Perche’ fare opere sociali non basta – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

 mensapoveriDomenica 21 ottobre in tutte le parrocchie e chiese si celebra (o si dovrebbe celebrare) la Giornata missionaria mondiale. Sono stato invitato in una grande parrocchia cittadina di Biella per un incontro di preparazione a questa scadenza annuale, forse una delle poche in cui si parla (o si dovrebbe parlare) della «missione alle genti» e dei missionari. La lettera di don Oreste Ramella Pairin, che mi ha invitato, mi sembra riprodurre bene la situazione in cui si trovano moltissime altre parrocchie italiane.

Ecco alcuni passaggi: «Abbiamo bisogno di un missionario che scaldi i cuori dei nostri fedeli di amore a Gesù Cristo e alla missione universale della Chiesa. Siamo una parrocchia con più di 10 mila abitanti, in maggioranza famiglie benestanti. Buone, generose quando chiediamo un aiuto economico, ma non disposte a rinunciare a uno stile di vita consumistico e a un certo concetto di vita laicizzato in cui tutti viviamo. Aprono il portafoglio, ma non il cuore».

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«Vorremmo che tutti comprendessero – prosegue don Oreste – che essere cristiani vuol dire mettere in gioco, per Gesù e sulla sua Parola, quello che si è e quello che si ha, per condividere un po’ del nostro star bene con chi vive nel bisogno e soprattutto condividere la nostra fede con chi non l’ha ancora ricevuta. Mi pare che la nostra parrocchia e i nostri giovani siano ricchi di potenzialità, non solo finanziarie, ma queste potenzialità sono come congelate, paralizzate. Ci siamo rivolti a lei perché inoculi in tutti noi il virus che ci contagi e ci risvegli: cioè uno spirito missionario capace di renderci gioiosamente lanciati nell’impegno che il Signore ci propone, di essere missionari qui nel nostro Paese e anche là, nei continenti e fra i popoli che hanno bisogno di Cristo, ma dove nessuno l’ha ancora portato e testimoniato loro».

Ho ringraziato don Oreste, anche per un motivo molto concreto: lettere come questa (ne ricevo anche altre simili) riscaldano il mio cuore di sacerdote missionario, ormai da 54 anni sulla breccia dell’animazione missionaria in Italia. L’entusiasmo non è diminuito ma anzi aumentato e, se possibile, cresce ancora ogni volta che il Signore mi dà questi stimoli. Purtroppo le forze diminuiscono, ma l’importante è che lo spirito rimanga vigile ad accogliere questi doni di Dio.

Quando il beato padre Paolo Manna, già missionario in Birmania, fondava nel 1917 l’Unione missionaria del clero (oggi Opera pontificia), partiva da un’idea molto precisa, espressa più volte nelle sue lettere e articoli su questa rivista di cui era direttore (allora Le Missioni Cattoliche): in Italia ci sono molti sacerdoti, forse troppi (allora circa 80 mila per 30 milioni di abitanti), ma poco animati di spirito missionario; l’Italia e il mondo saranno evangelizzati da preti infiammati di amore per Gesù Cristo. E aggiungeva: «L’Unione missionaria del clero ha lo scopo primario di diffondere l’ideale e la passione missionaria fra i preti».

Per la nostra Italia e anche per il Vangelo nel mondo intero potremmo dire: oggi i preti sono talmente diminuiti di numero e di forze che non ce la fanno più; il mondo e l’Italia saranno evangelizzati da laici infiammati, ecc. Mi viene in mente una frase detta nel 1985, anzi gridata, da Giovanni Paolo II all’apertura del secondo convegno della Chiesa italiana a Loreto (ero presente come uno dei delegati dell’arcidiocesi di Milano): «Se sarete infiammati di amore per Cristo, metterete a fuoco tutta l’Italia!».

Qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria in Italia? Questo, non c’è dubbio. Quel che manca all’Italia e anche alle missioni è un supplemento di «spirito missionario», come diceva padre Manna. Questo «spirito missionario» c’è, ma nel senso che si finanziano molti «progetti» di sviluppo, si fanno molte «adozioni» di bambini poveri, si fa un po’ di volontariato nelle missioni quasi sempre per opere sociali e sanitarie, si partecipa a marce e manifestazioni di «protesta contro» il debito estero, la vendita delle armi, le multinazionali che sfruttano i Paesi poveri, ecc.

Tutto questo, ottimo in sé, come «animazione missionaria» non basta: non suscita né profondo amore a Cristo, né vocazioni missionarie «qui e là nei continenti lontani, fra i popoli che hanno bisogno di Cristo», come dice don Oreste che mi ha invitato.

Piero Gheddo

ottobre 2007

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