Parlare di Gesù in Tupuri’ e Tiziga – Padre Gheddo a Radio Maria

I parte – La Parola di Dio in Tupurì nel Nord Camerun

Quando si parla di missioni in Africa, bisogna tener presente un dato storico mastodontico. In Europa siamo cristiani da duemila anni, in Africa è passato solo un secolo da quando i primi evangelizzatori si sono stabilizzati nelle varie regioni dell’Africa nera. Quindi, ci sono numerose conversioni sincere, di persone anche entusiaste della fede cristiana, ma il fondo culturale è ancora inevitabilmente pagano.
Ecco perché uno dei massimi problemi che hanno oggi le Chiese locali africane è questo: come far maturare nei loro fedeli un autentico e profondo amore a Cristo e alla Chiesa, se l’abisso culturale fra cristianesimo e religioni-culture locali è ancora così immenso? Un problema di cui si parla poco o nulla nelle riviste missionarie, tutte volte alle notizie e ai problemi d’attualità.
Ma l’attualità si capisce bene solo se si conoscono le radici, la storia. Giovanni Paolo II diceva: “La missione alle genti è solo all’inizio” (“Redemptoris Missio”, n. 30). Possiamo dire che in Africa ci sono ovunque Chiese locali fondate con loro vescovi, clero, religiosi e laici, eppure hanno ancora bisogno dei missionari stranieri e del contatto costante con la Chiesa universale, così come noi abbiamo bisogno della loro giovinezza e del loro entusiasmo nella fede.

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“La vera inculturazione è la Parola in lingua locale”

In una visita di 21 giorni in Camerun nel dicembre 2007 ho parlato di questo tema con due missionari del Pime che vivono in Africa da 37 e 33 anni: i padri Piergiorgio Cappelletti e Mario Frigerio. Sono assieme a Toulum, dove dirigono la locale parrocchia (con 25 villaggi cristiani da visitare), ma sono impegnati nella traduzione della Parola di Dio nella lingua dei tupurì, una delle maggiori etnie del Nord Camerun. Portano avanti con costanza un lavoro linguistico e culturale molto importante. Padre Piergiorgio mi dice:
“Quando sono giunto in Camerun nel 1970, molti dicevano: è superfluo studiare le lingue locali perché fra vent’anni parleranno tutti francese. Invece oggi la Chiesa si rende conto che il cristianesimo non insegnato nella lingua locale rimane un’infarinatura superstiziosa, non scende nel profondo della coscienza. Non tutti capiscono il nostro sforzo per il tupurì, dicono che siamo un po’ fanatici. Le nostre suorine africane non ci capiscono, vorrebbero che tutto fosse francese. Qui c’è un problema di identità. Molti africani vorrebbero essere bianchi, apparire come i bianchi, usare solo la lingua dei bianchi. Qui a Touloum tutte le sere alle 19,30 cantiamo il Vespero in tupuri. Ma c’è un gruppetto di giovani studenti che per essere diversi e distinguersi non vengono nel gruppo che prega in tupurì, ma vanno dalle suore e pregano in francese. Pensano di pregare e capire la Bibba in francese meglio che in tupurì. Ma si illudono”.
“Noi insegnamo il catechismo e facciamo pregare in tupurì, perchè la maggioranza capisce pressapoco il francese che non è la loro lingua e anche nelle scuole lo imparano in modo molto superficiale. Vogliamo fondare la Chiesa e la fede nelle coscienze dei tupurì, nella lingua e cultura dei tupurì; in seguito potranno pure pregare e leggere libri in francese, se ce la fanno, ma i fondamenti vanno messi in tupurì. Il catecumenato consiste in tre anni di insegnamento e di apprendimento dei testi biblici : per un anno sono testi dell’Antico Testamento e per due anni il Vangelo di Marco e abbiamo già tutti i testi tradotti e stampati in tupurì. Poi hanno i canti , che sono i salmi musicati con arie locali”. E aggiunge che dopo loro due, che sono in Camerun da più di trent’anni, altri due missionari giovani del Pime, Marco Frattini e Luca Dal Bo, sono già destinati ad andare fra i tupurì per continuare il loro lavoro.

Padre Mario Frigerio è laureato in Sacra Scrittura all’Istituto Biblico dei gesuiti a Roma. Dice: “La vera inculturazione è la Parola di Dio tradotta in queste lingue e culture, Ma non è un lavoro facile. Abbiamo la fortuna di avere un traduttore ben preparato, Welga Pascal, che lavora in questo progetto da quasi trent’anni, conosce bene la sua lingua e la sua cultura (proverbi, racconti, tradizioni…). Il mio è il ruolo del consigliere per la traduzione. Ho studiato tre anni la Sacra Scrittura a Roma, poi sono tornato qui e con padre Piergiorgio andiamo avanti. C’è già un giovane missionario, padre Marco Frattini, che è stato tre anni fra i tupuri e adesso anche lui studia la Bibbia a Roma e poi torna qui in missione, per continuare questo lavoro di educazione biblica delle nostre comunità cristiane”.
In trent’anni di lavoro, Piergiorgio e Mario hanno realizzato molto. Prima c’era poco o nulla nella lingua tupurì. Qualcosa aveva già fatto padre Silvano Zoccarato, ora missionario in Algeria, e altri missionari con lui, ma quando il Pime alla fine degli anni sessanta il Pime è arrivato fra i tupurì, che sono più di mezzo milione, di questa lingua non esistevano né grammatica né dizionario.Tutto doveva essere trascritto e imparato a memoria.

Padre Mario Frigerio dice: “Adesso abbiamo i testi fondamentali per insegnare il cristianesimo in questa lingua africana: il Messale, i Salmi, il Vangelo di San Marco e di San Luca, stampati in tupurì. Del Messale abbiamo stampato due edizioni in Italia; e poi i canti, il libretto delle preghiere e altri sussidi alla fede. Il lavoro di traduzione del Vangelo non è facile, non basta tradurre le singole parole, bisogna trasmetterne anche il significato che avevano quelle parole al tempo di Gesù”.
Mario racconta che da trent’anni vive e lavora con un tupurì e dice: “Io spiego al traduttore cosa voleva dire Gesù e lui traduce in tupurì usando i vocaboli secondo la sensibilità di quella lingua e cultura, che noi bianchi spesso non riusciamo ancora a capire a fondo. Touloum non è la sola missione fra i tupuri, ce ne sono altre in Camerun, ad esempio a Guidiguis, fondata da padre Silvano Zoccarato (ora in Algeria), e anche in Ciad, dove operano altri missionari italiani, fra i quali i sacerdoti diocesani di Treviso, che vengono a studiare il tupurì qui da noi”.
II Parte – Tradurre in “giziga” in accordo con i fratelli protestanti

Un altro missionario del Pime nel Nord Camerun, padre Antonio Michielan, si dedica alla lingua “giziga”. E’ in missione dal 1991 e ha fatto il parroco di Muturwa fra i giziga. In questa lingua non esisteva quasi niente di scritto, ma ha trovato in parrocchia tanto materiale linguistico raccolto da un padre francese OMI (Oblato di Maria Immacolala), che era a Muturwa prima del Pime. “Noi ci illudiamo – mi dice – che parlando francese ci capiscono. Invece molti non capiscono quasi nulla, altri poco e male, quasi nessuno sente il cristianesimo come proprio, perchè non è passato attraverso l’inculturazione giziga, cioè la loro lingua, mentalità. Uno dei problemi della Chiesa africana è di far sentire il cristianesimo non più come un qualcosa di straniero, ma la rivelazione di Dio nata qui e ormai incarnata nel loro popolo”.

“I bambini parlano francese e i genitori in giziga!”

Antonio è un uomo molto pratico, pastorale, di facile contatto con la gente, non aveva mai pensato di dedicarsi a studi universitari. A metà degli anni novanta ha detto ai superiori che voleva dedicarsi alla lingua del suo popolo. Così va a Parigi, si licenzia in lingue africane e torna a Muturwa dove intanto hanno messo un altro parroco, un giovane missionario indiano del Pime, padre Ambati Xavier Babu, che padre Antonio ogni tanto va ad aiutare da Marua, la maggior città del nord Camerun, circa 250.000 abitanti, in maggioranza musulmani. Nel Nord Camerun le città sono islamiche, le campagne animiste e cristiane.
“Per noi missionari – dice padre Antonio – mettere il messaggio di Gesù nella loro lingua, nelle mani e nel cuore dei catecumeni e dei battezzati è una priorità assoluta, perché la lingua vuol dire cultura, sentimenti, affetti, ricordi, proverbi, tradizioni di famiglia e locali. Io raccolgo il tesoro della lingua giziga anche perché il “Comitato nazionale delle lingue locali del Camerun” sta cercando di cambiare la legge e dare la possibilità di introdurre nella scuola in francese la lingua locale. Oggi nelle famiglie c’è un grande turbamento: i genitori non sono andati a scuola e non conoscono il francese, se i bambini imparano solo il francese, come si intendono con i genitori? La lingua nazionale è il francese e si sta diffondendo, ma per il momento e chissà ancora per quanto tempo quella locale è la più parlata e capita”.

Padre Michielan ha incominciato a comporre il primo dizionario di giziga-francese, usando il materiale lasciato dal padre OMI francese e da un altro missionario del Pime, padre Giuseppe Malandra missionario in passato a Muturwa; e poi usa la sua esperienza pastorale e di studio. Nel fare questo lavoro, ha iniziato a collaborare con i protestanti ed oggi è il rappresentante cattolico nel comitato ecumenico per la traduzione della Sacra Scrittura. Racconta:
“Da alcuni anni lavoro con i protestanti per una traduzione unitaria. Ad esempio, per dire “Spirito Santo” loro usavano la parola che indica “spirito di vita”, mentre io insistevo per un altro vocabolo che significa “soffio di Dio, spirito di Dio”. Siamo andati alla ricerca dei vari significati delle due espressioni e abbiamo visto che “spirito di vita” per i giziga significa: ”respiro, forza vitale, forza sessuale, amore coniugale che genera i figli”; mentre “spirito di Dio” non si presta ad alcun equivoco, significa solo che questo misterioso Spirito viene da Dio. Per giungere ad una conclusione c’è stato un lungo lavoro di ecumenismo molto utile e bello, che ci ha resi fratelli più di tutti i discorsi e i ragionamenti teologici. Il tema era delicato e decisivo. Siamo andati avanti per mesi a discutere e ad applicare le due parole in giziga ai passi della Scrittura relativi allo Spirito Santo. Decisivo è stato il passo del Vangelo in cui si dice che Maria generò Gesù “per opera dello Spirito Santo”: la loro espressione significava che lo Spirito aveva reso madre Maria in un modo molto umano, diciamo coniugale; mentre la mia espressione non poteva essere intesa in altro modo che nel modo giusto e soprannaturale: Maria è diventata madre per opera del Soffio di Dio, dello Spirito di Dio, quindi in modo misterioso ma reale che ha salvaguardava la sua verginità. Naturalmente, ragionando assieme da fratelli, hanno preso il vocabolo che proponevo io”.

“Cattolici e protestanti un unico Vangelo”

“Questo è solo un esempio. La traduzione della Scrittura ha aspetti molto delicati e
se in una lingua circolano due traduzioni divergenti del Vangelo, la credibilità del Vangelo è minata alla radice. Quando i missionari cattolici e protestanti annunziano Cristo ad un popolo nuovo, credo che l’aspetto più importante sia proprio quello dei vocaboli che usano per i termini della Fede. Dice ancora padre Antonio:
“Il gruppo ecumenico di traduzione della Bibbia, formato da vari traduttori, funziona da 25 anni. Adesso ci accorgiamo che è provvidenziale anche per altre cose. Abbiamo allacciato contatti anche con i battisti e varie Chiese protestanti e questo stare assieme ha portato a conseguenze molto positive: ad esempio facciamo documenti comuni sulle situazioni locali; di fronte alle autorità noi ci presentiamo quasi sempre uniti; facciamo assieme alcune iniziative che rendono: il Vangelo registrato in giziga e poi lo vendiamo ciascuno nella sua Chiesa, ma l’edizione è unica; così abbiamo venduto il film su Gesù di Nazareth. Diamo ai nostri cristiani l’idea che chi crede in Cristo deve unirsi, deve andare d’accordo”.
“Io sono il segretario del Comitato: non sono biblista né teologo, ma un missionario che lavora pastoralmente fra i giziga e licenziato in linguistica africana a Parigi; così faccio da ponte fra i biblisti e i giziga. Il problema principale è che bisogna far dire ai giziga la Bibbia, cioè devono capire cosa vuol dire la Bibbia e dirla con parole loro. Non è facile giungere a questo, in genere noi vogliamo dire la Bibbia con parole nostre, mentre bisogna giungere a farla raccontare con parole giziga. In otto anni di lavoro abbiamo fatto un buon cammino, siamo giunti quasi alla fine della revisione dei testi della Bibbia e abbiamo già stampato alcuni Vangeli e il libro del Salmi, per giungere in modo graduale alla Bibbia intera”.
Chiedo a padre Antonio chi paga questo lavoro e la stampa di libri e opuscoli in giziga. Risponde: “Ogni partecipante al gruppo versa la sua quota di contributo, che trova nella sua Chiesa. L’Alleanza Biblica, che unisce varie Chiese protestanti, paga la metà delle spese, l’altra metà è coperta da noi, un quarto da noi cattolici e un quarto dai protestanti. La mia quota la trovo tra parenti e amici. Ma certo le spese sono tante anche per i computer che sono a carico dei singoli partecipanti. Il testo, dopo una ulteriore verifica da parte di autorità cattoliche e protestanti, sarà stampato da una editrice coreana, che ci fa risparmiare molto. Così siamo quasi giunti alla fine del lavoro. Sono nel comitato finale di revisione della traduzione della Bibbia e poi per la grammatica e il dizionario. I giziga sono circa 200.000, i tupurì 500.000, buona parte dei quali in Ciad”.

III Parte – Vivere con gli africani e condividere la loro povertà

I due popoli che ho citato, i tupurì e i giziga, vivono nel Nord Camerun, una regione vicina al deserto del Sahara e ancora molto povera rispetto al Sud, che ha sbocchi sul mare ed è più ricca ed evoluta ed anche in pare industrializzata. Nel Nord, il popolo è ancora in gran parte dedito a lavori tradizionali come l’agricoltura, la pastorizia, l’artigianato e il piccolo commercio. Vivono in villaggi con capanne di paglia e fango, anche se ci sono già un buon numero di abitazioni private in mattoni e tetto di tegole.
Il Vangelo è stato portato nel Camerun del Sud da più d’un secolo, ma al Nord solo da poco più di cinquant’anni. Siamo proprio alla prima evangelizzazione e i missionari che annunziano il Vangelo si pongono il prpoblema non solo di tradurre la Bibbia nelle lingue locali e di fare molte opere di educazione, sanitarie, di promozione umana e di sviluppo, ma anche di fondare una Chiesa locale che sia a livello del popolo, in genere molto povero. Non quindi una istituzione straniera che entra con molti capitali e costruisce grandi strutture, ma sacerdoti che vivono quasi a livello della gente comune.

Ho già parlato dei padri Piergiorgio Cappelletti e Mario Frigerio che vivono a Touloum fra i tupurì.
Nei giorni di Natale del 2007 ero con loro. La chiesa parrocchiale è in muratura e accanto ad essa hanno costruito le strutture di un’altra chiesa molto più vasta, fatta ad anfiteatro, ad imitazione di quanto si usa nelle assemblee di villaggio, con tutti seduti per terra a semicerchio attorno ai capi. Qui l’altare è sopraelevato e in centro, mentre i fedeli sono seduti su semicerchi di cemento davanti all’altare. Il tutto ricoperto di paglia per proteggere dal sole e dalla pioggia
Ma la cosa più interessante è che il centro stesso della missione stessa è formato da tante capanne rotonde di tipo africano: pavimento e muro circolare in cemento, tetto di paglia, tutto molto essenziale e povero. Non c’è elettricità, ma ci sono i pannelli solari che assicurano l’energia elettrica essenziale, mentre i computer vanno a batteria, caricata dai pannelli solari nelle ore più calde del giorno.

Padre Mario Frigerio dice: “Noi cerchiamo di vivere il più poveramente possibile, a livello della gente comune che qui è molto povera. Non ci facciamo mancare nulla di quanto è necessario per la salute, lo studio, il lavoro, ma nemmeno inseguiamo tutte le comodità che potremmo avere. Ci siamo dedicati soprattutto alla pastorale biblica e liturgica, traducendo i testi in tupurì e stampandoli e questo assorbe molte delle nostre risorse economiche.
Qui in Camerun il prete entra in uno stato di potere, di ricchezza, di livello di vita molto elevato sopra quello del popolo. Noi vogliamo dare un esempio di vita povera, facendo tutto quel che è necessario per la parrocchia e la gente. Assicuriamo anche molti aiuti agli ammalati.

Piergiorgio – La parrocchia ha le suore dello Spirito Santo, due francesi e una camerunese, che curano donne e bambini accolte in un “saré” per le donne abbandonate, vedove, mamme con bambini, spose divise anche momentaneamente dal marito violento e ragazze forzate al matrimonio che hanno il coraggio di ribellarsi. Questa istituzione provvidenziale ci permette di aiutare molte donne, che sono la parte più debole della società africana. Io aiuto parecchie ragazze a studiare e ad arrivare anche all’Università, perché in genere solo il mashio studia, specialmente dopo le elementari. Se una famiglia ha sei figli, i due maschi sono quelli che continuano gli studi a prezzo anche di sacrifici, le ragazzine no anche se qualcuna meriterebbe davvero di continuare perché veramente adatta agli studi. Ecco, noi cerchiamo di aiutare questo: fin che la società camerunese non farà evolvere la cultura tradizionale offrendo alle femmine le stesse possibilità dei maschi, non potrà svilupparsi in modo armonico.

Fra i vostri tupurì ci sono anche cristiani eroici nella fede?

La parola “eroici” non mi piace. Fra i nostri fedeli ci sono cristiani autentici, trasparenti, che possono essere di esempio anche ai cristiani d’Italia, naturalmente in una vita del tutto normale, senza nulla di straordinario o di eroico.
Il problema è che molti vorrebbero il battesimo e fanno veramente sacrifici per ottenerlo, tant’è vero che dicono: “Bisogna guadagnare il battesimo”. Per tre o più anni fanno il “cammino del combattente”, pur di conquistare il battesimo, che è un segno di modernità, di inserimento nella comunità cristiana, di speranza di un futuro migliore.
Il difficile viene dopo, passare dal “cammino del combattente” al “cammino del cristiano normale”: la vera conversione a Cristi matura lentamente e si verifica nelle scelte fatte in età adulta, ad esempio nella scelta della monogamia di fronte allo stato e alla Chiesa, che non è comune in Camerun; oppure di fronte ad altre difficoltà gravi che presenta la vita cristiana. La legge dello stato dice che quando due si sposano davanti all’ufficiale civile, debbono scegliere il sistema di matrimonio: poligamico o monogamico. Sino ammessi tutte e due, quasi tutti scelgono il poligamico e chi non esprime una scelta si considera che sceglie il poligamico. Scegliendo il monogamico ci sono poi più difficoltà per divorziare dalla moglie e farsi una nuova famiglia.

Mario – C’è in Italia, quando si parla di queste giovani Chiese di missione, una retorica fatta di luoghi comuni, come quando si parla delle comunità di credenti coraggiosi ed entusiasti nella fede.
L’uomo è uguale sotto tutte le latitudini. Anche qui in Africa, perché vengono alla Chiesa? Soprattutto per motivi sociologici, di cambiamento di stato, per la speranza di una società migliore, di una vita migliore. Gli studenti delle scuole medie e superiori vorrebbero tutti diventare cristiani, fanno sacrifici per “guadagnare” il battesimo. Poi ne perdiamo molti anche perchè non abbiamo le forze per seguirli nella vita cristiana ordinaria. Siamo in due in una parrocchia molto diffusa, con villaggi lontani da visitare e problemi normali delle famiglie che ricadono su di noi.

Questi studenti poi diventano adulti e magari vengono in chiesa, ma quando arrivano ai 25 -30 anni e hanno finalmente un posto di lavoro, incominciano le gravi difficoltà per restare cristiani autentici. A volte tornano nel loro mondo tradizionale e questo è un fenomeno non di pochi. Insomma, le chiese sono sempre piene di fedeli, ma se poi guardi alla società i cristiani li vedi poco, non fanno cultura, non fanno costume. I buoni cristiani ci sono, ma rimangono casi isolati, la società va ancora avanti secondo le linee di comportamento antiche.

Piergiorgio – Ti do una mia interpretazione riguardo al mondo tupurì e del perché molti vogliono entrare nella Chiesa. Dal 1975 fra i tupurì non c’è più l’iniziazione tradizionale, che succedeva ogni dieci anni. Era veramente un momento forte della società: il ragazzo diventava uomo e aveva tutta una serie di regole di vita che osservava con buona fedeltà. Dal 1975, non per una legge di stato, ma per una mentalità comune, non hanno più fatto l’iniziazione tradizionale e tutto il mondo tribale è andato in crisi. Non ci sono più regole, non c’è più controllo della società e delle famiglie. I giovani e le ragazze che vengono per ricevere il battesimo, hanno anche l’aspirazione di trovare un nuovo punto di riferimento morale, religioso, intellettuale, che li faccia diventare veri uomini e vere donne.
Noi, nel linguaggio della iniziazione cristiana, abbiamo usato tanto parole e frasi che si riferivano alla iniziazione tradizionale pagana e qualche padre diceva di non essere d’accordo, a causa della connotazione negativa e maschilista dell’iniziazione stessa ma non ci ha ostacolati e siamo andati avanti. I ragazzi che vengono da noi hanno una grande buona volontà e desiderio di diventare cristiani, ma non è facile spiegare loro cosa è e cosa comporta il diventare cristiano.

La grande sfida per noi è di come riuscire a seguire i giovani cristiani da uomini adulti, maturi, padri e madri di famiglia. Fare in modo che quello che facevano da giovani perchè obbligatorio lo facciamo da adulti liberamente perchè convinti. Ci vorrebbero le forze apostoliche che non abbiamo, venire regolarmente alla Messa domenicale, leggere la Bibbia e riflettere tutti i giorni, pregare assieme in famiglia e via dicendo. Anche perché, da adulti, hanno una grande mobilità territoriale, si spostano spesso, non sai più che seguito hanno.
Il battesimo è una meta, raggiunta la quale si è a posto per tutta la vita. Non è un punto di partenza per maturare una vita cristiana, ma una conquista che non si perde più e non c’è bisogno d’altro. Come da noi in Italia la Cresima: avuta la Cresima non vado più in chiesa, il mio dovere cristiano l’ho già fatto una volta per sempre.

Mario – Secondo me, il problema di una vera scelta si pone da sposati, dopo il secondo o terzo figlio. Allora si giunge ad una vera maturità cristiana o non si giunge.
La scelta è di restare fedeli alla moglie. Sui 35-40 anni per l’uomo. 25-30 per la donna è il momento decisivo della vita cristiana: o si diventa cristiani o si ritorna alla tradizione animista e pagana. Prima non si fa ancora una vera scelta. Per gli uomini che hanno raggiunto una certa sicurezza economica si pone il problema della poligamia, perché secondo la tradizione, l’uomo che ha due-tre-quattro mogli è un uomo rispettabile, ricco, affermato, potente. L’uomo che ha una moglie sola è un povero diavolo degno di compassione. E questo non solo per soddisfare un’attrazione sessuale, ma soprattutto come segno di potenza e di ricchezza. La moglie stessa che dice al marito: “Prendi un’altra donna, così io sarò più libera”. Questa la tradizione pagana che bisogna combattere per diventare cristiano. Se a quell’età maturano e fanno una scelta cristiana, allora c’è speranza che quella coppia di sposi diventi veramente una famiglia cristiana, scelgono di vivere secondo il Vangelo.

Piergiorgio – Quella è la verifica del cambiamento di mentalità secondo il Vangelo. Come possiamo seguire le giovani coppie per farle maturare? Dovremmo avere altre coppie mature che le seguono, le accompagnano, ma questo è difficile. Bisogna tener presente che le acquisizioni cristiane penetrano nel mondo tupurì molto lentamente. La cultura non si cambia rapidamente in pochi anni, ma gradualmente e con molta sofferenza.
Nella nostra comunità abbiamo alcuni punti di riferimento. La Messa domenicale e il martedì quando c’è il mercato a Touloum. La gente viene già a Touloum per il mercato e c’è una tradizione che dura da tanti anni, di venire alla catechesi, dove si riflette assieme sui testi biblici della domenica prossima e si scelgono i canti adatti ai testi della domenica. Anche lì è una scelta non facile, però ci sono quelli che vengono con una certa fedeltà. Non sono le folle, ma persone di buona volontà che seguono la voce dello Spirito. Bisogna dare del nostro tempo al Signore, per seguirlo davvero, non illudersi che andando a Messa la domenica si è fatto tutto, ma capire che quell’appuntamento settimanale non basta.

Mario – Se conducono una vita ordinata e riflessiva, nell’ordinarietà della vita di coppia, allora a poco a poco arrivano a maturare. Altrimenti no.
Anche delle ragazzotte che venivano puntuali tutte le sere alla funzione serale del Vespro, puntuali e devote, poi improvvisamente non si vedono più: tutta infarinatura superficiale. Si fa tutto, si fanno anche i miracoli, le ore di preghiera, tutto, ma se non c’è una vita ordinata anche seguendo i valori positivi della tradizione tupurì, quelli secondo il Vangelo, si giunge a maturazione. Il terreno fertile sul quale il seme della Parola fruttifica è la vita ordinata, costante, senza nulla di straordinario; e la capacità di riflessione interiore, di preghiera riflessiva, vedere e giudicare i propri comportamenti secondo il Vangelo.

Vedi, tu puoi chiede ai tuoi cristiani di dire cinque, dieci Rosari al giorno e lo fanno; puoi chiedergli di passare una notte continua in preghiera e ci vengono, puoi fare la Messa domenicale che dura tre ore, hai la chiesa piena e nessuno scappa. La gente ci sta a fare manifestazioni, pellegrinaggi, adorazioni interminabili, ma la conversione interiore del cuore è un’altra cosa, il cambiare la vita secondo il Vangelo è un’altra cosa. Lo Spirito Santo può fare tutto, anche i miracoli, ma normalmente la conversione avviene per una vita ordinata e capace di preghiera e di riflessione personale sulla propria vita.

Conclusione. L’incontro con numerosi missionari in Camerun, sia al Nord che al Sud in situazioni del tutto diverse, mi ha convinto di un’idea che ho maturato in molti viaggi nelle missioni alle genti. Eccola in tre punti sintetici:

1) La Chiesa cattolica è universale e, come scriveva Giovanni Paolo II, “la missione alle genti è solo all’inizio”. In altre parole, la Chiesa deve annunziare Cristo ai popoli non cristiani, specie i più lontani, poveri e abbandonati. Guai se ci chiudessimo in noi stessi e nelle nostre comunità, che hanno bisogno anch’esse di un “nuova evangelizzazione” di tipo missionario: non saremmo più la Chiesa di Cristo.

2) Oggi la più grave sfida al cristianesimo e alla Chiesa è il modo di vita moderno laicizzato che è nato in Occidente da radici cristiane, ma poi è stato corrotto da tanti fattori come ateismo pratico, giustizia sociale, materialismo consumistico, relativismo, laicismo e lassismo morale, eresie cristiane e divisioni dell’unica Chiesa di Cristo. Questo modo moderno di vita, con tutti i suoi aspetti positivi (democrazia, diritti dell’uomo, liberazione della donna, benessere, scienze e tecniche moderne, istruzione per tutti, ecc.), attraverso la globalizzazione si estende a tutta l’umanità, corrompendo anche i popoli più giovani che avevano una loro forte moralità naturale. L’Occidente esporta in tutto il mondo, sia gli aspetti positivi che negativi della civiltà moderna. Questo chiama in causa anche noi, popoli cristiani d’antica data che facciamo parte dell’Occidente cristiano!

3) Tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le culture hanno bisogno di Cristo. Nel mondo moderno i popoli sono sempre più aperti all’annunzio evangelico, perché ipopoli non cristiani comprendono che le loro religioni tradizionale non rispondono ai problemi del nostro tempo. Quindi, da un lato bisogna continuare con forza la missione alle genti, annunziando Cristo a tutti i popoli; dall’altro, noi cristiani d’Occidente, siamo chiamati alla conversione personale ed a dare alla nostra società un’iniezione di fede e di vita cristiana, per non essere sempre e solo di scandalo ai popoli che ancora non credono in Cristo.
Catechesi a Radio Maria – lunedì 21 aprile 2008
di Piero Gheddo

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