L’occidente visto dal Terzo Mondo – Padre Gheddo su Vita Pastorale

Il tema affidatomi da “Vita pastorale” è complesso. Possibili molte risposte all’interrogativo: “Come il terzo mondo vede l’Occidente?”. Per Bin Laden l’Occidente è il demonio, al lebbroso dell’India, curato dalle suore cattoliche, appare come la salvezza. Ecco tre ipotesi di risposte, in negativo e in positivo (ma potrei aggiugerne altre):

1) L’Occidente è visto come la causa principale dell’oppressione di cui soffre il terzo mondo; ma i paesi che non hanno mai conosciuto il dominio occidentale o se ne sono liberati da molto tempo sono quelli in cui il popolo è più oppresso (Corea del nord, Afghanistan, Arabia Saudita, Birmania, Cina, Vietnam).

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2) L’incontro con l’Occidente è visto come negativo per le culture indigene; ma poi i popoli tendono verso un modello di sviluppo largamente ripreso dall’Occidente (sistema democratico, libero mercato, diritti dell’uomo e della donna); mentre le culture locali, nonostante i molti tentativi (“ritorno all’autenticità africana”, maoismo in Cina e in Cambogia, socialismo birmano alla buddhista, paesi retti dalla “legge islamica”, le società cubana e sandinista in America Latina), non hanno prodotto alcun modello di sviluppo presentabile.

3) L’Occidente è demonizzato come sentina di tutti i vizi e le nefadezze dell’uomo, ma è anche il luogo in cui si vive con più sicurezza, libertà, giustizia e abbondanza, dove tutti i popoli vorrebbero vivere. Che senso ha l’immigrazione massiccia verso l’Occidente se non questo? Perchè nessun latino-americano scappa verso Cuba e nessun musulmano verso i ricchi paesi arabi del petrolio? Perchè molti poveri di paesi asiatici (Bangladesh, Indonesia, India, Filippine) vanno in Corea del sud e non in Corea del nord; verso Hong Kong quand’era colonia inglese (oggi molto meno) e non verso la Cina? Perchè molti sono clandestini in Thailandia e nessuno in Vietnam?

C’è quindi una grande distinzione da fare: l’Occidente ha tante colpe storiche e attuali verso i popoli altri (nel nostro dossier e nel lungo articolo di padre Zanotelli pubblicato su “Vita pastorale” di giugno sono documentati); ma ha anche maturato nella sua storia millenaria un modello di sviluppo che oggi non ha alternative plausibili. Non c’è dubbio che va corretto secondo giustizia e solidarietà, ma i fondamenti religioso-filosofico-culturali dell’Occidente sono universalmente validi e tutti i popoli li stanno adottando: la “Carta dei Diritti dell’Uomo” dell’Onu è basata su di essi e nessuno (dal 1948!) ha proposto una diversa impostazione.

Negli anni cinquanta si è tentato di pubblicare un “progetto” di “Carta dei diritti dell’uomo” di ispirazione islamica e, in connessione con le conferenze della W.F.B. (World Fellowship of Buddhists, Associazione mondiale dei buddhisti, Colombo 1950, Rangoon 1954, Bangkok 1958, Phnom Penh 1961), i delegati avevano lavorato su un documento simile di ispirazione buddhista, senza giungere ad alcuna conclusione (segretario dell’Onu era il birmano U Nu, fervente buddhista); dopo il colpo militare del 1962 in Birmania, il generale Ne Win ha varato il suo “socialismo alla birmana”, presentato come “socialismo ispirato al buddhismo” (in realtà un regime staliniano, ancor oggi al potere!). Ma finora nessuna proposta concreta è venuta alla luce, né ha avuto adesioni a livello mondiale.

Un’intera generazione del terzo mondo, quella intellettuale e politica soprattutto, vive patologicamente il suo rapporto con l’Occidente, con uno schema di lettura secondo cui la colpa è sempre dell’altro. E’ la malattia del mondo islamico che alcuni filosofi iraniani hanno chiamato “occidentalite”: il mondo musulmano non sa adattarsi al mondo moderno, non sa discernere ciò che deve salvare o modificare o abolire della tradizione islamica e continua a condannare l’Occidente, il capitalismo, l’America di tutti i suoi traumi e malattie. Il terrorismo, che per comodità si chiama “islamico”, rivela una crisi profonda dei valori del mondo musulmano, religioso-culturale prima che politico-economica.

Ma anche al di fuori del comunismo e dell’islam, ricordo la visita che ho fatto nel 1988 in Ecuador al caro amico comboniano mons. Enrico Bartolucci, vescovo di Esmeraldas. Mi portava a vedere l’ospedale donato dalla Comunità europea nel 1982. Diceva: “Vedi, è stato costruito da una ditta italiana, moderno, funzionale, dotato di tutte le macchine e le attrezzature più appropriate. Ecco, sei anni dopo non si riconosce più: muri scrostati, infissi divelti, ascensori che non funzionano, materassi rubati o marciti… Se fai notare queste cose alle autorità ti parlano della deuda externa, del debito estero. Negli ultimi anni in America Latina si è scoperto il debito estero, ogni discorso sui mali di questo paese finisce inevitabilmente nella ‘deuda externa’. Si spiega tutto con cause esterne, secondo un clichè marxisteggiante che mi pare molto comune anche nella stampa italiana. A me questo, e parlo per esperienza personale, pare un errore: si illude la gente, la si scoraggia, non la si responsabilizza. Si diffonde nei popoli un senso di rabbia, di amarezza, di impotenza, che non risolve i problemi e non costruisce nulla. Credo si debba creare una coscienza delle proprie responsabilità verso il bene pubblico e del proprio impegno per lo sviluppo”.

Nel nostro tempo globalizzato, il primo imperativo del terzo mondo è di prendere coscienza che i valori profondi delle sue religioni e culture sono in crisi. La soluzione esiste: partire dall’educazione del popolo e dalla democrazia, dal rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. La scorciatoia del comunismo non ha funzionato in nessuno dei 30 paesi che l’hanno sperimentata; come non hanno funzionato la “legge islamica” né i vari tipi di socialismo tropicale. Quando Bush dice: “Esportiamo la democrazia”, esprime un concetto sbagliato. Non siamo noi che esportiamo la democrazia, sono i governi del terzo mondo che debbono educare i loro popoli al sistema democratico, con tutto quello che esso comporta, libertà di stampa ed economica, libertà di religione e di critica al governo, parità di diritti fra uomo e donna, ecc. Senza il rispetto della Carta dei Diritti dell’Uomo non c’è progresso possibile, non si entra nel mondo moderno globalizzato. Se il terzo mondo non riesce a mettere in atto un sistema di educazione e di democratizzazione, risc______________ _(_peranze di crescita che si riveleranno illusorie.

Anche l’Occidente ha un modo sbagliato di porsi di fronte al terzo mondo, ai popoli altri. Abbiamo perso la nostra identità religioso-culturale, ragioniamo solo in termini economico-tecnici e questo ci porta fuori strada. Non ci rendiamo conto che il mondo moderno è nato in Occidente non perchè noi siamo più intelligenti e capaci degli altri, ma perchè abbiamo ricevuto per primi la Parola di Dio, che ha dato una meta, un senso alla nostra storia…

Viviamo nel tempo della globalizzazione, nel quale i modi di vita, le culture e le religioni vengono a contatto. Il nostro problema, come italiani ed europei, è di creare un modello di sviluppo mantenere l’identità e la vita cristiana nei nostri popoli, altrimenti diventiamo un contenitore vuoto: pieno di tecnologie, computer, macchine, soldi, armi sofisticate, ma vuoto di anima, di ideali.

Articolo di M.M. di quel vescovo indiano sulla autocoscienza.

Il messaggio di Cristo appartiene a tutti. “I cristiani non possono vantarsi di possedere Cristo”. Cristo appartiene a tutti!

In nessun modo assolvo l’Occidente nei suoi rapporti con il terzo mondo. L’approccio dell’Occidente con i popoli altri va cambiato radicalmente.

In un recente incontro di dialogo in India fra cristiani e indù, questi hanno detto: “Voi cristiani non potete vantarvi di possedere Cristo”. Viviamo nel tempo della globalizzazione, nel quale i modi di vita, le culture e le religioni vengono a contatto.

L’arcivescovo di Guwahati (Assam, India) ha scritto un articolo “Il fascino del Risorto”, che idnica in Crsto la soluzione dei problemi della globalizzazione e dell’incontro-scontro fra culture e religioni.

“I popoli dei paesi di antica cristianità, nel guardare indietro agli eventi dolorosi della propria storia, comprese le guerre di religione, due guerre mondiali, le avventure coloniali… sono stati portati ad una severa autocritica e ad una generale perdita dell’autostima nei loro sistemi di pensiero, nella loro concezione del progresso, della loro civiltà, della loro religione… Qualcosa di questo si riflette anche nel pensiero teologico contemporaneo, la cui eco giunge fino al nostro attuale campo missionario… Molti membri delle nostre comunità missionarie soffrono di questa ‘perdita di autostima’, che deriva da un senso di colpa verso il passato e da un complesso di incertezza per quanto riguarda il futuro. Ma certi comportameti non vengono dal Vangelo. Infatti solo il Vangelo può sollevare coloro che hanno fatto del male e coloro che l’hanno sofferto. E’ il Vangelo che permette loro di voltare le spalle alla storia e di prendere il futuro nelle proprie mani. Oggi più che mai le persone sono in attesa di questo aiuto del Vangelo”.

Padre Gheddo su Vita Pastorale (2007 data incerta)

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