Papa Benedetto XVI in Africa – Padre Gheddo su Radio Maria

Giovanni Paolo II ha visitato l’Africa 16 volte in 26 anni di pontificato, ed è stato in 42 dei 53 paesi africani, in alcuni due volte. Benedetto XVI ha limitato i viaggi intercontinentali, anche perchè Giovanni Paolo II era diventato Papa a 58 anni, Papa Benedetto di anni ne aveva 78 ed ora ne ha 83!

Ma poi Papa Benedetto ha uno stile molto diverso da quello del predecessore. Il Papa polacco aveva un forte carisma personale ed era, come si dice, il missionario del mondo, voleva portare l’annunzio di Cristo a tutti i popoli. Ha fatto più di cento viaggi internazionali! Papa Benedetto è un teologo e studioso competente in tutte le scienze sacre, vuole riportare e mantenere la Chiesa nella linea del Vangelo e dal Concilio Ecumenico Vaticano II: ripartire da Cristo e dallo Spirito Santo, protagonista del Concilio, per evangelizzare il mondo. Non farà più di due o tre viaggi internazionali all’anno, ma ha già preparato encicliche fondamentali, come quelle sulla speranza (“Spe salvi”) e sulla carità (“Deus Charitas est”), due virtù “cardinali”, cioè che sono i cardini della vita cristiana, rilette alla luce delle situazioni del nostro tempo.

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Il suo primo viaggio in Africa (17-23 marzo 2009 in Camerun e in Angola), aveva un motivo ben preciso, consegnare agli episcopati africani il documento preparatorio della seconda assemblea speciale del Sinodo per l’Africa, dal titolo “La Chiesa in Africa al servizio della Riconciliazione, della Giustizia e della Pace”. E poi voleva per la prima volta incontrare i popoli e le giovani Chiese africane.

Due giorni prima della partenza, la domenica 15 marzo 2009, Papa Benedetto ha chiesto all’Angelus di pregare per il suo viaggio e ha detto:“Con questa visita intendo idealmente abbracciare l’intero continente africano, le sue mille differenze e la sua profonda anima religiosa; le sue antiche culture e il suo faticoso cammino di sviluppo e di riconciliazione; i suoi gravi problemi, le sue dolorose ferite e le sue enormi potenzialità e speranze. Intendo confermare nella fede i cattolici, incoraggiare i cristiani nell’impegno ecumenico, recare a tutti l’annuncio di pace affidato alla Chiesa dal Signore risorto”.

E ha aggiunto: “Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue dunque obbiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società”.

Il bilancio del viaggio papale è stato molto positivo rispetto agli scopi che il Papa si proponeva di raggiungere. Benedetto XVI ha parlato delle grandi potenzialità africane, ha lanciato messaggi di fiducia e di speranza ai popoli africani. Nessun’altra personalità a livello mondiale è rimasta in Africa così a lungo (forse solo il Presidente della Cina, per motivi del tutto diversi da quelli del Papa) e ha avuto accoglienze di popolo così calorose. Purtroppo, la visita di BenedettoXVI, come ha detto il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi, “è stata oscurata” dalla vergognosa campagna mediatica “contro una sola frase pronunziata dal Papa rispondendo alla domanda di un giornalista sulla lotta all’Aids in Africa”. Ma di questo parlerò nella terza parte della nostra catechesi.

Divido la mia catechesi in tre parti:

1) La missione e l’evangelizzazione nel continente africano

2) La Chiesa e le difficoltà dell’Africa nel cammino verso lo sviluppo.

3) La pretestuosa e vana polemica mediatica sul preservativo

I parte – La missione nel continente africano

Oggi il continente africano è la parte del mondo che presenta le migliori possibilità di annunziare Cristo ai non cristiani. Su circa 900 milioni di africani, la Chiesa può contare su una base di circa 130-140 milioni di cattolici e nei paesi africani a sud del Sahara la Chiesa cattolica (come in genere i cattolici) è libera di svolgere la sua missione, amata e apprezzata nel suo impegno sociale-educativo, mentre le popolazioni africane si orientano verso il cristianesimo e la Chiesa. Non posso ricordare tutto quel che ha detto il Papa sul Vangelo in Africa. Cito solo tre temi che hanno avuto particolare risalto.

1) Papa Benedetto, nel suo primo discorso in terra africana, ai vescovi del Camerun (18 marzo 2009) ha subito esortato alla missione: “In questo anno consacrato a san Paolo – ha detto – è opportuno ricordarci l’urgente necessità di annunciare il Vangelo a tutti. Questo mandato, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo rimane una priorità, giacché numerose sono ancora le persone che attendono il messaggio di speranza e di amore…. Con voi dunque, cari Fratelli, sono le vostre comunità diocesane tutte intere ad essere inviate per rendere testimonianza del Vangelo… Per guidare e stimolare il Popolo di Dio in questo compito, i Pastori devono essere essi stessi, prima di tutto, annunciatori della fede per condurre a Cristo nuovi discepoli. L’annuncio del Vangelo è proprio del Vescovo che, come san Paolo, può così proclamare : «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perchè è una necessità che mi si impone : guai a me se non annunciassi il Vangelo» (1 Co 9, 16)”.

Il Papa parlava parlava a tutta l’Africa cristiana ed è sintomatico che le sue prime parole ai vescovi sono sulla missione di portare il Vangelo a tutti gli africani. Con tutte le gravissime difficoltà che incontra l’Africa, per avviare un adeguato sviluppo economico-sociale-politico e assicurare alle sue genti un livello di vita degno dell’uomo, può sembrare strano che il Papa parli anzitutto del dovere di annunziare il Vangelo a tutti i popoli. Non è strano perché il Papa crede, come sperimentano i missionari, che Gesù Cristo e il Vangelo sono il valore umanizzante che la Chiesa deve trasmettere ai popoli e di cui i popoli africani hanno bisogno.

Visitando tanti paesi del continente nero, ho visto che le giovani Chiese, nate dallo zelo dei missionari, hanno avuto cammini molto diversi. La tendenza abbastanza generale, dopo gli entusiasmi dei primi tempi, è quella di rinchiudersi nel tranquillo possesso del gregge cristiano lasciato dai missionari. Questo compito è già così gravoso, che vescovi e preti non riescono più ad “annunziare Cristo ai non cristiani”. Il compito missionario, specie nelle regioni più povere e difficili, è spesso lasciato ai missionari stranieri e anche ai catechisti e alle comunità cristiane.

Benedetto XVI ha dato un orientamento diverso, cioè missionario, come già aveva fatto Paolo VI, che nell’unico viaggio in Africa del 1969, in Uganda, aveva gridato: “Africani, voi siete i missionari di voi stessi!”. E vent’anni dopo, nel 1990, Giovanni Paolo II aveva anche lui proclamato con forza in Costa d’Avorio: “Soprattutto a voi, cattolici africani, è oggi affidato il compito prioritario di portare Cristo a tutti i popoli del vostro continente”. Appello poi rilanciato più volte nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990).

Benedetto XVI continua su questa linea, che è rivoluzionaria rispetto alla situazione attuale nelle Chiese africane, anche se non mancano esempi diversi. L’anno scorso in Camerun ho visto che le diocesi del sud con più sacerdoti ne mandano al nord, dove i cristiani sono piccola minoranza. E ricordo che circa vent’anni fa, in Tanzania, avevo intervistato mons. Matthias Joseph Isuja, vescovo di Dodoma, che mi diceva: “Abbiamo mandato quattro nostri sacerdoti diocesani a servizio della Chiesa della Giamaica. I vescovi locali sono contenti e ne chiedono altri”. Io gli dicevo: “Come mai voi chiedete missionari italiani e poi mandate i vostri preti in un paese povero dell’America centrale?”. Il vescovo mi rispondeva: “Perché questa è la Chiesa e loro hanno meno preti di noi. Anche noi africani siamo missionari e questo è un pensiero che ci dà la carica”. Credo che questo sia un grande insegnamento anche per le nostre diocesi e parrocchie d’Italia: almeno nel senso di non ostacolare le vocazioni missionarie che il Signore fa nascere nel nostro popolo.

2) C’è un secondo orientamento che Benedetto XVI ha dato alle Chiese africane, l’unità della Chiesa e la santità dei sacerdoti. In Camerun il 18 marzo, parlando ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi, raccomanda l’unità di fede e di amore nella Chiesa e la santità di vita dei sacerdoti, ricordando l’esempio di un santo prete africano, Baba Simon del Camerun (inizio 1900 – 1975).

Benedetto XVI è un Papa che vuol rinnovare la Chiesa. Ma prima di rinnovare curia, strutture, piani pastorali, mira a rinnovare la mentalità e il cuore dei cristiani. Pensa a una riforma che parte da dentro poiché se il cuore non ama Dio, tutti i cambiamenti esteriori sono solo apparenza. Anche la Chiesa ha bisogno, anzitutto, di ritrovare un dialogo nuovo con Cristo, di farsi guidare dal Vangelo se non vuole affidare le sue sorti a garanzie mondane. Il Papa dice: “Più la Chiesa si rende discepola del Vangelo e più è libera e anche capace di farsi percepire amica dell’uomo, pur dicendo verità scomode”.

Il Papa ha detto ai preti, ai religiosi, alle suore: “La vita consacrata è una imitazione radicale di Cristo. E’ quindi necessario che il vostro stile di vita esprima con precisione ciò che vi fa vivere e che la vostra attività non nasconda la vostra profonda identità. Non abbiate paura di vivere pienamente l’offerta di voi stessi che avete fatto a Dio e di darne testimonianza con autenticità. Un esempio vi stimola particolarmente a ricercare questa santità di vita, quello del Padre Simon Mpeke, chiamato Baba Simon. Voi sapete come “il missionario dai piedi nudi” ha speso tutte le forze del suo essere in una umiltà disinteressata, avendo a cuore di aiutare le anime, senza risparmiarsi le preoccupazioni e la pena del servizio materiale dei suoi fratelli”. Baba Simon, morto nel 1975, nel Nord Camerun dove ha operato è ancora molto pregato.

Ricordo mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime, quando nel 1967 era andato in Camerun visitando diversi vescovi che avevano chiesto missionari del Pime. Mi diceva che un vescovo africano, non ricordo più di quale diocesi, gli aveva detto: “Abbiamo bisogno di missionari, ma che siano veramente uomini di Dio. Siamo agli inizi della nostra Chiesa e bisogna dare un’idea forte e giusta del cristianesimo”. Pirovano era rimasto con questa idea in testa e mandando i primi missionari del Pime in Camerun l’anno seguente diceva loro: “Andate in missione per predicare Cristo crocifisso e risorto. Cristo e non voi stessi. Questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne in mezzo a tutte le difficoltà”.

Il rettore del Seminario maggiore teologico del Nord Camerun, a Marua, padre Giovanni Malvestio, mi diceva nel dicembre 2007: “Le vocazioni, grazie a Dio, sono numerose e anche fervorose. Ma nel Nord Camerun l’evangelizzazione è iniziata da poco più di mezzo secolo e questa è la prima o seconda generazione di cristiani. E’ difficile formare buoni preti quando la fede non è maturata nel tempo. Non impossibile, ma molto difficile, perché gli ostacoli che vengono da una cultura e da superstizioni antiche, da influssi e pressioni familiari e tribali, sono molto forti. Conosco ottimi sacerdoti camerunesi, direi eroici nella loro vita sacerdotale, ma bisogna sempre richiamare i motivi soprannaturali che ci hanno portati al sacerdozio”.

E aggiungeva: “Noi missionari siamo qui per aiutare i preti camerunesi ad avere e conservare sempre lo spirito missionario, che è l’anima della Chiesa. Altrimenti ci piangiamo addosso e i nostri problemi diventano insormontabili. Bisogna guardare avanti, mentre la tendenza è di chiudersi e guardare indietro. L’istituto missionario deve sempre portare la spinta in avanti, il coraggio di non fermarsi a piangere ma di prendere coscienza di una situazione e andare avanti con la grazia dello Spirito nell’amore di Cristo.

3) Terzo orientamento alle Chiese africane, la collaborazione dei laici all’apostolato. Nel discorso del 18 marzo ringraziando in particolare i catechisti per il grande contributo che hanno dato e danno alla missione in Africa. Oggi, dice il Papa, “essi hanno ancora un ruolo determinante” perché realizzano “un’autentica inculturazione della fede. La loro formazione umana, spirituale e dottrinale è dunque essenziale. Il sostegno materiale, morale e spirituale che i pastori offrono per compiere la loro missione in buone condizioni di vita e di lavoro, è anche per essi l’espressione del riconoscimento da parte della Chiesa dell’importanza del loro impegno per l’annuncio e lo sviluppo della fede”.

Queste del Papa possono sembrare parole del tutto ordinarie, mentre toccano uno dei temi fra i più dibattuti nelle Chiese africane, la formazione e il sostegno anche economico dei catechisti, perché in pratica, data la scarsezza di preti e la vastità di diocesi e parrocchie, ai catechisti è praticamente affidata la formazione cristiana di base e l’annunzio del Vangelo ai non cristiani.

Tre anni fa in Mali ho visitato il centro di formazione dei catechisti di Ntonimba, presso la capitale Bamako. Il direttore del Centro, il padre bianco Arvedo Godina, mi diceva: “I nostri catechisti sono volontari, senza alcun stipendio. Si occupano del loro villaggio e tanti sono generosi e vanno anche in altri villaggi ad annunziare Cristo e preparare al battesimo. In pratica dirigono la comunità cristiana e sono anche un punto di riferimento anche dal punto di vista umano, per la promozione umana, la soluzione dei problemi tra famiglie…. Vorrei quasi dire che i protagonisti della vita cristiana qui in Africa sono i catechisti e sono convinto che fra i nostri catechisti e i nostri cristiani ci sono dei veri santi, eroici ma sconosciuti”. E mi raccontava esempi di notevole forza evangelica.

4) Il quarto insegnamento alle Chiese africane riguarda il dialogo con l‘islam.

E’ un tema fortemente sentito in Africa, anche in paesi come Camerun e Angola, che sono a maggioranza cristiana il primo e cattolica il secondo. Il 19 marzo Benedetto XVI ha incontrato nella Nunziatura di Yaoundé 22 rappresentanti dell’islam, che rappresenta il 20% della popolazione camerunese e il 5% di quella angolana. Nel discorso di augurio il Papa ha insistito sul tema che tocca sempre quando parla dell’islam o con gli islamici e che era già ben presente nell’ormai famosa conferenza tenuta a Ratisbona due anni fa. Le religioni debbono collaborare perrendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana, che è essa stessa un dono di Dio ed è elevata mediante la rivelazione e la fede”. Credere in Dio, ha aggiunto, “non pregiudicare la nostra capacità di noi stessi e il mondo, anzi la dilata. Lungi dal metterci contro il mondo, ci impegna per esso”.

Cristiani e musulmani sono chiamati “ad aiutare gli altri nello scoprire le tracce discrete e la presenza misteriosa di Dio nel mondo, che Egli ha creato in modo meraviglioso e sostiene con il suo ineffabile amore che abbraccia tutto… Se gli uomini e le donne consentono all’ordine magnifico del mondo e allo splendore della dignità umana di illuminare la loro mente, essi possono scoprire che ciò che è ‘ragionevole’ va ben oltre ciò che la matematica può calcolare, la logica può dedurre e gli esperimenti scientifici possono dimostrare”. Il “ragionevole”, ha spiegato il Papa, “include anche la bontà e l’intrinseca attrattiva di un vivere onesto e secondo l’etica, manifestato a noi mediante lo stesso linguaggio della creazione”.

Questa visione della religione, ha aggiunto, “rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione. In realtà, religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede”. Il Pontefice ha concluso il suo discorso auspicando che “l’entusiastica cooperazione tra musulmani, cattolici ed altri cristiani in Camerun sia per le altre Nazioni africane un faro luminoso sul potenziale enorme di un impegno interreligioso per la pace, la giustizia e il bene comune”.

L’orientamento dato da Benedetto XVI alle Chiese locali africane per il “dialogo” e la collaborazione con i musulmani è estremamente importante. Infatti, l’Africa nera è il continente dove il “dialogo” cristiano-islamico è più facile per due motivi:

1) primo, in questa parte del mondo le due “religioni del Libro” sono maggiormente presenti in termini numerici, con prevalenza dell’una o dell’altra nei vari paesi;

2) secondo, perché qui l’islam risente molto dell’”inculturazione” nella cultura tradizionale africana dell’accoglienza, della tolleranza e del risolvere le divergenze e i contrasti con “la parola”, cioè discutendo e mettendosi d’accordo.

Il “dialogo teologico” dei primi tempi dopo il Vaticano II non è mai riuscito a decollare e, tra l’altro, l’islam lo rifiuta. In Africa è invece già ben avviato “il dialogo della vita”, cioè il vivere assieme rispettandosi e aiutandosi in varie forme suggerite dalle situazioni locali. Ho visto questo in molti paesi appena a sud del Sahara, Senegal, Mali, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Niger, Nord del Camerun, Ciad e molto più in paesi più a sud, dove non c’è mai stata persecuzione anti-cristiana e anzi, nel tempo della colonizzazione europea, i governi laici (o “laicisti”) francesi favorivano piuttosto l’islam che la Chiesa cattolica, mentre belgi e portoghesi favorivano la Chiesa cattolica.

Nel suo viaggio, Papa Benedetto orienta le Chiese africane ad avviare un “dialogo” che parte dal retto uso della ragione, per poter scoprire assieme come aiutare i popoli africani ad evolversi ed entrare nel mondo moderno. Questo è solo un orientamento di base, come punto di partenza che poi va sviluppato dai capi ed esperti delle due religioni, che se sono unite hanno decisiva importanza in un continente come l’Africa, profondamente religioso. Anche questo è un fatto “rivoluzionario” del Papa teologo, che la “grande” stampa laica non ha minimamente colto. E’ responsabilità delle Chiese africane realizzare, per quanto è possibile, quando il Papa ha detto.Per capirne il valore, bisogna tener conto di realtà e situazioni ignorate in Occidente.

Nel dicembre 2007 ho vissuto 4-5 giorni con padre Giuseppe Parietti del Pime a Marua, capitale del Nord Camerun, dove il padre si è affermato come protagonista del dialogo con la comunità islamica, incaricato di questo dalla Conferenza episcopale. Da 33 anni è sul posto, ha studiato il fulfuldé, lingua veicolare e maggioritaria nel Sahel e usata dai musulmani, componendo e stampando un dizionario fulfuldé-francese e altre opere di linguistica e di Vangelo. Inoltre è vissuto un anno intero ospite in una famiglia islamica, introducendosi bene in quel mondo così diverso dal nostro. Con lui ho partecipato alla festa islamica del “Fit’r” (del montone) con mezzo milione di partecipanti, invitati dal ”Lamido”, la massima autorità politica e religiosa dell’islam locale.

Parietti mi parla dei valori vissuti nel Nord Camerun dai musulmani. Specialmente “il primato di Dio e la fedeltà alla legge di Dio e alla preghiera. Dio guida la vita di tutti gli uomini, è sempre presente nel loro pensiero. In tanti momenti della giornata si rivolgono a Dio, siamo nelle mani di Dio, preghiamo Dio per questo e quello, Dio sa tutto e vede la nostra situazione: sono modi di intercalare normali, che esprimono una fede profonda”. Poi ci sono altri valori.

Il Dio dell’islam non è il Dio che Cristo ci ha rivelato, le differenze sono tante e profonde. ma Parietti pensa che l’islam ha un significato anche per noi cristiani e per i popoli africani, come già mi diceva il vescovo della Libia mons. Martinelli a Tripoli nel 2006. In numerosi viaggi nell’Africa nera ho sempre sentito che i musulmani locali rimangono religiosi anche quando si evolvono con l’istruzione e il benessere. In Camerun esiste dal 2001 un comitato nazionale delle religioni, che rappresenta soprattutto cristianesimo e islam, per monitorare le leggi e i regolamenti dello stato, affinché non penalizzino le religioni, discutere assieme il problema dell’Aids e leggi da proporre per impedire che il governo continui a dare la priorità agli armamenti piuttosto che all’educazione del popolo e allo sviluppo economico e sociale.

Gli incontri, si svolgono spesso nel Nord Camerun, dove gli islamici sono circa il 35% degli abitanti, cattolici e protestanti assieme il 10%, gli altri ancora animisti. Parietti dice che il dialogo sulle cose da fare assieme è abbastanza ben avviato, riguardo ai temi sui quali intervenire e nei quali le due religioni sono d’accordo. Ad esempio, insegnamento religioso nelle scuole, aiuti dello stato ai gruppi umani più deboli, lotta contro la pornografia e la corruzione, rifiuto del laicismo di origine francese, ecc. Nel Sud Camerun, a grande maggioranza cristiano, è prevalente l’influsso della cultura laicista francese, nel Nord Camerun prevale l’intesa fra musulmani e cristiani per difendere la presenza della religione e dei precetti morali nella società. Potrebbe essere un esempio per tutta l’Africa nera.

II parte – La Chiesa e le difficoltà dello sviluppo africano

In tutte le statistiche degli organismi dell’Onu, il continente e i paesi africani sono sempre all’ultimo posto: ultimi nell’istruzione, ultimi nel Pil e nella ricchezza nazionale, ultimi nella pace e via dicendo. Come e perché, nel terzo millennio cristiano siamo giunti a questo punto è materia di studi, dibattiti, ipotesi. Qui interessa dire che qualsiasi personalità politica o economica che venga da altri continenti a visitare l’Africa, promette dì aiutare l’Africa affinchè si sviluppi, ma inevitabilmente guarda solo agli interessi del proprio paese e chiede qualcosa in contraccambio.

Papa Benedetto XVI si è mosso in tutt’altra ottica e, come portatore del Vangelo capace di generare un approccio integrale ai problemi che assillano i popoli africani, ha potuto dare orientamenti circa la lotta alle cause profonde, antropologiche, culturali e anche religiose, di tanta arretratezza e miseria che caratterizza il continente nero.

Non è facile sintetizzare quanto il Papa ha detto in una trentina di interventi fatti nei suoi sei giorni africani. Ha parlato di molti temi che compaiono abbastanza di frequente sulle pagine dei giornali e nei documentari televisivi: la corruzione a livello governativo e amministrativo negli stati africani; la mancanza di democrazia e di rispetto dei diritti dell’uomo e della donna; le varie guerre, guerriglie e colpi di stato che rendono instabile la situazione politica e difficili gli investimenti per produrre ricchezza; l’ingordigia delle multinazionali che continuano un colonialismo di sfruttamento delle ricchezze africane; gli scarsi aiuti del mondo ricco per sconfiggere la fame e le malattie epidemiche; la scandalosa situazione di molti africani, che non hanno scuola né assistenza sanitaria né lavoro. E via dicendo.

Ma credo che in questa catechesi sul viaggio del Papa in Africa interessi soprattutto quel che Benedetto XVI ha detto e che nessun altro dice. Semplicemente perché il Papa, partendo dal Vangelo, dalla dottrina sociale della Chiesa e dall’esperienza dei missionari e delle giovani Chiese, parla dello sviluppo africano in un’ottica che non è comune: quella che parte dal cuore dell’uomo. La dottrina sociale della Chiesa non si ferma alla superficie dei fenomeni, ma va in profondità, proprio perchè Gesù ha rivoluzionato la società e l’umanità non conquistando il potere politico e facendo nuove leggi, ma col suo esempio e il suo insegnamento, che hanno cambiato e continuano a cambiare, con l’aiuto della grazia di Dio, il cuore dell’uomo.

In altre parole, il Papa, fra le molte cose che ha detto, ha anche sviluppato questo concetto: il Vangelo favorisce lo sviluppo di un popolo, proprio agendo all’interno della sua religione tradizionale, della sua cultura, dei suoi costumi, che hanno senza dubbio valori da salvare, ma attendono il Messia (cioè la Rivelazione di Dio) che completi la legge e i costumi antichi. Così ha fatto lo stesso Cristo nel suo tempo storico, traghettando il popolo ebraico, e poi tutti i popoli, dall’Antico al Nuovo Testamento.

Per cui, in questa seconda parte vorrei presentare tre “scenari” evocati da Benedetto XVI, che sono fondamentali per lo sviluppo dell’Africa (naturalmente oltre ai temi già ricordati).

  1. Primo scenario. La dottrina sociale della Chiesa

All’aeroporto di Yaoundé il 17 marzo, accolto dal presidente della Repubblica, Paul Biya, e da autorità civili e religiose – non solo cattoliche – e da una folla festante, rumorosa e colorata, nel suo discorso di saluto Papa Benedetto si è detto portatore di quella speranza che è impersonata da una giovane africana, Josephine Bakhita, nata schiava e divenuta santa. “Qui in Africa – dice – come pure in tante altre parti del mondo, innumerevoli uomini e donne anelano ad udire una parola di speranza e di conforto….In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati, di cambiamenti climatici, l’Africa soffre sproporzionatamente: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà, della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro”.

Ma la Chiesa, ha aggiunto, offre “non nuove forme di oppressione economica o politica, ma la libertà gloriosa dei figli di Dio (cfr Rom. 8,21). Non l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati, ma la pura acqua salvifica del Vangelo della vita. Non amare rivalità interetniche o interreligiose, ma la rettitudine, la pace e la gioia del Regno di Dio, descritto in modo così appropriato dal Papa Paolo VI come “civiltà dell’amore” (cfr Messaggio per il Regina caeli, Pentecoste 1970)”.

In altre parole, per lanciare “un messaggio di speranza e di conforto” all’Africa tormentata da tanti mali, il Papa offre anzitutto e soprattutto una forza spirituale, il Vangelo, che permette di costruire assieme “la civiltà dell’amore”. Nel primo giorno della sua permanenza in Africa, il 18 marzo 2009, Benedetto XVI ha insistito con i vescovi sulla necessità di formare i laici secondo la “Dottrina sociale della Chiesa”, affinchè trasformino la società africana dal di dentro.

  “Nel contesto della globalizzazione in cui ci troviamo – ha proseguito –  la Chiesa ha un interesse particolare per le persone più bisognose. La missione del Vescovo lo impegna ad essere il principale difensore dei diritti dei poveri, a promuovere e favorire l’esercizio della carità, manifestazione dell’amore del Signore per i piccoli. In questo modo, i fedeli sono portati a cogliere in modo concreto che la Chiesa è una vera famiglia di Dio, riunita dall’amore fraterno, che esclude ogni etnocentrismo e particolarismo eccessivi e contribuisce alla riconciliazione e alla cooperazione tra le etnie per il bene di tutti. D’altra parte, la Chiesa, attraverso la sua dottrina sociale, vuole risvegliare la speranza nei cuori degli esclusi. E’ anche dovere dei cristiani, specialmente dei laici che hanno responsabilità sociali, economiche, politiche, di lasciarsi guidare dalla dottrina sociale della Chiesa, per contribuire alla costruzione di un mondo più giusto in cui ciascuno potrà vivere dignitosamente”.

Il Papa ha citato un esempio significativo, ricordando ai vescovi e sacerdoti dell’Angola, il primo stato e Regno cristiano dell’Africa nera di cui si ha notizia certa, nato nel 1506 dai portoghesi che portarono il Vangelo in quella parte dell’Africa e dalla conversione a Cristo di numerosi popoli dell’attuale Angola. Ecco una parte del discorso molto interessante perchè ricorda come il messaggio cristiano possa unire popoli diversi e farli vivere in pace:

“Mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni… quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore a Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella bantu e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo”. In altre parole, la fede in Cristo può e deve far superare tutte le barriere etniche, razziali, tribali, fattore fondamentale per la pace nel continente nero.

  1. Secondo scenario. Il Vangelo libera dalla paura degli spiriti malvagi.

Il Papa ha ricordato il flagello psicologico-culturale dell’Africa nera, che ostacola fortemente lo sviluppo delle persone e dei popoli e che il Vangelo aiuta ad eliminare. Ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.

Il Papa continua dicendo che “qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.

E’ la prima volta che una personalità non africana a livello mondiale ricorda questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo degli africani e dell’Africa. E il Papa non lo fa per giudicare o condannare, ma per aiutare, come padre e messaggero del Vangelo di libertà, gli africani a liberarsi da una pesantissima eredità religioso-storica.

Il vescovo nero di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa ha dichiarato ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”. Ricordo mons. Vitale Yao vescovo di Bouaké in Costa d’Avorio, al quale nel 1985 avevo chiesto se anche nel suo paese c’erano ancora superstizioni e stregoni, mi diceva: “La nostra gente deve liberarsi da una mentalità magica, che attribuisce le malattie non a cause fisiche ma ad interventi di spiriti malefici, e da questo nascono sospetti, vendette, avvelenamenti, altrimenti l’Africa non potrà mai svilupparsi”.

L’anno scorso 2008, un missionario del Camerun, padre Carlo Scapin, mi diceva a Yaoundé: “Gli africani credono in Dio creatore che sta sopra tutti. Ma Dio non si mabifesta, non si interessa degli uomini, è lontano, invisibile e inconoscibile. Praticamente la vita e l’agire degli uomini sono governati dagli spiriti. E’ difficile dire chi sono e dove sono questi spiriti, un po’ sono lo spirito dei morti e degli antenati e un po’ sono forze spirituali inconoscibili che però agiscono sugli uomini.

“Una volta una cattolica mi dice: “Vorrei sapere come fa quella donna a raccogliere dal suo campo venti sacchi di arachidi”. Io le rispondo: “La vedo tutti i giorni andare al campo molto presto e tornare alla sera tardi”. E lei ribatte: “No, padre, lei si fa aiutare dalle ombre dei morti, di quelli che sono morti ma che sono in spirito ancora qui e si possono prendere e mandarli a lavorare nel proprio campo”. La donna era convintissima, inutile farla ragionare e quando non sa più cosa dire razionalmente, dice: “Eh, voi bianchi queste cose non potete capirle, ma sono vere”.

“Un’altra donna cattolica mi raccontava della figlia che era morta dicendo convinta che “i Bassa (un’altra etnia) mi hanno presa e sto morendo. Vogliono che il mio spirito lavori per loro”. Di fronte a queste credulità di persone cattoliche e praticanti, che credono profondamente a Cristo e sono fedeli alla Chiesa eppure continuano a pensare come nei tempi antichi, tu rimani senza parole ed è inutile convincerli che si sbagliano. E’ questa cultura profonda che disturba la personalità e ostacola lo sviluppo nel mondo moderno, perchè influisce in tutti gli aspetti della vita. L’africano vive nel terrore dell’ignoto”.

All’inizio della mia vita camerunese mi pareva, quando sentivo queste cose, di sentire favole senza significato e senza influsso nella vita concreta. Poi invece, a poco a poco, ho capito la forza di questo doppio modo di pensare, dove la mentalità magica vince sempre o quasi sempre specie nei casi più difficili e problematici”.

Padre Carlo aggiunge: “La cultura e mentalità tradizionale influisce profondamente sulla vita delle persone, anche di quelle più istruite. Alcune sono veramente libere, ma in genere non è così. Non molto tempo fa, un nostro cristiano che aiuta in parrocchia, un mattino ha trovato davanti alla sua porta un uovo rotto. Si dispera perché questa è la minaccia di uno che vuole la sua morte: come ha rotto l’uovo che è segno di vita, così romperà la mia vita attraverso gli influssi di spiriti malefici. Vado a dare una benedizione solenne a quella casa e dico loro: “Non abbiate paura. Con le mie benedizioni e la vostra fede, Gesù Cristo è entrato nella vostra casa e nessuno può più mandarlo via, se voi pregate con fede”. Senza la mia benedizione quella povera gente, che pure sono fedeli a Cristo e alla Chiesa, sarebbero vissuti nel terrore. I casi di questo genere sono molti e spesso non vengono subito alla Chiesa, ma vanno dallo stregone che queste cose le capisce più del prete. Il quale fa i suoi segni misteriosi e dà il responso: accusa il tale o il tal altro di voler male a quella famiglia e incominciano i sospetti, le gelosie, le vendette, una famiglia o due sono distrutte o squassate. La cultura africana è la cultura della paura e del sospetto che blocca la persona in tutti i sensi. Qui non si muore mai di malattia; soprattutto se giovani o di mezza età, si muore di malocchio e di spiriti cattivi e di stregonerie”.

3) Terzo scenario. La famiglia e le donne.

Parlando ai vescovi del Camerun (18 marzo) il Papa non ha nascosto la “sfida” che viene dalla società di oggi, quella rappresentata dalle difficoltà per la famiglia, dovute “in special modo all’impatto della modernità e della secolarizzazione con la società tradizionale” e ha esortato “a preservare con determinazione i valori fondamentali della famiglia africana, facendo della sua evangelizzazione in modo approfondito una delle principali priorità. Nel promuovere la pastorale familiare, voi vi impegnate a favorire una migliore comprensione della natura, della dignità e del ruolo del matrimonio che richiede un amore indissolubile e stabile”.

Il 20 marzo, parlando a Luanda ai politici e ai diplomatici, Papa Benedetto ha confidato che la visita in Camerun e Angola “va suscitando in me quella gioia umana profonda che si prova nel trovarsi tra famiglie. Penso che tale esperienza possa essere il dono comune che l’Africa offre a quanti provengono da altri continenti e giungono qui, dove “la famiglia è il fondamento sul quale è costruito l’edificio sociale” (Ecclesia in Africa, 80). Eppure, come tutti sappiamo, anche qui numerose pressioni si abbattono sulle famiglie: ansia e umiliazione causate dalla povertà, disoccupazione, malattia, esilio, per menzionarne solo alcune. Sconvolgente è il giogo opprimente della discriminazione sulle donne e ragazze, senza parlare della innominabile pratica della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi. Devo anche riferire un’ulteriore area di grave preoccupazione: le politiche di coloro che, col miraggio di far avanzare 1’«edificio sociale», minacciano le sue stesse fondamenta. Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute “materna”! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva (cfr Protocollo di Maputo, art. 14)!”.

Questi cenni del Papa sulla famiglia in Africa, nel quadro di un discorso sullo sviluppo dell’Africa, sono anch’essi una novità. Parlando e scrivendo del continente africano, la situazione della famiglia non è mai ricordata. Si parla di soldi, commerci, materie prime, guerre, dittature, debito estero e di mille altri temi. Nessuno afferma coraggiosamente, come fa il Papa, che “la famiglia è il fondamento sul quale è costruito l’edificio sociale” e delle “pressioni” che disgregano la famiglia, senza della quale tutto il resto è vano: la società non cresce, non si sviluppa in senso umano.

Strettamente collegato al tema della famiglia e della moralità tradizionale che si sta disgregando, il discorso di Papa Benedetto ai “Movimenti cattolici di promozione della donna” (22 marzo a Luanda), nel quale ha invitato “ad un’effettiva consapevolezza delle condizioni sfavorevoli a cui sono state – e continuano ad essere – sottoposte tante donne, esaminando in quale misura la condotta e gli atteggiamenti degli uomini, a volte la loro mancanza di sensibilità o di responsabilità, possano esserne la causa. I disegni di Dio sono diversi”. E il Papa ricorda il racconto della Creazione quando Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (cfr Gn 2, 18). Dio di nuovo si mise all’opera per creare l’aiuto che mancava, e lo dotò in modo privilegiato introducendo l’ordine dell’amore, che non vedeva abbastanza rappresentato nella creazione. E continua: “Nel fondamento del disegno eterno di Dio la donna è colei in cui l’ordine dell’amore nel mondo creato delle persone trova un terreno per gettare la sua prima radice».

Poi il Papa tocca i vertici della commozione quando afferma che “la storia registra quasi esclusivamente le conquiste dei maschi, quando in realtà una parte importantissima si deve ad azioni determinanti, perseveranti e benefiche poste da donne”. E poi ha proposto come modelli due donne assolutamente sconosciute ai più, che definisce “straordinarie”. L’angolana Teresa Gomes è “deceduta nel 2004 nella città di Sumbe, dopo una vita coniugale felice da cui sono nati 7 figli; incrollabile è stata la sua fede cristiana e ammirevole il suo zelo apostolico, soprattutto negli anni 1975 e 1976 quando una feroce propaganda ideologica e politica si abbatté sopra la parrocchia di Nostra Signora delle Grazie di Porto Amboim, riuscendo quasi a far chiudere le porte della chiesa. Allora Teresa divenne la leader dei fedeli che non si arrendevano alla situazione, sostenendoli, proteggendo coraggiosamente le strutture parrocchiali e tentando ogni possibile strada per avere di nuovo la santa Messa. Il suo amore alla Chiesa la rese instancabile nell’opera dell’evangelizzazione, sotto la guida dei sacerdoti”.

Maria Bonino: era una pediatra italiana, offertasi volontaria per varie missioni in quest’Africa amata, e divenuta la responsabile del Reparto pediatrico dell’Ospedale provinciale di Uíje negli ultimi due anni della sua vita. Votata alle cure quotidiane di migliaia di bambini ricoverati, Maria dovette pagare con il sacrificio della sua vita il servizio ivi reso durante una terribile epidemia della febbre emorragica di Marburg, finendo lei stessa contagiata; anche se trasferita a Luanda, qui decedette e qui riposa dal 24 marzo del 2005. La Chiesa e la società umana sono state – e continuano ad essere – enormemente arricchite dalla presenza e dalle virtù delle donne, in particolare di quelle che si sono consacrate al Signore e, poggiando su di Lui, si sono messe al servizio degli altri”. Il Papa poi parla dei diritti delle donne africane e sollecita a riconoscere “il ruolo pubblico della donna”, che “non deve sminuire l’insostituibile funzione che esse hanno all’interno della famiglia”.

Quando si parla di società che penalizzano le donne in tanti modi, si citano spesso quelle islamiche, come tutti sanno. Non si parla mai delle condizioni molto deplorevoli in cui vivono, in genere, le donne nelle società dell’Africa nera. Per dare un’idea di questo, cito alcuni dati che la delegazione africana dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) ha dato alla “IV Conferenza mondiale sulla donna” svoltasi a Pechino nel settembre 1995 sotto l’egida delle Nazioni Unite: la mortalità da parto è di 1 su 20 donne (nei paesi sviluppati 1 su 10.000), le donne sono quelle che più soffrono dell’insufficienza alimentare nel continente africano, inadeguato accesso delle donne all’educazione e al lavoro moderno, scarso potere economico delle donne, la poligamia è ancora riconosciuta dalle leggi, troppi i paesi in cui la donna è considerata minorenne sotto il controllo maschile (del padre, del marito, dei fratelli), i paesi in cui il marito può negare alla donna il lavoro in proprio, la ragazza africana viene discriminata nei suoi diritti fin dalla nascita e dagli stessi genitori e via dicendo (mutilazioni sessuali ad esempio, ancora usate nella tradizione africana).

Parlare della condizione della donna e della famiglie in Africa è rivoluzionario. Papa Benedetto l’ha fatto con forza in diversi interventi, per indicare il cammino che le società, le culture e le leggi dei paesi africani debbono ancora compiere per un autentico sviluppo dell’uomo e della donna. Ma credo che pochissimi in Occidente ne hanno avuto notizia: stampa e televisioni parlavano soprattutto del “preservativo” come ipotetico rimedio all’Aids!

III parte – La vana e sciocca polemica sul preservativo

Ha detto bene padre Federico Lombardi, direttore dell’Ufficio stampa della Santa

Sede: “Sarebbe bene che anche in Europa ci si ricordi che è in corso un viaggio del Papa in Africa e che Benedetto XVI sta dicendo cose importanti sull’Africa”. E si è lamentato che una sola frase del Papa, peraltro mal riferita, “ha oscurato l’intera visita di Benedetto XVI”. Leggevo in quei giorni la stampa italiana e internazionale ed era una pena confrontare quel che diceva e faceva Benedetto XVI (secondo L’Osservatore Romano e Avvenire) e quel che riferivano la stampa “laica” e i commenti televisivi. Penso si possa dire che in realtà ci sono stati non uno, ma due viaggi di Benedetto XVI in Africa:

  1. Il primo viaggio del Papa è quello che realmente si è verificato,con la trionfale accoglienza dei popoli, la presenza e cordialità di tutte le autorità ecclesiali e politiche e dei rappresentanti delle altre Chiese e religioni, ad indicare quanto il Papa in Africa è sentito da tutti come la personalità che a livello mondiale rappresenta la religione, la via che porta a Dio; e poi le molte prese di posizione del Papa a favore della pace, dei più piccoli e poveri, della dignità di ogni uomo e di ogni donna, rimproverando anche alle autorità politiche e amministrative africane e ai governi dei paesi ricchi, di non fare abbastanza per aiutare questi popoli che vivono spesso una vita disumana. Questi i contenuti autentici della visita di Benedetto XVI all’Africa.
  1. Ma esiste anche un secondo viaggio, rappresentato da gran parte dei giornali e televisioni europei, americani e italiani, che hanno quasi ignorato la realtà dei fatti, insistendo fino alla nausea su due frasi, fra le decine di migliaia pronunciate dal Papa in Africa. La prima è quando, rispondendo alla domanda di un giornalista sull’aereo da Roma e Yaoundé, ha detto: “Non si può superare questo problema dell’Aids… con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema”. Niente di nuovo sul piano del Magistero della Chiesa, ma questa sola frase ha fatto notizia, oscurando tutto il resto. E la seconda frase è quando Benedetto XVI ha condannato il concetto di “salute riproduttiva delle donne”, facendo passare l’aborto come mezzo per regolare le nascite. Anche qui un Comandamento antico come e più del cristianesimo (“Quinto: non uccidere”, Esodo, 20,13) che sulle prima pagine dei giornali diventa motivo di scandalo, di protesta, di denunzia, di accuse fantasmagoriche ad un Papa “che non capisce il mondo in cui vive” (così un supposto “grande giornale” italiano!). Un fatto scandaloso che dimostra l’abisso che spesso esiste, fra il giornalismo e la verità dei fatti.

Insomma, il coraggioso viaggio del Papa poteva essere l’occasione propizia per portare, finalmente, alla ribalta dell’opinione pubblica l’Africa, gli africani, i loro problemi e le loro sofferenze, e invece si è risolto in un patetico tentativo di squalificare l’unico personaggio mondiale che ovunque vada in Africa trova accoglienza solenne e festosa, l’unico autorevole difensore del continente africano presso il resto del mondo! Poi non venite più a dirci che gli italiani sono insensibili alle tragedie dei popoli africani, quando la miglior occasione che capita da anni per educarli a questa sensibilità, i nostri maggiori mass media la riducono stupidamente ad una inutile, stolta e patetica polemica.

Vediamo di capire più in profondità la realtà dei fatti, fermandoci in particolare sull’uso del preservativo come strumento per combattere la diffusione dell’Aids. Sul tema dell’aborto, che la Chiesa considera uccisione di una vita umana, mi pare superfluo tornare. Per i sostenitori dell’aborto non si capisce ancora quando pensino che inizia la vita di un uomo, se non nel momento della concezione. Perché sono contrari alla pena di morte, ma favorevoli all’uccisione di una creatura umana che sta appena incominciando a vivere?

Ma sull’uso del preservativo come strumento di lotta contro la diffusione dell’Aids, penso ci sia molta confusione. La polemica contro il Papa è stata pretestuosa e non rispettosa della realtà dei fatti. Benedetto XVI è intervenuto su questo argomento il 17 marzo sull’aereo tra Roma e Yaoundé, in una breve conferenza stampa tenuta in piedi. Rispondendo alla domanda di un giornalista francese, il Papa ha detto: Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con i soldi, pur necessari, ma se non c’è l’anima. Se gli africani non aiutano, impegnando la responsabilità personale, non si può superarlo con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema”.

Su questa sola frase, i mass media internazionali, alcune agenzie dell’Onu e dell’Unione Europea, ministri di Francia, Germania, Olanda, oltre a molte altre personalità si sono stracciate le vesti. “The Pope is wrong!”, ripetevano scandalizzati: “Il Papa sbaglia!”. Un cosiddetto “grande giornale” ha anche riportato il commento di una personalità laica: “Si può dire che il Papa è andato leggermente fuori di testa!” (meno male quel “leggermente”!).

Eppure l’esperienza di medici che in Africa operano contro l’Aids conferma quanto Benedetto XVI ha detto. Dato che anche non pochi credenti sono rimasti vittime di questa campagna anti papalina (ormai abitudinaria in numerosi mass media), riporterò più avanti pafrte dell’intervista ad un medico missionario comboniano che vive e lavora in Uganda. Ma prima voglio citare la conversazione che ho avuto a Milano (il 2 aprile 2009) con don Vincenzo Bease, sacerdote ugandese di Kampala, il quale mi dice che il governo ugandese da più di vent’anni si è impegnato a fondo nella campagna per la prevenzione dell’Aids (Hiv in inglese), attraverso radio, televisione, stampa, manifesti e iniziative dei vari ministeri, interessando soprattutto le scuole, le università e poi le famiglie, i giovani, coinvolgendo i capi villaggio, i capi tribù, ecc. La campagna aveva questi contenuti:

  1. L’Aids è una malattia fisica, provocata da cause fisiche, non dal malocchio o da maledizioni e interventi di spiriti malvagi. E’ una malattia che si prende ad ogni età per contagio intimo con un malato di Aids.
  2. L’Aids non è facile da curare, ma bisogna prevenirlo, imparando ad usare l’esercizio della sessualità. Tre le regole da osservare se non si vuole prendere la malattia: A – B – C,
  3. A – Abstinence, Astinenza. Bisogna astenersi dall’uso del sesso in età in cui l’uomo e la donna non sono ancora sessualmente maturi e fuori dal matrimonio fra uomo e donna. Il sesso ha lo scopo di unire marito e moglie, generare dei figli, creare una famiglia fondata sull’amore fra i due genitori e con i figli.
  4. B – Be Faithful, Sii fedele alla tua moglie o al tuo marito. L’adulterio e l’uso del sesso con persone diverse è la causa principale che porta all’Aids.
  5. C – Condom. Usare il Condom, quando chi è affetto da Aids usa il sesso.

Questi, in sintesi, i contenuti della campagna governativa veramente tambureggiante, che ha raggiunto anche le popolazioni meno colte con strumenti efficaci, che solo il governo può avere. Inoltre il governo ha preso diversi provvedimenti legislativi. Ne cito uno. Nella cultura tradizionale, se il marito muore, la moglie è presa dal fratello del marito (in Africa c’è la poligamia anche nei paesi non musulmani). Il governo ha proibito e sta sradicando questa cultura tradizionale.

I risultati della campagna sono stati eccezionali, imprevedibili, ben conosciuti in Uganda e apprezzati anche in campo internazionale Valga per tutti lo studio del dott. Edward Green del “Centro sulla popolazione e lo sviluppo” di Harvard che ha verificato il programma ABC applicato in Uganda dal 1986 e che, dal 1991, ha visto un declino delle infezioni dal 21% al 6% (oggi altre fonti dicono al 3%). Non va dimenticato che Green era un sostenitore del “sesso sicuro” con il condom e invece è divenuto un sostenitore dell’astinenza e della fedeltà nei rapporti di coppia.

Anche in Senegal, ha dichiarato alla Radio Vaticana il Cardinale senegalese Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar, dal 1995, su richiesta dell’allora Presidente Abdou Diouf, le comunità religiose cristiana e musulmana si sono impegnate nella lotta contro l’Aids: “Abbiamo detto che avremmo predicato ed esortato in favore dell’astinenza e della fedeltà e l’abbiamo fatto, sia noi cristiani che i musulmani. E se oggi il tasso di contagio dell’Aids rimane basso in Senegal, penso che sia grazie alle comunità religiose che hanno insistito sulla morale e sui comportamenti morali”.

Al contrario, paesi come il Sud Africa, che hanno abbracciato in pieno la campagna sul “sesso sicuro” con l’uso del condom, sostenuta dall’Onu, dall’Unione europea e da varie organizzazioni non governative, hanno registrato uno spaventoso incremento della diffusione dell’Aids.

Non si riesce a capire perchè chi ha protestato contro il Papa, non ha tenuto il minimo conto della rivoluzionaria esperienza dell’Uganda, citata anche in campo internazionale. Nessun giornale italiano, eccetto quello cattolico, ne ha parlato. Un altro aspetto sconcertante di tutta questa vicenda è che nessuno parli di quanto la Chiesa in Africa sta facendo per le vittime dell’Aids, in termini di assistenza ai malati ma anche in termini di promozione culturale su questi temi. Su questo tema Mondo e Missione” ha pubblicato un interessante articolo nel dicembre 2008.

Nell’Africa sotto il deserto del Sahara (“Africa nera”) risiede il 10 per cento della popolazione mondiale e il 66 per cento degli infetti dall’Hiv (Aids) di tutto il mondo. Cifre impressionanti. Tuttavia negli ultimi anni, come s’è detto, in Uganda è stato notato un calo deciso della frequenza delle infezioni negli adulti, proponendo e favorendo i modello ABC si è dimostrato vincente. Lo confermano i medici Filippo Ciantia e Pier Alberto Bertazzi, che lavorano in Uganda, in un articolo apparso sul quotidiano online www.ilsussidiario.net. Il metodo è stato studiato con interesse negli ultimi anni e discusso su riviste internazionali come “The Lancet”, “Science”, “British Medical Journal”.

Il comboniano fratel Daniele Giovanni Giusti è medico con un’esperienza trentennale in Uganda. Ha lavorato per vent’anni in vari ospedali del paese. Negli ultimi dieci anni è stato incaricato del coordinamento dei servizi sanitari della Chiesa cattolica ugandese. Un testimone oculare di quanto sta accadendo in quel paese africano. Dopo aver parlato dei grandi risultati ottenuti dalla campagna governativa ABC contro l’Aids, il dottor Giusti ha così concluso la sua intervista:

  • In sostanza l’educazione è la vera risposta all’epidemia?
  • L’educazione trasmette un concetto di persona umana che aiuta il cambiamento. Ci si basa sulla fiducia e sulla ragionevolezza della persona. Si spiega che cosa comporta il rischio, cosa lo riduce e cosa lo elimina. L’astinenza annulla il rischio per quanto riguarda i casi di trasmissione per via sessuale. Questa è la strategia più sicura. Se il messaggio dato ai giovani è consistente, questi cambiano il loro comportamento sessuale. La fedeltà nel rapporto sessuale riduce il rischio. Se ambedue i partner sono fedeli, il rischio è notevolmente ridotto. L’uso del preservativo riduce il rischio, ma non lo elimina.


Cosa dicono le grandi agenzie internazionali coinvolte nella lotta contro l’Aids?

– Nel passato, le agenzie internazionali avevano sposato l’uso del preservativo. Oggi, anche se in sordina, si sta cambiando strategia. L’esperienza sul campo ha dimostrato che nei paesi dove si è puntato tutto sul preservativo, non si sono ottenuti – tra la popolazione – risultati soddisfacenti come quelli ugandesi. Inoltre, propagandare oggi l’uso del preservativo non tiene conto della mentalità degli africani e di come essi recepiscono i messaggi.

Padre Gheddo su Radio Maria (2009)

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