Lo spirito missionario del card. Martini – Padre Gheddo su “Avvenire”

cardinal-martini-morto_784x0L’arcivescovo di Milano (1980-2002) Carlo Maria Martini è stato un grande della Chiesa cattolica del nostro tempo, anche se non sempre la sua linea di pensiero e di pastorale è stata compresa e per questo a volte contestata. Per capirlo bisogna partire da una delle caratteristiche più evidenti in lui, ma non comuni nell’episcopato, nel clero e nel Popolo di Dio dell’Occidente cristiano. Era convinto che chi ha ricevuto da Dio il dono della fede deve spendersi per comunicarlo ad altri, dialogare e coinvolgere quelli che ancora non conoscono Cristo o se ne sono allontanati. Direi che è stato un profeta della missione e spiego perché.

All’inizio del suo episcopato, un parroco della periferia sud-ovest di Milano mi invita a parlare ai fedeli per prepararli alla visita del cardinale, alla quale poi ho partecipato. A pranzo il vescovo chiede al parroco:
– Quanti abitanti hai nella tua parrocchia? Circa 15.000 risponde.
– E quanti vengono abitualmente alle Messe domenicali? Più o meno 2.000.
– Per tutti gli altri, la parrocchia cosa fa? Che iniziative avete per raggiungerli?”.
– Il parroco risponde con una battuta: “Eminenza, io e i miei due viceparroci, con la sette suore di due comunità, ringraziamo il buon Dio che gli altri non vengono. Altrimenti, come faremmo ad assisterli?”. Poi mi diceva: “Sono stato in tre parrocchie, ma non ho mai sentito il vescovo farmi questa domanda”.
Nel 1983, quando al mattino andavo spesso in aereo a Roma (e tornavo nel pomeriggio) per incontri alla Cei sul tema missionari o per il “Comitato ecclesiale contro la fame nel mondo”, ero in coda per l’imbarco, quando mi sento chiamare. Era il card. Martini che mi dice: “Vieni con me, così ci conosciamo meglio”. Siamo saliti sull’aereo passando da un’uscita riservata ai Vip e ci siamo seduti in posti riservati. Dopo la preghiera personale col Breviario, rivolgo all’arcivescovo una domanda, risponde brevemente e poi dice: “Parlami tu della tua vita di missionario giornalista”. Ho cominciato a parlare con entusiasmo infervorandomi, tanto che Martini mi dice: “Perchè ti scaldi tanto? Dimmi con calma questo e quello,,,,”. Ricordo questo fatto perché mi ha stupito la capacità che aveva, lui che sembrava così freddo e distaccato, di dare confidenza, di farmi sentire a mio agio; e poi anche la curiosità di conoscere la mentalità dei missionari che vivono in culture e fra popoli così diversi dal nostro; e cosa convince un pagano a convertirsi a Cristo e come avviene il passaggio da una religione all’altra, ecc. Insomma, era l’opposto di come immaginavo, lui faceva domande io rispondevo ed era veramente interessato al primo annunzio e alle conversioni dei non cristiani che avvenivano e avvengono nelle missioni.
Nel 1986 mi telefonano dalla Curia per chiedermi se accetto di far parte del Consiglio pastorale diocesano di Milano per i prossimi sei anni. Rispondo positivamente ma aggiungo: “Io non so quasi nulla della diocesi di Milano. Ci vivo da molti anni, ma non seguo la vita della diocesi essendo impegnato nel conoscere e descrivere il mondo missionario”. Poco dopo mi telefona il card. Martini: “Padre Gheddo, ti metto io nel Consiglio affinchè tu porti in diocesi la vita e le voci delle missioni. Credo che abbiamo molto da imparare dalle giovani Chiese, ma forse siamo poco attenti a questo. Nei vari temi di cui parliamo, penso che tu abbia raccolto molti esempi e novità di vita che le Chiese fondate dai missionari possono oggi dare a noi come stimolo per la nostra conversione al Vangelo”. Ho accettato e il Consiglio pastorale era una cosa seria. Si fissavano in anticipo i temi e si discutevano prima negli incontri di decanato e poi nell’incontro mensile del Consiglio stesso, dove si presentavano interventi scritti, alla Villa Sacro Cuore di Triuggio, dal sabato pomeriggio alla domenica dopo pranzo e portava facilmente il discorso verso la sua meta preferita: come la diocesi ambrosiana annunzia Cristo ai non credenti? Una volta il tema era l’oratorio e si discuteva di catechesi, disciplina, rapporto prete e dirigenti laici, economia, organizzazione delle varie iniziative. Il cardinale interviene per dire che anche l’oratorio è un’”opera buona” della Chiesa e citava quanto disse Gesù parlando della lampada che deve essere posta sul candelabro: “Così deve risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre che sta nei Cieli”(Matt. 5, 16).

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Quando è morto il servo di Dio missionario in Amazzonia Marcello Candia (31 agosto 1983), Martini l’aveva visitato il giorno prima alla Clinica S. Pio X ed era rimasto impressionato della sua sopportazione alla sofferenza atroce del cancro al fegato (Marcello lo definirei “l’uomo della croce”) e al funerale ha detto parole commosse. Quando è uscita la biografia “Marcello dei Lebbrosi” l’ho consegnata personalmente all’arcivescovo. Qualche mese dopo mi dice: “Ho letto la biografia di Marcello Candia. Bravo, era veramente un santo! Ma sai il capitolo che mi è piaciuto di più? Uno degli ultimi intitolato “Santo nonostante se stesso”, nel quale parli dei difetti di Marcello, della sua natura non facile da viverci assieme, dei suoi scrupoli. Lo rendi un uomo come gli altri, non un santo imbalsamato da nicchia. Grazie!”. E poi è stato il Cardinale Martini che ha appoggiato la proposta della sua causa di beatificazione, senza il suo intervento forse non sarebbe iniziata. Ha anche accolto volentieri la proposta di fare la Causa di beatificazione di Clemente Vismara (in rogatorio per la diocesi di Kengtung in Birmania dove padre Clemente ha lavorato 65 anni) e ultimamente ha approvato cordialmente per scritto la proposta di iniziare la Causa di beatificazione di mons. Aristide Pirovano (1915-1997), che era andato a trovare in Amazzonia brasiliana.
Alla metà degli anni ottanta, Milano aveva una giunta socialista in Comune. Gli ospedali e le cliniche cattolici erano pesantemente penalizzati da controlli continui. Il direttore sanitario della “Columbus”, ospedale delle Suore della Madre Cabrini (di cui ero aiutante del cappellano), dott. Pasquale Cotza, mi diceva: “Tutte le settimane abbiamo controlli dei Carabinieri, della Polizia, dei Vigili del fuoco, dei Nas. Ci fanno cambiare le porte e altre strutture, hanno dato perfino una multa salata perché il pavimento della cucina è scivoloso. Se facessero questi controlli a Niguarda, dovrebbero chiudere tutto l’ospedale”. Le suore, già in crisi di vocazioni, avevano intenzione di vendere la Clinica e chiedono il parere al Cardinale, il quale viene a trovarle e fa un discorso chiaro e forte (ero presente): “C’è un piano per statalizzare gli ospedali cattolici, dobbiamo reagire. Sorelle, non cedete, l’assistenza sanitaria cattolica ha un valore esemplare in città e ha una grande tradizione”. Le suore non hanno venduto solo grazie al sostegno dato dall’arcivescovo.
Quando ci siamo incontrati a Tokyo in Giappone (1985 o 1986), in un intervento alla Sophia University dei gesuiti si è scusato di non poter parlare in giapponese. L’ho seguito in vari intereventi e nella solenne visita alla Soka Gakkai, dove tra gli scenari fantastici della scalinata d’accesso e del tempio, ho potuto scattare foto da manifesto. Ricordo che diceva: “Il buddhismo è interessante come il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità”.

Il 2 dicembre 1992, alla vigilia di San Francesco Saverio, il card. Martini viene al Pime di Milano ad aprire l’incontro dei missionari dell’istituto impegnati nei mass media in vari paesi. Diceva che le lettere di San Francesco Saverio dall’Oriente erano capaci di suscitare interesse e slancio per le missioni e ancor oggi, aggiungeva, “hanno una forza comunicativa straordinaria”. Poi rivoltosi a noi chiedeva: «Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse sempre questa forza comunicativa del Vangelo proprio attraverso la comunicazione delle notizie sulla diffusione del Vangelo. In altre parole, io credo che il popolo cristiano, leggendo le riviste missionarie, dovrebbero poter esclamare: “Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace”…Ora io chiedo a voi: ridateci questo stupore del Vangelo, datelo alle nostre comunità, datelo non soltanto alle terre di missione, ma anche a noi. Siate come san Francesco Saverio tramite fra le Indie, le terre lontane e le terre d’Europa, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti». Mai mi sono trovato in così perfetta sintonia col carissimo arcivescovo.
Una delle iniziative più significative del card. Martini è stata “La cattedra dei non credenti” iniziata nel 1987: i non credenti (scienziati, filosofi, studiosi, docenti universitari, giornalisti, ecc.) erano invitati a dialogare con l’arcivescovo sulla condizione umana (il senso del dolore, orizzonti e limiti della scienza, l’uomo di fronte al silenzio di Dio, rendiamo ragione della nostra speranza, la preghiera di chi non crede, ecc.). Mi sono riletto il volumetto “In cosa crede chi non crede?” : il dibattito tra Martini e Umberto Eco, a cui si sono aggiunte altre voci: Emanuele Severino, Manlio Sgalambro. Eugenio Scalfari, Indro Montanelli, Vittorio Foà, Claudio Martelli. Il tema centrale posto da Martini è questo: “Quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare princìpi morali che possano richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale?”; “Dove trova il laico la luce del bene?”.
L’arcivescovo aggiunge: “So che esistono persone che, pur senza credere in un Dio personale, sono giunte a dare la vita per non deflettere dalle loro convinzioni morali. Ma non riesco a comprendere quale giustificazione ultima diano del loro operare”; e soprattutto come la “morale laica” possa risultare convincente per le grandi masse umane. Insomma, “l’etica ha bisogno della verità” per avere una fondazione ferma, sicura, che dà speranza anche al di là della morte; e questa può essere solo trascendente, che supera l’uomo limitato, debole, peccatore che tutti conosciamo e tutti siamo. Gli Autori citati rispondono con testi ricchi di suggestioni filosofiche e culturali, a volte non facili da seguire. Il discorso però rimane su un piano appunto filosofico-religioso. L’”etica laica” può essere sostenuta con ragionamenti abbastanza convincenti, ma i concetti espressi in questo libro andrebbero poi verificati nella realtà dei fatti e soprattutto,come diceva Martini, non si riesce a capire come la morale laica possa risultare convincente per le grandi masse umane” (come invece è quella religiosa).
Il card. Martini, con il suo spirito di apertura agli altri, è riuscito a conquistare la stima e l’attenzione degli intellettuali e dei mass media più lontani dalla Chiesa. Presentandosi nella Cattedra dei non credenti, Martini diceva che c’era in lui il credente e il non credente, “che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’uno all’altro; il non credente che è in me inquieta il credente che in me e viceversa”. I non credenti ammiravano in lui il suo non giudicare nessuno e non polemizzare, il non imporre nulla, il suo impegno civile e sociale. La sua era una fede che “si è fatta prossimo”, non un “vogliamoci bene perché questo solo è importante”. No, la fede di Martini era fermissima e chiara, ma anche aperta alla ricerca del dialogo e del confronto con le ragioni degli altri.
Non voleva una fede addormentata, una vita cristiana abitudinaria che conta poco nella vita. Voleva una fede che non lascia tranquillo il cristiano ma lo mette di fronte ai non credenti e quindi ad interrogarsi se la propria vita rende testimonianza a Cristo, se è una luce che risplende e riscalda e illumina, oppure una fiammella di candela vacillante o un lievito che non sa di niente. La presenza dei non credenti vicini a noi, nella nostra stessa famiglia e società, deve interrogarci sui motivi della nostra speranza e sulla forza della nostra fede. Anche questo è spirito missionario.

Gheddo Piero
settembre 2012 – Avvenire

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