Madre Teresa e le sue sei rivoluzioni (Conferenza di Padre Gheddo)

santa madre teresaAppunti di padre Piero Gheddo per Radio Maria 18-X-2010

Cari amici di Radio Maria, come sapete quest’anno ricorre il centesimo anniversario della nascita di Madre Teresa, la grande beata e santa del nostro tempo, che Giovanni Paolo II ha definito “l’icona della missione della Chiesa oggi”. Questa sera vi parlo di Madre Teresa. Molti hanno già parlato di lei a Radio Maria, ma di una santa d’oggi come questa non si parla mai abbastanza e racconterò le mie esperienze quando l’ho incontrata in Italia e in India. Domenica prossima si celebra la Giornata missionaria mondiale, Madre Teresa aiuti i cristiani ad aprirsi alla missione universale della Chiesa

Tre parti della mia catechesi:

1)  La vita di Madre Teresa e i miei incontri con lei.

2)  Le sei rivoluzioni di Madre Teresa.

3)  Madre Teresa “la missionaria”, icona della missione oggi.
Parte prima – La vita di una santa Madre (1910-1997)

 

Agnese Boyaxsu nasce il 26 agosto 1910 a Skopje (nell’attuale Macedonia)  in una benestante famiglia di genitori albanesi originari di Scutari. All’età di otto anni rimane orfana di padre e la sua famiglia si trova in gravi difficoltà finanziarie. A partire dall’età di quattordici anni partecipa a gruppi di carità organizzati dalla sua parrocchia e nel 1928, a diciotto anni, decide di prendere i voti entrando come aspirante nelle Dame Inglesi, le Suore di Loreto.

Inviata nel 1929 in Irlanda per la prima parte del suo noviziato, nel 1931prende  i  voti col nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux e parte per l’India per completare i suoi studi. Diventa insegnante presso il collegio cattolico di Saint Mary’s High School di Entally, sobborgo di Calcutta, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni britannici; scuola della quale diventa direttrice nel 1944.

 

Nascono le Missionarie della Carità (1949)

 

L’incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta spinge la giovane  Teresa a una profonda riflessione interiore e sperimenta, come scrive nei suoi appunti, “una chiamata nella chiamata”. Nel 1948 è autorizzata a vivere da sola nella periferia della metropoli, a condizione di continuare a vivere la vita religiosa. Nel 1950, fonda la congregazione delle Missionarie della carità, la cui missione è quella di prendersi cura dei “più poveri dei poveri” e “di tutte quelle persone che si sentono non volute, non amate, non curate dalla società, tutte quelle persone che sono diventate un peso per la società e che sono rifuggite da tutti”.

La seguono una dozzina di ragazze, alcune delle quali ex allieve alla Saint Mary. Stabilisce come divisa un semplice sari bianco a strisce azzurre.  Nel 1952 si trasferìsce in un tempio indù abbandonato donatole dall’arcidiocesi di Calcutta,nel quale fonda la Casa Kalighat per i morenti (poi chiamata casa dei puri di cuore: Nirmal Hriday), aiutata da funzionari indiani. Le persone portate all’ospizio venivano assistite e avevano la possibilità di morire con dignità secondo i riti della propria fede : ai musulmani si leggeva il Corano, agli indù si dava acqua del Gange, e i cattolici ricevevano l’estrema unzione.

Nel 1950 l’arcivescovo di Calcutta riconosce questa nuova congregazione religiosa col nome di “Missionaries of Charity”, le Missionarie della Carità, che incomincia a diffondersi, con numerose giovani donne che accorrono da ogni parte dell’India e anche dall’estero.

 

Nel 1964 ho visitato la Madre a Calcutta, alla Nirmal Hriday, la “Casa dei puri di cuore”, dove autoambulanze e riksciò scaricavano uomini, donne e bambini morenti raccolti sui marciapiedi di Calcutta: forse un centinaio, accolti e curati con amore, in alcuni grandi stanzoni posti davanti al tempio della dea Kalì, la dea della distruzione, dove si fanno sacrifici di animali. Molti di quei poveri non avevano mai avuto un letto, mai una medicina, mai mangiato tre volte al giorno.

“Su cento diseredati che accogliamo – diceva Madre Teresa – in media ne sopravvivono trenta, perchè li portano qui quando sono già all’ultimo gradino della sopravvivenza”.

 

Ricordo la forte commozione che ho avuto visitando questo rifugio. Abbiamo visto una giovane di vent’anni morta nella sua branda, magra come un chiodo e la M.T, dice: “Vede, è morta da poco, ha fatto una vita tremenda nella miseria più nera. L’abbiamo accolta per la strada e portata qui, lavata, curata, nutrita, le abbiamo voluto bene. Non era cattolica e quando poco prima che morisse le abbiamo chiesto cosa potevamo ancora fare per lei e ha detto: “Vorrei avere un bel vestito a fiori”. E’ morta poco dopo a vent’anni col suo bel vestitino a fiori, sorridendo alla vita”.

Mi commuovo ancora a scrivere questo, perché ho pensato: “Qui c’è Dio”. La Madre Teresa e le sue suore le hanno voluto bene come Dio vuole bene all’uomo e alla donna.  Quella finezza dell’amore ad una donna poverissima veniva da Dio. La Madre congiungeva molto bene l’amore a Cristo e l’amore all’uomo, ad ogni uomo, anche al più misero e ributtante. Ho capito il significato del suo centrare tutto sull’amore a Cristo, l’Eucarestia, l’adorazione eucaristica.

 

Poi ho visitato la “Shishu Bhavan”, il “Paradiso dei bambini”, orfani, figli di ragazze madri abbandonati. Un centinaio di piccoli che le suore amavano come figli. Tante ecenette commoventi!

Tornato in Italia, in quel 1964 quando Madre Teresa era ancora quasi sconosciuta fuori dell’India (le Missionarie della Carità sono approvate da Paolo VI solo nel 1965), ho scritto parecchio su di lei nei giornali a cui collaboravo: e subito mi hanno invitato per conferenze, mostre fotografiche, incontri nelle scuole, invio di offerte per la Madre di Calcutta. E’ stato uno dei fatti che hanno caratterizzato la campagna sulla fame nel mondo che il Centro missionario Pime di Milano aveva iniziato con la fondazione di “Mani Tese” nella primavera 1964.

 

  La fama mondiale e l’espansione dell’Ordine

 

Nel febbraio 1965, Paolo VI concede alle Missionarie della Carità il titolo di “congregazione di diritto pontificio” e la possibilità di espandersi anche fuori dall’India. Nel 1967 è aperta la prima casa in Venezuela, cui seguono sedi in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti. Nasce un ramo contemplativo e nel 1981 è  fondato il movimento Corpus Christi aperto ai sacerdoti secolari e ai laici.

 

La fama internazionale di Madre Teresa cresce enormemente dopo un fortunato servizio della BBC del 1969 titolato Qualcosa di bello per Dio, realizzato dal noto giornalista Malcolm Muggeridge.

6 gennaio 1971 – Paolo VI dà a Madre Teresa il “Premio Giovanni XXIII per la Pace”.

Dicembre 1972 – Da Indira Gandhi riceve il Premio Nehru per la comprensione internazionale. Indira le dice: “Lei rappresenta quello di cui più l’India ha bisogno: un amore attivo per i più poveri”.

 

7 ottobre 1975: nel XXV di fondazione le Missionarie della Carità hanno più di 90 case, 30 delle quali all’estero. La Congregazione conta 1.132 religiose.

 

Nel 1979 il riconoscimento più prestigioso: il Premio Nobel per la Pace. La Madre rifiuta il tradizionale banchetto  per i vincitori, e chiede i 6.000 dollari da destinare ai poveri di Calcutta, che avrebbero potuto essere sfamati per un anno intero: “Le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo”. Alle numerose domande dei giornalisti dopo aver ricevuto il Premio risponde nel modo ironico e provocatorio che la caratterizzò da sempre e attacca duramente l’aborto.

 

Nel corso degli anni ottanta nasce l’amicizia fra papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa, i quali si scambiarono visite reciproche. Grazie all’appoggio di papa Wojtyła, Madre Teresa riesce ad aprire ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell’ospitalità. Negli anni novanta, le Missionarie della Carità superano le quattromila unità con centinaia di case sparse in tutti i continenti.

 

Intanto però le sue condizioni peggiorano: nel 1989 in seguito a un infarto le è applicato un pacemaker, nel 1991 si ammala di polmonite, nel 1992 ha nuovi problemi cardiaci. Si dimette da superiora dell’Ordine ma in seguito a un ballottaggio è rieletta praticamente all’unanimità, contando solo qualche voto astenuto. Accetta il risultato e rimane alla guida della congregazione. Nell’aprile del 1996 Madre Teresa cade e si rompe una clavicola. Il 13 marzo 1997 lascia definitivamente la guida delle Missionarie della Carità. A marzo incontra papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, prima di rientrare a Calcutta dove muore il 5 settembre 1997, all’età di ottantasette anni.

 

La sua scomparsa suscita grande commozione nel mondo intero: l’India le riserva solenni funerali di stato, con una sterminata partecipazione di popolo e la presenza di importanti autorità del mondo intero. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, arriva persino a dichiarare: “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo”. Nawaz Sharif, Primo Ministro del Pakistan, aggiunge che Madre Teresa era “un raro e unico individuo che ha vissuto a lungo per i più alti scopi. La sua lunga vita di devozione alla cura dei poveri, dei malati e degli svantaggiati è stata uno dei più grandi esempi di servizio alla nostra umanità”.

 

A soli due anni dalla sua morte, Giovanni Paolo II fa aprire, per la prima volta nella storia della Chiesa, con una deroga speciale, il processo di beatificazione che si conclude nell’estate del 2003 e quindi è beatificata il 19 ottobre. L’arcidiocesi di Calcutta ha aperto già nel 2005 il processo per la canonizzazione. Il 5 settembre 2007, per la ricorrenza del decimo anno dalla morte, papa Benedetto XVI ha celebrato in Vaticano una messa solenne alla presenza dell’arcivescovo di Calcutta.

 

      I miei incontri con Madre Teresa

 

Pochi sanno che la prima “Veglia missionaria” in Italia, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale, del sabato 20 ottobre 1973 è stata organizzata a Milano dal padre Giacomo Girardi, direttore del Centro missionario del Pime, indimenticabile animatore e organizzatore: uomo di fede che voleva comunicare a tutti la sua passione missionaria. Una delle sue prime decisioni è stata di preparare una “veglia missionaria”, gesto coraggioso in un tempo in cui la città era occupata dai “contestatori”, che chiedevano “un mondo nuovo” e intanto incominciavano a distruggere quello che già esisteva.

Madre Teresa è stata il personaggio di garanzia, che ha ottenuto alla manifestazione il consenso del card. Colombo, del sindaco di Milano (Aniasi) e delle forze dell’ordine pubblico. Allora, nessuno osava manifestare in centro città al sabato sera: molti si chiudevano in casa. Quella sera, 8.000 fedeli, con la suora di Calcutta in testa, sfilarono cantando e pregando per le vie del centro storico di Milano alla sfilata e si riunivano in Piazza Duomo per ascoltare Madre Teresa di Calcutta. La Madre era ospitata dalle Missionarie dell’Immacolata, le quali raccontavano che mangiava pochissimo e di notte dormiva per terra su una coperta.

 

L’iniziativa, presa dal Centro missionario Pime per conto della diocesi di Milano, si è diffusa rapidamente in Italia ed oggi la “Veglia missionaria” è un’importante manifestazione cristiana in molte diocesi e parrocchie.

 

Non solo ma la Madre Teresa chiese al Pime di essere suo referente per l’Italia. Noi facevamo conoscere la Madre e le organizzavamo incontri, raccogliendo offerte per le sue opere; come compenso tenevamo per un anno il denaro raccolto e gli interessi erano nostri. Chi voleva invitare Madre Teresa passava attraverso padre Girardi. L’accordo è durato fin verso il 1979 quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace e le sue suore si stabilirono a Roma e in altre città italiane.

 

Il più importante avvenimento a cui ha partecipato la Madre in Italia è stata “La Celebrazione della Vita” il sabato 23 aprile 1977 nello Stadio San Siro a Milano, strapieno con migliaia di persone rimaste fuori, alla presenza di tutti i vescovi lombardi. Una grande mobilitazione delle dieci diocesi di Lombardia fortemente voluta dal card. Giovanni Colombo, la più imponente manifestazione pubblica dei cattolici italiani contro la legge sull’aborto.

 

La “Celebrazione della Vita” dell’aprile 1977 ebbe grande risalto anche nei giornali laici. Pareva impossibile che i cattolici, già mortificati dal referendum contro il divorzio (1974) e dalla crescita travolgente di una cultura laicista e marxisteggiante nei mass media e nelle scuole, potessero ancora avere il coraggio di occupare luoghi pubblici con una tale massa di credenti.

Anche se in quegli anni, proprio a Milano, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale di ottobre si svolgeva la “Veglia missionaria”, con circa 100.000 giovani che sfilavano dal Castello Sforzesco al Duomo pregando in silenzio, cantando e ascoltando testimonianze di missionari, in una lunga vigilia di digiuno. La centralissima Via Dante, ogni sabato solcata da schiere di giovani urlanti che spaccavano tutto e da poliziotti in tenuta da guerriglia urbana che lanciavano lacrimogeni, alla vigilia della Giornata missionaria presentava uno spettacolo diverso e consolante. I milanesi dicevano: “Guarda, i cristiani ci sono ancora!”: decine di migliaia di giovani sfilavano in silenzio o cantando inni sacri, sotto gli striscioni tesi fra le due file di palazzi, che riproducevano le Beatitudini: “Beati i poveri… Beati coloro che piangono… Beati i miti… Beati gli operatori di pace… Beati i puri di cuore… Beati i perseguitati per la giustizia…”. Il cardinal Colombo attendeva i fedeli sul sagrato del Duomo.

 

La “Festa della Vita” nel 1977 è stata una manifestazione di ringraziamento a Dio per il dono della vita, in difesa e a servizio della vita. Questi i temi svolti dal card. Colombo nell’omelia allo stadio di San Siro e poi da Madre Teresa nella sua commossa testimonianza. La vecchia suora, le ciabatte di pezza ai piedi e la borsa a mano di stoffa ruvida con i manici di legno, aveva un carisma enorme, per cui anche quando diceva, scandendo le parole una per una, la frasi più comuni e quasi banali tanto sono ripetute, comje ad esempio “Belong to Christ” (Appartieni a Cristo”), “God loves you” (Dio vi vuole bene). Nella lunga pausa che poi faceva prima di dire altro, nello Stadio si sarebbe sentita volare una mosca: il silenzio meditativo era impressionante.

Ho incontrato altre volte Madre Teresa. Nell’autunno 1974 ad Addis Abeba in Etiopia, poco dopo il colpo di stato militare e “socialista” che aveva tolto dal trono il Negus, l’Imperatore d’Etiopia. Erano giorni di terrore, la città era bloccata dai militari, che stavano eliminando gli oppositori. Madre Teresa viene a sapere dalle sue suore che il Negus e la sua famiglia sono tenuti prigionieri non si sa dove e nessuno può vederli. La Madre era molto riconoscente all’Imperatore d’Etiopia che aveva accolto la sua prima comunità, ma per i militari e i comunisti d’Etiopia la Madre era nessuno,. Ebbene, lei va con una suora per compagna al quartier generale della rivoluzione e dopo molte insistenze e preghiere riesce a visitare la famiglia reale, portando il conforto della preghiera e dell’interessamento fraterno e cristiano alle loro pene! Dopo, raccontava il fatto come del tutto naturale, ai giornalisti diceva: “Nulla è impossibile a Dio”.

Nel novembre 1977 in India, lo stato di Andhra Pradesh era stato davastato da uno spaventoso maremoto: un’onda anomala alta 12-15 metri era penetrata con furia sulla terra ferma per 3-4 km. di profondità su un fronte di 90 km. di costa, portando morte e distruzioni inimmaginabili. I giornali parlavano di 100.000 morti. Sono volato da Milano per portare i primi aiuti raccolti in una decina di giorni da “Avvenire” e dall “Eco di Bergamo” (35.000 dollari) e ho visitato la regione colpita col padre Ennio Premoli del Pime, direttore Caritas della diocesi di Vijayawada.

 

Mi sono rimasti ricordi fotografici spaventosi: un autobus sopra un grande albero, un laghetto su cui galleggiavano carcasse di una decina di persone e di molti bufali… Per bruciare i cadaveri avevano liberato i prigionieri delle carceri indiane: l’esercito si rifiutava di intervenire per questo compito. I carcerati guadagnavano 25 rupie al giorno (2.500 lire) e la promessa di immediata liberazione dopo l’emergenza o di una forte riduzione della pena per gli ergastolani.

 

Madre Teresa è stata una delle prime personalità indiane giunte sul luogo del disastro per portare aiuti e organizzare i soccorsi. Mi aveva stupito la rapidità delle sue decisioni e la facilità con cui le faceva accettare da esponenti di altri enti anche governativi ed ecclesiali: si trattava di alloggiare migliaia di profughi che avevano perso tutto. Nei due o tre giorni che l’ho seguita era riuscita a far accettare quella povera gente in templi indù, chiese cristiane, scuole, sedi di seminari e noviziati, ecc. Ho pensato: ha un carisma naturale enorme, ma era anche l’aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi la sua vitalità: avevo vent’anni meno di lei ma alla sera ero distrutto, lei faceva ancora un’ora di adorazione inginocchiata per terra!

 

Non si capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. La sua vita è tutta basata sulla fede e sull’amore a Dio e all’uomo. Quando nel l973 la Madre visita il Centro missionario Pime di Milano, il nostro istituto lo conosceva già bene. Ma le dicono che nel palazzo del Centro missionario c’è anche la sede di “Comunione e Liberazione” e la Madre chiede: “Liberazione da che cosa?”. “Dal peccato” le risponde pronto padre Sandro Bordignon che l’accompagna. “Allora va bene” commenta la Madre, “questa è l’unica liberazione che conta”.

Parte seconda – Le sei rivoluzioni di Madre Teresa

 

 

Madre Teresa è stata un grande dono di Dio alla Chiesa e all’umanità. Una santa che racchiudeva in sé tanti stimoli rivoluzionari per la nostra civiltà, il nostro umanesimo. Molto più di quanto si possa immaginare vedendo la sua immagine di vecchietta sorridente e fermandoci ai suoi aneddoti curiosi e agli aspetti commoventi e folcloristici del suo operato.

Aveva senza dubbio una chiara e forte vocazione da Dio e un evidente carisma, dono dello Spirito Santo. I Santi dono mandati da Dio per rinnovare la Chiesa secondo il Vangelo. In ogni epoca storica aiutano la Chiesa ad approfondire la conoscenza di Cristo non solo attraverso i loro scritti, ma soprattutto con l’esempio della loro vita.

 

Madre Teresa è stata una rivoluzionaria secondo lo spirito evangelico, ha portato una ventata di Spirito Santo e un modello di vita religiosa e cristiana nuova, dimostrata anche dal fatto che in circa cinquant’anni dall’approvazione pontificia nel 1965 le Missionarie della Carità sono oggi 5.027, in maggioranza giovani donne da ogni parte del mondo, anche dai paesi di antica cristianità. Conosco diversi istituti femminili di vita consacrata: mezzo secolo fa ricevevano schiere di ragazze nei loro noviziati, oggi soffrono una gravissima crisi di vocazioni, che sta azzerando le loro congregazioni.

Le suore di Madre Teresa invece attirano, la loro vita sacrificata e dedicata agli ultimi degli ultimi è uno dei “segni dei tempi” che corrisponde allo spirito del nostro tempo. Le giovani cristiane colgono questo spirito meglio di chi è nella terza o quarta età.

 

In questa seconda parte della catechesi cerco di delineare brevemente la figura di Madre Teresa ricordando le numerose rivoluzioni che ha portato nella Chiesa e nella società.  Quali rivoluzioni ha portato Madre Teresa? Ecco in breve:

 

 1) La rivoluzione della preghiera. Dio è al centro della vita dell’uomo, tutto viene da lui e tutto dipende da lui. La prima Costituzione del nuovo istituto dice: “Il nostro scopo è di soddisfare la sete infinita che Gesù ha di essere amato, attraverso la pratica   dei consigli evangelici e un servizio totale ai più poveri fra i poveri”. Nella casa madre di Calcutta, nella portineria all’entrata c’è un grande quadro del Crocifisso con la scritta: “I thirst!” : Ho sete! come ha detto Gesù in croce. Sete di amore, sete di anime. Ecco la preghiera continua delle suore, che pregano almeno tre ore al giorno.

Madre Teresa è riuscita a convincere migliaia di giovani donne a seguirla in una vita sacrificata perchè prega molto e ha messo nelle regole della sua congregazione un’ora di adorazione al giorno.

 

Dopo le fatiche della giornata, le suore fanno un’ora di adorazione alla sera. Un visitatore dice a Madre Teresa: “Non le pare troppo lungo questo tempo dedicato alla preghiera?”. “No, risponde la Madre, senza questo amore personale a Cristo, la nostra vita sarebbe impossibile. Non si può fare il nostro lavoro per tutta la vita se non per amore e per grazia di Cristo. La nostra forza sono le ore di adorazione”.

In un’intervista Madre Teresa, alla domanda “Perché tante giovani entrano nella sua congregazione?”, risponde[1]: “Credo che apprezzino la nostra vita di preghiera. Preghiamo quattro ore al giorno”.

 

Madre Teresa intende la preghiera non come ripetizione meccanica di una formula, ma mettersi in comunicazione con Dio, “fare nella propria giornata l’esperienza di Dio e del suo amore”. Non sapeva nulla della secolarizzazione, non era condizionata da nulla e spontaneamente pregava e parlava di Dio in qualsiasi circostanza.

 

Quando venne a Roma per ricevere il Premio Balzan nel 1980, alla conferenza stampa era circondata da giornalisti, fotografi, televisioni che si accalcavano davanti a lei. Rispose ad alcune domande e poi sorridendo disse: “E adesso preghiamo. Diciamo insieme l’Ave Maria”. E incominciò a recitare la preghiera, seguita con attenzione e commozione.

 

Noi cristiani già sappiamo e crediamo che la preghiera è il motore della nostra vita spirituale, ma attraversiamo tutti una crisi della preghiera, certamente come quantità: chi mai prega quattro ore al giorno se non le suore di clausura? Per noi preti è molto difficile. Ma poi c’è anche la qualità della preghiera, accompagnata dalla mortificazione e dall’adorazione.

Il mondo vede la preghiera come un perditempo, basta un pensierino devoto, accendere una candela. Noi sappiamo invece che, siccome tutto viene da Dio e deve ritornare a Dio, la preghiera è il nutrimento indispensabile della nostra vita, dà gioia e forza, perché ci fa vivere in un’atmosfera soprannaturale.

 

Ancora un pensiero sulla preghiera. Un giornalista le aveva detto se lei e le sue suore sono assistenti sociali e la Madre ha risposto: “Noi non siamo assistenti sociali, ma vogliamo esprimere nel mondo l’amore di Dio”.

Forse il miracolo più grande compiuto da Madre Teresa quand’era ancora in vita è che lei, suora straniera e missionaria, è stata vista dagli indiani non come una missionaria che faceva proselitismo, ma come la presenza del divino fra le miserie estreme dei poveri di Calcutta. La sua persona lasciava trasparire la presenza di Dio. L’India è molto sensibile al senso religioso della vita, molto più che la nostra cultura occidentale. Lei e le sue suore richiamavano il mistero di Dio. Madre Teresa non era vista come una persona che faceva beneficenza o curava i malati, ma come il segno umano che Dio era presente in quei poveri e in quelle suore. Non si spiega altrimenti il solenne funerale di stato (l’unica straniera ad averne beneficiato) col quale è stata sepolta nella sua Calcutta; e il Premio Nehru conferitale nel dicembre 1972 da Indira Gandhi, la quale le disse: “Lei rappresenta tutto quello di cui l’India ha bisogno: un amore attivo per i più poveri”.

 

2) La rivoluzione dell’amore. Nel suo testamento scrive: “Non abbiate paura di amare. In India c’è la fame e a volte qualcuno muore di fame. Ma c’è nel mondo una fame molto più grande, la fame di amore, una terribile solitudine, un terribile rifiuto”.

Ha evangelizzato con l’amore gratuito e totale ai più poveri. Ha congiunto in modo strettissimo, indissolubile, l’amore di Dio e l’amore dell’uomo. L’uno non sta senza l’altro. Un giovane medico indiano che si è fatto suo fratello le diceva: “Madre io sono venuto da lei per fare il medico dei lebbrosi, per curare i lebbrosi”. La Madre gli risponde. “No, tu sei venuto per consacrare la tua vita a Dio e per amare di più Gesù Cristo. Poi andrai anche a curare i lebbrosi. Ma prima viene Dio, il resto è una conseguenza”.

Madre Teresa non considera il problema dei poveri e della povertà nel suo assieme. Non pretende di risolvere i problemi dei poveri, non vuole soccorrere tutti i lebbrosi, ma incomincia a lavare e medicare i primo lebbroso che incontra, poi il secondo, poi il terzo e così via. In ciascuno vede Gesù. Non esistono i poveri, esiste il povero. Non esistono gli ammalati, esiste l’ammalato.  Non esistono i lebbrosi, esiste il lebbroso.

Madre Teresa era refrattaria alle ideologie sociali. L’analisi marxista della società, che tanto ha affascinato anche non pochi cattolici negli anni settanta e ottanta, non sapeva cosa fosse. Non voleva “cambiare le strutture” e “conquistare il potere” e nemmeno voleva fare “la lotta di classe” per ottenere giustizia.

Più semplicemente voleva amare i poveri e amare i ricchi. A Milano nel 1973, rispondendo ad una domanda su questo tema, ha detto: “Le sorelle sono diventate un ponte sul quale  i poveri e i ricchi si incontrano e si aiutano reciprocamente.  Io penso che questo amore porterà la pace nel mondo, perchè la conoscenza l’uno dell’altro è amore e l’amore è servizio”.

 

E’ stata accusata dai progressisti che la sua azione caritativa era funzionale al capitalismo; al contrario è diventata la più forte critica al capitalismo e all’egoismo dei ricchi.

La rivoluzione cristiana è questa. Noi cristiani crediamo che l’amore di Cristo ha già cambiato il cuore dell’uomo e la società e ancor più la cambierà in futuro, Dobbiamo amare l’uomo, tutti gli uomini perchè è questo amore gratuito e totale che rivoluziona senza alcuna violenza le regole del vivere umano.

 

 

3) La rivoluzione della sofferenza. Il valore redentivo della sofferenza.

Quando visita un ammalato, un povero, Madre Teresa non fa come facciamo noi che cerchiamo di consolarlo e di auguragli la pronta guarigione. Gli dice: “Dio ti vuole bene. La croce che tu porti è positiva per la tua vita e per la vita del mondo. Accettala con umiltà e amore dalle mani di Dio e pregarlo di dartene la forza”.

 

Il mondo rifiuta la sofferenza, il sacrificio, la rinunzia, la morte. La vita è presentata come un divertimento, una soddisfazione dei nostri piaceri. Quante volte intervistano attori o persone importanti e chiedono: “Come va il suo lavoro?”. La risposta è inevitabile: “Mi diverte, mi diverte molto”. Il lavoro diverte! Poi magari non è vero, fanno fatiche e rinunzie notevoli, ma debbono apparire soddisfatti, contenti. I giovani vengono educati a questo, a cercare il divertimento. Rifiutano i lavori pesanti, gli studi impegnativi. Non capiscono più la rinunzia, il sacrificio, anche il piccolo “fioretto alla Madonna” a cui noi eravamo educati non sanno più cosa sia. Non è colpa loro: la società e le famiglie in genere sono così.

 

Madre Teresa ha dato valore alla sofferenza, alla povertà. Quando è venuta a Milano la prima volta nel 1973 per la Giornata missionaria mondiale, una sera l’abbiamo accompagnata alla Chiesa del Corpus Domini tenuta dai Carmelitani e un padre carmelitano che conosceva i barboni del parco del Castello ci ha accompagnati in visita a questi anziani che dormivano sulle panchine del parco. Il carmelitano si avvicina ad un uomo che era su una panchina avvolto in coperte. Lo tocca e gli dice: “Carletto, ti ho portato un bel regalo. Madre Teresa è venuta a salutarti”.

Madre Teresa gli tende la mano e gli dice una frase in inglese. Il vecchietto dice: “Ueila, mi capisi no”. Il padre traduce: “La Madre dice che Dio ti vuole bene, è il tuo miglior amico”. Madre Teresa parla così: va subito ai temi di fondo della vita e tocca i cuori.

Il Carletto si alza e dice: “Ha proprio ragione, tutti mi hanno abbandonato, Dio no, mi vuole bene”. La Madre gli da una caramella, lui la scarta e la mangia subito ringraziando. Poi la Madre diceva: “I poveri sono sereni come bambini, sanno godere anche delle piccole cose. Comunicano il sorriso. Vorrei vedere quante persone che vivono nei palazzi qui attorno, in case confortevoli, sono capaci di questa gioia dormendo su una panchina all’aperto e nel ricevere il piccolo dono di una caramella”.

 

Ha dato un significato e uno scopo alla sofferenza. Ha inventato “I Cooperatori della Sofferenza” che adottano le singole suore, soffrendo i loro malanni e offrendo la loro sofferenza per loro. Madre Teresa ha fondato le sue case nei paesi ricchi d’Europa e diceva: “La povertà spirituale del mondo occidentale è maggiore della povertà materiale della nostra gente in India. Voi in Occidente avete milioni di persone che soffrono terribilmente di solitudine e di vuoto. Si sentono non amate, non desiderate”[2].

 

 

4) La rivoluzione dei poveri che sono speranza. Quante volte la Madre Teresa ha detto questo: “I poveri sono speranza, danno speranza”.

“I poveri sono la speranza dell’umanità”. E’ una frase di Madre Teresa che rivoluziona una visione della povertà, da tutti considerata come negativa, da togliere dalla faccia del mondo.

Perchè speranza? “Perchè i poveri sono la riserva di umanità di cui tutti abbiamo bisogno, la riserva di amore, la riserva di capacità di soffrire e di gioia”.   “I poveri ci danno più di quanto noi diamo a loro. E’ gente molto forte, che vive giorni interi senza mangiare. Dobbiamo imparare molto da loro”.

 

La Madre ha fondato le Missionarie della Carità sul fondamento di una vita povera, non solo materialmente, ma mettendo regole strette per non possedere nulla. Una volta, a Calcutta, un ricco indiano dice alla Madre che voleva mettere una grande somma di denaro in banca a suo nome (10 laks di rupie, circa 100 milioni di lire degli anni settanta) e ogni anno avrebbe ricevuto gli interessi per mantenere le sue opere. La Madre rifiutò, non voleva avere nulla da parte, quel che riceveva lo spendeva giudiziosamente senza sprecare nulla, ma nel servizio dei poveri. Il magnate indiano si convinse a portare la somma alla Madre, che gli spiegò come intendeva spendere quella grande fortuna finanziaria. Alle sue suore scriveva: “La povertà deve diventare sempre più la vostra gioia, la vostra libertà e la vostra forza… E’ meglio che la Congregazione muoia, se essa mitiga la sua povertà[3]”.

 

Negli anni sessanta del Novecento, Propaganda Fide voleva mandarle ogni tre mesi 25.000 dollari per il mantenimento delle sue suore e novizie in India. La Madre rifiuta scrivendo: “Non voglio una sicurezza per le mie suore, non voglio denari in banca né un reddito sicuro da qualche parte. Dobbiamo vivere di fiducia nella Provvidenza. Il nostro pericolo maggiore è di diventare ricche”[4].

 

 

 5) La rivoluzione della gioia. Madre Teresa diceva sempre: “Siate serene, siate piene di gioia”. La gioia che viene dalla fede. Voleva che le sue suore fossero gioiose, manifestassero nel loro sorriso, la gioia di servire il Signore Gesù nei poveri.  Ad una suora che usciva al mattino col volto stanco e sofferente lei dice: “Sorella, vai a riposarti, non si va tra i poveri con quella tristezza, bisogna andare con gioia”.

Un giornalista americano, che la vede curare un lebbroso toccandone le piaghe e con sorriso sulle labbra, le dice: “Io non lo farei per un milione di dollari”. La Madre risponde sorridendo: “Neanch’io”.

 

Madre Teresa ha scritto: “Il servizio di Dio e delle anime è sempre duro. Ma il vero amore porta gioia. Un cuore gioioso è il risultato di un cuore che brucia d’amore. La gioia non solo arricchisce la nostra vita, ma è una rete d’amore con la quale potete catturare molte anime”[5].

La gioia è essenziale nella vita delle suore. Nelle lettere alle sue suore si legge (aprile 1964): “La disposizione all’allegria è una delle virtù principali richieste ad una missionaria della carità”.

Il mistero di questa gioia è che le suore la vivono in situazioni umanamente e socialmente così degradate, che dovrebbero generare tristezza, disperazione e pessimismo. Non solo, ma il loro lavoro non ha prospettive di soluzione. Quei poveri saranno poveri anche domani. Eppure chi vede le suore di Madre Teresa lavorare vicino a poveri che vivono nella miseria e nella sporcizia, con piaghe aperte e putride, si chiede: come fanno a sorridere? Eppure sorridono e vanno avanti e questo interroga chi le accompagna anche solo in una visita ai più poveri dei poveri.

 

 

  6) La rivoluzione della famiglia e la difesa della vita. Uno dei temi preferiti di Madre Teresa nei suoi discorsi era la famiglia. “La famiglia che prega unita rimane unita… Nella famiglia l’uomo impara ad amare ed essere amato… La vera educazione viene dalla famiglia…”.

L’altro punto base era la difesa della vita, la condanna dell’aborto, che Madre Teresa chiamava “omicidio”. Nel 1979 le hanno dato il Premio Nobel per la Pace, ma molti organi della stampa internazionale hanno condannato Madre Teresa perché voleva proibire l’aborto e la contraccezione.

Ricevendo il Nobel, Madre Teresa ha scioccato il mondo esprimendo il suo orrore per l’aborto e ha detto: “Oggi l’aborto è il più grande distruttore della pace, perché se una madre può uccidere il proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me».
Il padre Joseph Babu, portavoce della Chiesa indiana, ha detto[6]: “Madre Teresa enfatizzava il valore della vita umana nel contesto di un dilagante abuso da parte della scienza nell’interrompere la vita piuttosto che coltivarla. L’aborto è sempre e comunque un odioso crimine contro l’umanità e Madre Teresa non si stancava mai di ripeterlo seguendo l’insegnamento della Chiesa. Quando con la scusa del controllo delle nascite ci si prendeva la libertà di porre fine ad una vita, Madre Teresa si opponeva dicendo: «Dateli a me, me ne prendo cura io». In questo modo ha accudito migliaia di bambini abbandonati in tutto il mondo. E questo era il suo messaggio a tutti: gli esseri umani devono essere amati e curati perché sono doni di Dio”.

 

Parte terza –  “La missionaria” Madre Teresa icona della missione

Madre Teresa appare oggi come la grande “missionaria”, il personaggio della missione alle genti più conosciuto, ma anche il modello della missione del  nostro tempo.

Quando Giovanni Paolo II ha beatificato Madre Teresa, il 19 ottobre 2003, ricorreva la Giornata missionaria mondiale che ogni anno richiama il dovere missionario a tutti i credenti in Cristo. Nel discorso per la sua beatificazione il Papa ha detto:

“E’ significativo che la sua beatificazione avvenga proprio alla vigilia del giorno in cui la Chiesa celebra la Giornata Missionaria Mondiale.  Con la testimonianza della sua vita Madre Teresa ricorda a tutti che la missione evangelizzatrice della Chiesa passa attraverso la carità, alimentata nella preghiera e nell’ascolto della parola di Dio. Emblematica di questo stile missionario è l’immagine che ritrae la nuova Beata mentre stringe, con una mano, quella di un bambino e, con l’altra, fa scorrere la corona del Rosario.

“Contemplazione e azione, evangelizzazione e promozione umana: Madre Teresa proclama il Vangelo con la sua vita tutta donata ai poveri, ma, al tempo stesso, avvolta dalla preghiera”.

 

La missione alle genti sta vivendo un periodo di difficoltà, come diceva Giovanni Paolo II nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990): “La missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è in fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti n Cristo. Nella storia della Chiesa infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità,  come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede”.

 

E’ un dato di fatto che constatiamo anche noi qui in Italia. Domenica prossima ricorre la Giornata missionaria mondiale di quest’anno, quando in tutte le Chiese cattoliche del mondo si dovrebbe parlare dei missionari e della missione ai non cristiani. Ma da indagini recenti risulta che il tema missionario è quasi scomparso nella predicazione di questa domenica, a volte solo ricordato per dire che le offerte verranno mandate a Roma per essere distribuite fra tutte le missioni del mondo.

 

Ma la crisi che più preoccupa è quella delle giovani Chiese, che dovrebbero essere proiettate verso i non cristiani,  mentre “per difficoltà interne ed esterne”, come dice il Papa, hanno la tentazione di rinchiudersi in se stesse, coltivando il piccolo gregge lasciato in eredità dai missionari.

 

   Perché Madre Teresa è l’icona della missione

 

Per capire l’importanza di Madre Teresa bisogna vederla nel contesto del mondo missionario: è la prima santa del continente India, più d’un miliardo di abitanti, quasi il doppio di quanti vivono nei 27 paesi dell’Unione Europea. Ed è la prima missionaria dei nostri tempi che viene beatificata dalla Chiesa e non per il martirio, ma proprio per le virtù eroiche nell’esercizio della missione. E’ la santa del “terzo mondo”, che di santi riconosciuti ne ha troppo pochi!

 

Ecco per quali motivi Madre Teresa può essere venerata, pregata e imitata come “Modello e icona della missione alle genti”:

 

1)  La crisi della missione alle genti nasce anzitutto dalla crisi della fede nel mondo cristiano.  Madre Teresa non parla mai di problematiche teologiche collegate alla missione, però va alla radice e supera “le difficoltà interne ed esterne” insistendo sulla fede, l’amore a Cristo, la tensione verso la santità e la povertà che deve nutrire ogni missionario, convinta che la conversione del cuore a Cristo fa capire e sperimentare la bellezza e l’urgenza della missione alle genti ed è la chiave che apre ogni barriera e ostacolo alla missione.

 

Parlando alle Missionarie dell’Immacolata a Milano (le suore del Pime), nella sua visita in Italia del 1977, la Madre diceva[7] che la vita delle sue suore è fondata sulla preghiera e sulla penitenza, la mortificazione “di cui nel mondo ricco si parla pochissimo e che invece dovremmo ricuperare”. Ed ha raccontato come vivono le sue suore per avere l’esperienza della povertà e capire e avvicinare i poveri[8]: “Dobbiamo capire e sperimentare la povertà, se vogliamo capire i poveri”.

 

“La giornata è dedicata anzitutto alla preghiera, circa quattro ore al giorno. La povertà è vissuta con tante piccola rinunzie e poi con la penitenza corporale. Le suore mangiano quel che viene offerto dalla cuciniera, senza scelte. Dormono per terra su un stuoie e con una coperta. Hanno solo due vestiti, due sari e se li lavano personalmente senza stirarli. Non prendono mai nulla fuori pasto e non bevono mai caffè  né vino,  nemmeno ai pasti. Infine la penitenza corporale, Le suore portano il cilicio ai fianchi, una catenella con punte e al mattino si danno sulle spalle e sulla schiena la penitenza, dai 30 ai 50 colpi, anche le postulanti e le novizie. Tutto questo serve per mantenere il corpo mortificato e il controllo delle proprie tendenze”.

 

Suor Damiana, che era missionaria in India, dice alla Madre: “Siamo rimaste impressionate di quanto lei ieri ci ha raccontato delle sue suore. Lei pensa che questo sia un carisma particolare del suo istituto, oppure che tutte le religiose dovrebbe sforzarsi di fare lo stesso?”. La Madre risponde: “E’ una necessità per tutte le religiose. Come possiamo comprendere i poveri, se non viviamo la povertà? E  noi abbiamo una povertà accettata per amore di Cristo, i poveri hanno una povertà subìta come violenza. La povertà e la penitenza sono una esigenze di ogni vita religiosa, di chiunque si consacri a Dio. Come possiamo servire Cristo in castità, obbedienza e povertà, se non ci sforziamo di vivere la sua stessa vita povera?”.

 

Un giornalista chiede alla Madre a cosa attribuisce la scarsezza di vocazioni sacerdotali e religiose. Risponde: “Le nostre congregazioni e le nostre diocesi non offrono più ai giovani una sfida, ma una sistemazione”.

 

 

2)  Il “miracolo” compiuto da Madre Teresa, col suo stile di vita descritto sopra, è questo: in un paese come l’India e nel tempo della rinascita di un induismo che da vari partiti politici è esaltato come bandiera dell’identità indiana, la Madre ottiene premi dal Governo dell’India e il funerale di stato, unica straniera ad avere questo privilegio. Eppure non faceva mistero della sua fede, parlava facilmente di Gesù Cristo e della Madonna e dichiarava più volte: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. In altra occasione ha dichiarato: “Molti in India hanno fame di pane, ma molto più grave è la fame di conoscere il vero Dio”. In tutte le sue istituzioni c’è un grande Crocifisso (in statua o in un quadro) con la scritta “I thirst!” (“Ho sete!”, di anime naturalmente)..

In India la Madre non è mai stata accusata di “proselitismo”, accusa molto comune verso i missionari, che a volte porta all’espulsione dal paese. Eppure nell’assistenza ai poveri da parte delle sue suore si sono verificate anche conversioni a Cristo, ma non hanno mai avuto nessun fastidio dalle autorità.

 

3) Giovanni Paolo II ha proposto Madre Teresa come modello e icona della missione alle genti, perchè ha centrato nella sua vita i due elementi essenziali della missione della Chiesa che valgono per sempre: Cristo e il suo “Ho sete” sulla Croce, ho sete di anime e  la nostra risposta di portare questa “Buona Notizia” a tutta l’umanità. Poi ci sono i molti problemi della missione moderna, l’incontro e il dialogo con le religioni e le culture, i problemi sociali e le ingiustizie a cui bisogna porre rimedio, l’inculturazione del messaggio cristiano.

Madre Teresa ignorava questi problemi, non ha mai studiato l’induismo o fatto il dialogo con gli indù, ma li amava e ne era ricambiata. Con il suo amore sacrificato a Cristo e la sua vicinanza ai più poveri dei poveri è il modello di tutto quello che è indispensabili ai missionari ed a tutti i cristiani. Lei andava all’essenziale che sta alla base della missione e della vita di ogni missionario, che poi può anche fare il teologo o impegnarsi nel dialogo interreligioso.

Conosciamo le difficoltà che incontra oggi la missione alle genti.  Soprattutto bisogna ricordare, specialmente in Asia continente delle grandi culture e religioni, la “debolezza cristologica” di una certa teologia missionaria, che tende a “spostare il soggetto della missione dalla Chiesa a Cristo e da Cristo al Regno”.

 

Per dialogare con le religioni si tende a mettere in ombra la persona di Cristo, uomo-Dio morto in croce per salvare l’umanità, perché Cristo “fa difficoltà”. Si preferisce parlare di “valori” del Vangelo (pace, perdono, dignità di ogni uomo, giustizia, solidarietà). Si predica il messaggio tacendo a meno del messaggero, si parla del Regno ignorando il Re. Tutto questo rischia di ridurre l’evangelizzazione ad una attività prevalentemente sociale, caritativa e di organizzazione degli aiuti. Anche in Italia, l’animazione missionaria rischia la stessa deriva sociologica e perde il fascino e la provocazione personale che viene da Cristo.

Madre Teresa va contro-corrente. La sua vita e quella delle suore testimoniano la fede in Cristo contemplato nell’Eucarestia, amato come un fratello in ciascuno dei poveri. Madre Teresa e le suore non ne fanno mistero.

 

A chi le chiedeva il senso del suo impegno per i poveri diceva sempre: “Noi non siamo assistenti sociali, che si muovono per un progetto. Noi ci muoviamo per Qualcuno, Cristo che sulla Croce dice: Ho sete!”. Ma missione quindi, prima di essere opere di bene da fare è di partecipare alla “sete” di Gesù e rendere presente il suo amore per ogni uomo.

 

Questo ritorno all’essenziale della missione attira molto i giovani, come dimostra la crescita travolgente delle Missionarie della Carità, giunte a 5000 e più suore professe in meno di cinquant’anni, con la vita severa e povera della congregazione.

Madre Teresa dimostra che c’è una straordinaria convergenza e consonanza fra Cristo e il senso dell’umano, dell’umanesimo, delle corde profonde di ogni uomo, al di là di ogni razza, lingua, età, religione e cultura. Ogni uomo, conoscendo Madre Teresa, capisce e sente profondamente che lì c’è veramente tutto quello a cui lui aspira, capisce che lì c’è Dio. E ogni uomo, anche quelli che si dichiarano atei (e non lo sono), aspira anche inconsciamente a conoscere Dio.

 

Alla fine del luglio 2010 è stato chiesto a padre Joseph Babu, portavoce dei vescovi dell’India, quale impatto ha avuto ed ha sulla società indiana la presenza di Madre Teresa. Ecco la risposta[9]: “Madre Teresa esercita un fascino universale qui in India. Gente di diversa fede e cultura ha di lei un’alta considerazione, ritenendola una santa. Vanno alla sua tomba a pregare e in questi giorni partecipano agli eventi previsti in diverse parti dell’India per ricordare il centenario della sua nascita. Qui a New Delhi, la CBCI (Conferenza episcopale) sta organizzando le funzioni pubbliche per renderle omaggio e il presidente dell’India sarà l’ospite principale della cerimonia del 28 agosto”.

 

[2] “Madre Teresa di Calcutta e i suoi collaboratori – Missione d’amore”, a cura di Kathryn Spink, Rusconi 1986, pag. 12.
[3] Sebastian Vazhakala, “Vita con Madre Teresa – Testimonianze, lettere, immagini inedite”, Elvetica Edizioni, Morbio Inf. (Svizzera), pag. 86. Padre Sebastian è il sacerdote che assieme a Madre Teresa ha fondato i “Missionari della Carità contemplativi”, uno dei tre rami maschili della Congregazione.
[4] P. Gheddo, “Tre giorni con Madre Teresa”, in “Popolo della vita –Madre Teresa a Milano”, Emi 1977, pag. 29.
[5] J. Neuner, “Mother’s Theresa Charism” (Il carisma di Madre Teresa), in “Vidyajyoti”, marzo 2001, pagg. 179-192. Vedi anche: “Giuseppe Caffulli, in “Ho sete – Alle sorgenti del carisma di Madre Teresa di Calcutta”, Pimedit 2003, pagg. 11-35.
[6] Maria Elena Finessi, “Intervista a padre Joseph Babu, portavoce della Chiesa indiana”, Agenzia Zenit, 29 luglio 2010.
[7] P. Gheddo, “Popolo della vita – Madre Teresa a Milano”. Emi 1977, pagg. 55-64.
[8]  P. Gheddo, “Popolo della Vita – Madre Teresa a Milano”, Emi 1977, pagg. 27-28.
[9] Maria Elena Finessi, “Intervista a padre Joseph Babu, portavoce della Chiesa indiana”, Agenzia Zenit, 29 luglio 2010.

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