano essere indifferenti alla religione e a volte anti-cristiani e anti-religiosi: la maggioranza dei rappresentanti dei 27 stati dell’Unione europea (17 su 27) non riconoscono le radici ebraico-cristiane dell’Europa, il Parlamento europeo vorrebbe togliere i segni cristiani dalla pubblica via, le scuole non celebrano il Natale, non fanno il Presepio, i bambini non cantano più i canti natalizi; in Inghilterra la BBC ha detto che non conta più gli anni a partire da Cristo, ma da una anonima “Era comune”…. Sono solo alcuni fatti che indicano l’ateismo pratico dei popoli cristiani. La corrente estremista del mondo islamico valuta la modernità e la democrazia, nate in Occidente, come frutto dell’ateismo e quindi da rifiutare radicalmente.

Il dialogo con l’islam può decollare solo se cristiani e musulmani si stimano e si ritengono credibili e affidabili. Oggi non è così. L’Europa presenta ai musulmani un volto religioso e morale molto negativo. In Gran Bretagna, dicono le statistiche, vanno abitualmente in chiesa fra l’uno e il due per cento degli abitanti! Nell’Europa comunitaria, la media dei credenti e praticanti è sotto il dieci per cento.

L’abbandono di Dio da parte di noi europei è alla radice della nostra decadenza morale e anche fisica, soprattutto lo sfascio della famiglia e del matrimonio, con il continuo aumento delle separazioni e dei divorzi, il numero esorbitante degli aborti, con circa due milioni di europei che ogni anno vengono uccisi prima della nascita (nel 2009 in Italia esattamente 116.933 quelli legali). Nessun popolo d’Europa raggiunge il minimo di 2 figli per coppia, soglia minima indispensabile perché non diminuisca la popolazione! A questo si accompagnano i segni pubblici di degrado morale: pornografia, pedofilia, omosessualità sbandierata con orgoglio, convivenze senza matrimonio, registri pubblici di coniugi gay….

Nell’Occidente cristiano si esaltano e prevalgono i diritti (o supposti “diritti”) dell’individuo sui doveri e le leggi (nell’islam prevalgono le leggi e i doveri sui diritti); nella ricca Europa trionfa il dio denaro, il materialismo e il consumismo, il sesso sfrenato, la droga e l’alcolismo, il lusso e lo spreco, la mancanza di speranza e il pessimismo anche nei giovani. Insomma, siamo una società in decadenza fisico-morale-religiosa. Siamo meno uomini e meno donne di quello che potremmo essere. In altre parole, non rappresentiamo dei buoni modelli per i popoli islamici.

Per dialogare e incontrare l’islam da fratelli, e aiutarlo a liberarsi dal suo fondamentalismo, noi cristiani dobbiamo liberarci del nostro laicismo e ritornare a Gesù Cristo. Solo così possiamo ritrovare la speranza e la gioia!

Il punto debole dei due mondi, cristiano e islamico, è che ci chiudiamo sempre più: noi siamo meno cristiani e diventiamo meno uomini, più egoisti, più chiusi, meno comunicativi. Trenta e più anni fa i popoli di altri continenti interessavano di più, oggi i nostri giornali e telegiornali non hanno più uno sguardo aperto al mondo. Si dice solo quello che interessa a noi, tutto il resto non fa più notizia. A noi credenti rimane la preghiera e la solidarietà con i poveri.

Nel 1982 sono andato in Pakistan e nella diocesi di Faisalabad ho incontrato mons. John Joseph, il vescovo martire morto in una stazione di polizia pochi anni dopo. Gli chiedevo cosa possiamo fare noi cristiani d’Italia, per la piccola e perseguitata minoranza cristiana del Pakistan.

Mi diceva: “Abbiamo bisogno anche di aiuti economici perché siamo un popolo povero e il primo annunzio di Cristo che la Chiesa dà ai musulmani è l’aiuto e i servizi assistenziali e sanitari per i poveri e gli ultimi della società. Ma soprattutto dica agli italiani di pregare per noi, perché l’islam è veramente un mistero che noi non riusciamo a capire. Solo Dio penetra nelle menti e nei cuori, solo Dio può convertire noi e i musulmani in modo che possiamo vivere in pace da fratelli quali siamo perché veniamo tutti dallo stesso Dio e Creatore”.

Padre Gheddo su Radio Maria (2012)

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