Libia, la Chiesa in un paese islamico – Padre Gheddo su “Avvenire”

ACERTripoli, dicembre 2006 – Dopo otto giorni in Libia, il paese appare molto diverso da quanto si immagina. La prima impressione favorevole viene dallo sviluppo economico e civile della società, conseguente all’apertura verso l’esterno iniziata nel 1998, dopo l’embargo ONU che durava da sei anni: sono aumentati il commercio internazionale, la presenza di lavoratori e turisti stranieri, l’influsso che esercitano l’Internet e la televisione soprattutto italiana.
Nel 1969 Muammar Gheddafi ha spodestato con un colpo di stato la monarchia di re Idris, filo-occidentale e filo-italiano, adottando l’ideologia panarabista e anti-occidentale di Nasser, che lo chiamava “mio grande amico e discepolo”. Ha subito espulso gli stranieri (30.000), fra i quali 20.000 italiani, che tenevano in piedi l’agricoltura, l’economia e la vita moderna del paese (scuole, sanità, industrie di base), orientando la politica estera verso il tentativo di unificare il mondo arabo (poi fallito), appoggiando anche il terrorismo islamico e finanziando moschee e “madrasse” che lanciano messaggi anti-occidentali, in Africa e in Filippine, Indonesia, Bangladesh. La Libia è ricca di petrolio e di gas (terzo esportatore mondiale), estesa quasi sei volte l’Italia con meno di sei milioni di libici. La vicina Tunisia, metà Italia, senza petrolio e con 10 milioni di tunisini, ha un livello di vita e di istruzione molto superiore a quello libico: ma ha evitato una rottura con l’Occidente, beneficiando della globalizzazione.
Gheddafi, dopo gli estremismi degli anni settanta e ottanta, ha cambiato linea politica. Nella primavera 1986 Ronald Reagan bombardò Tripoli e le varie “tende” in cui abitava Gheddafi, all’interno di caserme. Il capo libico scampò per miracolo e capì che l’estremismo anti-occidentale penalizza il paese ed è pericoloso. La sua linea politica a poco a poco cambia, anche se nel 1992 l’ONU decreta l’embargo in seguito all’esplosione di un aereo Pan Am nel cielo di Lockerbie in Scozia, con la morte di 170 persone.
Dal 1998, finito l’embargo, la Libia è un paese più aperto al mondo e in forte sviluppo economico, grazie al petrolio. Gli oppositori sono soprattutto gli estremisti islamici, le moschee sono controllate dallo stato: non possono più fare discorsi anti-occidentali. A volte il potere centrale perde il controllo delle masse popolari scatenate, come nel caso delle vignette danesi. A Benghazi venne bruciata l’unica chiesa esistente e la polizia consigliò i francescani di andare a Tripoli per alcuni mesi. Ma era più una protesta della Cirenaica contro Gheddafi che contro la Chiesa e gli italiani.
La Chiesa cattolica è formata da circa 100.000 stranieri che lavorano in Libia: 20.000 filippini e indiani; egiziani, libanesi, palestinesi, siriani, iracheni; africani dei paesi a sud del Sahara; e poi italiani, spagnoli, polacchi, francesi, tedeschi, che lavorano soprattutto nel petrolio. Alla “Festa delle Candele” ecumenica (tre ore e mezzo), in preparazione al Natale nella cattedrale cattolica di Tripoli, più di venti nazionalità hanno cantato i loro canti natalizi sul palco eretto al posto dell’altare; è terminata con la benedizione di una ventina di sacerdoti, pope, pastori, comprese tutte le autorità religiose, ai fedeli che, spente le luci, tenevano in mano una candela accesa.
Sono andato in Libia invitato dal vescovo di Tripoli, il francescano mons. Giovanni Martinelli. Mi hanno colpito l’unità ecumenica dei cristiani e il ritorno alla fede di diversi occidentali. Un ingegnere italiano e signora mi confidavano che in Italia a Messa non ci andavano quasi mai, ma “in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti e devozioni che avvicinano a Dio”. Altro motivo di stupore è stato constatare l’importanza della testimonianza cristiana nell’islam: la società libica e la mentalità comune stanno cambiando molto anche per il confronto con i cristiani che li rispettano e cordializzano. Suor Giannina Catto di Cavaglià (Vercelli), infermiera in Libia dal 1966 mi dice: “Noi viviamo tra i musulmani in un quartiere povero. Sono gente semplice ma fiera, aiutiamo gli altri e siamo aiutate: sono buoni, ci accolgono cordialmente e la nostra presenza è importante per aiutare le donne ad evolversi. In Europa c’è una grande diffidenza verso i musulmani. A me non pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandosi e aiutandosi a vicenda”.
Nessun libico è cristiano né può diventarlo, la Chiesa è estranea alla società libica. I francescani assistono gli stranieri, la libertà religiosa è molto limitata. A Tripoli c’erano una decina di chiese, compresa la maestosa cattedrale oggi mutata in moschea. In Libia ci sono solo due chiese degne di questo nome, S. Francesco a Tripoli e l’Immacolata a Benghazi; poi molte cappelle private in case di suore e costruite da p. Bressan nel deserto libico per i profughi neri (vedi sua intervista). La Chiesa non può stampare libri o riviste, fare processioni, suonare le campane (a Tripoli solo a Natale e Pasqua), vendere o regalare libri cristiani ai libici, ecc. Ma la testimonianza di carità è ben visibile, specie quella delle suore e infermiere cattoliche in ospedali, orfanotrofi, case per handicappati e anziani. La chiesa di Tripoli e i locali attigui sono molto frequentati per varie attività e funzioni religiose e sociali: catechismo, prove di canto, riunioni di gruppi e comitati, feste e teatri e concerti, ecc.
Un tecnico italiano di una ditta milanese di medicinali, Luca Ceriani, mi dice: “L’Italia qui ha lasciato un buon ricordo. Quando sanno che sono italiano si aprono, sono cordiali, si sforzano di dire qualche parole in italiano. Molti vedono la nostra Tv e incominciano a dire qualche parola in italiano. Gheddafi a volte parla contro l’Italia: vorrebbe che il governo italiano gli donasse una grande strada. Ma poi verso i turisti e i lavoratori di ditte italiane la gente è molto accogliente e tollerante”.
Piero Gheddo
Avvenire – gennaio 2007

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