Padre Giovanni Zimbaldi apostolo dei  Lahu in Birmania e Thailandia – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, siamo nell’anno sacerdotale e vi ho già presentato due missionari del nostro tempo, padre Paolo Ciceri che vive in Bangladesh (agosto 2009) e Padre Augusto Colombo, morto nell’agosto 2010 dopo 57 anni in India, apostolo dei “paria” (febbraio 2010). Parecchi di voi mi hanno telefonato o scritto ringraziandomi di aver fatto loro conoscere figure e modelli concreti di missionari innamorati di Cristo e della missione. Li ringrazio.
    Questa sera vi presento un altro missionario del Pime, padre Giovanni Zimbaldi di Monza, mio compagno di classe nel seminario teologico del Pime (ambedue siamo nati nel 1929), missionario in Birmania e poi in Thailandia, dove ancora vive fra i tribali “lahu” nel Nord del paese, e tra loro ha fondato la Chiesa.
                                          
    Cari amici, questa è la storia di un prete che “non fa notizia”, direbbero i  giornalisti: “Il bene non fa notizia, il male sì”. Infatti, ad esempio, i telegiornali sono in gran parte occupati da furti, rapine, omicidi, processi, incidenti stradali, disastri naturali, guerre, terrorismi e crisi economiche. Non si diffondono le “buone notizie”, ma quelle negative: poi ci lamentiamo perchè siamo pessimisti, manchiamo di speranza, non nascono più bambini, i giovani non hanno ideali.
 
    Ma la realtà non è solo quella che vediamo in Tv e sui giornali. I missionari italiani sono ricordati solo se vengono uccisi o se protestano contro il governo. Eppure ci sono tanti bei tipi con cose interessanti da raccontare. Ma “non fanno notizia”. La gente comune ne sarebbe interessata, giornali e telegiornali no. Scusatemi di questo sfogo, ma da quasi sessant’anni faccio parte anch’io della categoria giornalisti e posso permettermi di criticarli.
 
    La mia catechesi si sviluppa in tre parti:
 
1)    La prima missione di padre Gianni in Birmania fra i “lahu” dei quali impara bene la lingua (1958-1966)
2)    La seconda missione in Thailandia ancora fra i lahu, gli ikò e gli akhà, che si estende anche in Laos (dal 1972 fino ad oggi). Come avvengono le conversioni, come nasce la Chiesa.
3)    Come la missione combatte la piaga dell’oppio in Thailandia e in Birmania.
 
      Primo – La mia prima missione in Birmania (Myanmar)
 
 
     Padre Gianni Zimbaldi vive fra i non cristiani dal 1958 quando è andato in Birmania fino ad oggi ed esercita la vera “missione alle genti”. Questa è una bella e grande notizia per noi credenti. A 81 anni compiuti, continua a svolgere il suo apostolato fra i “lahu”, popolazione tribale pagana che si sta convertendo a Cristo. Interessante il fatto (ecco un’altra “notizia”) che, fondando la Chiesa fra i Lahu, gli Ikò e gli Akhà, padre Gianni svolge un’opera sociale importante anche per noi: seguendo le indicazioni della Conferenza episcopale della Thailandia, convince e aiuta i tribali a non coltivare l’oppio.
 
     A Mongpok dove nasce la Chiesa
 
     Ma l’impegno principale della sua vita missionaria è di annunziare Cristo a importanti popoli tribali dell’Asia, che vivono dispersi nelle regioni di confine tra quattro paesi: Cina, Birmania, Thailandia e Laos. E’ stato il primo, uno dei primissimi missionari fra queste tribù e vi ha fondato la Chiesa. La sua avventura, cari amici di Radio Maria, è una storia paragonabile a quelle degli Atti degli Apostoli. Allora la Chiesa nasceva in Palestina e nell’Impero romano. Oggi, duemila anni dopo, nasce in Asia fra i lahu e altri gruppi tribali: Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono con i missionari, come alle origini con gli Apostoli. Ecco perchè vi racconto la vita di questo missionario, testimone vivente di come nasce la Chiesa.
 
     La prima missione di padre Gianni è stata la Birmania, dov’è andato nel 1958, nella diocesi di Kengtung, che oggi ha un vescovo locale, mons. Peter Luis Chaku, ma allora era nata da circa trent’anni, aveva ancora un vescovo italiano, mons. Ferdinando Guercilena, e stava estendendosi a tutto l’immenso territorio, pari a quello dell’Italia settentrionale, con varie tribù che ancora non conoscevano Cristo.
 
     Padre Gianni arriva dall’Italia a Kengtung nella Pasqua del 1958. Celebra la Festa col vescovo e i cristiani e dopo un mese, nel quale ha cercato di imparare qualcosa della lingua lahu con un maestro cattolico, viene portato a Mongpok, a quattro giorni di cavallo dal centro della missione, in un villaggio fuori dal mondo, senza strade, senza comodità moderne, senza negozi o mercati oltre a quello di villaggio dove si scambiano i prodotti della terra e dell’artigianato. Con lui c’era padre Grazioso Banfi, in Birmania da prima della seconda guerra mondiale. Abitavano nella casa del parroco in muratura, costruita vent’anni prima dal vescovo mons. Erminio Bonetta.
 
     La storia di com’è nata quella casa è indicativa della situazione della missione di Kengtung. Quando nel 1929 il beato padre Paolo Manna, allora superiore generale del Pime, visitò le missioni del Pime in Birmania, i missionari vivevano in situazioni disumane. Lontani giornate e giornate di cavallo dalla cittadina di Kengtung dove c’era il vescovo e si trovava un medico con un piccolo ospedaletto, cibo nutriente e una certa stabilità mantenuta dai colonizzatori inglesi, nei villaggi in cui abitavano, tormentati dalle guerre tribali e dal brigantaggio, non c’era nulla se non il mercato di villaggio in cui si scambiavano i prodotti della terra e dell’artigianato. I missionari vivevano più o meno come i tribali, la cui media di vita era sui 35-36 anni circa.
     Padre Manna vede la situazione e dice al vescovo: “In questa prefettura apostolica troppi missionari muoiono giovani per malattie curabili e dovute alla denutrizione e alla vita in capanne di fango e paglia. Se lei vescovo non provvede a ciascun missionario cibo migliore e una casa in muratura, non le manderò più nessun giovane”. Così nasce la casa parrocchiale di Mongpok.
 
     La casa di Mongpok era in muratura a due piani, con due stanze in basso sulla sinistra e uno stanzone a destra per i ragazzi dell’orfanotrofio; al piano superiore due stanze da letto più il salone. In basso c’era una stanza dove si mangiava che serviva anche come ufficio del prete e un’altra stanza con le medicine, una specie di ambulatorio. Nella missione vivevano due catechiste-suore, una congregazione fondata da mons. Bonetta, che facevano da cucina in cortile sotto una tettoia o nella capanna di fango dove abitavano. La chiesa invece era di fango e bambù: un telaio di bambù su cui mettono il fango (della terra con cui si fanno i mattoni) che si indurisce e diventa forte. Il tetto di paglia, il pavimento di terra (o di cemento).
 
     Interessante l’esperienza del Pime in Birmania con la suore-catechiste fondate da mons. Erminio Bonetta negli anni trenta, che sono ancora di grande aiuto nell’apostolato missionario. Il vescovo voleva dotare tutte le missioni di due-tre suore, ma non ne aveva in numero sufficiente. Allora istituisce le catechiste-laiche, giovani donne che fanno i voti temporanei rinnovabili e quindi possono sposarsi se vogliono. Sono buone cristiane senza pretese, vivono in comunità, spesso anche in grande povertà. Aiutano il prete e lo sostituiscono quando deve assentarsi, recandosi anche in villaggi lontani a portare l’Eucarestia dove il prete non può andare. Nel 1963 erano dodici, oggi una cinquantina.
 
     “Pensando al villaggio e alla regione in cui vivevo – dice padre Gianni – quella casa molto rudimentale in tutto mi pareva una reggia”.  E così continua[1]:  “Il mio primo impegno era di studiare la lingua lahu con un maestro cinese che sapeva qualcosa di inglese. Non c’era  nessun libro, eccetto un quadernetto di una ventina di pagine, con l’alfabeto e qualche decina di parole, che spiegava i vari toni. Poi c’erano alcuni opuscoli con le preghiere in lahu e un libro con i quattro Vangeli ridotti ad uno solo, che aveva composto padre Portaluppi in shan e poi l’avevano tradotto in lahu e in akhà.
     “Io parlavo col catechista e con la gente, imparando a memoria e scrivendomi le parole che imparavo. Sono andato a Mongpok nel maggio 1958 e poi a novembre sono tornato a Kengtung per gli esercizi spirituali. Quando sono tornato a Mongpok il vescovo mi ha detto: “Adesso tu sai un po’ di lahu e puoi stare da solo. A marzo tornerà dall’Italia padre Banfi e verrà con te a  Mongpok”.
      “In quei mesi in cui ero da solo, cercavo di imparare la lingua e poi andavo a visitare i villaggi. Il primo Natale ho messo fuori dei cartelli con Buon Natale in lahu; avevo un fonografo a manovella e suonavo qualche inno e canti in italiano per fare un po’ di festa. Ricordo che in quel primo Natale una bambina mi dice: “Padre, voglio ricevere il Battesimo”. Era una pagana che aveva visto la nostra festa e voleva diventare cattolica anche lei. Me l’ha detto e ripetuto e mi ha commosso.
     “Mongpok era a quattro giorni di cavallo da Kengtung dove si andava in carovana al massimo due volte l’anno per pochi giorni, per fare le provviste. Quando poi è venuto con me il padre Banfi, mi sono accorto che il lahu l’aveva imparato male perchè i padri che venivano prima di me avevano imparato bene lo shan che era la lingua veicolare della regione di Kengtung, ma poi la lingua del popolo tra cui vivevano la sapevano in qualche modo, non l’avevano mai studiata, Ricordo un vecchio catechista che mi diceva: “Quando c’era tra noi il padre Portaluppi, non si capiva niente di quel che diceva nelle prediche. Lui diceva che parlava il lahu, ma noi non capivamo se parlava il birmano o lo shan o il lahu”.
 
     In quel momento – dice padre Zimbaldi – ho pensato: “E’ proprio vero che la missione la fa lo Spirito Santo, noi missionari siamo strumenti talmente imperfetti che parliamo e non capiscono nemmeno se parliamo la loro lingua o un’altra lingua!”. E aggiunge: “I miei otto anni di Birmania sono stati affascinanti, nonostante la povertà, l’isolamento, le difficoltà, i pericoli di guerriglieri, i briganti e le belve feroci. La semplicità e la cordialità di quel popolo mi è rimasta dentro, come pure la loro gioia e fede quando il Signore dava loro la grazia di convertirsi. Sono tornato dalla Thailandia in Birmania per brevi visite e sempre incontro dei lahu che mi riconoscono e mi fanno festa. Quanta commozione, trenta o quarant’anni dopo!”.
 
     Negli anni sessanta, la missione di Mongpok contava 1.800 cattolici e catecumeni dispersi in 17 villaggi lontani 3 – 5 – 7 ore di viaggio a cavallo da Mongpok. Ogni anno i missionari amministravano il Battesimo a una cinquantina di adulti, ma l’ambiente era ancora totalmente pagano, non preparato al Vangelo.
 
     Questa la vita di padre Zimbaldi sulle montagne e nelle foreste della Birmania orientale, ai confini con la Cina, fino al 1966, quando i militari hanno instaurato la dittatura comunista che dura tuttora ed espulso tutti i missionari più giovani. Dopo alcuni anni in Italia e negli Stati Uniti, nel 1972 è andato a fondare la missione del Pime in Thailandia, dove ancora ha incontrato i Lahu, di cui è l’unico occidentale che parla e scrive bene la lingua. Ma di questo dirò più avanti.
 
      Chi sono i Lahu di Birmania e Thailandia
 
     I lahu sono originari del Tibet, disprezzati dai birmani e dai thailandesi che hanno occupato le pianure fertili spingendoli sui monti e tra le foreste. Specialisti della caccia nella giungla, della quale conoscono tutti i segreti: come si cacciano i singoli animali, le erbe e le radici commestibili, i serpenti velenosi, come ritrovare il sentiero quando ci si perde in foresta. Vivono di un’agricoltura primitiva tagliando le foreste e piantando il loro riso asciutto. Ogni tre o quattro anni debbono cambiare campo perchè la terra non è più fertile. Abitano in capanne su palafitte di legno, bambù e paglia, senza finestre. Nel villaggio si pratica anche la pesca e si allevano animali da cortile, che in genere sono custoditi sotto le capanne in palafitte. Il loro cibo è costituito da riso condito con sale, peperoncino e verdure, qualche volta carne e pesce, frutta selvatica. Sono molto poveri, ma specialmente in Thailandia stanno entrando nel mondo moderno.
    I primi protagonisti di questo inserimento sono stati i missionari cristiani, cattolici e protestanti, che hanno accompagnato ed educato i tribali con le scuole, i dispensari medici, i lebbrosari e le altre opere di carattere sociale. Oggi i lahu, come gli altri tribali, coltivano il papavero dell’oppio e partecipano al suo commercio quasi tutto clandestino, verso le grandi città di pianura (Cheng-mai e Bangkong in Thailandia) dove, trasformato in eroina, prende le vie dell’America e dell’Europa.
 
     Oggi si calcola che i lahu sono circa 750 mila, di questi 470 mila sono rimasti in Yunnan (Cina), 200 mila in Birmania, 82 mila in Thailandia, 8.700 in Laos e 6 mila in Vietnam. Oltre ai Lahu ci sono i Meu, i Karen, gli Ikò, i Lishò, ecc. Padre Zimbaldi dice: “Fin che i Lahu saranno costretti a vivere in condizioni di isolamento e di miseria, è naturale che continuino la coltivazione dell’oppio, una delle loro poche risorse per vivere. Il governo thailandese si preoccupa, giustamente di eliminare la coltivazione dell’oppio: viene l’esercito sulle montagne e brucia i campi d’oppio, arresta i trafficanti, distrugge i laboratori primitivi in cui l’oppio viene trasformato in eroina. Tutto giusto ma bisogna andare alla radice di questa piaga: bisogna cioè offrire ai tribali migliori condizioni di vita, educazione e possibilità di progresso, inserendoli nella vita della Nazione, non lasciandoli isolati”.
 
     P. Gianni svolge appunto questo lavoro: visita i villaggi Lahu (e gli altri tribali) sulle montagne, fonda le scuole, cooperative, dà aiuti per migliorare le coltivazioni, concede prestiti senza interesse a quei villaggi che avendo perso il raccolto sono alla fame e s’indebitano con gli usurai cinesi o thailandesi della pianura, i quali prestano denaro al tasso del 60-70% d’interesse l’anno!
     Ma il lavoro più importante – continua Gianni – lo svolgo qui a Fang, dove raccoglie oltre 150 ragazzi e ragazze per farli studiare. Vivono con me nella mia residenza e imparano molte cose; anzitutto la lingua thai e la conoscenza dell’ambiente thai, poi tutto quello che si insegna nelle scuole del governo, che sui monti non avrebbero mai imparato. Qui in casa, dove insegnamo loro anche la lingua lahu, i ragazzi e le ragazze vivono e lavorano insieme, attendono alla pulizia, all’orto, mentre per la cucina e la lavanderia ho diverse donne che vengono ad aiutarmi. Questi giovani rappresentano il futuro della loro tribù; quando hanno finito di studiare qui a Fang nelle scuole elementari e secondarie, i migliori li mando, a mie spese, a Chiang-Mai, dove diventano maestri, infermiere, meccanici, funzionari governativi. La tribù lahu, fino ad oggi isolata sui monti, può avere alcuni suoi esponenti che si inseriscono nel mondo moderno e poi aiutano gli altri ad elevarsi.
 
     E’ facile per loro, che vivono liberi in foreste e monti, adattarsi alla città e alla scuola quotidiana?
 
     E’ molto difficile. Infatti nonostante che io prenda nella mia residenza a Fang solo ragazzi e ragazze che mi sono mandati dai villaggi dopo un’accurata selezione. In passato un terzo tornavano ai monti (oggi non più) per la profonda nostalgia della foresta, del silenzio, del villaggio in cui non succede mai nulla di nuovo. Per loro anche una cittadina come Fang, che per un italiano sembrerebbe “primitiva”, è il massimo della vita moderna, troppo movimentata e chiassosa per i loro gusti.
 
    Un aspetto interessante del loro adattamento alla vita moderna, è che i Lahu non hanno i documenti d’identità personali. Non li hanno mai avuti, vivono una vita libera nella foresta o sui monti, vanno e vengono fra Birmania, Thailandia, Laos e Cina e nessuno si è mai sognato di chiedere loro la carta d’identità o la nazionalità. Però, quando i ragazzi vengono a Fang e vanno a scuola, bisogna fare i documenti d’identità e qui incominciano i guai. Bisogna riempire un formulario in cui si richiedono troppe cose: cognome del ragazzo, nome del papà e della mamma, data e luogo di nascita, ecc. I miei Lahu non hanno cognome, non sono iscritti in nessun registro di nascita, non sanno né quando né dove sono nati, di mamma e papà conoscono solo il nome nel dialetto locale. Dato che non potevano dare tutti questi dati, non volevano prenderli alla scuola (i thailandesi cercano di tenere in basso i tribali!). Volevo scrivere alla madre della regina di Thailandia, che è “protettrice dei tribali”, ma l’arcivescovo e cardinale di Bangkok mi ha sconsigliato e dopo molte insistenze prendono a scuola i miei ragazzi e ragazze. Però devo sempre riempire io il formulario, indovinando la data e il luogo di nascita, dando loro un cognome, che prendo dalle parole più belle della lingua lahu. Ora quasi tutti hanno la cittadinanza thailandese e il problema si pone solo per quelli di recente giunti dalla Birmania.
 
    Il problema della lingua, per questa tribù dei monti, è uno dei più angosciosi. Ciascuna tribù è attaccata alla sua lingua, il patrimonio più importante della sua cultura: però sono lingue solo parlate e non scritte. Alcune incominciano adesso ad essere studiate e a trovare una loro scrittura, e quasi sempre sono i missionari  (cattolici o protestanti) che fanno questo lavoro. Per la lingua lahu il padre Gianni Zimbaldi, che vive con i Lahu dal 1958 (pur con varie interruzioni), è uno dei migliori specialisti e l’unico che scrive e stampa opuscoli e libri in questa lingua.
 
     Per il momento – racconta padre Gianni – sono quasi tutti libri di carattere religioso. Ho incominciato a stampare questi testi fin dal 1963 in Birmania e ho continuato in Thailandia, traducendo brani di Vangelo e raccogliendo dagli anziani le loro leggende più significative, i proverbi: hanno una saggezza antica che non deve andare persa! Questi libri li scrivo io stesso con una macchina Olivetti elettrica a cui ho fatto cambiare i caratteri per mettere i segni fonetici della lingua Lahu. Se avessi i finanziamenti necessari, potrei incominciare a stampare un giornaletto mensile in lahu, perché ormai sono molti i giovani e gli adulti che sanno leggere e scrivere, e non hanno nessun testo da leggere e nessun giornale d’attualità in lahu!
 
     L’incontro con un capo dei ribelli lahu
 
    Negli otto anni di vita missionaria in Birmania padre Zimbaldi ha tante avventure interessanti da raccontare. Ne scelgo una: l’incontro con un capo dei ribelli lahu che combattevano contro il governo birmano. E’ necessaria una premessa.
 
    La Birmania ha festeggiato l’indipendenza il 4 gennaio 1948. Il potere politico e militare è passato dagli inglesi ai birmani, che sono solo il 60% della popolazione, il resto è formato dalle numerose tribù di monti e foreste, che avrebbero preferito rimanere sotto il potere inglese, perchè temevano la tradizione oppressione dei birmani nei loro confronti. Dal 1946 vari incontri fra le due parti si concludono col patto che dieci anni dopo l’esperienza dello stato indipendente, le singole etnie potevano uscire dalla Federazione birmana e costituirsi in stati separati.
     Il 4 gennaio 1948 nasce l’Unione Birmana e poco dopo le minoranze tribali si ribellano al governo federale che non rispettava i patti: infatti, dominato dai birmani, dimette i capi tribali (saboà), “birmanizza” l’esercito nazionale e soprattutto impone il birmano come lingua unica e privilegia il buddhismo favorendo l’inizio delle missioni buddhiste fra i tribali che non volevano il buddhismo (è la religione dei birmani oppressori). Così nasce “la guerra cariana” (1948-1953), combattuta prima dai cariani e poi dalle altre etnie  contro i birmani. Una guerra crudele e sanguinosa, che in parte, come guerriglia, dura ancor oggi e favorisce nel 1962 la nascita della dittatura militar-comunista che opprime il paese (dal 1989 chiamato Myanmar).
 
     Padre Zimbaldi ha vissuto otto anni in un angolo della Birmania dilaniata dalla guerriglia fra i lahu e il governo birmano. Ha avuto avventure pericolose. Un mattino verso le 11 torna dalla visita di alcuni giorni ai villaggi cristiani e incontra due cristiani che gli dicono: “Ieri notte i ribelli lahu hanno assaltato la casa del capo di un villaggio cristiano lontano sei ore a cavallo da Mongpok, l’hanno portato via rubando tutto quello che c’era nella casa: stoviglie, oggetti di lavoro, coperte e tutto il suo bestiame, una quindicina tra bufali e mucche”.
    Appena saputa la notizia del rapimento, padre Gianni parte con due cavalli, un catechista e un ragazzo, ma gli dicono che “il capo villaggio è stato ucciso”. Decide di andare avanti lo stesso, pernotta in una capanna lungo la strada e il giorno dopo verso le 10 arriva all’accampamento dei ribelli nella foresta. Trova solo donne e bambini, gli dicono che gli uomini sono andati per un raduno con i ribelli Shan in riva al fiume Nam Luae. Dopo altre due ore arriva al fiume. Manda il catechista ad informare il capo dei ribelli, il quale gli manda a dire che desiderava incontrarsi con lui e gli manda cibo cotto, riso, carne e verdura, anche per il catechista.
 
    Alle due del pomeriggio il capo ribelle arriva accompagnato da una quindicina di uomini. Gli dico: “Voglio parlare solo con te, dì a questi uomini che si scostino lontano”. E lui: “Quelli che non portano il fucile, si allontanino” Quando rimango solo con lui circondato dalle sue guardie gli dico: “Ho sentito che i tuoi soldati sono andati in un villaggio lahu, hanno preso e poi ucciso il capo villaggio. Perchè, che cosa ha fatto?”. E lui: “Questo capo villaggio aveva due facce: con noi agiva in un modo e poi collaborava con i soldati birmani. Noi non volevamo ucciderlo. Durante una sosta lui è scappato e i miei soldati gli hanno sparato”. Sapevo che mentiva, ma non ho insistito.
    Poi continuo: “Ora il capo villaggio non c’è più. Non si può fare nulla per lui. Se lui fosse colpevole o no io non lo so. Ma anche se fosse colpevole, che colpa hanno la moglie e i figli? I tuoi soldati hanno portato via tutto dalla casa e hanno preso tutto il loro bestiame. Come possono vivere?”. Lui mi risponde: “Quando c’è la guerra tutti subiscono perdite: quelli che portano le armi e quelli che non le portano. Quando i Birmani sono entrati nel mio villaggio hanno dato fuoco a tutte le case del villaggio, sia alle case dei soldati che alle case dei civili…”. Io continuo: “Però non è giusto che la famiglia debba soffrire per le colpe del capo famiglia. In futuro, se sorgono problemi nei villaggi cattolici, ti chiedo di farmelo sapere e io verrò per vedere se si può sistemare la faccenda amichevolmente”. Una settimana dopo vengo a sapere che il capo dei ribelli aveva inviato alla famiglia del defunto un vitello dicendo: “Vi restituisco questo vitello perchè me l’ha detto il prete”!
 
    Nei diversi incontri che ho avuto per strada con ribelli o briganti, ho rischiato molto, ma il Signore mi ha sempre aiutato. L’importante, in quei momenti è di non lasciarsi prendere dal panico e non dare l’idea di avere paura. Basta un nulla perché succeda l’irreparabile. Io pregavo e pensavo: “Sono sempre nelle mani di Dio!” e riuscivo stare calmo ed a mostrarmi sicuro di me stesso.
 
    In quello stesso viaggio, parecchi giorni dopo, tornando a Mong Pok nella notte in foresta con la lampada a petrolio accesa, improvvisamente salta fuori un uomo con il fucile puntato verso di me. “Chi sei?” Mi chiede. “Sono il prete che vive a Mongpok” rispondo. “Sto tornando a casa dalla visita a un villaggio”. Chiamo il ragazzo con la lampada per fare luce, lui esamina me, il catechista, il basto del cavallo e poi ci lascia andare. Giorni dopo vengo a sapere che l’uomo che mi aveva puntato il fucile era un soldato del gruppo dei ribelli che si era dato al brigantaggio e girava armato per i villaggi estorcendo soldi e cibo. Siccome aveva minacciato di uccidere il capo dei Kaccin della zona, gli anziani avevano deciso di farlo fuori. Gli mandano due uomini che lo invitano per una festa e mentre vanno verso il villaggio, lo prendono all’improvviso e lo uccidono a coltellate.
     Sono drammi frequenti in regioni come quella di Mongpok, infestate da ribelli, briganti, lotte tribali. A me missionario non è mai successo niente, anche perché quei malviventi pensavano che lo spirito di un prete è molto forte: “Se lo ammazzo, poi si vendica su di me”.  Loro avevano paura di me, non io di loro.
 
           II) – Com’è nata la missione tra i Lahu in Thailandia
 
 
    La missione del Pime in Thailandia nasce sull’onda della grande novità del Concilio Vaticano II: il dialogo con i non cristiani. Prima del Concilio le religioni erano considerate quasi nemiche del cristianesimo, mentre il Concilio ha detto che sono (o possono essere) “una preparazione alla fede”: con queste “religioni dell’uomo” va instaurato un “dialogo”. Paolo VI  dedica la sua prima Enciclica  “Ecclesiam Suam” (6 agosto 1964) al dialogo: la Chiesa evangelizza, non con imponendo il Vangelo ma attraverso il dialogo, la libera proposta.
 
    I primi tre missionari arrivano in Thailandia nel dicembre 1972 per cercare il dialogo con il buddhismo, religione nazionale. Ma dopo un anno di studio del thailandese  sono inviati dal  vescovo di Chiang Mai ad altri compiti. Padre Silvano Magistrali insegna Sacra Scrittura al seminario teologico nazionale di Bangkok, padre Angelo Campagnoli inizia un centro di incontri con i giovani studenti e stabilisce buoni rapporti con i monaci buddhisti a Chiang Mai; infine, padre Gianni Zimbaldi si stabilisce a Fang (150 chilometri a nord di  Chiang Mai) per curare i lahu che venivano dalla Birmania in preda alla dittatura e alla guerriglia e si erano sistemati nelle regioni forestali del Nord Thailandia.
 
     Per padre Zimbaldi l’incontro con i lahu nel Nord Thailandia è come tornare all’antica missione di Mongpok in Birmania. Incomincia con la visita ai villaggi per incontrare i cattolici presenti e parlando bene il lahu è accolto ovunque con manifestazioni di gioia. Scopre 65 battezzati e 20 catecumeni. Il 1° gennaio 1974 si trasferisce a Fang, vicino al confine con la Birmania, in una casa della missione ma abbandonata da 15 anni. Gianni incomincia col sistemare e sbiancare le pareti, rifare porte, finestre e serramenti, poi fa installare la luce elettrica. In città ci sono solo due famiglie cattoliche. E scrive: “A Fang non ci sono altri preti e neppure suore. Non so neanch’io cosa farò, ma con la grazia del Signore e un po’ di buona volontà, spero di poter fare qualcosa per il Regno di Dio”.
 
     Intanto incomincia subito, come in Birmania, ad accogliere nella missione a Fang  otto ragazzi e sette ragazze lahu che provengono dai monti e frequentano la scuola governativa. Per le ragazze ha affittato una casetta dove ha messo una vedova cattolica con due sue figlie (un figlio è nel seminario minore a Kengtung in Birmania), che cura le ragazze e fa la cucina e la lavanderia per tutti. Ogni ragazzo che studia costava alla missione (alla fine degli anni settanta) 6.000 lire al mese. In una lettera del 5 giugno 1974 scrive che aumentano i ragazzi e le ragazze ospitati e deve trovare una nuova residenza. La Provvidenza lo aiuta e in quindici anni la missione di Fang dispone di un vasto terreno sul quale oggi sorgono una grande chiesa e le altre opere della parrocchia. A quel tempo Fang era già chiamata “città”, ma aveva solo 2.000-3.000 abitanti, però era il centro civile e commerciale di una regione con circa 150.000 abitanti in maggioranza tribali, destinato a svilupparsi come infatti è avvenuto. Oggi Fang ha circa 30.000 abitanti.
 
     L’impegno prioritario del missionario nella fondazione di una missione in un ambiente pagano è di conoscere e farsi conoscere nel maggior numero di villaggi possibile. “Nei primi anni che ero a Fang, mi dice, visitavo sistematicamente il territorio della mia missione, che era già stata iniziata vent’anni prima da un missionario francese e poi abbandonata per mancanza di personale. Parlando bene il lahu, mi presentavo alla gente e ai capi villaggio come il missionario che veniva a riaprire la missione di Fang ed ero accolto bene ovunque. Vedevo dove si poteva aprire una scuola, distribuivo medicine, visitavo le famiglie per conoscere i loro problemi e soprattutto prendevo contatto con le famiglie cattoliche venute dalla Birmania e alcune già battezzate dai missionari della Birmania”.
     In residenza a Fang, padre Gianni traduce in lahu il catechismo e altri testi religiosi indispensabili, i prefazi, le preghiere eucaristiche e i canti sacri. In seguito manderà un maestro della missione a scuola di dattilografia a Chieng Mai, per imparare a scrivere in lahu e comporre testi e foglietti da distribuire ai cristiani. Dopo meno di un anno che è arrivato a Fang informa i benefattori del primo risultato di questo lavoro[2]:  “Sono qui a Bangkok per far stampare in off-set il libro di preghiere e canti in lahu. E’ la prima opera del genere che faccio e mi è costata parecchio tempo e preoccupazioni. Faccio stampare 3.000 copie e ogni copia costa un dollaro, 600 lire. E’ un libro necessario perché ormai non esistono più libri di preghiere in lahu e in ikò. Il lavoro è fatto anzitutto per la missione di Kengtung, ma parte dei libri saranno usati anche qui in Thailandia”.
    In una lettera dell’8 maggio 1975 così scrive da Fang: “La settimana scorsa sono venuti i rappresentanti di un altro villaggetto (50 persone) che si vuol  fare cristiano. Il mio lavoro è di dare un’istruzione religiosa a questa gente, perché anche i battezzati hanno poca istruzione. In Birmania vivevano ad una giornata o due di distanza dal missionario e vedevano il prete una o due volte l’anno. L’anno scorso ho tenuto corsi di catechesi per adulti. Quest’anno circa una volta al mese chiamo qui i maestri delle scuole per una giornata di ritiro e per spiegare loro i Vangeli della domenica. Ora sto pianificando incontri di una settimana per i giovani”.
 
     La missione fra i lahu di Fang è partita nel 1973 con 65 nattezzati e 20 catecumeni. Nel 1974 erano 102 battezzati e 135 catecumeni e nel 1975  172 battezzati e 209 catecumeni. Oggi i tribali cattolici di Fang sono circa 3.000 e 2.000 i catecumeni: 5.000 Lahu e Akhà entrati nel cono di luce del Vangelo. Alcuni di questi nuovi cattolici vengono da famiglie battiste che hanno chiesto di entrare nella Chiesa cattolica, avendo perso i contatti con i loro pastori. Ci vogliono tre-quattro anni di catecumenato, non si ammettono al battesimo i drogati. Ci sono ormai diversi villaggi cristiani e il loro esempio è contagioso. Siamo alle frontiere estreme della Chiesa e padre Gianni è molto prudente nel battezzare e finora i battezzati sono fedeli al battesimo e alla Chiesa.
      Nel raccontare l’inizio della sua missione in Thailandia, padre Zimbaldi si commuove e dice: “Noi avrei mai immaginato che in meno di quarant’anni in quell’ambiente e quel popolo molto povero sarebbe nata una bella e viva Chiesa con i suoi primi preti e suore locali, capace di diffondere la fede fra i loro con tribali. Non sarebbero questi gli esempi da raccontare in Italia, anche sui mass media, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e dei missionari alle genti?”.
   
      Padre Gianni è stato a Fang per 33 anni, poi a Mae Suay tre anni e nel novembre 2009 è tornato a Fang. E’ una delle più lunghe presenze in una missione che si conosca. Nel 2003 ha celebrato il 50° anno di sacerdozio con una grande festa, alla quale sono intervenuti 1500 suoi cattolici, 33 preti e il Vescovo di Chiang Mai. Con lui festeggiava pure il 50° di sacerdozio padre Pietro Sala, missionario della congregazione di Betharram, che ha speso tutta la sua vita fra i karen (cariani) del Nord
Thailandia.


     Nel giugno 2004  la missione di Fang registra una gravissima disgrazia: la morte per incidente d’auto di padre Alessandro Bordignon. Era in Thailandia dall’inizio anni Ottanta ed è tornato in missione nell’aprile 2003 dopo un periodo di servizio al Pime in Italia. Il superiore locale del Pime, padre Piergiacomo Urbani, gli chiede di introserirsi nella missione di Fang perché padre Gianni, alla vigilia del 50º di sacerdozio e dei 75 di età, stava per dare le dimissioni nelle mani del vescovo. Così padre Sandro, che aveva già diretto per vent’anni la missione di Lampang, rimane qualche mese come coadiutore di Zimbaldi.
     Ma il 1º giugno 2004, verso le 22,00, mentre stava rientrando in auto al centro di Fang, è investito da un’auto guidata da poliziotti ubriachi. Non guidava a velocità sostenuta o in maniera spericolata, anzi si trovava  nella propria corsia a velocità moderata. L’urto è tremendo, il volante gli  schiaccia il costato e Sandro muore mentre stanno portandolo all’ospedale di Chiang Mai. Il funerale, col vescovo mons. Joseph Sangval Surasarang e tantissimi sacerdoti, ha visto una partecipazione enorme di gente in cattedrale a Chiang Mai. Ora padre Alessandro Bordignon riposa nel cimitero di Chiang Mai.
 
    In due interviste (23 e 25 agosto 2009) chiedo a padre Zimbaldi di dirmi come i suoi cristiani sentono e vivono il cristianesimo.
 
     Risponde: “Quando sono pagani e tendono a farsi cristiani, sono sotto la paura degli spiriti e ci credono. Quando c’è un malato bisogna fare le cerimonie contro gli spiriti cattivi che portano disgrazie, malattie, mancanza di pioggia, malocchio, ecc. In casa hanno gli oggetti che usano per offrire agli spiriti e se li tramandano, tazzina per mettere il riso, piattino per l’uovo da offrire. Hanno una grande paura e sono sempre tormentati da questa paura. Quando vedono i cristiani che non temono più  gli spiriti, vivono bene senza fare nulla contro gli spiriti cattivi, allora chiedono di farsi cristiani. Se si fanno cristiani c’è sempre un motivo concreto, per vivere meglio, per non avere più paura.
     Una volta c’era il capo villaggio che decideva per tutti di farsi cristiani, adesso sono le singole famiglie, la scelta è più personale e più familiare. Quando chiedono, io vado a vedere la situazione e la loro retta intenzione. Poi mando un catechista a insegnare e vivere in mezzo a loro. Dopo almeno tre anni che hanno chiesto di farsi cristiani, quelli che mostrano fedeltà alle pratiche religiose, sono capaci di perdonare, hanno un inizio di vita cristiana, allora li battezzo. Ci sono alcuni che da dieci anni sono in cammino per diventare cristiani e ancora non hanno ricevuto il battesimo, perché non praticano bene, non pregano, non imparano il catechismo.
 
     Per farsi cristiani ci vuole una grazia del Signore. Il catecumeno capisce poco della fede cristiana, ma segue il catechista nelle pratiche di pietà e nella vita: quando c’è un malato il catechista va a pregare da lui e con lui, quando capita qualcosa nella famiglia chiedono che il catechista vada a spiegare qual è il costume cristiano, ecc. In quelli che ricevono il Battesimo si vede la trasformazione della loro vita. Perdonano chi li offende, vogliono bene a tutti, aiutano i poveri, pregano, frequentano la chiesa, mandano i figli a scuola, ecc.”.
 
     Chiedo se c’è anche l’annunzio diretto della fede da parte dei cristiani ai non cristiani. Ad esempio, una famiglia cristiana che va in un villaggio pagano, parla di Gesù?
 
     La testimonianza diretta è rara, la via normale per cui la gente si avvicina al cristianesimo è una famiglia cristiana o due che vanno a vivere in un villaggio pagano e sono di esempio, parlano della Chiesa e del Vangelo. Allora diversi chiedono di farsi cristiani perché hanno visto la loro testimonianza di carità e di onestà. Quando ero in Birmania, un maestro di scuola è andato in un villaggio pagano un anno o due. Hanno visto come si è comportato, che pregava e aiutava tutti, venti famiglie si sono fatte cristiane.  Oggi la scelta di diventare cristiani è personale o familiare, non più d’un villaggio intero, eccetto in alcuni casi. Ma oggi sono entrate le sette protestanti anche fra i nostri tribali e creano una grande confusione. In un villaggio di 100 famiglie ci sono magari tre o quattro chiese di diverse sette, più la nostra Chiesa cattolica. Situazione tremenda. La differenza tra cattolici e protestanti non la capiscono, perché c’è la stessa Bibbia, quindi per loro non ci sono differenze importanti.
 
     Io dico spesso che fra i giovani cristiani c’è l’entusiasmo per la fede. Nei tuoi cristiani c’è questo entusiasmo o no?
 
      Il vero entusiasmo non lo vedo. Però quelli che sono cattolici da un po’ di tempo e hanno ricevuto un buon insegnamento, come i catechisti, migliorano nella loro vita, diventano sempre più cristiani. Anche quelli che non sono mai stati a scuola recepiscono il mio insegnamento con gioia e a volte anche con commozione, perchè spesso è il contrario dei costumi del paganesimo. A poco a poco migliorano e nelle loro conversazioni ripetono quel che ho detto, citano fatti o parabole di Gesù.
 
     Però certe credenze tradizionali rimangono dentro. Una volta, in un villaggio cattolico di buona gente, che vengono in chiesa, pregano, sono devoti, si sono ammalate diverse persone e non si capiva bene che male fosse. Allora hanno cominciato a dire: “Qui ci sono degli spiriti che ci vogliono male” e benché fossero cattolici da più di una generazione, sono andati da uno stregone shan a chiedere il suo intervento. L‘anno prima era morto il capo villaggio che era andato in foresta a cacciare e aveva incontrato non si sa chi, che l’ha battuto e ferito in modo grave. E’ riuscito a tornare nel villaggio ma poi è morto. Lo stregone shan ha fatto i suoi sortilegi e ha detto: “E’ lo spirito di quell’uomo che è qui tra voi e vuole vendicarsi del suo villaggio. Andate dove l’avete sepolto. Scavate là nella sua tomba e vedremo”. I lahu avevano paura e hanno pagato alcuni shan che hanno scavato e trovato il corpo del morto. La sua testa era rivolta verso il villaggio. Lo stregone dice: “Vedete? Questa l’origine del vostro male. Scappate dal villaggio altrimenti altri moriranno”. In pochi giorni sono scappati tutti, più di venti famiglie, lasciando case, campi e tombe dei loro morti…. Per fortuna sono andati in un altro villaggio cattolico, hanno ricominciato a vivere e sono ancora oggi buoni cattolici.
 
     Sei contento di quanto hai realizzato in questi anni di missione?
 
     Il lavoro fatto con l’aiuto di Dio, porta sempre i suoi frutti. Io ho cominciato a Fang e avevo 80 cattolici. Oggi sono circa 3000 battezzati e altri 2000 catecumeni. Poi dieci miei villaggi di Fang sono passati alla nuova missione di Mae Suay; e altri sette li ho passati ai preti fidei donum del Triveneto, poi li hanno passati ai preti locali thailandesi, che però non li seguono. La gente di questi sette villaggi mi telefonano, vengono a trovarmi perchè mi prenda ancora cura di loro.  In media ci sono una trentina di famiglie per villaggio, ma anche 40-50, e ogni famiglia ha dai tre-quattro agli otto-dieci membri. Siamo in un ambiente non cristiano e i nuovi cristiani vanno seguiti, accompagnati nella crescita della loro fede, istruiti, consolati e aiutati nelle prove, altrimenti rischiano di tornare al paganesimo.
                   III) La missione porta sviluppo e pace ai popoli
            
 
     Cari amici di Radio Maria, ancor oggi molti non comprendono perché i missionari vanno fra i popoli non cristiani ad annunziare Cristo. Hanno già le loro religioni, le loro culture, perchè andare a proporne un’altra?
     L’esperienza missionaria di padre Zimbaldi dimostra che la missione ha due compiti. Anzitutto annunziare Cristo ai popoli che non lo conoscono e fondare la Chiesa dove ancora non esiste; e poi, proprio attraverso il Vangelo e la Chiesa, portare la pace e lo sviluppo. Nel caso dei lahu evangelizzati da padre Gianni, lo sviluppo ha anzitutto un nome: la lotta contro la coltivazione, il commercio e il consumo dell’oppio.
     Voi sapete che Thailandia e Birmania, con Laos e Cina, fanno parte della regione definita “Triangolo d’oro” dove si coltiva il papavero da cui si ricava l’oppio, che era tradizionalmente usato come medicina, oggi invece viene esportato in tutto il mondo come droga. 
 
     Vi racconto un viaggio che ho compiuto con padre Zimbaldi nel 1980 in alcuni villaggi cristiani che avevano smesso da poco di coltivare l’oppio. Al mattino ci alziamo presto, andiamo da Fang in jeep fino a Chieng-Dao e proseguiamo a piedi, in sentieri nella foresta. Davanti a noi i monti, ricoperti di fitta foresta verde scuro: lassù fra quelle foreste, i villaggi dei Lahu che dobbiamo visitare nei prossimi giorni. Sono con padre Gianni Zimbaldi e tre suoi giovani che ci accompagnano per sicurezza e per portare  il nostro carico nei capaci zaini: cibo, zanzariera, l’occorrente per la Messa, medicine e altro da distribuire nei villaggi. Stiamo entrando nella regione dei Lahu, tribali che fino a qualche tempo fa vivevano una loro vita autonoma secondo i costumi tradizionali immutati da secoli. Oggi però, almeno in Thailandia, la situazione va rapidamente cambiando e anche i Lahu entrano nella vita moderna.
 
     Si sale per un ripido sentiero. Il paesaggio diventa bellissimo: ecco laggiù la piana di Chieng-Dao, con le risaie che riflettono i raggi del sole; davanti a noi l’ondeggiante distesa dei monti e delle foreste, da cui si alzano i vapori della rugiada, tenui come sfilacciature di garza sullo sfondo verde cupo degli alberi. A mezzogiorno, sudati e stanchi (io, poi, che non sono abituato a queste sfacchinate!), ci fermiamo a mangiare su uno spiazzo elevato e visibile anche da lontano: appendiamo agli alberi i paramenti sacri, le coperte e qualche straccio rosso per far conoscere la nostra presenza a qualche Lahu che passa da queste parti. Mentre dormiamo un po’ dopo il pranzo e prima di riprendere il cammino, sentiamo gridare. Quattro uomini stanno scendendo dalla collina mandati dal capo – villaggio di Khe-Noi a ricevere il missionario. L’incontro è commovente: i quattro sono cattolici, come tutto il villaggio di Khe-Noi. Vogliono baciare il Crocifisso e si inginocchiano per ricevere la benedizione di p. Gianni. Ridistribuiti i carichi, ripartiamo: altre 4 ore di cammino, con i Lahu che tirano come matti per poter arrivare al villaggio prima di sera. Io non  ce la faccio e obbligo la carovana a fare qualche piccola sosta. P. Gianni spiega che abito a Milano, una grande città in pianura, e sono giunto dall’Italia solo da pochi giorni: ridono tutti con una certa commiserazione. Chissà cosa pensano di me questi giovani abituati da sempre a camminare tutti i giorni con pesanti carichi sulle spalle!
 
    Finalmente, all’imbrunire arriviamo a Khe-Noi , dove siamo attesi perché uno dei quattro è corso avanti a dare la notizia. La gente a sentire p. Gianni parlare lahu, grida e salta di gioia. Cerco anch’io di dire qualche parola, ma la lingua lahu ha i “toni”: naturalmente ne sbaglio qualcuno e tutti ridono come matti, i bambini lanciano alte grida. Il capo-villaggio ci fa sedere all’aperto, due donne portano vaschette d’acqua e ci lavano i piedi, tutti vogliono che mangiamo subito un po’ di riso con pezzetti di pollo, sono tutti attorno a fare domande. Dopo la cena si chiacchera fin tardi con gli uomini (donne e bambini se ne stanno un po’ discosti), in cerchio attorno al fuoco, passandoci la lunga pipa dei Lahu: fumare alla stessa pipa è un rito di amicizia, e anche chi come me non fuma, deve sforzarsi di tirare qualche boccata, vincendo una certa ripugnanza per una pipa passata fra tanti denti non certo lavati di recente.
 
    La notte, il capo-villaggio ci ospita nella sua casa su palafitte: ma è quasi impossibile dormire. La gente va avanti a chiacchierare, a suonare i pifferi e a ballare; poi quando si calmano un po’, la nidiata dei bambini frignano, la casetta di legno risuona tutta appena uno si alza e muove un passo, i porci e i bufali ronfano e si strusciano sotto il pavimento, al mattino prestissimo i galletti salutano le prime luce che vengono dall’Oriente: forse anche loro hanno capito che c’è aria di festa, non sanno ancora che finiranno arrostiti prima di mezzogiorno! Ci fermiamo a Khe-Noi tutto il giorno, verso sera proseguiamo per un altro villaggio, i giorni seguenti per altri ancora: Hoè-Trà, Muang-Khe, Huai-Pau. Dopo una settimana torniamo a Chieng-Dao e poi in jeep a Fang.
 
     Durante la camminata passiamo vicino a campi coltivati a oppio e chiedo a padre Gianni: Cosa fate voi missionari per estirpare questa piaga dalla tribù dei Lahu e dalle altre tribù?
 
     L’oppio distrugge la vitalità di questo popolo: le famiglie e i villaggi che incominciano a fumare oppio, a poco a poco si autodistruggono. Purtroppo, mentre 50 anni fa la coltivazione di questo papavero era solo occasionale e l’oppio veniva usato come rimedio ai dolori fisici, oggi c’è una forte richiesta da parte dei trafficanti e dell’Occidente: così la piaga si è diffusa. In Birmania noi ammettevamo nella comunità cristiana anche quei villaggi che avevano un solo campo d’oppio, perché lo usavano come medicina. In Thailandia invece ho trovato una prassi diversa: non solo i fumatori d’oppio, ma anche tutti quelli che coltivano o commerciano l’oppio sono esclusi dalla comunità cristiana. Il coltivatore e il fumatore d’oppio sono persone pericolose e quasi irricuperabili, a meno che manifestino una chiara volontà di volersi liberare da questa piaga.
 
     Cosa vuol dire che sono esclusi dalla comunità cristiana?
 
     E’ una punizione gravissima per gente che vive isolata sui monti: le comunità cristiane, cattoliche o protestanti (battisti), sono le uniche organizzazioni sui monti che li aiutano non solo spiritualmente e culturalmente per la loro lingua e i loro proverbi e racconti, ma anche in campo sanitario, economico, scolastico. Esserne cacciati fuori significa tornare alla vita primitiva, senza appoggi, senza aiuti, insomma una vita randagia da disperati. Ebbene, dopo molte esperienze in Birmania e in Thailandia, noi missionari sappiamo che questo è l’unico sistema per ottenere risultati concreti di estirpazione della piaga dell’oppio. Chi vuole guarire l’aiutiamo, ma chi vuole continuare è come uno scomunicato sfuggito da tutti.
 
    Come aiutate chi vuol guarire?
 
    Se smette di coltivare oppio dobbiamo dare l’opportunità di fare altre coltivazioni senza perderci troppo economicamente. Se deve disintossicarsi, lo mando a mie spese all’ospedale di Chiang-Mai, dove c’è un reparto per la cura degli oppiomani, con buoni risultati. Parecchi smettono, ma purtroppo altri riprendono dopo un po’ di tempo per tanti motivi: amici che fumano, scoraggiamento per un raccolto andato male, per un bufalo che è morto, dolori fisici… Io non condanno queste persone perché capisco che rinunziare a questo vizio è veramente difficile ed anche eroico, ma le nostre comunità cristiane debbono dare il buon esempio ad altri villaggi. Quando in un villaggio cattolico salta fuori un fumatore d’oppio, all’inizio cerchiamo di parlargli con dolcezza e di aiutarlo a smettere. Poi lo mandiamo in ospedale, ma se non vuole rinunziare, lo preghiamo di lasciare il nostro villaggio con la sua famiglia e andare con altri villaggi non cristiani dove ci sono coltivatori e fumatori d’oppio. In casi estremi, l’individuo viene anche espulso di forza dal villaggio. A volte è una decisione crudele, ma è l’unica che salva la comunità.
 
     Quali risultati ottenete voi missionari nel limitare la coltivazione e l’uso dell’oppio?
 
     Risultati molto positivi, gli unici ottenuti finora qui sui monti. E’ facile capire il perché. Noi diamo motivazioni religiose profonde e abbiamo comunità cristiane unite che aiutano quelli in difficoltà e puniscono chi non si impegna a smettere. Non pretendiamo risultati immediati, ma vogliamo che ci sia buona volontà, desiderio sincero. Se manca questo è inutile, meglio tagliare chirurgicamente la parte malata. 
 
     Il governo thailandese apprezza il lavoro dei missionari cristiani fra le tribù dei monti, anche riguardo alla lotta contro l’oppio?
 
     Il governo thai apprezza e loda quest’opera di redenzione sociale compiuta dai missionari, che ha un influsso benefico sulla “guerra all’oppio”. Attraverso la scuole, gli aiuti all’agricoltura primitiva dei cristiani lahu e il mandare avanti negli studi ragazzi e ragazze meritevoli, i capi villaggio si convincono della bontà di quanto propone il missionario e si impegnano a non coltivare più l’oppio, per inserirsi nelle regole del governo ed entrare nel mondo moderno. Di qui nascono lotte e vendette fra i commercianti d’oppio e questi villaggi che vogliono abbandonare la vecchia via.
 
     Tu hai mai avuto minacce o fastidi da questi commercianti dell’oppio?
     Io no perché, essendo un sacerdote, l’uomo del sacro, il mio spirito protettore, che è molto forte, si vendicherebbe su di loro e le loro famiglie. Ma i miei cristiani e i miei catechisti, che svolgono un’opera persuasiva e anche repressiva nei confronti di chi coltiva e fuma l’oppio, vivono sempre nel pericolo di fare brutti incontri quando viaggiano in foresta. Contro l’oppio e l’eroina si combatte una vera guerra e i nostri cristiani sono in prima linea con i loro morti e feriti. Ma questa è l’unica guerra che vale la pena di essere combattuta. Quando hai salvato un uomo, un villaggio dalla droga che abbrutisce e distrugge la persona, allora provi una felicità che ti ricompensa di tutte le fatiche e i pericoli che hai corso.
     Quindi tu vedi vicina l’estirpazione di questa piaga fra le tribù del “triangolo d’oro”?
 
     Assolutamente no! Le missione cristiane influiscono su un terzo, un quarto dei tribali. Gli altri ci sfuggono, sono troppo isolati, oppure non ci accettano anche perché conoscono il nostro atteggiamento a questo riguardo. Ma la nostra opera è esemplare anche per i governi: noi indichiamo la via giusta da percorrere: l’educazione morale dell’uomo, delle famiglie, delle comunità, unita all’aiuto concreto in campo economico, educativo e sociale.
 
    La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie. Padre Gianni ha realizzato le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok; e padre Sandro Bordignon ha creato, poco più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione, allevamento animali, irrigazione artificiale, concimazione.
 
    “Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini vanno a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, comune l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la scuola, mantenere le strade aperte), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno”.
 
     Lo sviluppo è un fatto non solo tecnico ed economico, ma parte anzitutto dalla cultura, dall’istruzione: è opera dell’uomo e non dei soldi, parte dall’uomo e non dalle macchine, nasce in un popolo attraverso l’educazione, la quale, però, è un processo lungo, paziente, e non si fa solo con interventi di emergenza, ma vivendo assieme ad un popolo. Noi occidentali facciamo pochissimo per l’educazione dei popoli poveri, anche perché non si parla mai di valori culturali e religiosi che portano allo sviluppo: è un tema ignorato dai mass-media e dagli “esperti” occidentali, che privilegiano gli aiuti economici. Dice p. Zimbaldi:
 
     “La predicazione del Vangelo, con l’aiuto di Dio, produce buoni frutti, dice padre Zimbaldi. La conversione a Cristo porta allo spirito di perdono e alla pace.  Una delle differenze fra un villaggio cristiano e uno pagano è questa: nel primo in genere si perdona, si vive in pace, si collabora per il bene comune; nel secondo il perdono è considerato una debolezza, la vendetta è un dovere: così nascono le inimicizie, le vendette, nelle famiglie e nei villaggi ci sono tante divisioni, contrasti, lotte, egoismi e chiusure familiari e individuali. Racconto due esempi significativi”. 
     “Quando ero a Fang nei primi tempi – continua padre Gianni – avevo parecchi ragazzi tribali nel nostro pensionato. Chi li dirigeva mi dice che la sera prima quel ragazzo che si chiamava Chapò verso le 10 di notte passeggiava nel campo da pallone e lui l’ha mandato a dormire. Chiamo il ragazzo e gli chiedo il perché di quel comportamento . Mi dice: “Ieri ho bisticciato fortemente con un mio compagno che mi aveva offeso. Ero così arrabbiato che quando siamo andati a dormire volevo andare da lui e batterlo o ferirlo con un coltellino che ho in tasca. Ma tu alla Messa del mattino ci avevi detto che dobbiamo perdonare chi ci offende ed ero combattuto fra questi due sentimenti. Se eravamo nel nostro villaggio, l’avrei ucciso o ferito oppure prendevo due-tre miei amici e gli avremmo dato una buona bastonata, Invece ho pensato di uscire all’aria aperta e pregare. Sono andato nel campo da pallone dove il nostro assistente mi ha sorpreso. Mi sono vergognato di me stesso e sono andato a dormire”.
 
     Un’altra volta, uno dei miei catechisti che avevo a Fang è venuto a trovarmi e mi ha detto: ”Padre, sono venuto a dirti che debbo lasciare mia moglie, divorziare”. Ho chiesto cos’era successo e mi ha detto che avevano bisticciato e la moglie gli ha gettato in faccia una manciata di polvere rossa del peperoncino che stava pestando, mi ha bruciato gli occhi e ci vorranno un po’ di giorni perché l’infiammazione vada via. E’ un’offesa grave alla mia dignità di marito. Non posso più vivere con lei,  in casi come questo battiamo la moglie col bastone, le diamo una buona lezione che non la dimentica più. Io preferisco divorziare da lei”.
      L’ho fatto sedere e gli ho detto: “Tu sei stato offeso e secondo il vostro costume dovresti punire fortemente tua moglie. Ma tu sei catechista e devi imitare Gesù che ha perdonato a quelli che l’hanno crocifisso. Su, dai un buon esempio di come un catechista perdona la moglie. Le parlerò io e tornerete insieme… “. Mentre parlavo vedo dal suo volto che si stava combattendo una battaglia nella sua coscienza. Alla fine mi dice: “Se fossi pagano, farei diversamente. Ma sono cristiano e tu mi hai convinto che debbo perdonare”. E’ andato a casa, hanno fatto la pace, poi ho parlato anch’io a tutti e due. Sono ancora assieme adesso, trent’anni dopo!
      Sono convinto – conclude padre Zimbaldi – che il Vangelo penetra misteriosamente nelle coscienze e nella società, perché tutti vedono e sanno che il costume cristiano porta la pace e quello pagano porta la guerra. La nostra missione fra i non cristiani, con l’aiuto di Dio, porta buoni frutti,

[1] Intervistato a Milano il 23 agosto 2009.
[2] Lettera del 13 novembre 1973 a padre Mauro Mezzadonna, direttore dell’”Ufficio aiuto missioni” del Centro missionario Pime a Milano.

Padre Gheddo su Radio Maria (2010)

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