Paolo VI missionario in Asia e Oceania – Padre Gheddo per Istituto Paolo VI

Il viaggio in Asia e Oceania di Paolo VI dal 26 novembre al 6 dicembre 1970 è stato la più lunga e significativa visita alle missioni e alle giovani Chiese locali dei suoi 15 anni di pontificato. Negli anni precedenti era già stato in Terrasanta e India (Bombay) 1964, Stati Uniti (Onu) 1965, Portogallo (Fatima) e Turchia 1967, Colombia (Medellìn) 1968 e Uganda (Kampala) 1969, inaugurando in modo sistematico i pellegrinaggi internazionali del successore di Pietro nei tempi moderni, continuati poi da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Negli anni seguenti si è fermato, dopo che la mentalità falsamente “rivoluzionaria” del Sessantotto era penetrata anche nella Chiesa cattolica, suscitando numerose e anche violente contestazioni al Papa, mentre la schiera dei sacerdoti e dei religiosi che abbandonavano la loro consacrazione e la Chiesa si allungava in modo preoccupante, suscitando grandi sofferenze nel cuore sensibile di Paolo VI. Spesso si dice che, nel turbolento panorama del secolo XX, Paolo VI è stato veramente il “Papa martire”!

       Un viaggio “apostolico e missionario”

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       Diversa l’atmosfera del viaggio in Oriente: i popoli e le Chiese visitati hanno accolto e applaudito cordialmente il “Papa pellegrino”. Era il primo Pontefice romano che visitava le terre dell’Estremo Oriente e dell’Oceania e ovunque ha precisato bene lo scopo del suo viaggio, “apostolico e missionario”: portare a tutti un segno visibile dei vincoli che uniscono Roma, centro della cristianità, ai popoli ed a tutti i credenti in Cristo.

     L’unico incidente che poteva risultare mortale per Paolo VI succede appena il Papa scende dall’aereo a Manila, quando è aggredito da un fanatico vestito da prete con in mano un Crocifisso, dietro al quale impugnava un “kriss”, il pugnale malese a lama serpentina. Si avventa su Paolo VI ferendolo lievemente due volte, al collo e al petto. “Da parte mia – ha ricordato il segretario mons. Pasquale Macchi – mi precipitai su di lui con una certa violenza per immobilizzarlo e lo buttai tra le braccia della polizia, impedendogli così di infierire con altri colpi… Il Papa però decise che il programma si svolgesse come  previsto per non deludere le attese della gente e per mantenere il riserbo sull’accaduto”[1].  Le due ferite vennero giudicate guaribili in sette giorni.

     I tre viaggi missionari di Paolo VI in Asia e Africa hanno avuto importanti finalità e conseguenze. A Bombay per il Congresso eucaristico internazionale,  durante  il Concilio Vaticano II e a poca distanza dalla sua prima enciclica “Ecclesiam suam”, si è manifestata la caratteristica esistenziale del suo pontificato: il dialogo, anche con le grandi religioni, che ha aperto nuovi orizzonti per le Chiese asiatiche. Ero andato in India un mese prima del Papa e vi ero rimasto un altro mese dopo il suo ritorno a Roma. Ho potuto constatare di persona la scossa benefica e il dibattito che hanno suscitato le parole e i gesti del Papa su quella giovane Chiesa, in precedenza ancora troppo chiusa in se stessa. Questa ondata di rinnovamento, di apertura e di dialogo con i credenti delle altre religioni ha poi attraversato tutte le Chiese asiatiche, sia pure con diversi risultati. In sintesi, ricordo che mentre nella teologia che ho studiato a Milano e a Roma negli anni 1949-1958, le religioni non cristiane erano viste come “nemiche di Cristo” e un ostacolo alla diffusione del Vangelo, dopo Paolo VI hanno cominciato ad essere viste come “una preparazione all’incontro con Cristo”. Il dialogo con le grandi religioni è poco sentito in Italia, ma in Asia, e soprattutto in India è uno dei temi centrali nella vita della Chiesa locale.

    Nel viaggio a Kampala, per la beatificazione dei Santi Martiri Ugandesi a Namugongo, la nota dominante è stata di dare alle giovani Chiese africane, in un continente da poco uscito dal tempo della colonizzazione, la coscienza della loro responsabilità nella missione, bene espressa da quello slogan, spesso ancora citato: “Africani, voi siete i missionari di voi stessi”. In occasione del viaggio papale si è svolto a Kampala il primo “Simposium panafricano della Chiesa cattolica”, che Paolo VI chiuse il 31 agosto nella cattedrale della capitale ugandese, stabilendo il “Segretariato delle Conferenze episcopali africane” sotto la presidenza del card. Zungrana (del Burkina Faso), nella linea della collegialità episcopale proclamata dal Concilio Vaticano II. Alla morte di Pio XII (1958) i vescovi  africani erano 20, alla morte di Giovanni XXIII (1963) 61, alla morte di Paolo VI (1978) 245, cioè il 75% di tutti i vescovi dell’Africa.

      Dalle Filippine la missione a tutta l’Asia

     Quando nel 1970 Paolo VI compie il primo viaggio di un Papa in Estremo Oriente, la Chiesa incomincia a rendersi conto che in Asia vivono circa il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani, verso i quali si dirige la “missio ad gentes”, e i cattolici sono circa il 2-3% dei quattro miliardi di asiatici. Il Papa visita l’unico paese a maggioranza cattolica, le Filippine, dalle quali lancia in vari discorsi (anche attraverso Radio Veritas che da Manila raggiunge in varie lingue tutta l’Asia) l’appello ai cattolici asiatici di essere essi stessi i protagonisti della missione ai non cristiani nel loro continente. Il fuoco interiore che animava il “Papa martire del XX secolo” era il fuoco dell’amore di Cristo, da testimoniare e accendere in tutti i popoli. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Luca 12, 49). “L’amore di Cristo ci sospinge” (II Corinzi 5, 14).

     Per preparare il viaggio, il Papa aveva sollecitato, attraverso le Congregazioni della Curia romana, specialmente Propaganda Fide, la convocazione e preparazione del “I° Simposio dei vescovi dell’Asia” (23-28 novembre 1970), cioè la prima riunione dei vescovi asiatici (180 presenti), che ha chiuso lui stesso a Manila. Da questa iniziativa è nata, nel 1972, la FABC Federation of Asian  Bishops’ Conferences (Federazione delle conferenze episcopali asiatiche). Esemplare il discorso di Paolo VI il 28 novembre ai vescovi asiatici, col quale ha chiuso il loro Simposio, impostato su quattro punti:

1)    Unità nella fede, col Papa e il Concilio Vaticano II. “Il Concilio riassume e convalida il patrimonio della tradizione cattolica e apre la via ad un rinnovamento della Chiesa secondo le necessità e le possibilità dei tempi moderni….L’adesione alla dottrina del Concilio può stabilire un’armonia magnifica in tutta la Chiesa e questa armonia moltiplica l’efficienza della nostra azione pastorale e ci difende dagli errori e dalle debolezze di questi giorni, in un campo specialmente: quello della fede”.

2)    Missionarietà per portare il messaggio di Cristo ai popoli: “Avete davanti a voi un campo immenso di apostolato… Sta ai vescovi, ai loro sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai loro laici impegnati nell’apostolato di essere i primi apostoli dei loro fratelli d’Asia”. Sollecitare e sviluppare le vocazioni missionarie: “Nessuno meglio di un asiatico può parlare ad un asiatico”.

3)    “Il genio e lo stile dell’evangelizzazione deve adeguarsi al particolare modo di pensare e di agire dei popoli” a cui è rivolta…. “Se la Chiesa deve essere prima di tutto cattolica, è legittimo un pluralismo di espressioni nell’unità della sostanza, ed è anche desiderabile nella maniera di professare a fede comune nel medesimo Gesù Cristo”: l’inculturazione del messaggio e il dialogo inter-religioso.

4)    Nel discorso ai vescovi asiatici, Paolo VI pone un forte accento sulla Chiesa che “deve favorire la lotta contro l’ignoranza, la fame,la malattia e l’insicurezza  sociale. Ponendosi all’avanguardia dell’azione sociale essa deve tendere tutti gli sforzi per appoggiare, incoraggiare, spingere le iniziative che mirano alla promozione integrale dell’uomo….Il Vangelo, che è la buona novella annunziata ai poveri, non è forse una sorgente di sviluppo?”.

      La storia della Chiesa cattolica in Asia mostra quanto l’istituzione della Fabc è stata ed è provvidenziale. Le comunità cattoliche, intimidite dalla loro piccolezza e dalle persecuzioni, sono diventate Chiese, pur sempre assolutamente minoritarie,  ma coraggiose e coscienti della loro missione. Attraverso i suoi incontri e documenti (“FABC Papers”), la Fabc unisce e orienta le Chiese asiatiche verso obiettivi comuni, più di quanto non faccia il simile organismo episcopale in Europa. Temi centrali di dibattito: la missione in Asia, il dialogo con l’islam, i matrimoni inter-religiosi, l’inculturazione oggi in Asia, la libertà religiosa, la difesa della vita, la voce della Chiesa nei problemi sociali e in difesa dell’uomo, ecc. La Fabc (la cui segreteria è ad Hong Kong) è diventata il motore della missione in Asia, contribuendo a rendere le Chiese asiatiche sempre più soggetto attivo della “missio ad gentes”. Il “I° Congresso missionario asiatico” tenuto a Cheng-Mai (Thailandia) nel novembre 2006 sul tema “Comunicare ai popoli dell’Asia l’esperienza di Cristo” ne è stato un chiaro testimone.

       Anche in Asia, il pontificato di Paolo VI ha lasciato un forte segno di promozione delle Chiese locali, soggetto primo della missione alle genti. Alla morte di Pio XII i vescovi di origine asiatica in Asia erano 63, alla morte di Giovanni XXIII 92, alla morte di Paolo VI 312, 13 dei quali cardinali, da 4 che erano nel 1963.

      La missionarietà delle Chiese asiatiche incomincia all’interno dei singoli paesi: sacerdoti e suore del Kerala vanno nel Nord India non cristiano e vi fondano diverse diocesi, quelli dell’isola di Flores in tutta l’Indonesia, quelli del Kyushu (discendenti dei martiri di Nagasaki) in tutto il Giappone e a Tokyo, e i sacerdoti dello stato “Kayah” (cattolico al 50%) in ogni parte della Birmania. Ma si estende anche agli altri paesi soprattutto dell’Asia. L’India ha più di mille sacerdoti e 1.800 suore all’estero (soprattutto nel Medio Oriente e nell’Africa orientale). Anche Sri Lanka, Filippine e Corea mandano missionari in altri paesi. Dopo la visita di Paolo VI sono nati diversi Istituti missionari di clero secolare (come il Pime in Italia) in India, Filippine, Corea, Thailandia. Anche nel Vietnam del sud era nato nel 1972 il “Seminario missionario nazionale” e prometteva  bene. Poi, dopo  che tutto il paese è caduto sotto il regime comunista di tipo staliniano, ha dovuto essere chiuso.

     Verso i più poveri e abbandonati

     Nella sua permanenza a Manila, Paolo VI ha voluto visitare (vincendo le resistenze del governo di Marcos), la sterminata baraccopoli di Tondo, circa 100.000 “squatters” (baraccati), verso i quali “la città è crudele”, scriveva il missionario del Pime parroco a Tondo, dove la situazione umana era veramente miserabile: non la povertà dignitosa dei villaggi rurali, ma la miseria degradata di decine di migliaia di filippini che vivono in baracche affastellate l’una sull’altra, senza strada,senza fognatura e senz’acqua corrente. Facile immaginare il sudiciume e la denutrizione, la delinquenza e la prostituzione, la disoccupazione e le bande di uomini senza speranza che sopravvivono col furto e le rapine, con traffici illegali. Non tutti gli squatters sono disoccupati, forse una metà di loro lavorano a Manila, ma sono disprezzati dai cittadini, i giovani crescono con la rabbia in corpo.

     Pur conoscendo queste situazioni rivoluzionarie e “missionarie”, Paolo VI ha voluto fare un giro attraverso la baraccopoli, in piedi sul cassone di un camion, per avere una visione complessiva di quell’immensa città della miseria, applaudito da molti fedeli. Poi si è fermato e si è diretto a piedi verso la baracca di una famiglia col marito, la moglie e dieci figli. E’entrato in quel tugurio col tetto di lamiera, si è seduto al tavolo, ha parlato con loro. Poi alla folla che lo seguiva, ha parlato in italiano con il parroco (padre Bruno Piccolo del Pime) che traduceva in tagalog le sue parole. Ha attraversato una “quadra” della baraccopoli a piedi, entrando in altre baracche.

      L’accoglienza della popolazione di Tondo a Paolo VI è stata entusiastica; quelle migliaia di cattolici, che vivevano in una situazione disumana, erano consapevoli del fatto che la venuta del Papa fra loro era un chiaro invito alla Chiesa locale ed a tutti i credenti ad andare verso i poveri, i baraccati. Le foto del Papa fra le baracche di lamiera e di legno e delle famiglie visitate in casa loro hanno fatto il giro del mondo, suscitando commozione e proteste contro il governo di Marcos

     Parlando a Tondo, il Papa ha detto parole forti, riprese con risalto da tutti i giornali e le televisioni: “Che cosa vuol dire che la Chiesa vi ama? Vuol dire che la Chiesa riconosce anzitutto la vostra dignità di uomini, di figli di Dio. Riconosce la vostra uguaglianza a tutti gli altri uomini. Riconosce la preferenza che a voi è dovuta perché avete molti bisogni, per dare alla vostra vita sufficienza e benessere, sia materiale che spirituale. Io qui sento l’obbligo di proclamare, più che altrove, i “diritti dell’uomo”, per voi e per tutti i poveri del mondo. Perciò debbo anche dire che la Chiesa deve amarvi, assistervi e aiutarvi, anche con i mezzi pratici del suo generoso servizio e deve favorire la vostra liberazione economica e sociale, ricordando a sé e alla società civile di riconoscere effettivamente i vostri diritti umani”. In seguito a questa visita del Papa, la diocesi di Manila ha aperto altre due parrocchie a Tondo e chiesto ufficialmente alle autorità cittadine di provvedere ai baraccati almeno i servizi essenziali, l’acqua, la fognatura, le strade, i trasporti”.

     Con queste parole, Paolo VI ha stimolato le Chiese asiatiche a farsi carico della “promozione umana” in modo coraggioso, intervenendo in difesa  dei diritti dell’uomo e della giustizia sociale nei singoli paesi. Com’è avvenuto nelle Filippine per la dittatura di Marcos (“La rivoluzione dei fiori”), in Corea del sud contro la dittatura militare, in Vietnam e ad Hong Kong (per la dittatura comunista), in Sri Lanka ponendosi fra le due parti del paese in guerra civile; in Thailandia e in Bangladesh chiedendo interventi dei governi per i tribali oppressi in tanti +modi dalle maggioranze etniche e religiose; in India e Pakistan in difesa delle comunità cristiane perseguitate. Insomma, le Conferenze episcopali in Asia, anche dove i cattolici sono lo zero virgola o l’uno per cento hanno acquistato una buona visibilità e autorevolezza presso i governi. Nel 2009 in Bangladesh, paese quasi totalmente musulmano, il vescovo di Dinajpur, mons. Moses Costa (discendente dei primi cristiani bengalesi fatti dai missionari portoghesi nel 1500!) mi diceva: “Noi cattolici in Bangladesh siamo meno di mezzo milione su 150 milioni di bengalesi, ma quando noi vescovi assumiamo una posizione su problemi nazionali, siamo ascoltati e suscitiamo interesse e dibattiti”.

     Per l’unità della Chiesa in Oceania

     Dopo le Filippine, Paolo VI ha visitato le isole di Samoa in Polinesia e l’Australia. Ad Apia, capitale di Samoa indipendente (visitata dopo le altre isole Samoa con governatore statunitense), ha lanciato un messaggio alla Chiesa universale chiedendo ai cattolici  di non dimenticare i popoli dello sconfinato Oceano Pacifico (un terzo di tutta la superficie del globo terracqueo), mandando missionari e suore missionarie richiesti da quei popoli, in buona parte già cristiani ma con scarso personale religioso. “Rispondere alle invocazioni angosciate delle anime desiderose di luce, che ci dicono: “Passa da noi e vieni in nostro aiuto”. E poi, citando il caso di Abramo: “ Noi rinnoviamo l’invito rivolto da Dio, fin dalle età più antiche, alle anime generose: “Lascia il tuo paese, la tua famiglia e la casa di tuo padre, e va nel paese che io ti indicherò”.

     Il 1° dicembre 1970, nella Cattedrale di Sydney, il Papa incontra gli 82 vescovi dell’Australia, della Nuova Zelanda e dell’Oceania, riuniti per la seduta conclusiva della “Conferenza Episcopale Pan-Oceanica”, e parla del tema fondamentale per i cristiani del quinto continente: l’unità della Chiesa. Com’è noto, i popoli dell’Oceania (36 milioni secondo una stima del 2007) sono in grandissima maggioranza cristiani, divisi però in numerose Chiese e sette. Paolo VI riprende il tema dell’unità della Chiesa di Cristo nel “servizio ecumenico” alla sera del 2 dicembre con i rappresentanti delle varie confessioni cristiane. E ancora una volta riafferma la sua instancabile volontà di ritrovare l’unità della Chiesa voluta da Cristo. Tra l’altro invitando tutti a pregare assieme “in conformità con la preghiera che Nostro Signore fece per i suoi seguaci: “Siano essi una cosa sola, o Padre… affinchè il mondo creda… La storia non può essere cancellata dall’oggi al domani – ha detto il Papa. – Il cammino non è facile… Noi ci rallegriamo di trovarci con voi, cari Fratelli, mentre voi siete riuniti per rinnovare i vostri propositi di proseguire il cammino dell’ecumenismo, di cercare per trovare e di trovare per cercare ancora”.

     Nell’ultima giornata in Australia, il 3 dicembre, Paolo VI celebra nella Cattedrale di Sydney l’ordinazione episcopale del primo sacerdote e primo vescovo nativo della Papua Nuova Guinea, mons. Louis Vangeke (1904-1982), che dieci anni dopo (nel 1980) ho potuto intervistare a Bereina in Papua. Ricordava commosso Paolo VI e mi raccontava la sua vita, che sintetizza bene il cammino del Vangelo agli estremi confini della terra[2].

     Alle porte della Cina proibita

     Nel pomeriggio del 3 dicembre, dall’Australia Paolo VI vola a Giakarta, capitale dell’Indonesia, dove il caldo umido è soffocante. Riceve all’aeroporto il saluto del presidente della repubblica, poi con l’arcivescovo Leo Soekata si reca in Cattedrale, per incontrare i sacerdoti e i religiosi. Nel caldo insopportabile, all’uscita ha un collasso. Portato in Nunziatura, si riprende subito e chiede che il programma sia continuato. Era giunto all’estremo delle sue forze e ha continuato con gli impegni per terminare la giornata.       

     Nella notte si reca allo stadio, dove celebra la Messa per 100.000 fedeli e spiega che è venuto in Indonesia “per lo stesso motivo che mosse un tempo i vostri missionari, animati dalla stessa convinzione della vostra comunità cattolica oggi. Noi crediamo, con tutta la forza del nostro spirito, che esiste nell’umanità un bisogno supremo, primario, insostituibile, che non può essere soddisfatto se non in Gesù Cristo… Ecco quello che siamo venuti ad annunziarvi: Gesù Cristo. Egli è la via, la verità e la vita e chi lo segue non cammina nelle tenebre”.

     Mons. Macchi scrive: “Ho ancora un vivissimo ricordo di quella celebrazione, per la grande emozione che prese tutti noi quando, al momento della Consacrazione, tutti i presenti accesero un piccolo lume: parve  si fossero accese tante piccole stelle”.

     Al mattino del 4 dicembre, Paolo VI è ad Hong Kong, dove l’aveva insistentemente invitato il vescovo mons. Hsu. Va subito allo stadio,  con 40.000 fedeli presenti, presiede la concelebrazione con i vescovi cinesi e duecento sacerdoti. Nell’omelia, il Papa dice che parla a tutto il popolo cinese, che sente presente attorno a sè. Dice che celebra l’Eucarestia, il sacramento dell’unione e dell’amore. “Amare è la missione della Chiesa…. Viene per la prima volta quest’umile apostolo di Cristo, che noi siamo, a questa estrema terra orientale. E che cosa dice? E perché viene? Per dire una sola parola: Amore. Cristo è anche per la Cina un maestro, un pastore, un redentore amoroso. La Chiesa non può tacere questa buona parola: amore, che resterà”.

     Ad Hong Kong il Papa si ferma circa quattro ore e con un volo di sette ore, la stessa sera del 4 dicembre, alle ore 20 Paolo VI è a Colombo, capitale dello Sri Lanka, accolto dalle autorità civili, ecclesiali e da una grande folla. Celebra la Messa nell’aeroporto stesso, ai margini di una pista, davanti a circa 600.000 persone che lo attendevano. Il 5 dicembre arriva a Roma e il giorno dopo ringrazia i fedeli in Piazza San Pietro ed esprime il suo rammarico per la notizia che lo aveva raggiunto lungo il viaggio, l’approvazione della legge che introduceva la possibilità del divorzio in Italia. Paolo VI dice: “Noi la reputiamo infelice specialmente per l’amore che portiamo al popolo italiano”.     


[1] Pasquale Macchi, “Paolo VI nella sua parola”, Morcelliana, Brescia 2001, pagg. 264-265. Lo stesso Paolo VI scrisse in una nota personale: “Quando mi spogliai, mi accorsi che la maglia, intrisa di sudore, aveva una grande macchia di sangue al petto, dovuto ad una piccola ferita proprio vicina alla regione del cuore, superficiale e indolore; la maglia aveva contenuto l’emorragia, non copiosa del resto. Un’altra ferita, anche più piccola, quasi una scalfittura, apparve a  destra, alla base del collo. Come queste ferite fossero state prodotte, io non saprei. Perché non mi accorsi che nei violenti pugni dell’assalitore si nascondessero delle armi”.

[2] Nato nel 1904, mons. Louis Vangeke diceva con molta semplicità che nella sua etnia e nel suo villaggio si praticava il cannibalismo. Lui si era convertito a Cristo a 17 anni, dopo aver frequentato la scuola dei Missionari del Sacro Cuore. Venne mandato in seminario nell’isola di  Madagascar e tornò in Papua sacerdote nel 1938, accolto bene nel suo villaggio nativo. Ma, diceva,  “mio padre era un famoso stregone e venivano a lui anche da lontano per farsi curare. Quando morì io ero già sacerdote e gli anziani del villaggio insistevano perché continuassi la sua professione. Allora ho preso tutti gli strumenti della sua stregoneria e li ho bruciati al centro del villaggio. Poi ho dovuto scappare perché volevano farmi la pelle. Quella volta ho proprio sbagliato! Sono rimasto assente per trent’anni, sono tornato da vescovo e il capo villaggio mi ha consegnato le insegne di “capo”, in segno dell’amicizia ritrovata (una collana con denti di  pantera)”. E’ poi morto nel 1982 a Bereina, la città di cui è stato vescovo. (Si veda P. Gheddo, “La vita avventurosa del primo vescovo papua”, in “Mondo e Missione”, gennaio 1982, pagg. 57-58.

Padre Gheddo per Istituto Paolo VI (2010)

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