Lettera ai monasteri d’Italia (Febbraio 2010)

Gent.me Sorelle dei circa 520
Monasteri di Clausura in Italia Milano, 15 febbraio 2010

Carissime Sorelle,
spero che questa mia lettera vi trovi tutte in buona salute e allegria nel Signore Gesù, che continua a volerci bene anche se ci fa soffrire per la mancanza o scarsezza di vocazioni alla vita consacrata. Non perdiamo la fiducia e la speranza, sorelle care, e preghiamo affinchè il Signore venga in soccorso alla crisi delle famiglie, della società, dei giovani, facendo ritrovare a tutti gli italiani la via che conduce al Cielo: siamo in crisi perché dall’orizzonte di troppi nostri contemporanei è scomparso Dio e Gesù Salvatore. Ebbene, voi vivete la chiamata alla vita contemplativa e avete una gran bella missione: siete nel mondo la presenza che richiama continuamente Dio e i valori soprannaturali ai distratti uomini del nostro tempo. Come? Con la preghiera, l’isolamento dal mondo, i sacrifici della vostra vita.
Ma aggiungo anche un altro forte segno di testimonianza che noi cristiani, e specialmente noi consacrati, dobbiamo rendere agli uomini pessimisti e depressi del nostro tempo: la gioia di vivere, la visione di fede sulla vita e i tanti avvenimenti quotidiani che ci porta a sorridere e dà serenità e luce a quanti ci conoscono e ci avvicinano. Prego e vi auguro di vivere con gioia la vostra grande vocazione, perchè siete di conforto e di esempio a tutti noi. E anche voi, come già fate, pregate per me e per tutti i missionari.
Benedetto XVI, in un discorso del 17 settembre 2007 ha spiegato alle religiose di clausura quello che si aspetta da loro: “Che siate fiaccole ardenti di amore, ‘mani giunte’ che vegliano in preghiera incessante, distaccate totalmente dal mondo, per sostenere il ministero di colui che Gesù ha chiamato a guidare la sua Chiesa”; e, penso, anche il ministero di tutti noi sacerdoti e missionari. Grazie, carissime sorelle, della vostra presenza e delle vostre preghiere.
Con questa lettera vi spedisco due libri, uno di quasi 500 pagine e l’altro di sole 64. Il primo non è barboso ma affascinante e avventuroso come un romanzo (ma è storia vera), l’altro tratta un tema centralissimo nella cultura del nostro tempo.

“Missione Bengala – I 160 anni del Pime in India e Bangladesh”, Emi 2010, pagg. 500, con 32 pagine di documentazione fotografica. E’ una storia che ho compilato molto studio in Archivio e con un’ultima visita del Bangladesh (2009). Ancora una volta ringrazio il Signore e i superiori di avermi chiamato (1994) dal giornalismo a dirigere l’Ufficio storico del Pime e scrivere queste storie delle missioni affidate all’Istituto e le biografie di missionari. Gli esempi dei nostri antenati rafforzano ogni giorno la mia vocazione sacerdotale e missionaria. E spero che producano lo stesso risultato in coloro che leggono queste “avventure della fede”.
Il Pime è stato mandato in Bengala da Propaganda Fide nel 1855, quando quella regione dell’India era definita dagli inglesi “la tomba dell’uomo bianco” per le difficili condizioni climatiche e le molte malattie che decimavano la popolazione. In un secolo e mezzo di lavoro, i missionari del Pime hanno creato sei diocesi: tre in India, Krishnagar, Jalpaigury e Malda-Dumka; e tre in Bangladesh: Dinajpur, Jessore e Rajshahi. Sono 155 anni di missione, che ho ricostruito leggendo le lettere e relazioni dei missionari raccolte nell’Archivio generale dell’Istituto a Roma. Una lettura per me appassionante, a volte commovente e spero che anche voi, leggendo il libro, possiate sentirvi fortificate nello spirito di consacrazione al Signore Gesù.
Visitando il Bangladesh (gennaio-febbraio 2009) ho visto quanto poco il popolo bengalese ha ricevuto da Dio e dalla storia. 150 milioni di persone in un paese esteso meno di metà Italia, senza alcuna risorsa naturale; non solo, ma un paese ogni anno tormentato da inondazioni, cicloni, terremoti e altre calamità naturali. Eppure tutti mi hanno detto che i bengalesi non sono tristi né depressi, ma anzi pieni di speranza e di voglia di vivere, capaci di accettare sacrifici quotidiani che noi non riusciamo nemmeno ad immaginare. Forse perché è un popolo di giovani. Fratel Lucio Beninati (54 anni), che lavora in mezzo ai baraccati in una baracca di bambù alla periferia di Dacca, mi diceva: “Io vivo in mezzo ai ragazzi e ai giovani e sono il nonno di tutti, perchè qui nessuno ha dei nonni. Muoiono tutti prima”.
Dalla missione in Bangladesh viene un grande insegnamento. I missionari sono sempre andati fra i popoli più isolati, inseguendo i tribali nelle loro foreste. In una ventina d’anni la missione è radicalmente cambiata: dalle campagne e foreste si è passati alle città, senza naturalmente trascurare le parrocchie rurali. La capitale Dacca è passata da un milione di abitanti nel 1980 a 12 milioni oggi, per gli investimenti stranieri nell’industria tessile e c’è una corsa incontrollabile verso la fabbrica e il mondo moderno. Il Bangladesh sta rapidamente cambiando la cultura popolare, che purtroppo tende ad imitare le mode dell’Occidente. La Chiesa rischiava di perdere molte famiglie cristiane anche perché nella capitale, 20-25 anni fa, c’erano solo tre parrocchie. Oggi ce ne sono una decina e altre in costruzione, ma con dodici milioni di abitanti non pochi battezzati perdono i contatti con la comunità cristiana. In Bangladesh i cattolici sono solo 400.000 su 150 milioni di abitanti e i cristiani tutti assieme un milione! La Chiesa locale, con suoi vescovi e un certo numero di preti e suore, senza i missionari stranieri non ha né il personale nè i mezzi e nemmeno lo spirito missionario per affrontare queste emergenze. I vescovi hanno chiesto l’aiuto dei missionari. Dal 1985 il Pime ha fondato tre parrocchie a Dacca (Mohammadpur, Mirpur e Kewachola) e ne sta fondando altre due (Utholi e EPZ), con costi anche economici esorbitanti per l’acquisto dei terreni. Ma la Provvidenza aiuta sempre.

Vi mando pure il Quaderno della rivista “Il Timone” intitolato “Il Vangelo e lo sviluppo dei popoli”, nel quale documento come il progresso dei popoli e dell’umanità vengono dalla Rivoluzione dell’amore operata da Cristo: “Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (“Redemptoris Missio”, n. 58). Una tesi contestata anche in ambienti cattolici e missionari, ma della quale sono fermamente convinto e la dimostro con fatti concreti.
Carissime Sorelle, grazie della vostra amicizia e delle vostre preghiere. Mi sono rimesso bene dalle disavventure della mia salute. Grazie a Dio e alle vostre preghiere, anche a 81 anni (fra meno di un mese), ho ripreso a lavorare bene. Ciao a tutte e Dio vi benedica.
Vostro aff.mo padre Piero Gheddo del PIME.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*