Per sviluppare l’africa educare i poveri – Padre Gheddo sul “Corriere della Sera”

Dopo quasi cinquant’anni che visito l’Africa nera (e altri continenti) posso dire che fra Nord e Sud del mondo c’è un abisso d’incomprensione. Noi ricchi non abbiamo ancora capito come aiutare gli africani a diventare autosufficienti, almeno nel cibo che consumano e nelle altre necessità primarie. Quando si discute e si decide su cosa fare per l’Africa come nel recente G8, si parla sempre e solo di soldi, commerci, giustizia internazionale, prezzi delle materie prime, finanziamenti dei “piani di sviluppo”, invio di aiuti per le emergenze. Temi senza dubbio importanti, ma la “fame nel mondo” ha una radice di cui non si parla mai. L’Africa nera è passata da 200 a circa 700 milioni di abitanti dal 1960 ad oggi e l’agricoltura tradizionale non è migliorata. A Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, il piccolo contadino africano ne produce 5 e non per pigrizia, ma perché nessuno gli hai insegnato come produrre di più. Nei villaggi africani si ignora la ruota, la carriola (le donne portano tutto sulla testa), l’aratro, i fertilizzanti, il piccolo mulino ad acqua, l’irrigazione artificiale, la piscicoltura nei laghetti artificiali e via dicendo. Ma chi va nelle campagne africane a portare e insegnare queste e altre rivoluzioni non violente che potrebbero sviluppare il paese? Il 50% degli africani sono analfabeti e molti di quelli “alfabetizzati” non sanno più leggere né scrivere. Come si può sviluppare un popolo semi-analfabeta in un mondo come il nostro?

Si potrebbe dire che noi mandiamo i finanziamenti ai governi e questi provvedono. Spiace dirlo, ma spesso le élites africane hanno sequestrato il potere per gli interessi della propria etnia o regione. Non per malvagità di questo o quel capo, ma perché in un popolo non istruito, con società non organizzate in sindacati, cooperative, associazioni, stampa libera, a volte in preda a guerre etniche ed a colpi di stato, non si può pretendere molto di diverso. I popoli africani sono poveri, perché non sanno produrre ricchezza. Gli aiuti “da Stato a Stato” producono poco, a volte nulla o inutili cattedrali nel deserto. A Bissau, capitale della Guinea Bissau, lo Stato italiano negli anni ottanta ha fatto costruire un mulino per il riso, modernissimo, grandioso. Completato trent’anni fa, non ha mai funzionato: al contadino non viene nemmeno in mente di utilizzarlo. Perché dovrebbe farsi macinare il riso? Se lo porta a casa e lo pesta sua moglie. A che serve un mulino per quanto avveniristico, se non c’è la cultura per usarlo?

E questo è solo un esempio su mille. D’altra parte, cosa fanno in Africa i circa 7.000 missionari, missionarie e volontari italiani che lavorano in genere fra il popolo più povero? Educano e curano gli ammalati, ottenendo ottimi risultati di sviluppo. Ma è più facile mandare soldi e container, che trovare giovani disposti a donare la vita, o qualche anno della vita, per i poveri e gli ultimi dell’umanità.


Padre Gheddo sul “Corriere della Sera” (2009)

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