Lettera ai vescovi sulla biografia di Clemente Vismara

Agli ecc.mi Vescovi di Diocesi ed emeriti.
Milano, novembre 2012

Carissimi Padri nella fede e amici Vescovi, la nascita di Gesù Bambino è lontana, ma vi auguro Buon Natale e Buon Anno 2013. Vi mando la biografia del padre Clemente Vismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, dopo 65 anni di missione in Birmania fra i tribali che vivevano ancora in epoca preistorica. Di Clemente abbiamo raccolto circa 2.300 lettere e ritrovato molti degli articoli (circa 700) che scrisse per varie riviste e giornali, spesso autobiografici. Infine, le più di cento testimonianze di chi l’ha conosciuto, birmani e italiani, raccolte dal processo diocesano per la beatificazione. “Fatto per andare lontano” viene da questo ricco materiale.

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     Questo volume della Emi (500 pagine!) può sembrarvi un mattone difficile da digerire. Ma ve l’assicuro, non vi stancherete di leggerlo, perché Vismara ha vissuto una vita avventurosa, era geniale e vivace nello scrivere; ma soprattutto perché in queste pagine noi ritroviamo la presenza di Dio in tutte le svolte della sua vita. Quando leggevo le sue lettere, e poi pregavo, a volte pensavo: “Grazie, Gesù, tu hai guidato il beato Clemente a realizzare il tuo progetto su di lui, attraverso mille sofferenze, ostacoli e amarezze. Questo è di conforto a tutti noi, ci dà il coraggio di continuare con fedeltà nel cammino che lo Spirito ci indica”. La prefazione dell’amico mons. Renato Corti, vescovo emerito di Novara, è straordinaria perché legge la biografia di Clemente alla luce della Parola di Dio e offre tanti spunti di riflessione e di guida per il nostro agire.

     Di Clemente avevo già letto e scritto molto, pensavo di conoscerlo, ma quando ho ricostruito i suoi 65 anni di missione, ho toccato con mano le difficoltà, le delusioni, i fallimenti, le malattie, la povertà e l’isolamento che ha dovuto sopportare. E in tutto questo percorso da traversata del deserto il Signore gli è sempre stato vicino, l’ha guidato e sostenuto per portarlo dove voleva lui. Clemente a volte soffriva molto ma pregava tanto e bene; però negli anni cinquanta ha avuto una forte crisi di dubbi e di stanchezza (con vari cenni nelle sue lettere): si sentiva un fallito, per la prima e unica volta dichiara di avere “a noia” anche i suoi orfani, non li amava più come in passato e quindi si immaginava che crollasse tutta la sua missione. Addirittura scrive, sempre per la prima volta, che si tormentava e faceva fatica ad addormentarsi! Interessante capire i motivi della crisi e come l’ha superata, ma li leggerete nel libro.

     A noi interessa il fatto che, con l’aiuto di Dio, ha poi superato tutto, ritorna ad essere ottimista e pieno di gioia e va avanti fino a 91 anni “senza mai essere invecchiato”. Clemente era un santo, ma anche un uomo vero, animato da sentimenti profondi. Il vivere da solo, senza un altro italiano con cui poter parlare e confidarsi, a cui chiedere conforto e consiglio, gli era diventato un peso insopportabile. E’ vero, aveva tre suore italiane di Maria Bambina nella missione, avrebbe potuto almeno parlare con queste sorelle. Pregavano assieme, si stimavano e si volevano bene, ma a quei tempi e in quell’ambiente era una cosa inconcepibile. Nel mondo pagano in cui viveva, Clemente lo dice spesso, se un uomo dimostra confidenza con una donna, vuol dire che è la sua amante. Lui non entrava mai nella casa delle suore e le suore nella sua; incontrava solo la superiora in cortile davanti a tutti e mandava biglietti a mano dai suoi ragazzini. Forse soffriva anche di questo, ma non lo dice.

      Penso che fa bene anche a noi, devoti del Beato Clemente, sapere che non era un santo insensibile, già perfetto e imbalsamato, ma un uomo vero che ha avuto come tutti noi i suoi momenti di stanchezza, le sue crisi di sconforto. Anni dopo ricorda quei giorni ancora all’amico e benefattore Pietro Migone, che allora era lui in crisi:  “Ho pianto anch’io nella mia vita, nella solitudine, e quelle lacrime non le so scordare, anzi le ricordo con piacere e sento felicità nell’aver sofferto. La vita è bella solo se la si dona, se la si logora nel far del bene, non è che tutto il resto sia insignificante, ma insomma non è il centro del nostro vivere, non appaga. Fare la volontà di Dio è cooperare al nostro bene, quaggiù e lassù”.

     Carissimi amici Vescovi, mentre scrivo questa lettera è terminato in Vaticano il Sinodo episcopale sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (7-28 ottobre). Siamo tutti coinvolti, siamo anche noi in una “traversata del deserto”. In Italia stiamo ritornando, in vari aspetti della vita familiare e sociale, al paganesimo e anche noi sentiamo i morsi di questa deriva del nostro popolo, ad esempio nella mancanza di vocazioni alla vita consacrata. In Italia, dove pure più dell’80% degli italiani si dichiarano cattolici nei censimenti, dobbiamo tornare a fare “il primo annunzio di Cristo” come tra i non cristiani. Cambia tutto lo scenario a cui eravamo abituati come per padre Vismara negli anni cinquanta quando cambiò missione e lingua e non ci capiamo più nulla, siamo tentati di pessimismo.

     Ecco perché il Beato Clemente è esemplare anche per noi. Cosa ci insegna? Credo tre cose, che sappiamo già, ma nella biografia sono raccontate ed evidenziate:

     1) Pregava molto (diceva tre Rosari al giorno, ad esempio!) e aveva fiducia assoluta in Dio, nella Provvidenza. Trovandosi in situazioni umanamente molto, ma molto, molto peggiori delle nostre, capiva che se perdeva il contatto intimo e continuo con Gesù e Maria, era finito. Aveva un attaccamento straordinario alla Chiesa, al Papa, al Vescovo, a quale obbediva anche in situazioni drammatiche. In un ambiente tradizionalista al massimo, dove parecchi missionari non accettavano facilmente o rifiutavano i cambiamenti del Vaticano II, Clemente accetta tutto, applicando la nuova liturgia con devozione, in spirito di obbedienza.

     2) Amava tutti e specialmente i più poveri e i più piccoli. Lo scrive e lo testimonia in tanti modi, condivide la loro vita, si abbassa e si umilia per diventarne amico, dava tutto e si spogliava anche delle cose più personali. Voleva bene a tutti e non parlava mai male di nessuno, ma scriveva che si trovava bene con i poveri, era in imbarazzo con  chi saliva in alto. Era un uomo di foresta e non capiva la vita cittadina (ad esempio, le sue battute e prese in giro dei superiori del Pime sono spassose!).

     3) Abituato al sacrificio, sopportava tutto per la sua gente. Anch’io ho scoperto le sue molte malattie scrivendone la biografia. Ma anche sofferenze e rinunzie per l’ideale missionario. Mandato a fondare una missione nuova fra un popolo mai evangelizzato, scrive fin dall’inizio che vuole ed è contento di soffrire molto “per mettere il solido fondamento della Croce alla mia missione”.

      Grazie per l’attenzione e ancora Buon Natale a tutti. Vostro padre Piero Gheddo.

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