Lettera ai monasteri d’Italia (Novembre 2007)

Gent.me Sorelle dei 545 Monasteri di Clausura in Italia Milano, 22 novembre 2007

Carissime Sorelle di clausura,
ecco a voi l’ultimo libro su un personaggio eccezionale. Mons. Aristide Pirovano è stato, oltre a tutto il resto, il superiore generale che ha avuto la capacità e la santità necessarie per tenere il Pime sulla retta via nei tempi della “grande confusione” del “Sessantotto”, di cui l’anno prossimo ricorre il 40° anniversario. Molte di voi, essendo giovani, non ricordano. Ve ne parlo per darvi un’idea di com’era difficile mantenere la fede e il senso di appartenenza alla Chiesa in quel tempo di grandi utopie e illusioni e di travolgenti attese rivoluzionarie.
La protesta all’inizio era contro “il potere dei baroni” delle cattedre universitarie, contro ogni oppressione dell’uomo, per la libertà, per la giustizia; l’ideale era una società più giusta e più solidale e riusciva simpatico a molti, soprattutto a noi giovani. Ma il fiume della “contestazione” si è rapidamente ingrossato, ha travolto ogni argine contestando tutti i “poteri forti”: la politica, lo stato, il governo, la legge, la polizia, i “padroni” e i “capitalisti”, la Chiesa, le scuole medie e superiori…. fino alle famiglie, ai genitori, alla religione e alla morale tradizionale. La Chiesa italiana presa nel suo assieme e le associazioni cattoliche tradizionali hanno avuto in quel tempo una presenza fallimentare nella società italiana: rimanevano passive lamentando la malvagità dei tempi o addirittura seguendo pedissequamente la corrente culturale dominante, che travolgeva ogni resistenza. Andare contro corrente era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato tutti coloro che tentavano di documentare le menzogne che erano diventate luoghi comuni.
Ma poi si è dimostrata la verità di quanto diceva Paolo VI nel discorso di Pasqua del 1970: “Senza Cristo, i più grandi valori e ideali diventano facilmente disvalori e ideologie negative per l’uomo e l’umanità”. In quel grande movimento culturale, noi cattolici non abbiamo saputo inserire Cristo e il Vangelo, anzi non pochi sono andati dietro alle mode correnti inquinate da una lettura marxista della realtà, da filosofie nichiliste, dal radicalismo politico che sognava un “mondo nuovo” e un “uomo nuovo”, senza sapere che senza Cristo il mondo nuovo e l’uomo nuovo non esistono (e nessuno glie lo diceva in modo efficace!).
Così, un movimento che almeno in Italia è nato in ambiente cattolico (l’Università cattolica di Milano, l’Azione cattolica, la Fuci, le Acli, gli Scout, le Ong) ha finito per diventare molto negativo per la religiosità del popolo italiano. Papa Benedetto XVI, mentre era in vacanza ad Introd nel 2005, affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; e leggeva il Sessantotto come un conflitto fra visione religiosa e opzione secolaristica della vita dell’uomo: “Per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”.
Il cancro culturale marxista-comunista e libertario-radicale aveva conquistato spazio anche fra i cattolici ed ha avuto come sbocco, con varie gradazioni e modalità, la disaffezione alla Chiesa, l’appannamento della fede e dell’amore alla preghiera. Il movimento culturale del Sessantotto si era diffuso nella base ecclesiale italiana e toccava più o meno tutti, clero e laici, stampa cattolica, parrocchie, associazioni, seminari, scuole e gruppi. Per cui oggi viviamo con un popolo che sostanzialmente è ancora cattolico, ma in una “cultura” nazionale, trasmessa dai mass media e dalla scuola, che è radicalmente non cristiana, anti-cristiana. Ricordo quei tempi ecclesiali come una specie di incubo: venivamo da un Concilio che a noi giovani aveva dato l’entusiasmo della fede, la gioia di appartenere alla Chiesa, la carica missionaria di annunziare a tutti che Cristo è il Salvatore dell’uomo, di ogni uomo; e ci trovavamo immersi in una cultura dove non esisteva più alcuna verità, si metteva il dubbio su tutto. Nella comunità ecclesiale si infiltrò un clima di disprezzo verso le autorità, i “superiori”, i vescovi, il Papa e naturalmente verso quelli che difendevano il Papa, definiti in senso spregiativo “i papalini”.
Una delle opere provvidenziali di mons. Pirovano nei suoi 82 anni di vita (1915-1997) è stato il fermo orientamento dato al Pime, in senso missionario, spirituale e di fedeltà alla Chiesa, nei tempi molto difficili del post-Concilio. Se noi del Pime abbiamo in buona parte evitato le sbandate del “Sessantotto”, riguardo alla fede e alla Chiesa, lo dobbiamo al dono che Dio ci ha fatto al momento opportuno di mons. Aristide Pirovano, che per due turni di superiorato (1965-1977) ha governato l’Istituto con paternità e spirito di fede: una guida cordiale, umana, attenta alle persone, ma anche sicura, serena, forte, insensibile alle “mode” del tempo. Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante e inebriante del “Sessantotto” ha avuto una funzione positiva: di sburocratizzare e declericalizzare la Chiesa, dandole una maggior giovinezza, agilità, apertura ai “tempi nuovi”. Non tutto è stato negativo nel “Sessantotto”. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio ci volevano (e spesso sono mancati) equilibrio e soprattutto forte radicamento nella Fede e nella Tradizione.
Care sorelle, che grande dono di Dio sono gli uomini di fede, i santi! Viviamo tutti immersi fino al collo nella cultura laicizzata del nostro tempo, sintetizzata in questa formula: “Vivere come se Dio non esistesse”. All’esistenza di Dio ci crediamo tutti, ma in pratica, a pensarci bene, conta poco nelle nostre scelte. Ebbene, quando avete la fortuna di incontrare un tipo come Aristide Pirovano (e come il suo grande amico Marcello Candia che lui stesso aveva portato in Amazzonia) vi accorgete invece che Dio esiste davvero e che il Vangelo si può vivere concretamente qui e ora, nel nostro tempo e nel nostro mondo così difficile.
Scusatemi di questa lunga lettera sul Sessantotto! Ma l’anno venturo, e già adesso, vi saranno celebrazioni del suo 40° anniversario e molti esalteranno la “cultura sessantottina”. Ho voluto darvi una sintesi di quel che penso di quel tempo che ho vissuto con passione e partecipazione, per fortuna avendo come superiore generale mons. Aristide Pirovano! Desidero ringraziarvi delle preghiere che fate per i missionari e per me: a Dio piacendo, vado in Camerun e in Ciad il 10 dicembre prossimo e tornerò a Milano alla fine dell’anno. La causa di mamma Rosetta e papà Giovanni va avanti: il processo diocesano si è chiuso il 17 giugno 2007 a Vercelli e ora il materiale è alla Congregazione dei Santi a Roma. Ricevo inviti per conferenze, lettere, telefonate, visite per dirmi che la devozione dei due coniugi va diffondendosi, con grazie ricevute. Ne ringraziamo il Signore. Ciao a tutte, Dio vi benedica, il vostro aff.mo padre Piero Gheddo, missionario del Pime: Milano e Roma.

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