Lettera ai monasteri d’Italia (Aprile 2006)

Gent.me Sorelle dei 545
Monasteri di Clausura in Italia Milano, 12 aprile 2006

Carissime Sorelle di clausura,
vi chiedo scusa perché da molti mesi non ricevete miei libri e alcune si preoccupano! Nell’ottobre 2005 ho pubblicato la biografia di un vescovo missionario: “Marcello Zago, una vita per la missione” con l’editrice degli OMI di cui era membro. Dovevano spedirlo spedirlo subito con la mia lettera, invece hanno ritardato.
Vi mando la biografia di padre Leopoldo Pastori, morto a 57 anni nel 1996, che ha lasciato un profondo ricordo in Italia e in Africa. Ho scritto su richiesta della diocesi di Lodi e dei due vescovi della Guinea-Bissau, di Bissau e di Bafatà. Mentre scrivevo pensavo spesso a voi che mi siete carissime, perché Leopoldo era un missionario-monaco. Orfano di padre a cinque anni, la madre Cecchina, lavandaia come il marito, era rimasta con quattro figli minorenni, Leopoldo e la sorellina vengono messi in orfanotrofio a Lodi, dove il futuro missionario rimane 11 anni. A 18 anni, dopo aver lavorato e studiato per il diploma di scuola media, entra nel Pime e diventa sacerdote nel 1969, rivelandosi subito quello che sarà per tutta la vita, un innamorato di Gesù e di Maria e proprio per questo dedicato al suo popolo in modo eroico. L’eroismo veniva dal fatto che è colpito da una grave epatite cronica che gli toglieva le forze: già a 36-37 anni, nel pieno dell’attività missionaria in Guinea Bissau, è costretto all’inattività e a cure lunghe e dolorose. La gente lo voleva, lo chiamava – era un tipo di grande umanità e cordialità – lui si donava totalmente, poi doveva fermarsi esausto!
Care sorelle, la sua vita è tutta qui. Poteva diventare un prete scontento, pessimista e lamentarsi di tutto diventando un peso per sé e per gli altri. Invece pregava molto e Dio gli ha conservato, pur nelle sofferenze, una grande gioia di vivere e una capacità di dimenticare se stesso e di amare gli altri, che ha colpito tutti. Nel dicembre 2005 ho fatto una visita ai missionari in Guinea-Bissau, Senegal e Mali. Grazie alle vostre preghiere, è stato un viaggio fruttuoso per quel che ho visto in quelle giovani Chiese di missione; e Dio mi ha aiutato come sempre.
Quasi dieci anni dopo la sua morte, ho intervistato diversi africani che hanno conosciuto padre Leopoldo Pastori: quante consolazioni nell’incontrare persone povere, il cui primo problema è di poter mangiare ogni giorno, che dieci anni dopo la sua scomparsa ancora si commuovono parlando di questo mio confratello! Ne ho ringraziato il Signore chiedendo anch’io la grazia della santità. L’anziano capo-villaggio di Ndame (non ancora cristiano perché poligamo, ma dice le preghiere cristiane e va in chiesa) mi ha detto: “Quando lui veniva in mezzo a noi, sentivamo che Dio era presente. Quando parlava della bontà di Dio, non c’era bisogno che spiegasse come e perché, noi guardavamo a lui e credevamo a quel che diceva”.
A volte mi chiedo perché il buon Dio mi ha messo su questa strada: io che sognavo di fare il missionario di frontiera, di foresta, di fondare missioni e formare nuovi cristiani, invece vado in giro per il mondo a scoprire la santità dei miei confratelli!
Tra i parenti e gli amici a volte mi sento chiedere: “Perché visiti volentieri queste sorelle che vivono nel più rigoroso isolamento dal mondo?”. Rispondo: anzitutto perché pregano molto e quindi sono più collegate di me alla fonte di ogni santità, di ogni gioia e di ogni grazia che è Dio; e pregano per i missionari, per me e i popoli infedeli. Infine, visitandole mi si allarga il cuore perché trovo donne profondamente innamorate di Dio e profondamente umane. Non hanno perso nulla della loro umanità e femminilità, le trovo interessate ai problemi dell’uomo, aperte, cordiali, capaci di commuoversi e di ridere. Per me la visita ad un convento di clausura è un bagno di umanità e di santità. Lo so benissimo che hanno anche i loro difetti, contrasti interiori e interni alle loro comunità: la consacrazione a Dio non cambia la loro natura di persone umane. Quindi non le idealizzo. Ma è difficile trovare nel mondo persone così cordiali, piene di gioia, così affettuose, che però rimandano continuamente a Dio. Lasciano trasparire, in modo molto semplice il fuoco che le illumina e le riscalda, cioè l’amore di Dio, la consacrazione a Dio.
Care sorelle, a me pare che questo discorso sintetizzi bene la vostra vita: siete tutte di Dio, ma siete anche tutte dell’uomo. E’ questa, in fondo, la vita cristiana: ciascuno di noi, laici o preti, celibi o sposati, dev’essere tutto di Dio e tutto dell’uomo. Il pericolo per noi cristiani, ma anche per noi persone consacrate, è di essere troppo spirituali e poco umani oppure troppo umani e poco spirituali. Mi spiego. Conosco preti e laici che per essere a disposizione degli altri, aperti agli altri, generosi col prossimo, non curano più la preghiera e il contatto intimo con Dio, pensando che l’opera di carità è già preghiera; diventano forse buoni operatori sociali, ma il messaggio che danno è spesso limitato all’aiuto umano. Madre Teresa, a una giovane che le chiedeva di entrare nella sua congregazione per servire meglio i lebbrosi, diceva: “No, tu entri nella congregazione per imparare ad amare di più Dio, poi sarai anche tutta per i lebbrosi. Ricordati che i poveri hanno fame di pane, ma prima ancora hanno fame di Dio”.
Altre volte incontro preti e laici (o magari anche suore) che sono sinceramente orientati a Dio, pregano, ma poi verso il prossimo sono chiusi, freddi, incapaci di manifestare nella loro vita la misericordia, la paternità e la maternità di Dio. Quand’ero giovane ho conosciuto un sacerdote anziano, buon prete che nell’ospedale dov’era cappellano (io andavo ad aiutarlo) al malato che gli chiedeva consiglio su una situazione umana difficile, rispondeva: “La morale cristiana dice così e così, non c’è altro da dire”. L’altro voleva raccontare i suoi problemi, chiedeva comprensione, ma lui insisteva nell’elencare i punti della legge, diceva di pregare e chiudeva ogni discorso. I malati poi venivano da me, giovane missionario, dicendo che il cappellano non li capiva né li ascoltava. Il pericolo di noi persone consacrate è anche di essere poco umani. Fedeli alla nostra vocazione e alla nostra regola, ma poco attenti agli altri, rigidi con noi stessi ma rigidi anche con gli altri. Diamo un’immagine sbagliata di Dio, che non è così. La nostra vocazione, care sorelle, come la vocazione cristiana del resto, non è facile, è quasi come tenere i piedi in due scarpe diverse: da un lato la preghiera, l’osservanza della Legge di Dio, la contemplazione; dall’altro l’attenzione all’uomo e l’aiuto all’uomo anche nei suoi problemi e bisogni più umani.
A febbraio ho mandato l’opuscolo sui miei genitori. Se ne volete altre copie e altre immaginette, chiedetele a Milano a suor Franca Nava (che grazie a Dio sta bene): ve le manderà. Sto preparando il bollettino su mamma Rosetta e papà Giovanni: pregate, è importante! Buona Pasqua e ciao a tutte nel Signore Gesù,
Piero Gheddo.

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