Lettera ai monasteri d’Italia (Ottobre 2008)

Gent.me Sorelle dei 545
Monasteri di Clausura in Italia Milano, 2 ottobre 2008

Carissime Sorelle di clausura,
la mia ultima lettera risale al 22 novembre 2007, quando vi ho mandato il libro “Il vescovo partigiano – Mons. Aristide Pirovano (1915-1997)”. Poi c’è stata una lunga pausa, ho fatto un faticoso viaggio in Camerun, sono stato operato due volte alle gambe per vene varicose (malattia di famiglia) e una volta all’occhio sinistro per “vitrectomia”, cioè obnubilamento della retina (diverso dalla cataratta). Ma grazie a Dio tutto è andato bene e oggi, alla vigilia dei miei ottant’anni, il Signore mi concede ancora (e lo ringrazio ogni giorno) un periodo di salute e di attività.
Vi scrivo di nuovo per accompagnare “Sposi per davvero”, un bel libro su mamma Rosetta e papà Giovanni, opera di Cristina Siccardi, professoressa di lettere e scrittrice famosa per le biografie di molte sante e santi, che ringrazio ancora per quest’opera originale, specialmente perché ha saputo rileggere la vita dei miei genitori con la sua sensibilità di sposa e mamma di due figli. Il testo è semplice, popolare, leggibile; mi piacciono anche le riflessioni e citazioni di testi del Papa sul matrimonio e l’educazione dei figli, che io non avevo fatto.
Ma lascio il volume di Cristina Siccardi alla vostra lettura e alle vostre preghiere per la causa di beatificazione dei miei genitori, che è a buon punto. Come sapete, è iniziata il 18 febbraio 2006, 74 anni dopo la morte di parto della mamma nel 1934 e 66 dopo la scomparsa di papà nel 1942 nella guerra contro l’Urss. Erano persone semplici, con una vita familiare del tutto normale, anche se straordinaria per le loro virtù evangeliche, che hanno lasciato un segno di vita cristiana nel ricordo di chi li ha conosciuti e anche dei loro figli e nipoti, specie a Tronzano vercellese.
Il processo diocesano è stato chiuso il 17 giugno 2007, anche perché non c’erano molti testimoni viventi da interrogare. Il materiale disponibile su Rosetta e Giovanni non è molto. E’ normale che sia così, soprattutto per mamma Rosetta. Una giovane sposa che, a 31 anni e 10 mesi con tre figli e due aborti spontanei, muore di parto gemellare e i due gemelli prematuri muoiono con lei, cosa volete che scrivesse! Ma la santità c’era, ne siamo convintissimi noi suoi figli e tanti altri che li hanno conosciuti! E debbo che dire che proprio questa caratteristica di semplicità e di nascondimento, unita alla forza commossa delle testimonianze sulla loro santità, è quello che più ha convinto l’arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, ad iniziare la loro causa di beatificazione. Egli scrive infatti nella prefazione a “Questi santi genitori”: “Ecco dunque la ‘straordinaria ordinarietà’ dell’avventura umana e cristiana dei genitori Gheddo, che io considero come un dono singolare per gli uomini e le donne di questo tempo: un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una testimonianza incoraggiante soprattutto per tanti genitori in affanno di fronte alle violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro la famiglia: ‘In un’epoca di crisi, o meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità’ (Simone Weil)”.
Nel novembre prossimo il materiale raccolto dal processo diocesano sarà portato alla Congregazione dei Santi, che darà in seguito il suo benestare, avviando il “processo romano”; al termine del quale, a Dio piacendo, darà il Decreto sulle virtù eroiche dei due Servi di Dio, che diventeranno Venerabili. Vi chiedo una preghiera affinchè si possa superare questo primo esame, nonostante la non copiosa documentazione su mamma Rosetta. Inviterò alla preghiera anche gli “Amici di Rosetta e Giovanni” attraverso la “Lettera” (bollettino di colore verde) a loro indirizzata e che ogni quattro mesi ricevete anche voi. Grazie.

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Nel settembre scorso, a Roma, sono andato a visitare con un confratello la Basilica di San Paolo. Volevo incontrare l’arciprete della Basilica, il cardinale Andrea Montezemolo (zio del più giovane e conosciuto Luca, presidente della Ferrari). Il card. Montezemolo era nunzio apostolico in Papua Nuova Guinea e nel 1980 mi ha invitato a visitare la Papua, per riportare i missionari del Pime in quel meraviglioso paese dell’Oceania dove, come sapete, nel 1855 è stato ucciso il primo martire del Pime, il beato padre Giovanni Mazzucconi, nell’isola di Woodlark. Nel 1981 i missionari del Pime sono tornati in Papua Nuova Guinea e oggi lavorano nelle diocesi di Alotau, Port Moresby, Rabaul e Vanimo, all’estremo nord-ovest del paese, con un vescovo italiano del Pime, mons. Cesare Bonivento di Chioggia.
Così sono andato a trovare Montezemolo, che ha avuto la bontà di accompagnarci nella visita alla Basilica e negli scavi che hanno scoperto il sarcofago di San Paolo, proprio sotto l’altare maggiore della Basilica (come in San Pietro sotto l’altare maggiore c’è quello di San Pietro!). Che commozione, carissime sorelle, inginocchiarmi a pregare davanti a quella tomba, che contiene i resti dell’Apostolo delle genti! Ho pregato per la mia vocazione e per voi tutte, che mi siete carissime per la grande stima che ho della vostra consacrazione alla preghiera e alla consacrazione nel silenzio, in un mondo che diventa sempre più rumoroso, distratto, sbandato. Voi indicate a tutti la retta via, che è quella dell’incontro personale con Gesù.
Ma in quella preghiera alla tomba dell’Apostolo mi sono sentito interrogato, provocato da Paolo, che era innamorato di Gesù Cristo e aveva dedicato tutta la sua vita al Vangelo. Gli esegeti hanno contato, nelle lettere di San Paolo, 167 volte in cui dice “in Cristo”, “vivere per Cristo” “afferrato da Cristo”. Tutta la vita di Paolo era fondata sull’amore a Cristo, non conosceva altro, non sapeva nient’altro, lo spingeva il fuoco dell’amore a Gesù: “Charitas Christi urget nos!”, La carità di Cristo ci spinge (Romani 8, 35).
Insomma, io, piccolissimo missionario, ho capito commovendomi, quel che sapevo già, che la mia vita deve essere simile alla sua, soprattutto a partire dall’unione con Gesù Cristo, nell’amore, nello spirito di sacrificio e di preghiera, nella disponibilità a farmi “tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Corinti 9, 22). E ancora mi è venuto in mente quando san Paolo scriveva: “Guai a me se non annunziassi il Vangelo!” (1 Corinti 9, 16). Ho pensato che celebrare gli ottant’anni nell’Anno Paolino mi dà una nuova carica di entusiasmo e di vita per continuare nella mia opera di annunzio del Vangelo. Ho chiesto al Signore e a San Paolo questa grazia e chiedo anche a voi, che mi volete bene, di pregare per questo scopo, come io prego per la vostra fedeltà alla vocazione. Grazie ancora di tutto e ricordiamoci nel Signore. Il vostro fratello missionario padre Piero Gheddo del P.I.M.E.

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