Lettera ai monasteri d’Italia (Maggio 2005)

Gent.ma suor Maria Stefana, o.p.
Monastero San Giuseppe
43012 Fontanellato (Pr)
(tel. 10521. 82.11.45) Roma, 16 maggio 2005

Gent.ma e carissima suor Maria Stefana,
in questi tempi scrivo molte lettere che incominciano in questo modo: chiedo scusa per il lunghissimo ritardo di rispondere alla sua lettera del 14 febbraio e alla mia telefonata del 5 marzo appena tornato dall’India. Ho avuto una primavera travagliata, adesso riprendo a respirare, ma sono sommerso da documenti, lettere, telefonate, impegni.

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Non importa. Non creda che mi sia dimenticato di lei e di voi e vi ringrazio delle preghiere fatte per me e il viaggio in India, troppo faticoso per uno della mia età, come vi ho già detto per telefono! Se pur con molta sofferenza me la sono cavata bene, lo debbo proprio alla protezione divina, non ho alcun dubbio su questo; e dopo l’India ho passato due mesi difficili. Quindi mi siete care e vorrei potervi scrivere, telefonarvi, venire a trovarvi, ma il tempo è tiranno!

Voglio subito dirle che spero di essere sempre a tempo per quella prefazione che lei mi ha chiesto e che faccio ben volentieri. Ho visto infatti che le lettere di padre Bosio sono veramente belle, direi commoventi se penso alla sua vita là nelle foreste del Borneo che ho da poco visitato anch’io. Era “un’anima di fuoco” come lei dice e ringrazio il Signore che mi ha mandato le sue lettere e avete avuto l’idea di pubblicarle. Questa è davvero contemplazione in una vita pienamente attiva, cosa difficile da realizzare specialmente oggi, quando le molte distrazioni ci portano fuori dalla “cella del cuore” in cui c’è il Signore che ci aspetta. Io suggerisco di pubblicare il libretto dalla EMI, se ne acquistate (a metà prezzo) 500 o più copie: il vantaggio della EMI è di mandarlo in giro in tutte le librerie e centri missionari, con varie recensioni, e credo che possa interessare parecchie persone.

Sto scrivendo la storia del Pime in Birmania, dal 1867 ad oggi, leggo i documenti dell’Archivio e mi incontro con nostri missionari “contemplativi” nella vita di missione. Il mio cuore si allarga e dico a Gesù che non può abbandonarci, nonostante la diminuzione delle vocazioni. Fino a quindici anni fa, più o meno, noi del Pime siamo andati abbastanza bene. Adesso no, io insegno qui a Roma nel nostro seminario pre-teologico, nel cosiddetto “anno di formazione” (che sostituisce il noviziato dei religiosi), dopo la filosofia e prima della teologia. Dieci anni fa erano cinque-sei studenti nel mio anno (parlo di italiani) adesso solo più uno o due…. Per fortuna aumentano indiani, birmani, filippini, africani, latino-americani…

Confidiamo nel Signore Gesù: pensaci tu! Ciao a lei e a tutte le sorelle, grazie delle preghiere, anch’io vi ricordo nella Messa. Vostro p. Piero Gheddo

P R E F A Z I O N E

“Bisogna prendere in considerazione il mondo contemplativo, stabilire un ponte fra le due sponde essenziali alla Chiesa e alla civiltà. La sponda della contemplazione e la sponda dell’azione. Ma, ahimé, bisogna fare attenzione perché l’azione deve scaturire dalla contemplazione. Altrimenti è un girare a vuoto, come un motore ingolfato che fa molto rumore ma non riesce a partire; oppure come delle ruote che girano a vuoto nel fango ma non attaccano…”.

Così diceva il grande e indimenticabile Giorgio La Pira (l’ho conosciuto bene!). Ecco, queste lettere di un missionario vincenziano in Borneo, padre Valentino Bosio (1938-2004), alle Monache Domenicane di clausura del Monastero San Giuseppe di Fontanellato (Parma), rappresentano un bell’esempio di come si può concretizzare questa esortazione di Giorgio La Pira. Un missionario del nostro tempo, morto l’8 giugno 2004 e rimasto in missione circa 34 anni (dalla fine del 1970), scrive alle suore Domenicane amiche per chiedere preghiere e raccontare le sue avventure nelle foreste del Borneo, con toni avvincenti, commossi: da un lato partecipa alle sorelle la sua singolare esperienza fra popolazioni tribali che stanno scoprendo Cristo, dall’altro vuol partecipare alle ricchezze della loro contemplazione.

Mentre leggevo queste lettere, a volte pensavo: guarda che grande cosa la fede! Un giovane missionario italiano, a diecimila chilometri dall’Italia e immerso nelle foreste del Borneo indonesiano (oggi si chiamata Kalimantan Barat), fra popoli “primitivi” distanti le mille miglia dalla nostra cultura e religione, leggendo il settimanale diocesano di Cremona “La Vita Cattolica”, nel 1995 scopre che a Fontanellato c’è suor Maria Stefania, una sorella di clausura nata vicino al suo paese in provincia di Cremona, e le scrive entrando così in comunicazione con le Domenicane. Prima non si conoscevano, poi la fede li rende fratello e sorelle in modo autentico: si vogliono bene, si scrivono partecipando i loro problemi, gioie e sofferenze, soprattutto pregano a vicenda e si aiutano spiritualmente, che in fondo è la cosa più importante. Infatti sono convinto che il dono più grande che possiamo fare ad una persona cara è la preghiera!

Queste preghiere e questa corrispondenza hanno illuminato il missionario, per volgerlo ancor più all’unione con Dio e alla contemplazione che, come dice lui stesso, aumenta la nostra capacità di lavorare. Potrebbe sembrare un assurdo: se tolgo spazio al lavoro, la produttività diminuisce; invece è vero il contrario, la capacità e il rendimento nel lavoro aumentano. E’ uno dei tanti misteri della fede, che chi non ha fede, o ne ha poca, non riesce a capire. Citando Paolo VI, padre Valentino definisce le claustrali “cuore della Chiesa” e “le compagne dell’evangelizzazione”. Giusto e bello, lo sappiamo tutti ma ci pensiamo poco. Portare il Vangelo agli uomini, e soprattutto infondere efficacia soprannaturale alle nostre attività di evangelizzazione, non è opera di noi uomini, della nostra intelligenza e capacità, ma solo di Dio. Noi siamo, e lo ripetiamo spesso, “servi inutili”, cioè strumenti di cui Dio si serve per toccare il cuore degli uomini e convertirli: chi ci rende utili, nelle nostre piccole e povere attività umane, è solo l’aiuto, la forza, la grazia di Dio!

L’anno scorso, 2004, ero in visita al Borneo malese e a Kuching, capitale dello stato federale di Sarawak e diocesi confinante con Pontianak nel Kalimantan (Borneo indonesiano) dov’è vissuto ed è morto p. Bosio, ho visitato il convento di clausura delle Carmelitane: 18 giovani suore locali e 2 anziane spagnole che hanno fondato il convento molti anni fa. Il Borneo malese manca di preti in un modo drammatico. Ha tante conversioni, ogni parrocchia 200-300 battesimi di adulti l’anno ma i preti sono pochissimi, perché il governo ha espulso i missionari stranieri. Ho chiesto al vicario generale della diocesi di Kuching, mons. William Sebang, come mai, con questa scarsezza di sacerdoti, molte giovani diventano suore di clausura e il vescovo ha il convento vicino a casa sua e lo fa conoscere ai suoi cristiani. Mi ha dato la risposta che volevo sentire: “Perché sono il motore della nostra diocesi!”.

Le lettere di padre Bosio meritano di essere lette, anzi sono una buone lettura spirituale e possono servire di meditazione anche alle persone più distratte. Non sono infatti minestrine riscaldate di verità astratte che abbiamo letto e sentito tante volte, ma portano in un mondo lontano e interessante, raccontano esperienze molto concrete di Vangelo di cui abbiamo urgenza anche noi in Italia; e poi, nel dialogo fraterno con le sorelle di clausura, ci fanno capire che la vocazione delle Domenicane di Fontanellato, come di tutte le suore dei 545 monasteri italiani di contemplazione, è una vocazione missionaria al cento per cento! Sono donne consacrate a Dio e alla preghiera che “abbracciano già il mondo intero con l’amore di Gesù Cristo”, come scrive una di loro; o, come diceva un’insegnante di catechismo ricordata in queste lettere, con le loro preghiere e la loro stessa vita sono “i parafulmini della società”. Questa è una “buona notizia”: ci dà coraggio, ci fa sapere che non siamo soli nel combattere l’unica guerra giusta, che è quella contro le forze del male e perché il Vangelo diventi la luce e la norma di vita per tutti gli uomini e tutti i popoli.

Piero Gheddo,
missionario del PIME

Roma, 16 maggio 2005

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